L’interpretazione di Ulpiano alla clausola del senatoconsulto contenuta in D. 5.3.20.6b.

AutoreYuri González Roldán
Pagine107-163

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@1. Il § 6b del senatoconsulto e l’interpretazione d’Ulpiano in D. 5.3.20.17: prezzo o cessione delle azioni

Nella parte del nostro senatoconsulto, riportata in D. 5.3.20.6b, si fa riferimento alla responsabilità dei venditori delle cose ereditarie in questo modo:

Item placere, a quibus hereditas petita fuisset, si adversus eos iudicatum esset, pretia, quae ad eos rerum ex hereditate venditarum pervenisset, etsi eae ante petitam hereditatem deperissent deminutaeve fuissent, restituere debere 1 .

La risoluzione dei patres era nel senso che i convenuti, contro i quali si fosse pronunciata una sentenza sfavorevole, dovevano restituire i pretia ottenuti dalla vendita delle cose eredita-Page 108rie, anche nel caso in cui queste, prima della richiesta dell’eredità, fossero andate perse o avessero cessato di far parte della stessa.

Ulpiano, sempre nel libro quindicesimo ad edictum, spiega il contenuto del § 6b del senatoconsulto2: egli comincia ripetendone il testo ed aggiungendo, in sede di commento, la possibilità della trasmissione delle azioni relative al prezzo (D. 5.3.20.17); analizza, poi, alcuni problemi nel caso in cui lo stesso non sia pervenuto al possessore (D. 5.3.20. 18-20) ed in ordine ai concetti di deperire e deminuere (D. 5.3.20.21). A questo punto i compilatori interrompono il discorso ulpianeo, inserendovi un passo di Gaio, libro sexto ad edictum provinciale in D. 5.3.213, diretto a sua volta a spiegare il significato da attribuire a tali termini, ed uno di Paolo, libro vicensimo ad edictum in D. 5.3.224, in cui si considera un’ipotesi di rapporto tra prezzo, cosa ed arricchimento. Viene in seguito ripreso il commento di Ulpiano nel fr. 23, il cui pr. tratta dell’ambiguità del concetto di pervenire, mentre il §1 prende in esame la situazione dove l’arricchimento è superiore al prezzo ricevuto. Si ha poi una nuova interruzione compilatoria mediante un altro testo di Paolo, ibidem in D. 5.3.245, nel quale si fanno diversi esempi di elementi che non vanno compresi nella restituzione. Ritorna infine Ulpiano nel lungo fr. 25, di cui solo il pr. ed i §§ 1 e 17 toccano problematiche attinenti al § 6b del SC, essendo, invece, tutti gli altri dedicati all’interpretazione della parte del provvedimento riportata in D. 5.3.20.6c.

Nel primo dei passi appena indicati, D. 5.3.20.17, il giurista di Tiro afferma dunque:

Ait senatus: ‘placere, a quibus petita hereditas fuisset, si adversus eos iudicatum esset, pretia, quae ad eos rerum ex hereditate venditarum pervenissent, etsi ante petitam hereditatem deperissentPage 109 deminutaeve essent restituere debere’. bonae fidei possessor si vendiderit res hereditarias, sive exegit pretium, sive non, quia habet actionem, debebit pretium praestare: sed ubi habet actionem, sufficiet eum actiones praestare6.

Nel ripetere il contenuto della clausola del senatoconsulto sono apportati alcuni piccoli cambiamenti: invece di hereditas petita, si riporta petita hereditas; si toglie il termine eae e cambia il tempo del verbo: essent in luogo di fuissent. Ma si tratta di modifiche che possono spiegarsi, in quanto il giurista ha incorporato tale contenuto nel suo discorso. Passando dal plurale al singolare, si precisa poi nella seconda parte del testo che il possessore di buona fede (che è tale, perché si considera erede, come si afferma in D. 5.3.20.12: haec adversus bonae fidei possessores, nam ita senatus locutus est: ‘eos qui se heredes existimassent’), qualora abbia venduto le cose ereditarie, dovrà comunque dare all’attore il prezzo ricevuto, sia che l’abbia esatto sia che non l’abbia ancora fatto, e in questo caso basterà che gli ceda le azioni.

Come possiamo osservare, nell’ipotesi di mancato pagamento da parte del compratore (v.g., perché non era ancora scaduto il termine o perché si trovava in mora), Ulpiano afferma che la responsabilità del venditore consiste nella cessione all’attore delle azioni per conseguirlo, evitandogli così di dover pagare un prezzo non ancora ottenuto. A nostro modesto avviso, le ragioni, che hanno spinto Ulpiano a porre la cessione dell’azione in alternativa alla prestazione del prezzo, vanno ricercate nella clausola del senatoconsulto riprodotta in D. 5.3.20.6c, che limita la responsabilità del convenuto possessore di buona fede all’arricchimento:

…eos autem, qui iustas causas habuissent, quare bona ad se pertinere existimassent, usque eo dumtaxat, quo locupletiores ex ea re facti essent7.

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Chi pertanto avesse avuto una giusta causa per ritenere che i beni ereditari gli spettassero era chiamato a rispondere solo nei limiti in cui ex ea re locupletior factus erat. Conseguentemente, è vero che a chi ha venduto le cose ereditarie in buona fede non è ancora pervenuto il loro pretium, ma, siccome l’esercizio delle azioni per ottenerlo produrrebbe un profitto economico a suo vantaggio, la loro cessione impedisce quest’effetto e libera perciò il convenuto da ulteriori responsabilità.

