Sentenza Nº 52933 della Corte Suprema di Cassazione, 14-12-2016

Data di Resoluzione:14 Dicembre 2016
 
ESTRATTO GRATUITO
SENTENZA
sul ricorso proposto da:
AIELLO ALFIO MARIA N. IL 08/05/1959
BARBAGALLO GIOVANNI N. IL 04/06/1949
CAMMARATA BERNARDO N. IL 20/03/1972
CANIGLIA ROCCO N. IL 01/05/1972
CASTRO ALFIO GIUSEPPE N. IL 19/05/1953
COSTANZO FRANCO N. IL 09/01/1973
CRISTAUDO GIOVANNI N. IL 06/10/1944
FIAMMETTA ALFONSO N. IL 21/11/1972
ILARDI FRANCESCO N. IL 25/07/1967
INCARBONE MARIANO CONO N. IL 16/11/1960
LO VOTRICO GRAZIANO MASSIMILIANO N. IL 25/02/1974
MARSIGLIONE FRANCESCO N. IL 02/01/1958
MARSIGLIONE GIROLAMO GABRIELE N. IL 02/05/1986
OIENI LIBORIO N. IL 21/10/1950
RAGUSA ROSARIO N. IL 01/06/1958
SANGIORGI ANTONINO N. IL 31/05/1963
SANTAGATI AGATINO N. IL 26/08/1959
SORBERA ANTONINO N. IL 12/03/1964
STIRO ALFIO N. IL 27/06/1961
avverso la sentenza n. 851/2013 CORTE APPELLO di CATANIA, del
10/09/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 07/06/2016 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. FILIPPO CASA
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
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Penale Sent. Sez. 1 Num. 52933 Anno 2016
Presidente: VECCHIO MASSIMO
Relatore: CASA FILIPPO
Data Udienza: 07/06/2016
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
RITENUTO IN FATTO
1.
A seguito di richiesta di rinvio a giudizio del 13.6.2011, gli imputati AIELLO Alfio
Maria, ARCIDIACONO Francesco Carmelo, BARBAGALLO Giovanni, BERGAMO Antonino,
CAMMARATA Bernardo, CANIGLIA Rocco, CASTRO Alfio Giuseppe, COSTANZO Franco,
FIAMMETTA Alfonso, ILARDI Francesco, INCARBONE Mariano Cono, LO VOTRICO Graziano
Massimiliano, MARSIGLIONE Francesco, MARSIGLIONE Girolamo Gabriele, MARSIGLIONE
Michele Riccardo, NASELLI Felice, OIENI Liborio, RAGUSA Rosario, SANGIORGI Antonino,
SANTAGATI Agatino, SORBERA Antonino e STIRO Alfio venivano ritenuti colpevoli, nelle forme
del rito abbreviato, della gran parte dei reati loro rispettivamente ascritti e condannati alle pene
di giustizia con sentenza resa dal G.U.P. del Tribunale di Catania in data 22.9.2012; gli imputati
CRISTAUDO Giovanni, VERDONE Agatino e ZUCCARO Maurizio venivano, invece, assolti dal
reato di cui all'art. 416-bis c.p..
1.1.
Avverso la sentenza proponevano appello il Procuratore della Repubblica nei
confronti degli imputati assolti, gli imputati condannati, nonché CRISTAUDO Giovanni contro
l'assoluzione con formula dubitativa e le parti civili ARDU Antoine e BRUNETTI Angelo.
Nel corso del giudizio celebratosi davanti alla Corte di Appello di Catania si era proceduto
alla rinnovazione del dibattimento con l'audizione dei collaboratori di giustizia MIRABILE Paolo e
MIRABILE Giuseppe e con l'acquisizione di una copiosa mole di documenti prodotti dalle difese
a sostegno dei motivi di gravame, soprattutto relativi alle misure di sicurezza patrimoniali.
1.2.
Stralciata la posizione di ZUCCARO Maurizio per motivi di salute, con sentenza
emessa in data 10.9.2014, la Corte territoriale, in riforma della decisione di prime cure,
assolveva i seguenti imputati:
-
NASELLI Felice dal reato ascrittogli e MARSIGLIONE Francesco dal reato di cui al capo
F1 per non aver commesso il fatto;
-
RAGUSA Rosario e SANTAGATI Agostino dal reato di cui al capo F1, limitatamente alla
condotta contestata il 17.11.2008, perché il fatto non sussiste;
-
COSTANZO Franco dai reati di cui ai capi D1, D2, D7 e D8 per non aver commesso il
fatto;
-
FIAMMETTA Alfonso dal reato di cui al capo D6 per non aver commesso il fatto e dal
reato di cui al capo E5 perché il fatto non sussiste;
-
SANGIORGI Antonino dal reato di cui al capo D7 per non aver commesso il fatto.
La Corte catanese, ribaltando la pronuncia di primo grado, dichiarava CRISTAUDO
Giovanni colpevole del reato ascrittogli e, concesse le attenuanti generiche equivalenti alle
contestate aggravanti, lo condannava alla pena di cinque anni di reclusione.
Concesse le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti agli
imputati ARCIDIACONO Francesco, BARBAGALLO Giovanni, BERGAMO Antonino, ILARDI
Francesco, INCARBONE Mariano Cono, LO VOTRICO Graziano, MARSIGLIONE Michele Riccardo,
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
MARSIGLIONE Girolamo Gabriele, OIENI Liborio, RAGUSA Rosario, SANGIORGI Antonino e
SORBERA Antonino, la Corte di Appello così determinava le pene inflitte a costoro e agli altri
imputati condannati:
- ad AIELLO Alfio Maria, in nove anni e otto mesi di reclusione, ritenuta la
continuazione con il reato giudicato con sentenza emessa dal Tribunale di Catania il 12.1.2001
(irrevocabile il 13.2.2001);
-
ad ARCIDIACONO Francesco, in otto anni di reclusione;
-
a BARBAGALLO Giovanni e BERGAMO Antonino, in sei anni di reclusione ciascuno;
-
a CAMMARATA Bernardo, in otto anni e otto mesi di reclusione;
-
a COSTANZO Franco per le residue imputazioni, previa qualificazione del reato di cui al
capo G1 ai sensi dell'art. 610 c.p., in undici anni e otto mesi di reclusione;
-
a FIAMMETTA Alfonso per le residue imputazioni in nove anni e otto mesi di reclusione;
-
a ILARDI Francesco, INCARBONE Mariano Cono, LO VOTRICO Graziano, MARSIGLIONE
Michele Riccardo, MARSIGLIONE Girolamo Gabriele e OIENI Liborio, in cinque anni di reclusione
ciascuno;
-
a MARSIGLIONE Francesco per le residue imputazioni in undici anni e quattro mesi di
reclusione ed euro 1.400,00 di multa;
-
a RAGUSA Rosario per le residue imputazioni in sei anni di reclusione;
-
a SANGIORGI Antonino per le residue imputazioni, previa qualificazione del reato di cui
al capo
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ai sensi dell'art. 319-quater c.p., in cinque anni e quattro mesi di reclusione;
-
a SANTAGATI Agatino per la residua imputazione, concesse le circostanze attenuanti
generiche, in un anno e quattro mesi di reclusione con la sospensione condizionale della pena;
-
a SORBERA Antonino, in sei anni di reclusione;
-
a STIRO Alfio, quale ulteriore aumento in continuazione sulle pene inflitte con le
sentenze della Corte di Assise di Appello di Catania in data 23.12.1996 (irrevocabile il
20.6.1997) e della Corte di Appello di Catania in data 22.2.2013 (irrevocabile il 25.7.2013), in
un anno e quattro mesi di reclusione, pena già ridotta per il rito.
Seguivano l'applicazione delle pene accessorie nei confronti di CRISTAUDO Giovanni,
provvedimenti di dissequestro e restituzione di beni nei confronti di alcuni imputati e revoche di
confisca parziali.
La Corte di Appello, infine, rigettava l'impugnazione proposta dalla parte civile ARDU,
confermando nel resto la decisione del G.U.P..
1.2.1.
Nella parte introduttiva della sentenza, i Giudici di secondo grado davano atto
che il procedimento in esame costituiva il risultato di progressive riunioni dei seguenti diversi
procedimenti: quelli instaurati nei confronti di DI DIO Rosario e AIELLO Vincenzo
(rispettivamente il procedimento n. 13216/06 R.G.N.R. denominato "Mediane" e il
procedimento n. 14956 R.G.N.R. denominato "Iblis", denominazione con la quale, alla fine,
verrà designato il procedimento progressivamente formatosi); i procedimenti n. 13850/2004
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R.G.N.R. (a carico dello stesso AIELLO Vincenzo per il periodo compreso tra il 14.12.2004 e il
12.6.2005), n. 8360/05 R.G.N.R. (sulle indagini relative al parco tematico "LA TENUTELLA"), n.
7988/06 R.G.N.R. (nel quale erano confluiti gli esiti finali dell'indagine denominata "Dionisio"),
n. 11880/06 R.G.N.R. nei confronti di LA CAUSA Santo e n. 669/08 R.G.N.R. nei confronti di
CANIGLIA Rocco.
Le indagini, concentrate su soggetti appartenenti all'associazione mafiosa Cosa Nostra
della provincia di Catania, articolata nelle famiglie di Catania (promossa e diretta al vertice da
SANTAPAOLA Bendetto ed ERCOLANO Aldo), Caltagirone e Ramacca (promosse e dirette al
vertice da LA ROCCA Francesco e CONTI Calogero), si erano essenzialmente sviluppate
attraverso intercettazioni ambientali e telefoniche e servizi di o.c.p., nonché mediante la
valorizzazione delle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, già pienamente inseriti
nell'organizzazione criminale investigata o in organizzazioni collegate.
