Sentenza Nº 54333 della Corte Suprema di Cassazione, 05-12-2018

Data di Resoluzione:05 Dicembre 2018
 
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SENTENZA
sul ricorso proposto da
Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di assise di appello
di
Bologna,
Azienda Sanitaria della Romagna,
ALCI Viviano, nato a Faenza il 30/12/1961,
ALCI Manuela, nata a Faenza il 15/10/1964,
nel procedimento nei confronti di
POGGIALI Daniela, nata a Faenza il 23/10/1972,
avverso la
sentenza del 7/07/2017 della Corte di assise di appello di Bologna;
visti gli atti,
il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Carlo Renoldi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto Procuratore generale, Mariella
De Masellis, che ha concluso chiedendo l'annullamento con rinvio della sentenza
impugnata;
uditi, per le parti civili, gli
avv.ti Maria Grazia RUSSO, Marco MARTINES e
Giovanni SCUDELLARI, che hanno chiesto raccoglimento del ricorso e
l'annullamento con rinvio della sentenza impugnata;
uditi, per l'imputata, gli avv.ti Lorenzo VALGIMIGLI e Alfredo GAITO, che hanno
concluso chiedendo il rigetto dei ricorso.
RITENUTO IN FA'TTO
§1. La sentenza di primo grado.
Penale Sent. Sez. 1 Num. 54333 Anno 2018
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: RENOLDI CARLO
Data Udienza: 20/07/2018
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
1. Con sentenza della Corte di assise di Ravenna in data 11/03/2016, Daniela
POGGIALI era stata riconosciuta colpevole del delitto di cui agli artt. 81 cpv.,
575, 576 n. 2, 577 n. 3 e 61 nn. 1, 5, e 9 cod. pen., per avere cagionato la
morte di Rosa CALDERONI mediante la somministrazione per via endovenosa di
due fiale di cloruro di potassio, abusando dei poteri inerenti alla sua qualifica di
infermiera del Reparto di Medicina dell'Ospedale civile di Lugo, ove la
CALDERONI era ricoverata e approfittando delle gravi condizioni cliniche della
vittima, tali da offuscarne lo stato di vigilanza, nonché agendo con
premeditazione, consistita nel procurarsi anzitempo due fiale di potassio nella
consapevolezza di essere stata spostata, per poter essere sorvegliata, dal turno
di lavoro notturno a quello diurno, e utilizzando un mezzo, quale il cloruro di
potassio, qualificabile come "venefico" ove somministrato in alta concentrazione
(capo A); nonché del delitto di cui agli artt. 314 e 61 n. 2 cod. pen. perché,
agendo nella predetta qualità, si era appropriata di due fiale di cloruro di
potassio al fine di realizzare il delitto di omicidio di cui al capo che precede (capo
B); fatti commessi in Faenza, rispettivamente, in data 8/04/2014 e 2/04/2014.
Per tale motivo, il primo giudice, esclusa la sussistenza della sola aggravante
dei motivi abietti originariamente contestata e applicata la disciplina della
continuazione, aveva condannato l'imputata alla pena dell'ergastolo, alle pene
accessorie di legge e al risarcimento del danno, da liquidarsi in separato giudizio,
in favore delle parti civili Manuela e Viviano ALCI (figli della vittima), nonché
dell'Azienda Unità Sanitaria Locale della Romagna e del Collegio Infermieri della
Provincia di Ravenna, anch'essi costituitisi parti civili.
1.1. In motivazione, i giudici di primo grado avevano riepilogato,
innanzitutto, l'organizzazione dell'Unità operativa di Medicina dell'Ospedale civile
Umberto I di Lugo, teatro dei fatti, che all'epoca constava di un organico di
tredici medici, trentasette infermieri e diciassette operatrici socio-sanitarie
(OSS); organizzazione caratterizzata - nei due settori del reparto contrassegnati
con le lettere "C" e "D", ubicati l'uno di fronte all'altro e aventi in comune il
corridoio centrale - da una notevole approssimazione nella custodia e nella
gestione dei farmaci, ivi compreso il cloruro di potassio; farmaco che, nonostante
la previsione di direttive e di protocolli di gestione richiesti in ragione degli effetti
letali prodotti dall'eventuale sovradosaggio, era sostanzialmente accessibile a
tutti gli operatori dei vari settori del presidio ospedaliero, senza reali forme di
controllo.
