Web, terrorismo e diritti fondamentali: la libera manifestazione del pensiero tra diritto interno e diritto europeo

Autore:Jean Paul de Jorio
Pagine:25-28
 
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123
dott
Rivista penale 2/2018
DOTTRINA
WEB, TERRORISMO
E DIRITTI FONDAMENTALI:
LA LIBERA MANIFESTAZIONE
DEL PENSIERO TRA DIRITTO
INTERNO E DIRITTO EUROPEO
di Jean Paul de Jorio
Così come le nuove tecnologie hanno cambiato la no-
stra quotidianità, le stesse hanno inciso profondamente
anche sulla diffusione di ideologie violente e del terrori-
smo.
L’attenzione del legislatore ha dovuto perciò focalizzar-
si nel corso degli ultimi anni – per il tramite di una norma-
tiva emergenziale – su fattispecie e condotte difficilmente
ipotizzabili anche solo un quarto di secolo fa.
Emblematica risulta in proposito l’attività eversiva,
apologetica, di reclutamento e propagandistica svolta sui
cc.dd. social media e sui social networks da parte di soda-
lizi islamisti.
Gravità del fenomeno che trova conferma nelle nume-
rose sentenze emesse da vari plessi giurisdizionali conti-
nentali (in primis la Corte europea dei Diritti dell’uomo,
così come la nostra Corte Suprema), ma pure nell’inter-
vento del legislatore eurounitario per il tramite della Di-
rettiva (UE) 2017/541 del 17 marzo 2017.
Costituisce circostanza pacifica che la visibilità ed il
consenso rappresentino la linfa vitale per ogni movimento
terroristico, soprattutto per quelli di ispirazione fonda-
mentalista che possono contare su di un potenziale bacino
di sostenitori che si estende su tutto il globo.
Oggi più che mai, alla luce della richiamata diffusione
di strumenti e ‘possibilità’ mediatiche/informatiche alla
portata di tutti, una delle maggiori direttrici della strate-
gia delle consorterie jihadiste è proprio quella di alimen-
tare fenomeni emulativi, fornendo non solo un indottrina-
mento ideologico, ma pure un addestramento a distanza,
se non addirittura corsi di perfezionamento (sempre per il
tramite della rete) ai tanti foreign fighters che hanno già
acquisito una formazione sul campo.
Gli interventi normativi e regolamentari che si sono
succeduti nel corso degli anni da parte del legislatore (an-
che nazionale), sono stati però spesso oggetto di critiche
perché ritenuti contrari a principi fondamentali quali ad
esempio la libertà di espressione, oltre ad aver introdotto
una anticipazione della soglia di punibilità di talune con-
dotte, che secondo certi autori “con ogni probabilità co-
stituiscono addirittura il mero esercizio di un diritto” (1).
Vediamo dunque come la Corte europea dei Diritti
dell’uomo ha recentemente affrontato la delicata temati-
ca del contrasto al terrorismo, o meglio dell’istigazione a
commettere atti violenti per il tramite di filmati trasmessi
su internet, così come l’apologia dello Stato islamico, nella
sentenza Fouad Belkacem c. Belgio (2).
Il ricorrente, cittadino belga di religione mussulmana,
portavoce dell’associazione Sharia4belgium (3) (sciolta
dalle Autorità di Bruxelles per motivi di ordine pubblico),
nonché amministratore del canale Youtube riferibile alla
stessa organizzazione, veniva rinviato a giudizio e succes-
sivamente condannato in primo e secondo grado (seppure
a pene molto blande, cioè il pagamento di un’ammenda di
550 Euro ed alla reclusione di cinque anni, poi ridotta a
due in sede di appello, con sospensione della pena), per
violazione del combinato disposto dell’art. 22 della Legge
10 maggio 2007 che sanziona penalmente l’incitamento
all’odio (i cc.dd. hate crimes, per utilizzare la terminolo-
gia oggi in voga) e sancisce il divieto di discriminazione, e
dell’art. 444 del codice penale.
Questi aveva infatti ripetutamente diffuso su internet
i suoi proclami in cui incitava i mussulmani a colpire di-
versi dirigenti politici e ministri belgi, oltre a teorizzare
l’insurrezione armata, e la sottomissione violenta degli
infedeli (4).
Condanne quelle di merito, che venivano confermate
anche dalla Corte di cassazione, in quanto le condotte
sanzionate dal reato di istigazione pubblica alla discri-
minazione, alla violenza e all’odio emergevano in manie-
ra incontrovertibile dalla semplice descrizione dei fatti,
avendo abusato l’imputato delle libertà tutelate dalla
Costituzione belga, proprio per sovvertire l’ordinamento
democratico.
Il Belkacem proponeva dunque gravame innanzi alla
Corte di Strasburgo asserendo che fosse stato violato il
suo diritto all’esercizio della libertà di espressione tute-
lato dall’art. 10 della C.E.D.U., avendo egli meramente
espresso le proprie convinzioni personali, sostenendo al-
tresì che le sue attività non potevano costituire una mi-
naccia per l’ordine pubblico e la sicurezza.
Dopo un breve excursus giurisprudenziale in merito a
fattispecie del tutto analoghe, così come un esame della
vigente normativa interna e sovranazionale (5), la Corte
rigettava il ricorso affermando che le condotte poste in
essere dal Belkacem non potevano trovare tutela alcuna
da parte dell’art. 10 della C.E.D.U. in quanto tali compor-
tamenti “erano manifestamente contrari ai valori della
Convenzione”.
La stessa Corte evidenziava come l’art. 17 della C.E.D.U.
vieti l’abuso del diritto (6), e cioè l’utilizzo da parte di
chiunque (entità statuale, gruppo o singolo cittadino),
delle garanzie accordate proprio dalla Convenzione, per
sovvertire tali arra di libertà, come invece aveva fatto il
ricorrente.
La Corte proseguiva affermando che, alla luce della
norma richiamata, le dichiarazioni ed i filmati (7) tra-
smessi sul canale Youtube del ricorrente, proprio perché
costituivano “un attacco generalizzato e veemente nei

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