Le intercettazioni risultavano integrate da un'attività di video sorveglianza predisposta
nei pressi dei punti d'incontro degli associati, quali la campagna in contrada Margherito di
BARBAGALLO Giovanni, la sede della ditta "PrimeFrut" di AIELLO Alfio, il rifornimento AGIP di
DI DIO Rosario, il bar in contrada Sferro di BERGAMO Antonino e il negozio EUROMANIA
MILLEPIU' di ARCIDIACONO Francesco.
I movimenti dei sodali sul territorio erano stati, inoltre, monitorati mediante la
collocazione di GPS sulle autovetture in uso ad AIELLO Alfio, AIELLO Vincenzo, BERGAMO
Antonino e COSTANZO Franco, nonché mediante l'acquisizione dei ponti di aggancio delle
utenze cellulari in uso ai medesimi imputati.
La Corte di Appello, richiamati i criteri di valutazione enunciati dalla giurisprudenza con
riferimento alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ed alla fattispecie del concorso esterno
in associazione mafiosa, delineate distinte figure di associati, procedeva all'esame dei motivi di
gravame, prima di quelli comuni, poi di quelli relativi ai singoli imputati, pervenendo alla
decisione conclusiva poc'anzi sintetizzata.
2.
Avverso la decisione di secondo grado hanno proposto ricorso per cassazione gli
imputati AIELLO Alfio Maria, BARBAGALLO Giovanni, CAMMARATA Bernardo, CANIGLIA Rocco,
CASTRO Alfio Giuseppe, COSTANZO Franco, CRISTAUDO Giovanni, FIAMMETTA Alfonso, ILARDI
Francesco, INCARBONE Mariano Cono, LO VOTRICO Graziano Massimiliano, MARSIGLIONE
Francesco, MARSIGLIONE Girolamo Gabriele, OIENI Liborio, RAGUSA Rosario, SANGIORGI
Antonino, SANTAGATI Agatino, SORBERA Antonino e STIRO Alfio.
A) Primo ricorso di AIELLO Alfio Maria (proposto dall'avv. Marino Maurizio
PUNTURIERI).
Condannato a 9 anni e 8 mesi di reclusione per i reati di cui ai capi Al (art. 416 bis
c.p.), F2 (art. 12-quinquies L. n. 356/92: intestazione fittizia di quote della AGROSI' s.a.s. a
ROCCELLA Alessandro e GUGLIELMINO Pietro) e F4 (art. 12-quinquies L. n. 356/92:
intestazione fittizia di terreni a GUGLIELMINO Pietro); beni confiscati.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Vengono sviluppati i seguenti motivi d'impugnazione.
Al)
Vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento all'art. 416-bis c.p.
La sentenza impugnata non aveva fatto buon governo della regola della cd. convergenza
del molteplice, secondo l'interpretazione offertane dalla giurisprudenza di legittimità.
Le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia DI FAZIO, LA CAUSA, PULIZZI,
SARDINO, MIRABILE Paolo, MIRABILE Giuseppe e BARBAGALLO Ignazio non si riscontravano
reciprocamente e la Corte di Appello non aveva per nulla compiuto il relativo doveroso vaglio,
limitandosi a ripetere e a parafrasare quel narrato, senza scrutinarlo secondo i canoni della
logica e del prudente apprezzamento richiesti.
In particolare:
-
quanto alle dichiarazioni del DI FAZIO, che indicava il ricorrente come tramite del
fratello nei rapporti con gli associati e nei vari affari nel settore dell'ortofrutta e della grande
distribuzione, la Corte aveva trascurato di considerare la collocazione temporale delle
circostanze descritte, risalenti a prima del 2001 e coperte da giudicato;
-
LA CAUSA Santo, nonostante la sua posizione apicale nella cosca SANTAPAOLA, nulla
sapeva riferire nulla sulla qualità di partecipe del ricorrente;
-
PULIZZI Gaspare aveva a che vedere con la posizione di AIELLO Vincenzo e non con
quella del fratello AIELLO Alfio;
-
dalla lettura del verbale d'interrogatorio di SARDINO Giuseppe emergeva la chiara
circostanza, trascurata dalla Corte, che AIELLO Alfio non era riconosciuto come affiliato;
-
MIRABILE Paolo aveva dichiarato di non conoscere il ricorrente;
-
MIRABILE Giuseppe aveva dichiarato di averlo conosciuto solo in carcere quando fu
arrestato per questo processo, formulando un giudizio personale del tutto generico;
-
BARBAGALLO Ignazio nulla sapeva dire in ordine ad una presunta partecipazione
associativa del ricorrente.
Inoltre, la Corte aveva dato suggestivo rilievo a inesistenti contiguità temporali tra la
vicenda EUROSPIN, i "pizzini" e i pregressi rapporti di AIELLO Alfio con imprenditori agricoli
agrigentini, senza spiegare come questa serie di contatti e di rapporti fosse, e in che modo,
riconducibile allo sviluppo del fine associativo.
Con motivazione apodittica, la Corte territoriale aveva liquidato le considerazioni
difensive, sostenendo che non necessariamente ciascun associato dovesse conoscere l'identità
di tutti gli altri, asserzione che scontava una illogicità di fondo, ovvero la notorietà di Enzo
AIELLO nel contesto associativo e la storia giudiziaria del medesimo e del fratello Alfio.
Ancora, del tutto generici erano i richiami alle frequentazioni e ai contatti con altri
soggetti ritenuti vicini al fratello Enzo.
Non vi era, infatti, prova ulteriore in ordine alla consapevolezza da parte del ricorrente
del contenuto di questi colloqui, ai quali egli non risultava aver mai assistito o direttamente
partecipato o, comunque, espresso volontà adesive a fini comuni.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Medesime considerazioni valevano per le intercettazioni in atti, il cui contenuto doveva
valutarsi come neutro e non sintomatico.
Superficialità traspariva, poi, nel passaggio motivazionale in cui la Corte di merito
affermava che, se AIELLO Alfio avesse voluto prendere le distanze dalla consorteria, si sarebbe
potuto limitare a provvedere personalmente al mantenimento del fratello quando costui era
detenuto e non consentire, tramite la sua persona, al fratello di continuare a esercitare la
funzione di capoclan entrando in continuo contatto con malavitosi anche di notevole spessore
come i palermitani, palermitani con cui, tuttavia, il ricorrente non aveva mai avuto a che fare.
Mancava, in definitiva, nell'analisi dei Giudici una prova rappresentativa del patto
individuale, del ruolo realmente esercitato dal ricorrente nel sodalizio.
A2)
Vizio di motivazione e violazione di legge in relazione alla sussistenza
dell'aggravante di cui al comma 4 dell'art. 416-bis c.p..
L'aggravante era stata ritenuta a carico dell'associazione descritta al capo Al in base
alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia BARBAGALLO e LA CAUSA, con le quali si
faceva riferimento alla circostanza che Enzo AIELLO viaggiasse armato unitamente ad altri
soggetti a lui vicini.
La Corte aveva omesso, però, di rilevare che dalle dichiarazioni del LA CAUSA era
emerso che le armi in uso non erano armi comuni della cosca.
I Giudici dell'appello avrebbero dovuto applicare il principio giurisprudenziale, affermato
con la sentenza della Suprema Corte n. 41735/2014, secondo cui l'aggravante in contestazione
deve escludersi quando le armi detenute da un associato sono destinate a finalità proprie.
Eludendo tale principio mediante il ricorso a presunzione applicata a fatti da leggere in
senso contrario alle finalità di cosca, la Corte catanese era incorsa nel vizio di motivazione e
nella violazione di legge denunciati.
A3)
Vizio di motivazione e violazione di legge in relazione alla sussistenza
dell'aggravante di cui al comma 6 dell'art. 416-bis c.p..
Nel caso del ricorrente, la condotta ritenuta sintomatica di partecipazione mafiosa nulla
aveva a che vedere con la generazione di proventi successivamente reimpiegati, né era stato,
in alcun modo, dimostrato come egli fosse a conoscenza di questa più ampia attività della cosca
e la ignorasse colpevolmente.
Sul punto non era rintracciabile alcuna motivazione.
A4)
Violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all'art. 12-guinguies L. n.
356/92, art. 7 L. n. 203/91 (capi F2 e F4).
La difesa assume che AIELLO non aveva motivo di temere l'applicazione di misure di
prevenzione per le ragioni pure richiamate in sentenza.
La Corte di Appello, invece di soffermarsi sull'indagine sul dolo specifico, aveva preferito
ritenere, sulla scorta di certa giurisprudenza, che, ai fini della prova del dolo, bastasse temere
l'arrivo futuro di misure di prevenzioni, come possibile o probabile.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
La Corte avrebbe, invero, dovuto valutare se l'intestazione di un'azienda al
GUGLIELMINO o dei terreni alla moglie MAUGERI Agata, al di là della ricostruzione in fatto della
vicenda, fosse idonea a mascherare una finalità elusiva, posto che l'AIELLO era un soggetto
noto, come noti erano i suoi rapporti con GUGLIELMINO e quelli coniugali con la MAUGERI,
sicché non era possibile nascondersi dietro costoro.
