Giustizia sportiva e riparto di competenze con la giustizia statale

AutoreAlessandro Giaconia
Pagine141-154

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@1. I presupposti dell’esistenza del sistema di giustizia sportiva: La pluralità degli ordinamenti e l’ordinamento sportivo come “ordinamento giuridico settoriale” (CENNI)

L’ordinamento sportivo è comunemente qualificato come “ordinamento giuridico settoriale”, espressione che trova il proprio presupposto teorico nella c.d. “teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici” (elaborata da Santi Romano ed ulteriormente sviluppata da altri autorevoli esponenti della dottrina, in primis da Widar Cesarini Sforza1) e con cui vengono identificati quei fenomeni associativi, dotati di specifiche caratteristiche – quali la plurisoggettività, l’organizzazione e una normazione propria2 – che portano a qualificarli come dei “microcosmi”, all’interno del “macrocosmo” costituito dall’ordinamento giuridico statale, ciascuno dei quali persegue fini non generali, ma particolari, comuni ai soggetti che di essi fanno parte.

Un altro aspetto peculiare degli ordinamenti giuridici settoriali – e quindi anche dell’ordinamento sportivo – consiste nel voler affermare la propria autonomia nei confronti dell’ordinamento giuridico generale, attraverso l’esercizio di un potere di autodeterminazione che si esplica in forme di autonomia organizzativa, normativa ed anche giurisdizionale, al fine di regolare i rapporti tra i soggetti facenti parte di quel particolare gruppo sociale.

E la giustizia sportiva altro non è che una delle espressioni della spinta autonomistica del fenomeno sportivo nei confronti della supremazia statale. Tale autonomia, infatti, si manifesta nella predisposizione, ad un primo livello, di un impianto normativo-regolamentare interno (costituito da fonti statutarie e regolamentari) e, ad un secondo livello, di un sistema di giustizia interna (appunto, la giustizia sportiva), costi-Page 142tuito dal complesso degli organi giudicanti previsti dagli statuti e dai regolamenti federali per dirimere le controversie che insorgono tra i soggetti dell’ordinamento sportivo.

Tale sistema giurisdizionale interno, a volte, può interferire con la giustizia statale: ciò avviene laddove si controverta su questioni che non hanno mera rilevanza interna, ma incidano su situazioni rilevanti anche per l’ordinamento giuridico generale.

Ed il punto intorno al quale si concentra l’intera problematica dei rapporti tra giustizia sportiva e giustizia statale è proprio quello relativo alla determinazione di quali questioni abbiano una rilevanza meramente settoriale, e siano quindi di competenza dei giudici sportivi, e quali, invece, abbiano anche un rilievo esterno all’ordinamento sportivo, incidendo su posizioni rilevanti per l’ordinamento generale, che, come tali, siano di competenza dei giudici statali.

@2. Vincolo di giustizia e clausole compromissorie

Il sistema di giustizia sportiva trova il proprio fondamento nel c.d. “vincolo di giustizia sportiva”, che è l’istituto, previsto nei regolamenti e negli statuti delle varie Federazioni sportive, in base al quale le società affiliate ed i soggetti tesserati si impegnano ad adire, per la risoluzione di qualsiasi controversia attinente all’attività sportiva, soltanto gli organi federali di giustizia interna specificamente predisposti, escludendo così l’Autorità Giudiziaria statale3, dinanzi alla quale potranno ricorrere solo dopo aver ottenuto una specifica autorizzazione dalla Federazione di appartenenza, pena l’irrogazione, in caso di violazione di tale precetto, di sanzioni disciplinari, che vanno dalla penalizzazione in classifica (per le società) e dall’inibizione (per i soggetti tesserati) fino all’espulsione dalla Federazione stessa (“revoca dell’affiliazione” per le società e le associazioni e “radiazione” per le persone fisiche).

L’istituto del vincolo di giustizia sportiva è giustificato da due ragioni di opportunità, che sono, da un lato, la necessità di rimettere le questioni nascenti in ambito sportivo ad organi dotati di specifica competenza tecnica in materia e, dall’altro, l’esigenza di garantire la rapidità delle decisioni.

Il vincolo di giustizia sportiva, tuttavia, pone seri dubbi di legittimità costituzionale, atteso che, sostanziandosi in una rinunzia preventiva e generalizzata alla tutela giurisdizionale dinanzi agli appositi organi statali, sembra porsi in netto ed inconciliabile contrasto con l’art. 24 della Costituzione, che garantisce il “diritto inviolabile” alla difesa giurisdizionale, prevedendo che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi”.

Tale rinunzia preventiva, secondo la pacifica giurisprudenza e dottrina, è ammissi- bile solo nel caso in cui si controverta su diritti disponibili, e non quando oggetto dellePage 143controversie siano diritti indisponibili o interessi legittimi4, e comunque, più in generale, è stato opportunamente riconosciuto che il soggetto facente parte dell’ordinamento sportivo non può, in ragione di tale sua appartenenza, vedersi preclusa la possibilità di adire la giurisdizione statale per la tutela delle proprie posizioni giuridiche soggettive rilevanti nell’ordinamento generale.

