La sessualità infrasedicenne, gli atti sessuali innaturali e la valutazione della loro incidenza sullo sviluppo della personalità

Autore:Guglielmo Gulotta
Carica:Avvocato e Ordinario di Psicologia Giuridica - Facoltà di Psicologia - Università degli Studi di Torino
Pagine:532-534
RIEPILOGO

1) La sentenza n. 89/2006 2) La libertà sessuale e i suoi limiti anagrafici 3) I precedenti specifici della Cassazione in tema di casi di minore gravità

 
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La terza sezione penale della Corte di cassazione torna a far discutere sulla qualificazione degli atti sessuali di minore gravità con una sentenza che - come è già accaduto in passato - ha sollevato proteste in quanti ne hanno percepito una compressione della tutela della libertà sessuale della persona.

I frettolosi commentatori che hanno denigrato il significato e la portata giuridica di questa sentenza - che peraltro si attaglia perfettamente ai precedenti della III sezione sui casi di minore gravità - hanno rilevato che un coito orale è pur sempre un atto sessuale grave essendo annoverbaile tra le condotte sessuali «innaturali» tanto più se è agito ai danni di una ragazza di appena quattordici anni, e che l'esperienza sessuale della vittima non può di certo renderlo lieve, altrimenti, così facendo, si passerebbe dalla valutazione dell'atto sessuale al giudizio sulla moralità della vittima.

Taluno vi ha infatti intravisto un improbabile ritorno della Corte a criteri di valutazione morale della congiunzione carnale e degli atti di libidine violenti, un ritorno alla normativa abrogata, ma forse è sfuggito che la Corte Suprema altro non ha fatto che seguire il proprio costante orientamento in tema di valutazione concreta della gravità della violenza sessuale verificando la corretta applicazione dei criteri stabiliti dall'articolo 133 c.p.p., prima parte 1.

1) La sentenza n. 89/2006

Il ragionamento della Corte oltre ad essere conforme a quello della Procura generale, è coerente con la sistematica del codice in tema di reati sessuali.

La circostanza che la vittima avesse quattordici anni compiuti, coabitasse con il soggetto attivo e con lui avesse compiuto atti sessuali è anzitutto l'elemento oggettivo del delitto, e su questo tutti concordano.

Tuttavia, la ritenuta circostanza che l'atto sessuale compiuto, in quanto coito orale, abbia i connotati dell'innaturale, di per sè non consente un'automatica esclusione della minore gravità del caso, salvo non si fornisca la prova concreta del contrario.

La Corte di cassazione ha censurato infatti la Corte territoriale proprio perché nella sentenza non dava atto di alcuna prova in concreto della effettiva dannosità sortita dall'atto sessuale consumato, salvo ritenerla sussistente in relazione all'età della vittima e alla devianza dell'atto.

In assenza di una prova della concreta dannosità del coito orale perpetrato sulla vittima, il Supremo Collegio ha comunque esaminato se l'inferenza della Corte territoriale fosse corretta, giungendo a opposte considerazioni sulla base dei fatti accertati.

Il consenso della ragazza all'atto sessuale non è stato generico ma specifico avendo la ragazza scelto proprio tale tipologia di atto sessuale, che la stessa ha addirittura preferito alla congiunzione carnale ritenendo il coito orale meno invasivo rispetto al coito vaginale.

Se è stata la ragazza a scegliere proprio quel tipo di atto sessuale, l'affermare che tale atto sia dannoso perché innaturale perde significato, dal momento che appare ragionevole affermare che per la ragazza non sarebbe stato tale.

Se a codesta considerazione si aggiunge che la ragazza aveva raggiunto una maturazione psicosessuale superiore a quella delle coetanee dal momento che in dibattimento ha ammesso di avere avuto sin dal compimento dei tredici anni esperienze sessuali consensuali con partner giovani e meno giovani, appare scorretto sostenere che il coito orale possa essere stato un atto sessuale in concreto dannoso per lo sviluppo di quella minore.

Se dunque appare corretto affermare che in astratto una ragazza di quattordici anni, subendo un coito orale dal convivente della madre, potrebbe subire danni allo sviluppo armonioso della sua personalità sessuale, tale correttezza verrebbe meno se in concreto si fornisse la prova del contraro, come ha precisato la Corte di cassazione con la sentenza qui annotata.

Il principio applicato rispetta dunque la volontà del legislatore che vuole sempre...

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