Deduce la difesa che non sempre l'assunzione della qualità di socio occulto, attuata
secondo lo schema della simulazione relativa soggettiva, acquisisce rilievo penale, come
dimostrato da sempre più frequenti decisioni di annullamento, da parte della Suprema Corte, di
provvedimenti di merito tesi a punire in sede penale quanto, invece, è considerato lecito in
sede civile (Sez. 6, Rv. 258338).
Incombeva, dunque, all'Accusa dimostrare che a determinare la condotta interpositoria
non fossero, ad esempio, alternativi scopi fiscali o finalità di disciplinare gli assetti patrimoniali
familiari e tale onere doveva essere positivamente assolto, non essendo sufficiente
un'apodittica affermazione di "mancanza di giustificazioni alternative".
L'AIELLO, d'altro canto, aveva puntualmente spiegato le ragioni per cui, nelle due
vicende, aveva operato nel modo descritto, addirittura risultando in atto pubblico, nel caso dei
terreni, il suo
status di mandatario.
Assertive erano le osservazioni della Corte territoriale sulla sussistenza dell'aggravante
di cui all'art. 7 L. n. 203/91, non essendo provato in alcun modo che parti delle somme
derivate dall'affare contestato al capo F4 fossero confluite nelle casse della cosca. Né vi era
traccia di indicatori che lasciassero adombrare, in dette attività, una funzione agevolatoria o di
accrescimento del sodalizio, né che avessero trovato possibilità di scompaginare la concorrenza
e dominare il mercato.
A5)
Vizio di motivazione e violazione di legge in relazione al trattamento sanzionatorio
ed al diniego delle attenuanti generiche; violazione dell'art. 63, comma 4, c.p., dell'art. 81 cpv.
c.p. e dell'art. 445 c.p.p..
Le ragioni dedotte nel primo motivo di ricorso rendevano del tutto evidente l'illogicità
della motivazione sul trattamento sanzionatorio e sulla esclusione delle attenuanti generiche.
Imprecisa e generica era la ricostruzione di un ruolo associativo preciso dell'AIELLO e
tale sarebbe dovuta rimanere anche in riferimento alla dosimetria della pena e al giudizio sulle
attenuanti generiche, escluse in relazione al giudizio negativo sulla personalità, laddove, per
come diversamente motivato in sentenza, si dava conto di un ruolo marginale del ricorrente,
incompatibile con il disvalore apprezzato per escludere le attenuanti.
Si registrava, poi, una violazione dell'art. 63, comma
4,
c.p., avendo la Corte di Appello
aumentato ulteriormente la pena per l'aggravante di cui al comma 6 dell'art. 416-bis c.p. sulla
pena base determinata ai sensi del comma 4 dello stesso articolo.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
L'interpretazione giurisprudenziale sulla natura speciale di detta disciplina rispetto alla
norma di cui all'art. 63, comma 4, c.p., per il suo carattere formalistico, appariva meritevole di
un ripensamento.
Infine, illegittimamente la Corte distrettuale aveva posto in continuazione la condanna di
questo processo con quella costituente oggetto di precedente sentenza di patteggiamento, in
quanto il reato relativo a quest'ultima era stato dichiarato estinto ex art. 445 c.p.p..
A6)
Trattamento sanzionatorio - applicabilità della disciplina antecedente al D.L. n.
92/2008, convertito in L. n. 125/2008.
L'ultimo episodio da cui desumere un'adesione al sodalizio dell'AIELLO sarebbe risalito,
al più tardi, al 2007, anno di contestazione dei reati di cui ai capi F2 e F4 e di talune condotte
relative alla condotta associativa contestata.
La Corte di Appello aveva eluso la tematica specifica della protrazione della
consumazione del fatto partecipativo nel lasso temporale decorso dopo le iniziali propalazioni
offerte dai collaboranti e la cessazione dell'attività intercettativa, senza che per il periodo
successivo fossero stati acquisiti altri elementi di prova, sia sul ruolo rivestito dal ricorrente, sia
sul perdurante mantenimento in vita della cosca.
A7)
Misura di sicurezza.
Per i motivi già dedotti, si censurano anche l'applicazione e la dosimetria della misura
applicata.
A8)
Sulla confisca.
La Corte aveva omesso di valutare i motivi di gravame dedotti dalla difesa che ad essi si
riportava, limitandosi ad un rinvio
per relationem
alla sentenza di primo grado e alle conclusioni
dei periti.
Né era emersa la prova, necessitata ex art. 416-bis, comma 7, c.p., per ritenere che i
redditi dell'AIELLO avessero origine o fossero imputabili alla sua azione nella qualità di
associato.
Nemmeno sotto le forme dell'art. 12-sexies L. n. 356/92 era possibile giungere a siffatte
conclusioni.
Sul punto doveva ricordarsi che anche un soggetto mafioso ben poteva realizzare e
vivere con capitali leciti, dovendosi, diversamente, ai fini del superamento delle presunzioni di
legge, rinvenire la prova che l'accrescimento patrimoniale sproporzionato derivasse dalla
qualità di mafioso tale da inquinare il libero mercato e far scattare predomini monopolistici non
giustificati da reale capacità imprenditoriale e/o economica.
Inoltre, la Corte, sulla scorta della illegittima motivazione del primo Giudice, aveva
escluso dal computo dei redditi per l'accertamento della sproporzione i beni provento anche
parziale di evasione fiscale, in particolare i redditi agricoli in quanto non adeguatamente
comprovabili a fini fiscali.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Era integrata, quindi, non solo una violazione di legge, ma anche una evidente
contraddizione: si rappresentava che la capacità dell'impresa era superiore al dato fiscale e,
invece di utilizzare il dato per escludere ogni sproporzione, lo si escludeva
tout court
realizzando così l'altrimenti inesistente sproporzione, in difformità dai principi affermati dalla
Suprema Corte.
La Corte di Appello aveva, infine, fatto velati riferimenti alla vicenda dell'acquisto dei
terreni di cui al capo F4, come se la ritenuta colpevolezza del reato previsto dall'art. 12-
quinquies L. n. 356/92 fosse una suggestione utile a ritenere che detti beni fossero frutto di
illiceità derivata.
Si era così contravvenuto al principio di diritto enunciato dalla Cassazione secondo cui,
ai fini dell'integrazione del delitto di trasferimento fraudolento di valori, non rileva il requisito
della sproporzione tra beni e reddito o capacità economica dell'imputato, che, invece, attiene
alla possibilità di disporre la confisca di detti beni ex art. 12 sexies citato.
AA) Secondo ricorso di AIELLO Alfio Maria (proposto dall'avv. Salvatore
CATANIA MILLUZZO).
Premette l'intendimento di dimostrare che, rispetto a quelle sintetizzate dalla Corte di
Appello, ben diverse erano le ragioni poste a sostegno dell'impugnazione, con cui la Corte non
aveva inteso confrontarsi o eludendoli o travisandone la valenza e il significato, così integrando
un palese vizio motivazionale.
Poi sviluppa otto motivi di ricorso che si riassumono come segue.
AA1)
Violazione dell'art. 12-quinquies L. n. 356/92 e vizio di motivazione in ordine alla
ritenuta responsabilità dell'imputato per il reato di cui al capo F4 anche sotto il profilo
dell'elemento soggettivo.
L'AIELLO non aveva ragione di prevedere di essere sottoposto a misure di prevenzione
alla luce di tre provvedimenti giurisdizionali:
-
decreto 23.7.2001 del Tribunale di Catania che aveva rigettato la proposta di
applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale;
-
sentenza 12.1.2001 ex art. 444 c.p.p. del G.I.P. del Tribunale di Catania per il reato di
cui all'art. 416-bis c.p., con sospensione condizionale della pena;
-
provvedimento del G.I.P. di Catania 15.4.2006 che aveva dichiarato, in sede di
incidente di esecuzione, il reato patteggiato di cui sopra estinto ai sensi dell'art. 445 c.p.p..
La Corte aveva dato risposta al riguardo in modo travisante le ragioni della difesa e
talune circostanze documentali.
Assume il difensore che il nucleo familiare AIELLO, lungi dall'essere o voler apparire
nullatenente, era titolare, alla luce del sole, di proprietà mobiliari e immobiliari di rilevante
valore economico e di partecipazione societaria.
Riportati i motivi di appello, il difensore ricostruisce in dettaglio la vicenda dell'acquisto
del terreno di cui all'imputazione evidenziando l'insussistenza di profili di illiceità penale (dato
9
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
che per l'acquisto erano stati utilizzati proventi della lecita attività del ricorrente, nonché mutui
e prestiti) o di anomalie sul piano civilistico (essendo stati utilizzati strumenti giuridici leciti,
formalmente ineccepibili e opponibili a terzi).
Era palese nella descritta rappresentazione dei fatti l'assenza dell'intenzione di eludere
eventuali misure di prevenzione, ciò per molteplici ragioni e a prescindere dal rilievo per cui
probabilmente non poteva parlarsi di interposizione fittizia in presenza di contratto di mandato
senza rappresentanza registrato, nel corpo del quale la mandante dichiarava espressamente di
essere lei la proprietaria del terreno; e, trattandosi di coniuge convivente, il bene allo stesso
intestato si presumeva, per disposto normativo, nella disponibilità dell'eventuale prevenuto,
familiare convivente.
Anche i periti intervenuti nel corso del giudizio avevano ritenuto del tutto legittima
l'operazione commerciale di cui alla presente vicenda anche con riferimento agli importi dei
redditi del nucleo familiare AIELLO.
