Doveri sintattici

Autore:Antonio Incampo
Pagine:123-140
 
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6. DOVERI SINTATTICI
6.0. In Signs, Language and Behaviour [Segni, linguaggio e
comportamento] del 1946 Charles W. Morris chiama “sintattica” la
parte della semiotica che studia i rapporti tra i segni alla base del loro
significato. I segni appaiono banali se non sono legati l’uno l’altro.
Sun-t£ttein
syn-táttein” vuol dire appunto “mettere insieme”.
Non è diverso il modo in cui la validità sintattica interpella
quei “segni” particolarissimi che sono le norme. Anche le norme esi-
stono in rapporto tra loro o in un ordinamento. L’argomento è in sé
plausibile. Così come c’è l’albero, c’è anche la foresta. Non c’è solo
la norma, ma anche l’ordinamento, con un intreccio ancóra più forte
rispetto alla foresta. I presupposti, infatti, sono che le norme non stia-
no mai da sole, come l’“albero della vita” di Klimt nel rinascere per-
petuo delle stagioni, ma in relazione tra loro, e che tale ordine sia ne-
cessario così com’è indispensabile che le norme stesse esistano.
6.1. A quest’idea ordinamentale delle norme concorre, tra
l’altro, un risultato comune alla teoria generale del diritto. Si parla
sempre di un corpo di norme e mai soltanto di singole unità. Ricor-
rono spesso i concetti di “Rechtsordnung”, “legal order” o “legal
system”, per usare rispettivamente le parole di Kelsen e Hart, op-
pure di “body of rules” secondo Austin. In tal senso, il problema
della validità delle norme s’inquadra in quello più complesso
dell’organismo che mette insieme le norme in un ordinamento.
L’ordinamento è proprio quest’insieme in cui la parti (le singole
norme) esistono in virtù del loro legame.
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La validità sintattica non solo presuppone il vincolo generico
delle norme tra loro, ma identifica pure il nesso secondo il quale le
une non esisterebbero senza le altre. Chi afferma che una certa
norma è valida pronuncia, in realtà, un giudizio non categorico ma
ipotetico del tipo “Se questi sono i criteri di validità di quest’or-
dinamento, allora questa norma è valida in tale ordinamento”. Una
norma esiste a partire da altre norme che ne fissano i criteri di va-
lidità. Lo spiega bene Kelsen nella sua Dottrina pura del diritto.
La validità in senso formale [Geltung] è l’“esistenza specifica di
una norma” [spezifische Existenz einer Norm], dove il termine
‘specifico’ sta ad indicare quel modo determinato di esistere – e
quindi di essere – delle norme, per cui non stanno mai da sole ma
sempre in relazione alle altre, fino alla Grundnorm dell’ordinamento.
D’altronde, che possibilità ci sono che l’ordinamento sia for-
mato da una sola norma? Provo a esplorare tre ipotesi possibili.
L’ordinamento potrebbe coincidere con la massima “Tutto è per-
messo”, una diretta traduzione in termini di “permesso” della nor-
ma “È vietato vietare” scritta dagli studenti sui muri della Sorbon-
ne a Parigi durante la contestazione sessantottina. Ma è pensabile
un ordinamento del genere? Che differenza ci sarebbe tra stato di
natura e diritto? Il diritto nasce proprio per assicurare il passaggio
da una situazione in cui tutto è permesso ad una in cui insistono
obblighi e divieti. Un’altra ipotesi è che ci siano solo proibizioni:
“Tutto è proibito”. In questo caso, però, ci sarebbe spazio unica-
mente per gli eventi deterministici della natura. Il dovere per impu-
tazione (Sollen) si trasformerebbe in dovere causalistico (Müssen).
Ogni azione frutto della libertà dell’uomo sarebbe negata, ogni
passione inevitabilmente frustrata, fatta eccezione dei fulmini di un
temporale d’agosto a Serra di Crispo. “Che ne dici di sperare in un
mondo migliore?” Ecco la risposta del diritto: “Non puoi neppure
pensarlo, perché sono proibite anche le semplici idee”. Credo che
una simile massima sarebbe destinata ad essere inefficace. O c’è
l’uomo con le sue libertà e passioni, oppure perisce il diritto.
Infine, una terza ipotesi: “Tutto è obbligatorio”. Va bene. Ma
che cosa accade se le azioni sono in conflitto tra loro? Se tutto è
obbligatorio, allora tutto dev’essere compiuto indifferentemente

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