Rivolte arabe, transizione democratica e partiti religiosi

Autore:Andò S.
Pagine:1529-1560
 
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Salvo Andò
RIVOLTE ARABE, TRANSIZIONE DEMOCRATICA
E PARTITI RELIGIOSI
Sommario: I. Premessa. - II. La “primavera araba” è una rivoluzione sui gener is. - III. I partiti religiosi di
fronte ai progetti di cambiamento sociale ed ist ituzionale. - IV. I fratelli musulmani e il loro peso nella
politica egiziana. - V. Riformismo islamico di massa. - VI. L’eterna disputa tra l’Islam liberale e l’Islam
“militante” sul rapporto con la modernità. - VII. Verso una “Riforma” della religione islamica? - VIII. Jihad:
il problema esiste, ma va ridimensionato. - IX. Islam liberale e Shari’a. - X. Dignità umana e costitu-
zionalizzazione della Shari’a. - XI. Stato nazionale e Ummah: un’antinomia che non ostacola la democrazia.
- XII. Fonti sciaraitiche e Stato di diritto: una falsa alternativa. - XIII. La torsione della Shari’a ed il diritto
islamico dell’emergenza. - XIV. Come l’Islam può elaborare principi liberaldemocratici. - XV. Prospettive
costituzionali delle “primavere arabe”. - XVI. Conclusione.
I. Premessa
È presto per fare un bilancio sulla cosiddetta “Primavera Araba”. La stagione di
cambiamenti epocali iniziata nel gennaio 2011 non s’è ancora conclusa. Possiamo, pe-
rò, identificare alcune tendenze fondamentali.
Vi sono paesi, come la Tunisia e l’Egitto, quelli nei quali le prime rivolte hanno
avuto luogo, dove sembra già avviata la transizione verso la democrazia e si vanno pro-
filando assetti di governo basati su larghe intese politiche, anche con il coinvolgimento
dei partiti religiosi. In questi paesi, dopo le elezioni politiche, dovrebbe avviarsi un
processo costituente (in Egitto peraltro già anticipato dal referendum del marzo 2011,
attraverso il quale si sono approvate alcune modifiche alla Costituzione vigente), dal
quale dovrebbero scaturire Costituzioni che garantiscano in modo inequivocabile il
pluralismo politico e culturale, finora ritenuto incompatibile con l’esigenza di dover
proteggere la democrazia di fronte alla minaccia del fondamentalismo islamico .
Più complessa pare essere la situazione in Libia, perché con la morte di Gheddafi
dovrebbe concludersi la guerra civile, ma non è dato prevedere quando si potrà rag-
giungere un accordo tra le diverse etnie necessario per creare un vero Stato nazionale.
Il ritorno alla normalità, insomma, in questo paese sarà lungo e faticoso, e dovrà neces-
sariamente essere” assistito” dalla comunità internazionale1.
1 Cè da augurarsi che si possano formare, finita la guerra civile, dei veri partiti nazionali, c apaci di
avviare un processo di pacificazione nazionale. Non si tratta di unopera facile, perché, durante il regime di
Gheddafi che considerava il paese un suo p ossedimento, non è emersa una sfera pubblica entro la quale si
potesse sviluppare la discussione politica; la stessa comunità dei fedeli non ha espresso movimenti religiosi
in grado,oggi,di promuovere unopera di politicizzazione della società libica. Il colonnello tollerava soltanto
le organizzazioni rappresentative delle tribù,che facevano capo ad un comitato di coordinamento controllato
dal regime, ed i comitati rivoluzionari. Si tratta di una realtà che, c ome osserva F. Rizzi (Mediterraneo in
rivolta, Castevecchi editore, Roma 2011, 77 ss) assomiglia dal punto di vista delle istituzioni a quella dei
paesi del Golfo. I partiti,quindi,che sono tutti da organizzare ex novo, dovranno garantire ,attraverso una
transizione ben ordinata, lunità del pa ese,magari riconoscendo forme significative di autonomia politica
alle realtà territoriali,e costruire uno Stato costituzionale, dove si affermi una identità nazionale distinta da
quella islamica. Il fatto che lex Presidente del Consiglio nazionale di transizione (CNT), Mustafa A. Jalil,
poco prima di concludere il suo mandato, si sia pronunciato a favore della Sharia (intervista al Corriere
della Sera del 25 ottobre 2011) non significa che l a Libia voglia realizzare uno Stato islamico. Jalil ha spie-
gato che il riferimento fatto alla Sharia, ma solo che alcune leggi, soprattutto in materia di diritto di fami-
glia e di libertà economica, vanno adeguate ai principi fondamentali della Sharia, nel senso che ogni Co-
stituzione si basa su un sistema di valori c he parte dallalto verso il basso. La Sharia, quindi, in
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Per comprendere, quindi, quali nuovi assetti potranno realizzarsi nei paesi teatro
delle rivolte della “primavera araba”, ove si è avuto il crollo dei vecchi regimi, pare uti-
le concentrare l’attenzione su quanto sta accadendo in Tunisia e in Egitto, sia perché in
questi paesi il ritorno alla normalità pare più facile da realizzare, sia perché in essi le tradi-
zioni politiche, il livello culturale delle classi dirigenti, le riforme sociali che sono state rea-
lizzate nel corso degli anni, rendono obiettivamente più agevole l’affermazione del rule of
law, fondato sul rispetto degli standard internazionali di protezione dei diritti umani.