La Corte si era limitata a ricordare solo uno degli aspetti della ragione della simulazione,
il pagamento ai vecchi soci, omettendo di valutare la giustificazione principale della intestazione
a GUGLIELMINO, ovvero il tentativo di accedere ai finanziamenti dell'ISMEA.
Ciò era documentato sia nella pratica ISMEA che nel mandato senza rappresentanza
registrato ancor prima dei provvedimenti cautelari, ma la Corte lo aveva ignorato totalmente e
si era rimessa alla valutazione del Tribunale del Riesame, che, tuttavia, non aveva potuto
disporre, nel decidere, di detto atto che la difesa non era stata in grado di produrre.
AA2)
Violazione dell'art. 12-quinquies L. n. 356/92 e vizio di motivazione in ordine alla
ritenuta responsabilità dell'imputato per il reato di cui al capo F2 anche sotto il profilo
dell'elemento soggettivo.
Richiama le deduzioni svolte nella memoria difensiva depositata il 6.9.2014 a proposito
del fatto che l'AIELLO, pur avendo inizialmente esplorato la possibilità di partecipare all'affare
AGROSI', dopo aver verificato i dati contabili e i bilanci, si era tirato indietro rinunciando
all'affare.
Di tale suo disinteresse vi era la prova nel processo, anche in base all'intercettazione di
una telefonata in data 20.9.2007.
L'operazione era perfettamente in linea con le capacità economiche del duo ROCCELLA-
GUGLIELMINO, mentre il presunto coinvolgimento dell'AIELLO era del tutto privo di fondamento
e assiomatico in quanto indimostrabile.
AA3)
Violazione dell'art. 12-sexies L. n. 356/92 e vizio di motivazione in ordine alla
ritenuta sproporzione tra i beni acquisiti e i redditi prodotti dal ricorrente e dal suo nucleo
familiare.
Si contesta alla Corte di merito di aver stilato una motivazione apparente, che si
richiamava
per relationem
alla sentenza di primo grado, nonostante che in relazione ad essa
fossero stati denunziati vizi di travisamento delle risultanze probatorie e di acritica adesione
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
alla tesi dell'accusa senza alcuna considerazione delle ragioni della difesa che nella decisione
impugnata non erano neppure enunciate e ancor meno confutate.
AA4)
Esclusione dell'aggravante prevista dall'art. 7 L. n. 203/91 da entrambe le
imputazioni di cui sopra, atteso che AIELLO aveva agito al solo scopo della tutela dei suoi
interessi familiari e patrimoniali senza alcuna interferenza del sodalizio.
AA5)
Violazione degli art. 192, comma 1, 546 lett. e) c.p.p. e vizio di motivazione in
ordine alla ritenuta responsabilità del ricorrente
Per
il reato sub Al.
Vengono scandagliate le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sviluppando censure
sostanzialmente sovrapponibili a quelle dell'altro ricorso, soprattutto nel senso del travisamento
del narrato dei propalanti, censura supportata dalla incorporazione dei brani salienti dei
rispettivi interrogatori.
AA6)
Violazione dell'art. 62 bis c.p. e vizio di motivazione in relazione alla esclusione
delle circostanze attenuanti generiche.
La Corte non aveva tenuto conto dello stato di incensuratezza del ricorrente e del fatto
che egli svolgeva continua e costante attività lavorativa.
AA7)
Violazione degli artt. 2 e 416 bis c.p. e vizio di motivazione in relazione alla
mancata applicazione del trattamento sanzionatorio previsto dall'originaria disciplina dell'art.
416-bis
C.P.,
essendo le condotte integranti il reato permanente cessate al più tardi nel corso
dell'anno 2007.
Coincide con il sesto motivo di ricorso dell'avv. PUNTURIERI.
AA8)
Violazione dell'art. 416 bis, commi 4 e 6, c.p. e vizio di motivazione sulla ritenuta
sussistenza delle due aggravanti.
Ricalca, nella sostanza, le deduzioni svolte nell'altro ricorso.
AA9)
In data 21.3.2016 è stata depositata memoria sottoscritta dagli avv.ti
PUNTURIERI e FEDERICO.
Ripropone, nella sostanza, l'intelaiatura dei ricorsi; ribadisce l'omessa considerazione di
memorie e documenti; approfondisce alcuni aspetti dei temi trattati nei ricorsi con ampie
citazioni giurisprudenziali.
B) Ricorso di BARBAGALLO Giovanni (avv. Salvatore LA ROSA).
Condannato a 6 anni di reclusione per il reato di cui al capo Al (art. 416-bis
c.p.);confisca dell'immobile di proprietà sito in Ramacca (CT), contrada Margherito.
L'atto si articola nei seguenti motivi.
B1)
Violazione di legge per genericità del capo d'imputazione.
Il capo d'imputazione si limitava a riportare tautologicamente il testo della norma
incriminatrice, nulla specificando in ordine ai fatti ed al ruolo presuntivamente rivestito
dall'imputato.
Solo con la requisitoria del P.M. si era avuto modo di comprendere l'esatta portata della
contestazione e i profili di colpa addebitati all'imputato, costituiti dal fungere da elemento di
11
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
raccordo fra mafia, politica e imprenditoria, dall'essere uomo d'onore riservato e mafioso
"moderno".
Così si aggirava il principio di tipicità e si determinava la compressione del diritto di
difesa.
La doglianza specifica era stata tempestivamente e reiteratamente sollevata nei vari
gradi di giudizio dalla difesa, senza, tuttavia, ricevere risposta.
B2)
Violazione della legge n. 45/2011 con riferimento alle dichiarazioni rese dal
collaborante DI FAZIO in data 18.2.2011.
Il difensore denuncia come inverosimile la circostanza che in data 20.11.2008 il DI
FAZIO avesse effettuato il riconoscimento del ricorrente, aggiungendo solo alcuni aspetti di
scarsa rilevanza, per poi, dopo ben tre anni, ricordarsi di taluni importanti dettagli, fino a quel
momento taciuti, più che mai conducenti rispetto all'assunto accusatorio.
Era, quindi, evidente, l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dal DI FAZIO in
quell'occasione, anche sotto il profilo della verifica sull'attendibilità estrinseca delle stesse.
B3)
Illogicità intrinseca della motivazione.
Si assume, anzi tutto, come la presunta "etichetta" di "uomo riservato" attribuita al
ricorrente fosse rimasta del tutto priva di riscontro probatorio, essendo piuttosto il frutto di una
congettura.
Ed invero, atteso che dall'analisi delle fonti di prova costituite dalle dichiarazioni dei
collaboranti DI GATI, LA ROSA, BARBAGALLO Ignazio, DI FAZIO e LA CAUSA nemmeno si /
evinceva che il ricorrente appartenesse all'organizzazione criminale, non si comprendeva come
1/(-
ki
si fosse giunti a definirlo persino quale "uomo d'onore riservato".
La Corte di Appello di Catania aveva ritenuto di fondare la propria supposizione al
riguardo sulla scorta di una intercettazione ambientale captata nel carcere di Parma (prog. nn.
10903 e 10904), peraltro travisandone il contenuto.
Una giustificazione esterna all'assunto sulla figura dell'associato riservato avrebbe
dovuto chiarire da quali elementi concreti potesse trarre il suo fondamento.
Tale fondamento non poteva trarsi, diversamente da quanto affermato dalla Corte
etnea, dalle dichiarazioni di LA CAUSA Santo, che apparivano di segno assolutamente contrario
alla ricostruzione formulata dai Giudici d'appello, in quanto da esse si evinceva che tra AIELLO
e BARBAGALLO c'era semplicemente un rapporto di amicizia, tra l'altro risalente e che AIELLO
non aveva mai indicato il ricorrente come una "persona fidata dell'associazione".
Anche la cd. vicenda SAFAB non aveva messo in luce alcuna ipotesi estorsiva, non
avendo mai dichiarato CIARROCCA Paolo, referente per l'azienda, che il BARBAGALLO si fosse
fatto portavoce di una richiesta di "messa a posto".
Quanto agli ulteriori elementi di prova, andava evidenziato come nessun riscontro
avesse ricevuto la tesi finale del collaborante DI FAZIO, non essendosi in alcun caso rilevato
12
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
che il BARBAGALLO, fosse anche nel lontano 1990, avesse avuto un qualche interesse su
appalti pubblici in comunione con gli ERCOLANO.
Illogica era, inoltre, la motivazione nell'inferire elementi a carico del ricorrente dalle
dichiarazioni rese da MIRABILE Giuseppe, il quale sapeva solo che BARBAGALLO era amico di
AIELLO Vincenzo ed ignorava se fosse affiliato o meno al gruppo mafioso.
D'altro canto, dovevano essere tenute in considerazione le numerose pronunce
giurisprudenziali che avevano confinato le amicizie, le conoscenze e le frequentazioni nel limbo
dell'irrilevanza giuridica.
B4)
Violazione di legge in riferimento all'art. 418
co.,
fattispecie prospettata in via
subordinata.
A dare per corretto il ragionamento della Pubblica accusa, secondo cui il ricorrente aveva
fornito "rifugio" ad AIELLO Vincenzo - condotta nella quale si sarebbe concretizzato ed esaurito
il suo apporto alla presunta organizzazione criminale - doveva ritenersi più aderente alla
ricostruzione accusatoria la configurabilità del delitto di cui all'art. 418 c.p. e non di quello
associativo contestato.
B5)
Violazione di legge in relazione acili artt. 240 e 416-bis, comma 7, c.p..
