Diritto e Parola

Autore:Antonio Incampo
Pagine:59-76
 
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3. DIRITTO E PAROLA
3.0. Habent sua fata verba.
3.1. Il diritto anche se non è linguaggio ne ha certamente uno.
Penso al linguaggio di infiniti atti giuridici. Un atto di decretazione
o una sentenza del giudice, un testamento o un negozio fra com-
pratore e venditore hanno la forma di atti linguistici. “Speech
acts”, per dirla con J.R. Searle. ‘Decretare’, ‘assolvere’, ‘promette-
re’, ‘dichiarare’ sono i verbi utilizzati per l’esecuzione di questi
atti, a patto naturalmente che ci siano menti disposte a credervi.
Non come per le nevi dell’Everest, o per Pietrasasso e i faggi anti-
chi della Catusa che esistono anche se nessuno li percepisce. Per
gli atti linguistici è indispensabile che qualcuno li afferri.
Stento, dunque, a comprendere un diritto completamente
muto, assorbito nel gioco leibniziano di “armonie prestabilite”,
presso mondi soggettivi molto diversi, eppure silenziosamente
coscienti e operanti nello spazio pubblico del diritto. Non ci sareb-
be il linguaggio, ma forse anche il diritto. Il diritto si ammutolisce
nell’agostiniana Civitas Dei o nella Chiesa trionfante dei santi.
Che senso hanno i codici, con i loro divieti di uccidere e rubare,
truffare o mentire, nella Gerusalemme di Teresa d’Avila, di Tere-
sina di Lisieux o Teresa di Calcutta? Non è il diritto che non ha
parola. La Civitas Dei è più semplicemente la lontananza del
diritto.
E che dire, invece, del diritto prima del linguaggio? Un’idea
sufficientemente archeologica del diritto è rappresentata dagli
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scambi nel Quattrocento fra portoghesi e nativi sulle coste del-
l’Africa occidentale. I portoghesi lasciavano a terra degli utensili e
tornavano sulle navi. Poi arrivavano i nativi che li sostituivano con
altri beni. A concludere il loro negozio non serviva la dichiarazio-
ne “Questo è uno scambio”. La stessa scena si può vedere oggi,
dopo secoli, in un suk arabo, nelle strette di mano che consacrano
l’accordo fra un turista e un mercante di Esna in Egitto. In realtà, il
linguaggio non è soltanto verbale. Molti fatti sociali possiedono un
elaborato linguaggio di gesti al posto di parole. Si pensi al saluto
militare con la mano destra rigidamente alla fronte, o al taglio di
nastri nelle cerimonie, all’imposizione di mani nelle consacrazioni
di diritto canonico, o all’innocenza di uno sguardo nei frammenti
di un lessico amoroso. Gli uomini del neolitico, nelle loro pilifere
nudità, si spulciavano a vicenda per riconoscersi e consolidare
l’appartenenza al clan. Era forse l’alba del diritto18.
Il diritto ha bisogno perciò del linguaggio. La questione po-
trebbe, però, capovolgersi. Esistono enunciati normativi senza le
norme corrispondenti? La domanda questa volta non è se vi siano
norme prive di linguaggio, ma se esista un linguaggio normativo
senza norme. Torno alla massima “È vietato mangiare le fave”. È
un enunciato normativo, ma non è oggi un articolo del codice.
Esprimeva un divieto valido più di duemila anni fa nella comunità
pitagorica. Il fatto, però, che notiamo enunciati normativi fuori dal
codice significa soltanto che il linguaggio non implica necessaria-
mente il diritto; non dimostra, invece, l’inverso, ossia che il diritto
sia pensabile indipendentemente dal linguaggio.
Siamo, comunque, distanti dalle parole duellanti con cui discu-
tono il lupo e l’agnello davanti ad un ruscello: “Tu mi intorpidi
l’acqua mentre bevo”. – “Ma che dici! È da te che scorre l’acqua
giù alle mie labbra”. – “Per Dio, sei mesi fa hai sparlato di me”. –
18 Alcuni di questi esempi sono citati da Maurizio Ferraris per dimostrare
che costruiamo la realtà sociale anche “in assenza di linguaggio” (cfr. Documen-
talità. Perché è necessario lasciar tracce, 2009, pp. 182-190). Resta, però, che il
linguaggio non è soltanto verbale. Le nostre parole sono spesso sostituite dai
gesti, eppure non smettiamo di comunicare con gli altri. E quando le parole non
bastano, non è detto che il silenzio non sia loquace. Corrono estasi nel solco
dell’indicibile.

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