Il diritto 'narrato'

Autore:Alessandra Valastro
Carica:Professore associato di Diritto pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli studi di Perugia
Pagine:241-245
RIEPILOGO

Ho particolarmente apprezzato il senso di questo seminario, essenzialmente per due ragioni che vorrei sinteticamente narrarvi: ragioni solo apparentemente eterogenee, perché in realtà legate da un filo rosso che si chiarirà – spero – nelle considerazioni finali di questo breve intervento.

 
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Il diritto “narrato”
ALES SAN DRA VALA STRO
Ho particolarmente apprezzato il senso di questo seminario, essenzial-
mente per due ragioni che vorrei sinteticamente narrarvi: ragioni solo appa-
rentemente eterogenee, perché in realtà legate da un filo rosso che si chiarirà
– spero – nelle considerazioni finali di questo breve intervento1.
In primo luogo, gli spunti emersi dalle relazioni che ho ascoltato mi han-
no svelato una inaspettata chiave di lettura di un aspetto del mio rapporto
con il diritto sul quale non avevo specificamente riflettuto. Pur non essen-
domi mai occupata in modo diretto del rapporto fra diritto e letteratura,
taluni richiami che sono stati fatti (ad esempio quello di Marina Pietrangelo
a Claudio Magris) mi hanno riportato con la mente ad una serie di momen-
ti e circostanze in cui ho cercato risposte, conferme o anche solo linguaggi
diversi proprio nella letteratura. Ciò soprattutto nell’attività didattica. Ad
esempio, una consuetudine che mi accompagna ormai da tempo è quella di
cominciare ogni anno il corso di Istituzioni di diritto pubblico proprio con
la lettura di un brano di Magris, ove si svela l’altra faccia della legge e il suo
senso più profondo. Muovendo dalla constatazione che “la ribellione alla
legge esercita spesso maggior fascino della sua osservanza”, l’Autore riflette
sul fatto che la polemica antigiuridica non si limita alla “giusta e doverosa”
critica delle leggi inique ma “tende a contestare e a limitare l’idea in sé della
legge e dello Stato”, dimenticando che “la legge è tutela dei deboli, perché i
forti non ne hanno bisogno”: perché “la legge ha una profonda e malinconi-
ca poesia, è il tentativo di calare concretamente nella realtà vissuta le esigenze
L’Autrice è professoreassociato di Diritto pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza
dell’Università degli studi di Perugia. Il testo riproduce l’intervento dell’Autrice al dibattito
seguito al Seminario “Entrare nella legge. Digressioni giuridiche da un racconto di Kafka”
(Firenze, 16 dicembre 2011).
1Vi è in realtà una terza ragione del mio apprezzamento, che esula dal tema del semina-
rio, ma che mi preme esplicitare ugualmente. Si tratta del piacere di constatare che esistono
ancora iniziative dirette a valorizzare il lavoro di un giovane studioso (Nicola Pettinari), “co-
stringendo” esperti e docenti di chiara fama ad esercitarsi e confrontarsi con le idee e – perché
no – gli ideali che quel lavoro hanno animato: in una fase di profonda crisi dell’università e
della capacità di investire sulle giovani generazioni, iniziativecome questa non possono non
colpire positivamente. E a ben guardare può addirittura scorgersi un forte simbolismo nella
scelta del tema (l’accesso alla legge), quasi a richiamare la progressiva difficoltà di accesso al
mondo della ricerca e della costruzione del sapere da parte di giovani menti che chiedono di
imparare, ma anche di offrire creatività e intelligenza “nuova”.

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