La Corte territoriale aveva confermato la confisca della proprietà sita in contrada
Margherito, definendo detta proprietà "in maniera continuativa a disposizione della associazione
mafiosa", senza indicare le ragioni sottese al provvedimento.
Peraltro, le emergenze processuali avevano dimostrato che il bene non era stato
impiegato continuativamente, ma saltuariamente, tanto che, nel periodo di 14 mesi in cui si
erano sviluppate le intercettazioni ambientali, erano state registrate conversazioni solo in 16
giorni, delle quali erano state ritenute probatoriannente utili solo quelle registrate in cinque
giorni e alla presenza di familiari dei soggetti interessati e di numerose altre persone estranee
del tutto a sospetti investigativi.
Inoltre, AIELLO, sino al momento del suo arresto avvenuto per altri fatti nell'ottobre
2009, non era stato affatto latitante, né aveva avuto le chiavi dell'immobile di proprietà del
BARBAGALLO, come supposto dalla Corte di merito sulla scia della presunzione formulata dai
Carabinieri del R.O.S. durante il servizio di monitoraggio della campagna.
Ancora, per come riferito dal LA CAUSA, l'AIELLO, quando ebbe preoccupazione per la
sua incolumità personale, andò a dormire a casa della suocera e non si rifugiò in contrada
Margherito.
Nessuna stabile messa a disposizione del bene era, pertanto, mai avvenuta, né alcunché
era stato specificato in ordine alla sussistenza o meno del nesso di strumentalità della cosa
rispetto al reato associativo, tra l'altro esplicitamente escluso dal LA CAUSA.
D'altro canto, il bene sottoposto a vincolo presentava taluna caratteristiche intrinseche,
per l'estensione rilevante e l'inesistenza di una qualunque forma di recinzione, tali da far
13
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
escludere a priori che esso potesse essere adeguatamente utilizzato quale mezzo di
commissione del reato associativo, ovvero fosse a tale finalità destinato.
Il mantenimento della confisca si rivelava, pertanto, del tutto ingiustificato.
C) Ricorso di CAMMARATA Bernardo (avv.ti Barbara RONSIVALLE e Marino
Maurizio PUNTURIERI).
Condannato per il capo Al (art. 416-bis c.p.) a 8 anni e 8 mesi di reclusione; beni
confiscati.
Si suddivide nei seguenti sette motivi.
C1)
Vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento all'art. 416-bis
C.P..
La sentenza impugnata non aveva fatto buon governo della regola della cd. convergenza
del molteplice, secondo l'interpretazione offertane dalla giurisprudenza di legittimità.
Le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia BARBAGALLO, LA CAUSA, MIRABILE
Paolo e MIRABILE Giuseppe non si riscontravano reciprocamente e la Corte di Appello non
aveva per nulla compiuto il relativo doveroso vaglio, limitandosi a ripetere e a parafrasare quel
narrato, senza scrutinarlo secondo i canoni della logica e del prudente apprezzamento richiesti.
Inoltre, la Corte di Appello, partendo dalla circostanza dello girare armato, aveva
desunto il ruolo del CAMMARATA quale volto alla tutela dell'AIELLO, senza indicare una finalità
ulteriore del ricorrente verso le logiche di funzionamento del sodalizio criminoso, con ciò
ponendosi in contrasto con l'insegnamento della giurisprudenza di legittimità.
Non bastava dare rilievo ai contatti del CAMMARATA con il FILLORAMO, del tutto neutre
e, al più, risolvibili in un rapporto qualificabile, nell'ottica di accusa, di aiuto e solidarietà e,
comunque, di dimostrata parentela e amicizia. Sul punto si apprezzava come, dai dialoghi del
FILLORAMO con i parenti, il primo parlasse del ricorrente come soggetto a sé rispetto alle
dinamiche associative, rimanendo ferma l'intenzione di non fargli avere problemi proprio sul
presupposto della sua non intraneità al sodalizio mafioso.
Mancava, insomma, ogni dato caratterizzante atto a consentire di distinguere fenomeni
di contiguità rispetto a fenomeni di appartenenza.
Tutto ciò nell'assoluto vuoto probatorio di comportamenti mediante i quali il
CAMMARATA avrebbe fornito concreto ausilio alla riuscita degli scopi dell'organizzazione di
riferimento.
C2)
Vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento al comma 4 dell'art. 416-
bis c.p..
La circostanza che il CAMMARATA viaggiasse armato veniva desunta, esclusivamente,
dalle dichiarazioni del LA CAUSA, il quale, però, precisava che le armi in uso non sarebbero
appartenute a quelle comuni alla cosca.
Se, dunque, il ricorrente girava armato per difendere AIELLO e se stesso da un'ipotesi di
agguato, dunque allo scopo di salvaguardare la propria incolumità personale tanto da usare
armi non provenienti dalla cosca, i Giudici dell'appello avrebbero dovuto applicare il principio
14
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
giurisprudenziale secondo cui l'aggravante in contestazione deve escludersi quando le armi
detenute da un associato sono destinate a finalità proprie.
Eludendo tale principio mediante il ricorso a presunzione applicata a fatti da leggere in
senso contrario alle finalità di cosca, la Corte catanese era incorsa nel vizio di motivazione e
nella violazione di legge denunciati.
C3)
Vizio di motivazione e violazione di legge con riferimento al comma 6 dell'art. 416-
bis c.p..
Dopo aver fatto ampio richiamo alla decisione delle Sezioni Unite n. 25191/2014, i
difensori del ricorrente assumono che, nel suo caso, la condotta ritenuta foriera di
partecipazione mafiosa nulla aveva a che vedere con generazione di proventi successivamente
reimpiegati, né risultava in alcun modo dimostrato come il CAMMARATA fosse a conoscenza di
questa più ampia attività della cosca o la ignorasse colpevolmente.
Sul punto, nessuna motivazione aveva addotto la Corte, come pure sul modo in cui
l'attività lavorativa del ricorrente si inserisse nella logica punita dal comma 6 dell'art. 416-bis
c. p..
C4)
Vizio di motivazione e violazione di legge in relazione al trattamento sanzionatorio
ed al diniego delle attenuanti generiche; violazione dell'art. 63, comma 4,
co..
Imprecisa e generica era la ricostruzione di un ruolo associativo preciso del CAMMARATA
e tale sarebbe dovuta rimanere anche in riferimento alla dosimetria della pena e al giudizio
sulle attenuanti generiche, escluse in relazione al giudizio negativo sulla personalità, laddove,
per come diversamente motivato in sentenza, si dava conto di un ruolo marginale dello stesso,
incompatibile con il disvalore apprezzato per escludere le attenuanti.
I rilievi sulla violazione dell'art. 63, comma 4, c.p. coincidono con quelli dedotti
nell'interesse di AIELLO al quinto motivo del primo ricorso e ad essi si fa richiamo.
C5)
Trattamento sanzionatorio - applicabilità della disciplina antecedente al D.L. n.
92/2008
convertito in L. n. 125/2008.
L'ultimo episodio da cui desumere un'adesione al sodalizio del CAMMARATA sarebbe
risalito, al più tardi, al 4.6.2008, data del rinvenimento di taluni apparati di intercettazione in
contrada Margherito.
La Corte di Appello aveva eluso la tematica specifica della protrazione della
consumazione del fatto partecipativo nel lasso temporale decorso dopo le iniziali propalazioni
offerte dai collaboranti e la cessazione dell'attività intercettativa, senza che per il periodo
successivo fossero stati acquisiti altri elementi di prova, sia sul ruolo rivestito dal ricorrente, sia
sul perdurante mantenimento in vita della cosca.
C6)
Sulla dichiarazione di delinquenza abituale.
I difensori si limitano a citare la massima desunta dalla sentenza della Corte di
Cassazione, Sez. 6, n. 17884 del 2.4.2009, per far apprezzare la violazione di legge
determinatasi.
15
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
C7)
Sulla confisca.
La motivazione sul punto era generica ed imprecisa, essendo i motivi di gravame stati
respinti in modo assertivo e non dimostrato.
Priva di motivazione era la risposta relativa al veicolo BMW acquistato nel 2010 con le
modalità ampiamente descritte e documentate nel gravame.
Palese il travisamento anche sulle cambiali sequestrate, che non erano a favore del
CAMMARATA, ma relative a un debito commerciale che egli anche per la propria ditta doveva
onorare.
Omessa era stata, poi, l'indagine patrimoniale sulle capacità della ditta CAMMARATA e
sui relativi flussi economici; né i criteri reddituali applicati erano conformi alle tabelle ISTAT
previste per la Sicilia negli anni di riferimento.
D) Ricorso di CANIGLIA Rocco (avv. Massimo Favara).
Condannato per il reato di cui al capo Al (art. 416-bis c.p.) alla pena di 13 anni e 4 mesi
di reclusione.
Deduce i seguenti tre motivi.
D1)
Violazione di legge e carenza di motivazione in relazione all'art. 416-bis c.p..
Si contesta alla Corte territoriale di non aver affrontato la questione del contrasto tra il
giudizio d'inattendibilità reso dal primo Giudice relativamente a una porzione delle dichiarazione
del ricorrente e il giudizio di affidabilità delle medesime dichiarazioni nella parte auto-
accusatoria.
(
2,(
La Corte, inoltre, non aveva fornito risposta alle deduzioni difensive secondo le quali non
si poteva, contraddittoriamente, sostenere l'intraneità del CANIGLIA all'associazione mafiosa,
ammettendo che egli, nello stesso tempo, avesse assunto il ruolo di vittima rispetto a talune
condotte delittuose contestate come reati-fine.