La ‘surrogazione’ del prezzo all’eredità venduta e la possibilità che il possessore possa cedere le relative azioni sono soluzioni emerse nella giurisprudenza ben prima che fosse stato approvato il senatoconsulto, come possiamo vedere in Ulpiano, libro quinto decimo ad edictum in D. 5.3.18 pr., dove si dice:

Item videndum, si possessor hereditatis venditione per argentarium facta pecuniam apud eum perdiderit, an petitione hereditatis teneatur, quia nihil habet nec consequi potest. sed Labeo putat eum teneri, quia suo periculo male argentario credidit: sed Octavenus ait nihil eum praeter actiones praestaturum, ob has igitur actiones petitione hereditatis teneri. mihi autem in eo, qui mala fide possedit, Labeonis sententia placet: in altero vero, qui bona fide possessor est, Octaveni sententia sequenda esse videtur 8 .

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Questo testo, che abbiamo avuto occasione d’analizzare con riguardo a certi aspetti della vendita d’eredità9, nel punto qui rilevante pone in luce le due diverse posizioni di Labeone ed Ottaveno intorno alla misura della responsabilità del possessore dell’eredità, che l’ha venduta ed ha poi perso il prezzo pagato, lasciato in deposito presso il banchiere che aveva operato come intermediario nel negozio (item videndum-consequi potest). Il primo giurista sostiene la responsabilità in ogni caso del possessore (sed Labeo-credidit), mentre il secondo la circoscrive alla cessione delle azioni (sed Octavenus-teneri). In queste due differenti posizioni va sottolineata l’assenza di una qualsiasi distinzione tra possessore di buona o di mala fede, che rappresenta invece nell’opinione di Ulpiano il criterio determinante sul quale fondare la propria soluzione eclettica: egli accoglie infatti la proposta di Labeone per il possessore di mala fede e quella di Ottaveno per di chi invece aveva posseduto in buona fede (mihi autemsequenda esse videtur).

Sebbene Labeone creda che il possessore sia responsabile verso l’effettivo titolare dell’eredità, non possiamo affermare con certezza che, nel suo parere, tale responsabilità abbia ad oggetto la ‘surrogazione’ del prezzo all’eredità stessa, perché il riferimento indiretto di Ulpiano si limita a dire: Labeo putat eum teneri, senza specificare se alluda al prezzo o alla cosa medesima10; ma nel caso di Ottaveno è più chiara questa ‘surrogazione’, perché, se il possessore dell’eredità è costretto a trasmettere le azioni di cui dispone contro il banchiere, senza dubbio si ha riguardo al prezzo ricevuto dallo stesso e non alla cosa venduta.

Di Paola11 ritiene la soluzione labeoniana troppo vantaggiosa per l’erede, dal momento che il possessore in buona fede, il quale aveva creduto di affrontare un rischio in ordine a cose che pensava gli appartenessero, era considerato comunque responsabile. SePage 112 invece il possessore è di mala fede, sarebbe stata la soluzione di Ottaveno a presentarsi troppo vantaggiosa per lui, perché questi non solo sapeva che si trattava di cosa non sua, ma per giunta veniva esentato dal risponderne con la semplice cessione delle azioni; perciò la proposta avanzata da Ulpiano riesce a risolvere in modo più equo la responsabilità del possessore in base al criterio buona/mala fede, da lui preso in considerazione.

Il testo appena visto è una prova che già prima del nostro senatoconsulto esistevano vestigia della ‘surrogazione’ del prezzo all’eredità e che la perdita di questo depositato presso il banchiere non era un ostacolo alla sua applicazione, perché chi aveva venduto l’eredità disponeva ancora delle azioni per chiedere la restituzione dello stesso al banchiere.

In conclusione, nella visione di Ulpiano la perdita del prezzo non causa arricchimento, perché non è pervenuto al possessore di buona fede secondo quanto enunciato in D. 5.3.23 pr. (passo che vedremo nel prossimo paragrafo); se, invece, tale perdita è stata determinata da un terzo, nella fattispecie di D. 5.3.18 pr. un banchiere, siccome il possessore può agire contro di lui ed ottenere perciò un arricchimento, deve conseguentemente trasmettere le azioni all’attore.

La ‘surrogazione’ del prezzo all’eredità può trovarsi anche in giuristi contemporanei al senatoconsulto, come Celso, il quale è citato da Ulpiano nello stesso libro quindicesimo ad edictum in D. 5.3.18.1:

Si quis, cum peteretur ab eo hereditas, neque rei neque iuris velut possessor erat, verum postea aliquid adeptus est, an petitione hereditatis videatur teneri? et Celsus libro quarto digestorum recte scribit hunc condemnandum, licet initio nihil possedit 12 .

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Se il convenuto, contro il quale si esercitava la petizione di eredità, non era possessore né di una cosa né di un diritto al momento in cui tale azione era intentata, si doveva considerare tenuto in base ad essa, qualora dopo questo momento avesse ottenuto qualcosa? (si quis-teneri?). Celso, il cui parere viene accolto da Ulpiano (recte scribit), nel quarto libro dei suoi Digesti13 aveva scritto che il possessore in questo caso doveva essere ugualmente...

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