II. La “primavera araba” è una rivoluzione
Tunisia ed Egitto sono paesi che da decenni si sono aperti all’Occidente, hanno
accettato le regole del libero mercato, hanno contrastato l’ingerenza religiosa nella vita
politica e sociale, anche attraverso misure drastiche, volte a contenere la minaccia fon-
damentalista, e in anni recenti hanno collaborato con i paesi europei per porre sotto
controllo l’immigrazione clandestina.
Di particolare interesse, poi, è l’evoluzione della situazione in Egitto perché tratta-
si di un paese che ha un ruolo di leadership nella regione e le cui vicende politiche cer-
tamente avranno riflessi in una vasta area. Qui, le vicende della “primavera araba” hanno
prodotto una discussione pubblica molto vivace, alimentata anche da personalità che i vec-
chi regimi avevano costretto all’esilio e che sono rientrati con l’intenzione di partecipare
alla vita politica e di dare un importante contributo alla riorganizzazione del sistema politi-
co, anche attraverso l’approvazione di una Costituzione che consenta di cancellare tutti
quegli elementi di autoritarismo che caratterizzavano le precedenti Costituzioni. Nelle ri-
volte cominciate nella piazza Tahrir del Cairo non c’erano in prima fila soltanto i giovani,
ma uomini e donne di una classe media diventata sempre più insofferente verso una gestio-
ne del potere che ha scoraggiato la partecipazione politica, ha imposto al paese, da
tempo alle prese con serie difficoltà economiche, il prezzo di una diffusa corruzione a
tutti i livelli degli apparati pubblici, ha concentrato in poche mani il potere economico.
La realtà economica e sociale dei due paesi nordafricani, che nell’immaginario
degli occidentali si caratterizzava per una costante crescita economica, stando ai dati
che emergevano dal Pil, in verità registrava ingiustizie eclatanti nella distribuzione del-
la ricchezza, che in più occasioni avevano dato luogo a sollevazioni di piazza brutal-
mente represse dai regimi. A tali fatti i governi occidentali avevano prestato poca at-
tenzione in passato. Da ciò la sorpresa manifestata, dall’opinione pubblica europea di
fronte alle rivoluzioni della “primavera araba”. Non si è prestata, in Occidente, suffi-
ciente attenzione al fatto che la costruzione del modello di sviluppo postcoloniale, av-
venuta sotto il segno della continuità nelle relazioni tra i nuovi regimi politici ed i pote-
ri forti protetti dagli stati coloniali una volta conclusasi l’esperienza del panarabismo
filosocialista di Nasser , aveva lasciato irrisolti i tradizionali problemi dello sviluppo
negato. La situazione sociale egiziana, soprattutto, continuava a registrare larghissime
sacche di povertà, particolarmente nelle periferie del Cairo e nelle zone interne del pae-
se, nonostante la politica del libero mercato intrapresa da Sadat e proseguita da Muba-
rak, spintasi fino alla costituzionalizzazione del “liberismo economico”, con l’inten-
zione di attrarre capitali stranieri nel paese2.
questottica, dovrebbe avere lo stesso valore che i diritti fondamentali hanno per le Costituzioni occidenta-
li; in ogni caso, la Costituzione dovrà essere approvata da un referendum nazionale.Ma prima ancora di
capire in che direzione va la Libia, con riferimento al rapporto tra religione e politica, bisogna capire se le
tribù accetteranno uno Stato unitario, guidato da un leader riconosciuto da tutti. Cfr.: G. JOFFE, Libya: Past
and Futur e?, Aljazeera.net, 24 febbraio 2011.