Risultava, ancora, trascurato il tema, dedotto in appello, dei criteri distintivi atti a
individuare le diverse figure di partecipe al sodalizio e di concorrente esterno.
D2)
Violazione di les_ge e vizio di motivazione in relazione all'art. 133 c.p., alla denegata
concessione delle attenuanti generiche, all'applicazione della recidiva e alla dichiarazione di
abitualità criminale.
Il riferimento alla condotta processuale dell'imputato quale elemento ostativo alla
concessione delle attenuanti generiche non era sufficientemente motivato.
La Corte di Appello non aveva tenuto conto di un percorso carcerario del ricorrente fatto
di condotte pienamente riabilitative.
I criteri di applicazione della recidiva erano viziati dagli stessi errori interpretativi dedotti
in appello, ai quali si faceva integrale richiamo.
D3)
In data 23.3.2016 risultano inviate per posta certificata "Note difensive" con cui si
reiterano le doglianze sollevate in ricorso e si precisa quella relativa all'applicazione della
recidiva contestando l'automaticità dell'aumento di pena.
16
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
E)
Ricorso di CASTRO Alfio Giuseppe (avv. Sebastiano FAZIO).
Confermata la condanna di primo grado a 6 anni e 8 mesi di reclusione per í reati di cui
ai capi Al (art. 416-bis c.p.) e D3 (estorsione in danno di Brunetti); confermata la confisca di
beni ad eccezione della società Scavisud.
Deduce i seguenti due motivi.
El)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla mancata concessione
delle attenuanti generiche.
Nell'affermare che le attenuanti generiche sarebbero state solo una riproduzione sotto
altra forma dell'attenuante di cui all'art. 8 L. n. 203/91, i Giudici di merito avevano fatto venir
meno la distinzione delle une rispetto alle altre, senza alcuna motivazione sul punto.
Alla Corte d'Appello era sfuggito che il CASTRO era stato condannato per concorso
esterno in associazione mafiosa rispetto all'originaria contestazione di partecipe al sodalizio,
così come non aveva considerato, ai fini dell'applicazione delle invocate attenuanti, il difficile
contesto lavorativo e la soggezione psicologica in cui il ricorrente era stato costretto ad
operare.
I Giudici, inoltre, avevano erroneamente proceduto all'aumento per la recidiva dopo aver
effettuato la riduzione per la diminuente speciale.
E2)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 c.p.p. e 12-
sexies L. n. 356/92.
Si censura la sentenza impugnata laddove aveva ritenuto di dover dissequestrare
soltanto la società SCAVISUD, trattandosi di società costituita molti anni prima
dell'accertamento del coinvolgimento dell'imputato in attività delittuose (nel 1978), non
applicando il medesimo principio anche in relazione a molti altri beni risultati di proprietà del
CASTRO e dei suoi familiari già prima del 1978.
Per i beni di proprietà del CASTRO antecedenti al 1998, si chiedeva all'imputato una
prova impossibile
da fornire stante il lungo arco di tempo trascorso. Per i beni intestati a terzi,
non era stata raggiunta la prova della fittizietà dell'intestazione. Né, a fronte della discrasia tra
formale titolarità e reale appartenenza del bene, poteva ricorrersi alla presunzione fondata sulla
sproporzione dei valori posseduti in relazione al reddito dichiarato e ai proventi dell'attività
economica svolta, trattandosi di meccanismo che operava solo nei confronti dell'imputato e non
nei confronti dei terzi.
F)
Ricorso di COSTANZO Franco (avv.ti Guido ZICCONE e Vincenza
PIRRACCHIO).
Già assolto in primo grado dai reati di estorsione di cui ai capi 04), 09) e 010), in
appello viene assolto anche per gli analoghi reati di cui ai capi D1), D2), D7) e D8) (quindi,
delle varie estorsioni contestate, residua solo quella, tentata, di cui al capo D6) e condannato
per i reati residui, riqualificato il delitto sub G1) di turbativa d'asta aggravato in concorso in
violenza privata, e applicata la recidiva reiterata e non infraquinquennale, alla pena di 11 anni e
17
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
8 mesi di reclusione, con pene accessorie, misure di sicurezza personale e patrimoniale e
dichiarazione di delinquenza abituale.
Articola i seguenti motivi di impugnazione.
Fl)
Violazione dell'art. 603 c.p.p., avendo erroneamente la Corte di Appello disposto la
rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale mediante l'audizione dei fratelli MIRABILE in assenza
dei presupposti di leige.
Trattandosi di rinnovazione officiosa ai sensi dell'art. 603, comma 3, c.p.p., occorreva
verificare se l'esame dei MIRABILE, divenuti collaboratori di giustizia nelle more del
procedimento fra il primo e il secondo grado, rivestisse il carattere di prova "assolutamente
necessaria" ai fini del decidere.
La formula utilizzata dalla Corte, che si era limitata a definire la prova non irrilevante e
non manifestamente superflua, non poteva considerarsi esaustiva dell'obbligo motivazionale
incombente al decidente.
Incongruo, poi, era il richiamo alla sentenza n. 9267/2012 della Suprema Corte inerente
a fattispecie diversa.
Infine, le dichiarazioni dei MIRABILE, a fronte delle condanne irrogate nel giudizio di
primo grado, in alcun modo potevano definirsi decisive e ribaltare la prima decisione o chiarire
inestricabili dubbi ovvero offrire una diversa ricostruzione dei fatti.
Si imponevano, pertanto, la revoca dell'ordinanza impugnata e la dichiarazione di
inutilizzabilità dell'esame dei due collaboranti.
F2)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza del
reato associativo mafioso e ai criteri di valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di
giustizia ai sensi degli artt. 192 e 195 c.P.p. come interpretati dalla giurisprudenza di
legittimità.
Incorpora le argomentazioni svolte nell'atto di appello per censurare il 416 bis c.p..
Svolge, poi, i seguenti rilievi.
1. Sulle conversazioni intercettate.
Entrambe le sentenze di merito non spiegavano in modo adeguato le ragioni per le quali
conversazioni di per sé non evocative di affari illeciti fossero state, invece, valorizzate quali
prove della consumazione del reato associativo.
Intimamente contraddittoria era la sentenza di secondo grado che, a fronte
dell'apodittica affermazione secondo cui "Il ruolo principale del COSTANZO era soprattutto
quello relativo alla gestione delle vicende concernenti la messa a posto di imprese", aveva, poi,
assolto l'imputato da tutti i reati estorsivi.
La difesa del ricorrente passa, poi, in rassegna una serie di conversazioni sottolineando
l'assenza di pregnanza probatoria in relazione all'ipotesi di accusa sub Al:
18
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
-
conversazione del 16.5.2003 tra Alfio MIRABILE e Francesco LA ROCCA, caratterizzata
da un errore materiale della Corte di Appello, che leggeva "COSTANZO" dov'era scritto "Ciccio
VAMPA";
-
la conversazione fra COSTANZO e Alfio MIRABILE riportata a pag. 211 della sentenza
di primo grado, che non evidenziava profili di illiceità, vertendo su lavori relativi alla
realizzazione dell'autostrada e su altri lavori privati, in cui, peraltro, il MIRABILE appariva più
informato del COSTANZO della situazione dei cantieri;
-
la conversazione fra COSTANZO e FIAMMETTA del 2.6.2007, dove ancora una volta si
parlava di lavori e non di affari illeciti.
In relazione a queste ed alle altre conversazioni apprezzate dalla Corte di merito, non si
dava conto del percorso logico-giuridico in base al quale esse erano state ritenute dimostrative
di un apporto del COSTANZO necessario per il raggiungimento dei fini dell'associazione.
2. Sui collaboratori di giustizia.
Neppure le propalazioni dei collaboranti sostenevano un giudizio di colpevolezza, non
essendo suffragate da riscontri esterni individualizzanti.
CASTRO era stato smentito dall'assoluzione del ricorrente dalla contestata estorsione in
danno di BRUNETTI e della SICILSALDO; sul punto era stato smentito anche MIRABILE
Giuseppe, le cui dichiarazioni non avevano trovato riscontro neppure sulla presunta
appartenenza del COSTANZO al gruppo capeggiato dal DI FAZIO.
MIRABILE Paolo nulla aveva riferito sul COSTANZO, così come il PULIZZI.
Quanto affermato in sentenza sul presunto dominio del COSTANZO sulle attività
imprenditoriali e sulle opere realizzate in Palagonia era smentito dalla circostanza che le due
opere di maggiori importi erano state realizzate da altre imprese.
Le dichiarazioni di LA CAUSA Santo mancavano di genuinità per avere egli avuto la
disponibilità degli atti del processo; la sua informazione circa il fatto che l'AIELLO Vincenzo si
servisse di COSTANZO per formare le fatture non risultava riscontrata, mentre smentita
dall'assoluzione dal reato sub capo D7 era la dichiarazione in ordine a un presunto
interessamento del ricorrente per una estorsione ai danni di una ditta operante nel settore dei
rifiuti. Infine, la dichiarazione sul favoreggiamento della sua latitanza ad opera del COSTANZO
era stata contraddetta da altro collaboratore di giustizia, BARBAGALLO Ignazio, il quale aveva
indicato due persone diverse (tale GUERRERA e PLATANIA Francesco).
Si stigmatizza, da parte della difesa, che nessuna delle rilevate discrepanze nelle
dichiarazioni dei propalanti fosse stata affrontata dalla Corte di Appello a fronte dell'onere
motivazionale in tema di valutazione delle dichiarazioni di costoro, ritenute acriticamente
veritiere e attendibili pur in assenza di riscontri individualizzanti.
