Ordinamento sportivo e diritti fondamentali: Verso un “giusto processo sportivo”

AutoreGiuseppe Marino
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@1. Ancora sulla giustizia sportiva nello stato costituzionale

Se storicamente ai fini della nascita e dell’affermazione dell’organizzazione statuale è apparsa essenziale la rivendicazione del monopolio dell’uso legale della forza, altrettanto non può dirsi per il monopolio del diritto, mai compiutamente realizzato dalla dinamica statuale, neanche quando questa abbia assunto i caratteri del regime assolutistico e rigidamente accentratore.

La negazione dello Stato come unico centro del sistema giuridico si fonda sulla natura intrinsecamente associativa del diritto, alla cui formazione non è preclusa la partecipazione di soggetti e fenomeni extrastatali. Ciò ha portato il moderno Stato costituzionale, fondato sulla democrazia pluralista e decentrata, a riconoscere e garantire ordinamenti giuridici diversi da quello statuale.

Con particolare riferimento alla più recente esperienza, è noto il crescente rilievo assunto da ordinamenti non statali, a livello regionale e comunitario. Tutto ciò, se da un lato contribuisce a mettere in crisi il tradizionale concetto di sovranità (della quale si invoca ormai l’irrimediabile frantumazione), dall’altro ha favorito l’abbandono di posizioni rigidamente dogmatiche.

Né si può tacere della recente esplicitazione a livello costituzionale del principio di sussidiarietà orizzontale, la cui effettiva portata, pur dipendendo in larga misura dalla concreta volontà politica di darvi attuazione, è comunque tale da determinare una sostanziale rimodulazione del complessivo assetto ordinamentale, andando ad incidere sul bilanciamento fra i poli dell’autorità e della libertà, fra pubblico e privato.

Pertanto, sebbene lo Stato accentri in sé l’organizzazione della giustizia mediante la predisposizione di un sistema di tribunali permanenti, non può disconoscersi l’esistenza di uno spazio sociale nell’ambito del quale – non essendo coinvolto un interesse primario dello Stato – possa aversi un’esplicazione dell’autonomia dei privati nella risoluzione dei conflitti di interessi. In questo spazio di autonomia – aperto anche ai singoli: si pensi ai mezzi di autocomposizione e di eterocomposizione delle controversie, di cui espressioni tipiche sono, rispettivamente, la transazione e l’arbitrato – si collocano i meccanismi extrastatali di soluzione delle vertenze predispo-Page 156sti da quell’ordinamento giuridico particolare dotato di proprie regole istituzionali ed organizzative che è l’ordinamento sportivo.

Una visione più laica dei rapporti fra ordinamento statale e ordinamenti non statali può significativamente contribuire a ridurre le ipotesi di conflitto fra ordinamenti e a spostare l’attenzione dal piano delle astratte ricostruzioni dottrinarie a quello della effettiva tutela delle situazioni sostanziali in cui sono coinvolti interessi giuridicamente rilevanti.

Sulla base di tali premesse, rinunciando a ripercorrere le diverse tappe che hanno segnato il progressivo riconoscimento dell’ordinamento sportivo, in questa sede si cercherà di osservare, con risultati che già in partenza si annunciano inevitabilmente parziali e non esaustivi, quale incidenza sui diritti fondamentali dei soggetti che vi fanno parte possano avere gli strumenti predisposti dall’ordinamento sportivo per la realizzazione dei propri interessi istituzionali, con particolare attenzione per le soluzioni approntate da quest’ultimo per le ipotesi in cui le norme sportive vengano violate o disapplicate.

@2. Difesa dal processo sportivo e nel processo sportivo

Come è noto, le direzioni verso cui la dottrina ha orientato i suoi maggiori contributi in materia di giustizia sportiva riguardano tradizionalmente il c.d. vincolo di giustizia sportiva, nella dimensione della concorrenza tra giustizia sportiva e giustizia sta- tale e, in termini più generali, dei rapporti tra ordinamento sportivo e ordinamento generale dello Stato. Nella complicata ricostruzione dei rispettivi ambiti di competenza e nella ricerca di soluzioni alle frequenti ipotesi di conflitto tra le due giurisdizioni, tuttavia, forse troppo a lungo ci si è dimenticati di tutto ciò che non avesse una specifica attinenza all’argomento.

La legge 280 del 2003, pur chiamata a risolvere le problematiche da ultimo richia- mate, in realtà sembra far perdere alla questione del vincolo sportivo questa posizione di assoluta centralità nel panorama dottrinario e giurisprudenziale, per un duplice ordine di motivi: da un lato, il legislatore, codificando i criteri di ripartizione delle competenze, ha ridimensionato le zone grigie fra giurisdizione statale e giurisdizione sportiva, prosciugando così le stesse fonti del classico dibattito attorno alla giustizia sportiva; dall’altro, il tentativo di razionalizzazione del sistema suscita più di qualche perplessità1, laddove il riparto delle competenze per materie risulta ormai inidoneo a far fronte ad una realtà in cui i rilevanti interessi economici coinvolti nello svolgimento delle attività sportive professionistiche ricollegano alle decisioni tecnico-disciplinari adottate dalla giustizia sportiva una concreta incidenza su posizioni giuridiche soggettive estranee al mondo sportivo, le quali, sulla base della ripartizione effettuata dal legislatore, si trovano ad essere sottratte all’ordinaria tutela giurisdizionale.