2 Cfr. AA.VV., Privatization in Egypt, a cura della United States Agency for International Development, in
Quarter ly Review, April-June 2002.
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Certo, non sono poche le differenze storiche tra i due paesi, in particolare per quel
che riguarda il periodo post-coloniale. La politica estera egiziana, a partire da Sadat, è
stata sempre molto aperta nei confronti dell’Occidente e attestata sulla linea del dialogo
con Israele. Una linea questa che Mubarak ha portato avanti, anche a costo di isolarsi
nel contesto della nazione araba, sottoscrivendo un trattato di pace con Israele, che ha
indotto i paesi arabi ad escludere l’Egitto dalla Lega Araba per più di un decennio. La
Tunisia, invece, è stata molto più organica al mondo arabo e alle istituzioni che tende-
vano a dare ad esso una rappresentazione unitaria.
La storia postcoloniale tunisina, inoltre, si caratterizza per una forte continuità. I
valori posti a base del nuovo Stato indipendente dal “piccolo padre” Bourghiba hanno
costituito il retroterra culturale a cui ha fatto riferimento Ben Alì, che di Bourghiba fu
stretto collaboratore3.
Una forte discontinuità caratterizza, invece, la storia della Repubblica egiziana sin
dai tempi della rivolta dei Liberi Ufficiali guidati da Nasser4. Egli organizzò politica-
mente le masse, diffondendo tra di loro la parola d’ordine del panarabismo per creare
una potenza araba non più assoggettata al dominio dell’Occidente ed un modello eco-
nomico di tipo socialista, che rifiutava la cultura del libero mercato. La costruzione del
nuovo Stato egiziano si fondava su un rapporto molto stretto tra nazionalismo e sociali-
smo. Si trattava di un nazionalismo socialisteggiante destinato in quegli anni ad essere
assunto come punto di riferimento dei nuovi stati arabi, fatto proprio dal Partito Baath e
dai partiti che di esso mutuavano il modello organizzativo. Le fasi successive hanno
conosciuto sensibili ribaltamenti di questa prospettiva, prima in chiave economica, poi
in chiave anche politica e geopolitica.
Le analogie che si riscontrano tra le due rivoluzioni, quella egiziana e quella tuni-
sina, comunque, non poggiano tanto su connotati ideologici e su precisi obbiettivi poli-
tici, ma su un protagonismo delle masse sconosciuto, almeno nelle forme in cui esso si
è manifestato, e soprattutto sulla mobilitazione di moltissimi giovani che, in società in
cui il peso degli anziani ha costituito un vero e proprio presidio della tradizione, si sono
messi alla testa delle proteste utilizzando le tecnologie informatiche per comunicare tra
di loro, per trasmettere in diretta le immagini di quanto andava succedendo, per fare
espandere la rivolta dando ad essa contenuti che sono stati facilmente compresi dalla
gente e che innovavano radicalmente il linguaggio della politica.
Le parole d’ordine che si levavano dalle piazze in rivolta erano assai diverse da
quelle che avevano caratterizzato le rivendicazioni sindacali, anche molto dure, del
passato5 o le manifestazioni contro i brogli elettorali verificatisi in tempi recenti. Non
si protestava, stavolta, solo per la mancanza di pane e di lavoro, ma per l’immobilismo
della società, per l’incapacità dei regimi di stabilire un diverso approccio con la mo-
dernità, in una fase della politica internazionale in cui sono messi in discussione i vec-
chi equilibri geopolitici ed i paesi in via di sviluppo sembrano destinati a subire una
condizione di ulteriore marginalizzazione, considerato che la globalizzazione dei mer-
cati non si estende ai diritti.
Ciò che accomuna i due paesi nordafricani, con riferimento ai fatti della “primave-
ra araba”, è costituito dalla spontaneità della rivolta, dai mezzi usati da chi l’ha pro-
mossa per procurarsi un consenso di massa, dal coinvolgimento non solo del mondo
laico e liberale, ma anche di settori importanti del mondo religioso, e in alcuni casi per-
sino dai fondamentalisti, dalla diffusa consapevolezza che la rivolta avveniva “nel-
l’Islam” e “per l’Islam” e che,al tempo stesso, essa esprimeva una volontà di ape rtura
3 V. GESSER e M. CAMAU, Syndrome autoritaire.Politique en Tunisie de Bourghiba à Ben Alì, Parigi , 2003.
4 G. NASSER, The Philosophy of Revolution, Il Cairo ,1954.
5 Sugli scioperi dei minatori e dei tessili, cfr F. RIZZI, Mediterraneo in rivolta, cit., p. 60.

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