F3)
In relazione al capo C1) art. 513-bis c.p. (illecita concorrenza con violenza e
minaccia) in concorso con FIAMMETTA, si deducono vizio di motivazione e violazione di legge in
riferimento agli artt. 192 c.p.p., 513-bis c.p. e 7 L. n. 203/91.
19
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
La Corte di Appello aveva rigettato l'impugnazione valorizzando alcune conversazioni
intercettate, ma omettendo qualsiasi indicazione in ordine agli atti di concorrenza illecita e di
minaccia e/o violenza posti in essere.
Nessuna delle conversazioni intercettate evidenziava profili intimidatori o di alterazione
della libera concorrenza.
Ciò era tanto più grave in considerazione della natura istantanea del reato, che rendeva
necessario indicare il tempo di commissione dei singoli atti di concorrenza illecita e in quale
comportamento si erano concretizzati, anche ai fini della decorrenza del termine prescrizionale.
In particolare, tenuto conto del mercato di riferimento, ovvero quello del trasporto su
gomma in Palagonia, si sarebbe dovuto indicare e individuare quali erano stati i clienti costretti
a rivolgersi alle ditte di trasporto asseritamente facenti capo agli imputati, quali atti
concorrenziali e quali minacce/violenze erano state poste in essere e, soprattutto, quando tale
condotta così caratterizzata sarebbe stata attuata.
In sentenza, non vi era nulla di tutto ciò, se non argomentazioni di carattere
congetturale costruite sulle intercettazioni di conversazioni, che non esprimevano indizi gravi,
precisi e concordanti.
La Corte di Appello indicava due conversazioni in particolare.
Quella del 6.5.2007, coinvolgente FIAMMETTA, AIELLO V., OLIVA e COSTANZO, ad
avviso della difesa si riferiva a un fatto avvenuto prima del 24.6.1999, dato che: era stato
riferito all'OLIVA mentre si trovava in carcere (ultimo periodo 24.6.99-9.7.99); si parlava di
milioni, con chiaro riferimento alle lire; si menzionava il BRANCATO dove il fatto sarebbe
avvenuto, che era stato dichiarato fallito: la Corte aveva disatteso tali convergenti riferimenti
temporali che eliminavano la valenza probatoria della conversazione valorizzata; infine, se
minaccia vi era stata, essa era stata attuata da un soggetto terzo non identificato a danno di
tale "Nuccio" e non dal COSTANZO.
Vi era, poi, la lunga conversazione tra COSTANZO e CANIGLIA Rocco dell'8.1.2008
(integralmente riportata nel ricorso alle pagg. 48-50).
Secondo l'interpretazione della difesa, CANIGLIA si doleva del fatto che gli stava
mancando il lavoro a seguito della nascita di una nuova agenzia, ma dal prosieguo della
conversazione si evinceva che egli aveva perso lavoro perché gli assegni che gli venivano
consegnati dal destinatario della merce come pagamento e che sarebbero dovuti pervenire al
fornitore venivano, invece, da lui trattenuti e che in talune occasioni era stato proprio il
COSTANZO ad aiutarlo a pagare i debiti.
Il fatto che il CANIGLIA si lamentasse della mancanza di lavoro accusando altri, o
lamentasse ipotetiche e generiche minacce rivolte a terzi, costituiva, in realtà, un umanissimo
sfogo e non comportava la necessaria rispondenza a vero di quanto lamentato.
In ogni caso, in assenza di riscontri sulle minacce, le accuse del CANIGLIA non erano
idonee a sostenere un giudizio di colpevolezza.
20
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Quanto alle conversazioni intercettate tra il FIAMMETTA, da un lato, e ZUCCARELLO e
SIPALA dall'altro, la difesa richiamava le deposizioni da costoro rese nel giudizio ordinario
collegato e acquisite agli atti, nelle quali entrambi avevano escluso di essere mai stati
minacciati dal ricorrente.
L'accusa elevata dalla Corte di merito nei confronti dei testi, ritenuti compiacenti,
contrastava con il contenuto delle conversazioni che appariva coerente con le deposizioni rese.
Infatti, lo ZUCCARELLO spiegava che, a fronte delle ampie dimensioni del trasporto su
ruote che si svolgeva a Palagonia (migliaia di bancali al mese: un bancale=1000 kg), per il
quale si serviva, con riguardo al mercato nazionale, essenzialmente di tre ditte, il lavoro
affidato alle agenzie locali, come quella del FIAMMETTA, era marginale.
SIPALA, dal canto suo, chiariva che si occupava di logistica nel settore dei trasporti e
che il FIAMMETTA gli aveva chiesto come inserirsi anche nel campo dei trasporti per l'estero.
Ad avviso della difesa, dalle conversazioni e dalle testimonianze emergeva che vi era
un'evidente concorrenza tra la ditta "TRANSPEED" e quella gestita dal CANIGLIA, senza il
coinvolgimento di altre ditte di trasporto; si trattava di due operatori con ridotto volume di
affari rispetto al più ampio mercato del trasporto su ruote della zona.
Dunque, l'affermazione della Corte secondo la quale sia il FIAMMETTA sia il COSTANZO
avrebbero alterato la libera concorrenza non solo non aveva trovato riscontro negli atti del /1
/
(
7
processo, ma dagli atti era stata addirittura smentita, tanto che nessun collaborante aveva
riferito di un interesse del ricorrente nel settore dei trasporti.
Anche in relazione alla contestata aggravante dell'art. 7, non erano stati indicati dalla
Corte elementi probatori atti ad integrarla.
F4)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 56-629 c.p., 7 L. n.
203/91 e 192 c,p.p. (capo D6: tentata estorsione in danno di FERRARO Luca, commessa in
concorso con AIELLO V., DI DIO, OLIVA e FIAMMETTA, quest'ultimo assolto).
La difesa contesta l'identificazione di tale "Luca" soggetto a tentativo
di
estorsione ad
opera del COSTANZO nel FERRARO Luca, commerciante di autovetture, in base a determinati
elementi (soprattutto i rapporti di fraterna amicizia che legavano il FERRARO e il ricorrente) e a
nominativi che emergevano dalla conversazione del 7.4.2007 tra COSTANZO e AIELLO V.
valorizzata dalla Corte.
I Giudici catanesi non avevano dato alcuna risposta alle deduzioni difensive, affermando
apoditticamente che il Luca al quale i due interlocutori si riferivano era il FERRARO.
Anche in relazione ai rilievi formulati dalla difesa sulla conversazione intercorsa tra
FIAMMETTA e AIELLO il 10.6.2007 in contrada Margherito circa l'assenza di qualsiasi
riferimento a richieste estorsive effettuate dal ricorrente al FERRARO, la Corte non aveva
offerto alcuna spiegazione relativa alla rilevanza di detta conversazione rispetto alla posizione
del COSTANZO che in essa non era personalmente coinvolto.
21
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Neppure la conversazione del 13.6.07 tra DI DIO Rosario e NASELLI Angela evidenziava
accuse a carico dell'imputato, desumendosi da essa solo l'intento di allontanare dal figlio Filippo
l'accusa di aver fatto richieste estorsive al FERRARO.
Le dichiarazioni del LA CAUSA, secondo le quali anche gli imprenditori "amici" pagavano
il pizzo, erano generiche e risultavano smentite dalle parole del predetto DI DIO che il 4.8.2007
aveva affermato "...che Franco Pagnotta (soprannome di COSTANZO) non va a domandare
niente a nessuno!".
Nessuna parola, infine, sull'aggravante ex art. 7 L. n. 203/91.
F5)
Capi d'imputazione F5) e F6): intestazione fittizia di beni (di impresa individuale di
trasporti a COCUZZA Rosario; di ditta individuale di nome TRANSPEED a nome di BRANCATO
Giuseppe).
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 c.p.p., 12-quinguies
L. n. 356/92, art. 7 L. n. 203/91.
Sul delitto F6, la Corte di merito non aveva risposto al motivo di appello sulla
insufficienza probatoria del contenuto dell'unica conversazione valorizzata a sostegno della
colpevolezza in data 9.2.2008.
Non bastava che il FIAMMETTA avesse detto "l'agenzia ce l'ha intestata lui" (il
BRANCATO), per ricavarne la riconducibilità al COSTANZO, in assenza di ulteriori elementi
anche solo indiziariamente convergenti nel senso di un interessamento del predetto all'attività
dell'impresa in questione.
Infatti, pur essendo il ricorrente stato sottoposto a continua captazione delle
conversazioni per circa due anni, mai era emersa una conversazione che lo avesse visto
interessato alla ditta TRANSPEED.
Nelle ulteriori conversazioni, che si riferivano esclusivamente al FIAMMETTA, non vi era
alcuna menzione del COSTANZO, sicché non era dato inferire alcun elemento a suo carico.
Quanto al delitto sub F5, la sentenza faceva riferimento ad alcuni brani di conversazione
o a documenti da cui si sarebbe evinto un interesse del COSTANZO, il quale avrebbe gestito, di
fatto, l'impresa del COCUZZA.