Relativamente, poi, alla natura dello stesso vincolo di giustizia, la dottrina maggioritaria5 tende ad escludere una sua qualificazione come clausola compromissoria, anzi si premura di differenziare tale istituto, quanto a natura ed effetti, dalle clausole compromissorie che istituiscono il c.d. “arbitrato sportivo”, le quali darebbero vita ad un rimedio ulteriore rispetto al vincolo di giustizia sportiva.

La differenza starebbe, fondamentalmente, “nel fatto che con il vincolo di giustizia le parti si impegnano ad adire gli Organi federali all’uopo predisposti, mentre con la clausola compromissoria l’impegno è verso i Collegi arbitrali, le cui decisioni, se ricorrono determinati presupposti, possono avere efficacia anche nell’ordinamento statale”, per cui i provvedimenti adottati dagli organi di giustizia sportiva avrebbero rilevanza solo ed esclusivamente all’interno dell’ordinamento settoriale, e non nell’ordinamento generale, atteso che ad essi sono riservate questioni prive di rilevanza al di fuori dell’ambito sportivo, mentre le clausole compromissorie rappresenterebbero “l’alternativa dell’associato al ricorso alla magistratura ordinaria, […] la manifestazione dell’autonomia dei privati di risolvere e comporre i conflitti senza l’intervento dello Stato”6.

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@3. Il riparto di competenze tra giustizia sportiva e giustizia statale prima della riforma del 2003

Passando a trattare il tema dei rapporti tra giustizia sportiva e giustizia statale, come già anticipato, il criterio generale che si è costantemente seguito, sia in dottrina che in giurisprudenza, al fine di distinguere le controversie sportive azionabili dinanzi ai giudici statali da quelle invece riservate agli organi di giustizia sportiva, è quello della rilevanza (o indifferenza) delle relative questioni per l’ordinamento giuridico della Repubblica.

Per operare tale distinzione, la dottrina ha tradizionalmente classificato le controversie sportive in quattro categorie: tecniche, disciplinari, economiche ed amministrative7.

Le questioni di natura tecnica, che riguardano l’organizzazione delle gare e la regolarità delle stesse, quindi fattispecie che hanno una rilevanza esclusivamente interna, sono tradizionalmente ritenute indifferenti per l’ordinamento giuridico generale, pertanto insindacabili da parte dell’Autorità Giudiziaria statale, come sostenuto anche da una famosa sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la n. 4399 del 26 ottobre 1989, la quale ha statuito che “con riguardo alle decisioni che le Federazioni sportive ed i loro organi di giustizia sportiva adottino in sede di verifica dei risultati delle competizioni agonistiche, facendo applicazione delle regole tecniche emanate dall’ordinamento federale, deve escludersi la possibilità di sindacato giurisdizionale, sia davanti al giudice ordinario che davanti al giudice amministrativo, con la conseguenziale affermazione del difetto assoluto di giurisdizione rispetto alla domanda rivolta ad ottenere tale sindacato, considerato che dette regole integrano norme interne dell’ordinamento sportivo, non rilevanti per l’ordinamento generale, e che, pertanto, in relazione alla loro applicazione, le posizioni degli interessati non sono qualificabili né come diritti soggettivi, né come interessi legittimi8.

Più problematica si presenta la situazione relativa alle controversie disciplinari, aventi ad oggetto l’impugnazione di provvedimenti sanzionatori irrogati a seguito del compimento di illeciti, consistenti nel mancato rispetto delle norme poste all’interno di ciascuna Federazione.

Il criterio discretivo utilizzato dalla giurisprudenza per determinare se una certa questione possa essere sindacata dai giudici statali è stato quello dell’alterazione dello status acquisito con l’affiliazione o il tesseramento del soggetto interessato alla Federazione di appartenenza, per cui si è ritenuto che possano essere impugnate dinanzi alla giurisdizione statale solo quelle sanzioni che arrecano al rapporto associativo un pregiudizio che incida irrimediabilmente sull’attività sportiva o federale dei destinatari, mentre le altre esauriscono i loro effetti all’interno dell’ambito sportivo.

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In tal senso, ha assunto rilevanza la distinzione tra provvedimenti aventi carattere espulsivo e sanzioni non espulsive (bensì meramente interdittive o pecuniarie).

La giurisprudenza ha generalmente ritenuto sindacabili da parte dei giudici statali, ed in particolare da parte dei giudici amministrativi, i provvedimenti di carattere espulsivo, atteso che essi vengono qualificati come provvedimenti amministrativi di carattere autoritativo, in quanto emanati nell’esercizio dei poteri pubblicistici che le Federazioni esercitano su “delega” del CONI, tali da incidere stabilmente su posizioni giuridiche soggettive dei soggetti interessati, qualificabili come interessi legittimi.

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