Quindi, la sentenza aveva tratteggiato la personalità di Daniela POGGIALI,
ordinariamente impiegata quale "turnista" (e, dunque, competente alla
somministrazione delle terapie, ai rapporti informativi con i medici, alla
rimozione dei presidi medico-chirurgici in caso di decesso), definita come una
"figura molto controversa in reparto". La donna, infatti, era considerata
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un'operatrice di indiscussa esperienza, capacità e disponibilità; e, tuttavia, a suo
carico esistevano fortissimi sospetti in ordine alla commissione, quanto meno nel
2013 e 2014, di fatti rilevanti sul piano disciplinare e finanche penale: dalla
ingiustificata presenza dell'operatrice in settori della struttura sanitaria che non
erano di sua competenza, alla commissione di ripetuti furti nei confronti di alcuni
pazienti, sino alla somministrazione di sedativi non autorizzati dal medico onde
trascorrere in tranquillità le ore del turno di notte o all'utilizzo di dosi abnormi di
lassativi nei confronti di alcuni pazienti (uno dei quali finito, per tale motivo, in
rianimazione) quale forma di ritorsione nei confronti delle operatrici socio-
sanitarie (cd. "OSS") con le quali erano insorti contrasti. Fatti confermati da
varie deposizioni dibattimentali e ritenuti dimostrati dalla corte ravennate.
Ma soprattutto, la figura di Daniela POGGIALI era ammantata da un'aura
sinistra per via delle "voci" sulla frequenza con cui
i
pazienti morivano durante i
suoi turni, specialmente in orario notturno. Decessi verificatisi, a volte, subito
dopo il suo intervento, peraltro realizzato in settori diversi dal proprio e benché i
pazienti deceduti, in alcuni casi, non fossero parsi in condizioni talmente critiche
da lasciarne presagire la morte in tempi brevissimi o che, in altre occasioni,
erano andati incontro a un rapido deterioramento delle condizioni cliniche senza
che la POGGIALI, pur sapendolo, avesse avvisato tempestivamente il medico di
turno. Voci che erano comparse verso la fine del 2013 e l'inizio del 2014 e che,
pian piano, si erano fatte sempre più insistenti tra le infermiere e le "OSS", le
quali erano giunte finanche a individuare quali, tra i pazienti, avessero le
"caratteristiche soggettive" adatte per morire, prevedendo decessi che, poi,
erano effettivamente avvenuti.
Verso la fine di marzo del 2014, le voci in questione erano diventate sempre
più insistenti, fino a che l'allarme era esploso con la morte inattesa di ben sei
pazienti durante i turni della POGGIALI, in genere nel settore "C" e specialmente
in orario notturno.
In questo clima di fortissima preoccupazione tra gli operatori, dunque, dopo
che nel pomeriggio del 30/03/2014 si erano verificati i decessi di Faustino
TAGLIONI (cugino del dott. Mauro TAGLIONI) e di Giorgina ERRANI, entrambi nel
settore "C" del reparto, e che la mattina del 2/04/2014, nel settore "D", era
morta la paziente Mimosa GRANATA, nella stessa mattinata
>
la turnista Rina
SAVARINO, controllando il carrello delle terapie da somministrare nel settore "D"
(posto di fronte al settore "C") - carrello che la stessa infermiera aveva
preparato prima di lasciare il reparto alla fine del turno precedente - aveva
trovato, all'interno di un cassetto del carrello, una scatola di cloruro di potassio,
assente la sera prima, la quale risultava aperta e da cui mancavano due fiale,
delle cinque che componevano la confezione.
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