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Ne risulta rafforzata l’esigenza di garantire anche all’interno del processo sportivo adeguate forme di tutela per le situazioni giuridicamente rilevanti coinvolte. L’esigenza di un ottimale soddisfacimento degli interessi facenti capo ai soggetti dell’ordinamento sportivo non si riduce (e non può ridursi) esclusivamente alla tortuosa ricerca di scappatoie e di passerelle per transitare dalla giustizia sportiva alla giustizia statale, con l’effetto di allargare ad libitum le maglie della giustizia sportiva qualora si ritenga che il procedimento innanzi agli organismi sportivi non abbia garantito a pieno, nel merito o nel metodo, le proprie istanze.

Nell’ambito di un processo in cui ad una più consapevole affermazione di autonomia non può non corrispondere una più netta e coerente assunzione di responsabilità, la realizzazione delle aspettative emergenti dall’ordinamento sportivo deve passare anche, e soprattutto, attraverso una più compiuta strutturazione del proprio apparato normativo ed organizzativo, realizzando, in particolare, una tendenziale autosufficienza dei meccanismi di tutela di quelle situazioni che nell’ordinamento sportivo trovano la loro origine ed il loro naturale ambito di svolgimento.

Il carattere derivato dell’ordinamento sportivo, peraltro sprovvisto di una diretta copertura costituzionale; il fatto che i soggetti dell’ordinamento sportivo siano titolari nei confronti del suo ente esponenziale, il CONI, delle stesse situazioni (diritti soggettivi o interessi legittimi) che ogni cittadino è suscettibile di assumere di fronte alla pubblica amministrazione2; la crescente difficoltà a riconoscere alle controversie tecnico-disciplinari una rilevanza meramente interna; una nuova ricostruzione dei rapporti fra ordinamento statale ed ordinamento sportivo, non più in chiave di separazione, ma di integrazione, in virtù della quale è nella collaborazione, nella dinamica e nell’armonia che va ricercato l’equilibrio dei rapporti tra gli ordinamenti3; sono tutte ragioni sufficienti per confermare ed avvalorare l’esigenza che l’autonomia sportiva, al pari della comune autonomia privata, rispetti i limiti espressi dai principi di ordine pubblico costituzionale4.

Non essendo possibile immaginare corpi separati ed estranei rispetto al tessuto ordinamentale tracciato dalla Costituzione, impermeabili alla forza espansiva dei suoi principi supremi, resta da vedere se ed in che misura l’ordinamento sportivo predisponga, pur nell’esercizio della propria autonomia normativa, strumenti e soluzioni compatibili con il dettato costituzionale: anche in questo caso, le risposte concrete ai problemi di coordinamento fra ordinamenti dipendono da una corretta applicazione del principio di sussidiarietà, assurto a fondamentale criterio di regolamentazione dei rapporti fra autorità statale e le autonomie politiche e sociali5.

Solo costruendo l’ordinamento sportivo nel rispetto ed in armonia con i prioritari principi di rilievo costituzionale, in particolare strutturando il processo sportivo nel modo più rispondente possibile alle garanzie del “giusto processo”, il vincolo sportivoPage 158cessa di presentarsi come una vasta area di esenzione dall’applicazione del diritto comune: proprio l’obbligatorietà del ricorso alla giustizia domestica per i soggetti dell’ordinamento sportivo rende quanto mai auspicabile l’adozione, in questa sede, di procedure idonee a tutelarne gli interessi giuridicamente fondati.

L’esaltazione dei rimedi interni all’ordinamento sportivo, con gli strumenti ed i limiti che gli sono propri, potrebbe contribuire significativamente alla riduzione delle ipotesi di conflitto tra i due ordinamenti, svolgendo un’importante funzione deflativa nei confronti della sovraccarica giurisdizione statale, il ricorso alla quale diverrebbe residuale, se non addirittura meramente ipotetico.

Il fatto che, nonostante l’affermata autonomia dell’ordinamento sportivo e del suo apparato giurisdizionale ex l. 280/2003, si continui ad assistere ad una significativa ingerenza della giurisdizione statale in campo sportivo non deve indurre a sminuire il ruolo della giustizia sportiva, riconoscendo ai suoi strumenti natura meramente cede- vole e provvisoria, ma deve indurre, al contrario, ad una più consapevole strutturazione della stessa attorno ai fondamentali principi ordinamentali.

Ciò, come è ovvio, richiede che il sistema della giustizia sportiva, nel suo complesso, passi per un processo di legittimazione, acquistando credibilità agli occhi della pubblica opinione sportiva e raccogliendo quel consenso e quel riconoscimento da parte degli operatori dello sport che fino ad ora non ha avuto forse...

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