La tutela della donna nelle relazioni di coppia: tra femminicidio e violenza di genere

Autore:Federica Mariucci
Pagine:7-11
 
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945
Rivista penale 11/2016
Dottrina
LA TUTELA DELLA DONNA
NELLE RELAZIONI DI COPPIA:
TRA FEMMINICIDIO
E VIOLENZA DI GENERE
di Federica Mariucci
I plurimi e recenti fatti di cronaca giudiziaria hanno
messo in evidenza il diffondersi di episodi di violenza, nei
confronti delle donne, per opera di partner o ex partner.
Fatti tragici, sintomatici di un fenomeno criminoso al-
quanto ampio e variegato nelle relazioni di coppia.
Tanto più il nostro ordinamento giuridico ha provvedu-
to, negli anni, ad emancipare la figura femminile all’inter-
no del rapporto coniugale, sancendo una parità di diritti e
doveri in capo ad entrambi i coniugi, quanto più la società
sembra ripristinare quella subalternità della donna rispet-
to all’uomo, tipica di un’ideologia di matrice patriarcale.
Negli ultimi anni, gli sforzi del legislatore si sono per-
tanto concentrati sulla tutela della donna quale soggetto
debole del rapporto di coppia, al fine di prevenire e repri-
mere condotte penalmente illecite.
Ne è conseguita l’emersione, nel linguaggio comune,
dell’espressione “femminicidio” quale forma di violenza
esercitata, sistematicamente, dall’uomo sulla donna allo
scopo di annientarne l’identità attraverso l’assoggetta-
mento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.
Tra l’altro, occorre evidenziare come la nozione di fem-
minicidio sia tale da ricomprendere un insieme più am-
pio di condotte rispetto a quelle qualificabili in termini
di uxoricidio (composto dal latino uxor “moglie” e da un
derivato di càedere “uccidere”); espressione, quest’ultima,
inizialmente riferibile alla sola uccisione della moglie e
poi estesa anche al marito, cioè all’uccisione del coniuge
in generale.
Deve osservarsi, infatti, che mentre la fattispecie di
uxoricidio risulta circoscritta al solo contesto familiare,
per converso quella di femminicidio attiene alla prote-
zione della donna quale vittima di violenze nell’ambito di
relazioni affettive che possono anche prescindere dalla
ricorrenza di un vincolo familiare in senso stretto.
In realtà tale terminologia, pur avendo acquisito una diffu-
sione mediatica, risulta pressoché estranea alle fonti europee
ed internazionali, atteso che, le stesse, preferiscono ricorrere
alla diversa espressione “violenza di genere” nel qualificare le
pratiche violente perpetrate ai danni delle donne.
Del resto, la fattispecie delittuosa dell’omicidio non è
in realtà sufficiente ad esaurire la casistica rinvenibile in
materia, attesa l’eterogeneità delle condotte penalmente
rilevanti, di volta in volta rinvenibili (maltrattamenti, vio-
lenze sessuali, percosse, lesioni e atti persecutori).
In particolare, da una disamina degli episodi denun-
ciati, si evince come spesso la violenza fisica sia la conse-
guenza di un’originaria violenza psicologica, denigratoria
dell’autostima della donna.
I plurimi risvolti della violenza di genere sono, del re-
sto, ben evidenziati dalla Dichiarazione sull’eliminazione
della violenza contro le donne, adottata dall’Assemblea
generale dell’ONU con la risoluzione n. 48/104 del 20 di-
cembre 1993, nella quale si è provveduto a fornire, per la
prima volta, una definizione di “violenza contro le donne”:
“…ogni atto di violenza fondata sul genere che abbia come
risultato, o che possa probabilmente avere come risultato,
un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica
per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione
o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella
vita pubblica o privata”.
Nel panorama variegato della violenza di genere, esi-
ste, dunque, uno stretto e significativo legame tra discri-
minazione e violenza contro le donne, e la ricorrenza di
tale legame è, oramai, assodata.
Purtroppo sono diversi i fattori che contribuiscono ad
ingenerare un clima di omertà tra le vittime di violenze.
L’isolamento sociale, la carenza di supporti, la man-
canza di autostima e altre importanti variabili quali l’as-
senza di un lavoro e di autonomia economica, il problema
abitativo, la presenza di figli, costituiscono, senza dubbio,
degli ostacoli alla libertà di agire della donna. (1)
Per converso, un’autonomia economica, una buona
autostima, la presenza di una rete sociale e parentale di
appoggio, possono costituire dei fattori incentivanti, an-
che se comunque non sempre sufficienti, per consentire
l’uscita da un rapporto di coppia malato. (2)
Purtroppo anche quando la donna riesce a separarsi o
a prendere le distanze dal suo carnefice, non è detto che
riesca sempre ad affrancarsene. Questi, patologicamente
dipendente, può non essere disposto ad accettare la fine
del rapporto. L’atteggiamento di negazione si manifesta,
il più delle volte, attraverso atti persecutori dai risvolti
alquanto tragici. (3)

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