Ad avviso della difesa, tali elementi sarebbero idonei a dimostrare una cogestione della
ditta, ma non implicavano necessariamente l"attribuzione" del compendio patrimoniale
dell'effettivo
dominus
a terzi, in assenza di elementi atti a dimostrare la provenienza dei mezzi
economici e strumentali necessari per la costituzione e la gestione della ditta dal patrimonio del
COSTANZO, il quale, proprio in virtù della sua qualità di
dominus,
avrebbe dovuto attribuirli al
COCUZZA. Mancava, inoltre, la prova che il ricorrente avesse partecipato agli utili della ditta,
per cui anche sotto questo aspetto difettavano gli elementi necessari alla integrazione del
reato.
Sul piano motivazionale, la sentenza palesava incolmabili lacune soprattutto con
riferimento alla sussistenza del dolo specifico, essendosi la Corte limitata sostanzialmente ad
22
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
affermare che il COSTANZO non avrebbe non potuto raffigurarsi la possibilità di essere
sottoposto a misura di prevenzione patrimoniale in ragione della sua caratura criminale.
La Corte, tuttavia, era incorsa in contraddizione nell'ancorare l'attitudine criminale del
ricorrente alla gestione delle estorsioni in danno degli imprenditori operanti nella zona di
Palagonia, dimenticando che proprio in relazione alle ipotesi estorsive contestategli il
COSTANZO era stato assolto.
Inoltre, la ditta COCUZZA fu creata nel 2000 (lo diceva la consulenza di parte) e
pertanto in epoca lontana dal periodo di consumazione dei fatti contestati.
D'altro canto, la ditta COCUZZA non possedeva un patrimonio tale da giustificare un
intento elusivo, dunque non presentava una sproporzione rispetto ai redditi dichiarati né gli altri
requisiti per dar luogo alla confisca.
Né era condivisibile l'affermazione della Corte secondo la quale anche una ditta senza
valore patrimoniale sarebbe stata suscettibile di confisca, a motivo del valore dell'avviamento.
Ad avviso della difesa, il valore dell'avviamento sarebbe stato configurabile solo in
presenza di un marchio riconoscibile e identificabile, mentre nella specie il marchio separato da
coloro che lo impersonavano non aveva valore.
Se la ditta, quindi, non era suscettibile, in concreto, di confisca, non si poteva neppure
ipotizzare un intento elusivo relativamente a beni immateriali la cui apprensione non ne
avrebbe impedito la ricostituzione mediante la creazione di altra ditta individuale.
In ogni caso, il reato sub F5 doveva considerarsi prescritto, essendosi la ditta costituita
nel luglio 2000, come da documentazione in atti.
Infine, in relazione alla ritenuta aggravante di cui all'art. 7 la motivazione, per entrambi
i reati, era solo apparente, risolvendosi in affermazioni apodittiche e prive di contenuto,
mancando la spiegazione di come la fittizia intestazione avrebbe agevolato l'associazione
mafiosa.
F6)
Capo G1, riqualificato dalla Corte di Appello in art. 610
C.P..
Violazione di norme processuali in relazione agli artt. 521 c.p.p., 111 Cost. e 6 CEDU;
violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 c.p.p., 610
C.P.
e 7 L. n.
203/91.
La Corte territoriale aveva ritenuto che non costituisse violazione del diritto di difesa e
dell'art. 6 CEDU la modifica dell'imputazione operata in appello, rilevando che il diritto di difesa
era stato assicurato mediante l'interlocuzione del difensore in sede di discussione.
La difesa contesta l'affermazione della Corte, osservando che non vi era stata una
riqualificazione giuridica del fatto, ma l'immutazione del fatto stesso, con ciò determinandosi la
mancata correlazione tra accusa e sentenza, nonché la privazione del diritto di produrre prove
a discolpa in relazione al diverso fatto.
In ogni caso, nella specie non era ravvisabile alcuna violenza o minaccia, come era
desumibile dall'esame delle conversazioni intercettate e travisate dalla Corte, da cui
23
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
emergevano contatti con ditte non interessate all'appalto e con le quali intercorrevano buoni
rapporti.
Insussistente l'aggravante ex art. 7, stante l'assenza di elementi di prova del
collegamento con l'associazione mafiosa.
F7)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 240 e 416-bis,
comma 7, c.p., art. 12-sexies L. 356/92 e 6 CEDU, anche in relazione al mancato accoglimento
dell'istanza di nomina di un perito contabile.
Inizia riportando le deduzioni svolte con l'atto di appello.
La sentenza impugnata aveva aderito anch'essa acriticamente alle risultanze peritali,
senza valutare le numerose criticità emergenti dalla perizia, ritenendo applicabile la misura
ablativa ai sensi degli artt. 416-bis, comma 7, c.p. e 12-sexies in assenza dei relativi
presupposti di legge.
Non era stato indicato il nesso di pertinenzialità tra il reato e il bene, non potendo
all'uopo ritenersi esaustiva la generica e assertiva affermazione secondo la quale COSTANZO
avrebbe operato realizzando le finalità dell'associazione e con metodo mafioso.
Posto che nel provvedimento ablativo impugnato non vi era traccia di collegamento
alcuno tra proventi di eventuali attività illecite e i relativi investimenti, doveva dedursi che
l'unico presupposto a sostegno della misura fosse quello legato alla sproporzione tra
investimenti e redditi e/o attività economica del soggetto.
Invero, stante l'assenza di relazione di asservimento tra cosa e reato, i beni immobili siti
in Palagonia e Faenza e le auto non erano confiscabili ex art. 240 c.p..
La Corte aveva ritenuto la sproporzione sulla scorta della perizia espletata in primo
grado dal dott. ROMANO ed aveva disatteso tutte le censure mosse dalla difesa con particolare
riferimento all'applicazione dei seguenti criteri:
-
ricostruire il patrimonio anno per anno dal
10
gennaio al 31 dicembre;
-
non consentire di riportare all'anno successivo i risultati economicamente positivi senza
dare prova della loro collocazione ed effettiva disponibilità;
-
suscettibilità di confisca di beni acquistati in anni nei quali fosse stata acclarata
l'esistenza di sperequazione tra entrate e spese;
-
la deducibilità dei redditi disponibili per ogni anno di spese per consumi familiari
ricavate dalle medie individuate dall'ISTAT.
In relazione a quest'ultimo punto, oggetto di specifica censura in appello, la Corte era
entrata in palese contraddizione, in quanto, da un lato, aveva ritenuto tali tabelle alla stregua
di parametro orientativo soggetto a variabili evidenziando la necessità di tener conto
dell'effettivo tenore del soggetto e, dall'altro, aveva recepito acriticamente le tabelle dei
consumi medi elaborate dall'ISTAT e indicate dai periti.
Più rispondente ai requisiti di certezza e prudenza, ad avviso della difesa, sarebbe stato
riferirsi ai consumi rilevati dall'ISTAT per definire la soglia di povertà.
24
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Del resto, le tabelle dei consumi medi ISTAT erano state abbandonate persino dall'Erario
per la determinazione della capacità contributiva delle persone fisiche, a seguito della
intervenuta censura del Garante della Privacy (richiama circolare AF 6/E/2014).
Parimenti erronea era l'affermazione della Corte di merito secondo cui non potevano
essere considerati i redditi non dichiarati al fisco, ciò in aperto contrasto con l'orientamento
della Suprema Corte.
Il ricorso, poi, lamenta che la Corte non abbia tenuto conto, su determinati specifici temi
afferenti alla ricostruzione del nucleo familiare COSTANZO, dei rilievi critici formulati con l'atto
di appello e delle informazioni scaturite dall'esame del perito:
-
per aver calcolato il reddito delle imprese al netto e non al lordo degli ammortamenti;
-
per aver erroneamente calcolato perdite per euro 71.072,00 nel 2007, atteso che le
passività a fini fiscali non coincidevano con effettive perdite patrimoniali;
-
l'omessa considerazione, per il 2009, del provento della vendita di due beni (euro
72.000);
-
l'erronea considerazione quale elemento negativo per il 2009 in rettifica del reddito
dichiarato dei saldi dei c/c sottoposti a sequestro.
Ulteriore motivo di doglianza riguardava le differenze di importo indicato tra gli elementi
negativi nel 2005 con riferimento all'acquisto di immobile sito in Palagonia per un valore di euro
189.248,00 attestato nell'atto di vendita (deduce che vi era preliminare del 23.4.1998 da cui
risultava il versamento a titolo di acconto di 50 milioni di lire rispetto a un prezzo convenuto di
100 milioni, sicché nel 2005 si sarebbe dovuto imputare solo il saldo per i residui 50 milioni).
Sul punto si lamenta che la Corte etnea, recependo acriticamente le osservazioni del
perito, avesse erroneamente affermato che il contratto preliminare non aveva data certa e
comunque non sarebbe valso a provare la dazione di denaro in data anteriore al 1999.
Alla luce di quanto esposto, ad avviso della difesa era evidente la necessità della
rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale per fugare i dubbi e le perplessità rimasti anche
all'esito dell'esame del perito, attraverso la nomina di un nuovo tecnico finalizzata a
determinare l'effettiva capacità economica e patrimoniale del nucleo familiare del COSTANZO.
F8)
Violazione di leige e vizio di motivazione in relazione alla sussistenza delle
aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis c.p., mancando la prova della disponibilità di
armi in capo all'associazione e del reinvestimento di capitali provenienti da delitti in attività
economiche che gli associati intendevano assumere, laddove risultava che le attività
economiche del COSTANZO erano sempre state gestite dallo stesso e non vi era evidenza di
reinvestimento in esse di proventi illeciti del sodalizio.
F9)
Vizio di motivazione in relazione al diniego delle attenuanti generiche.
La posizione del COSTANZO non si differenziava da quella degli altri imprenditori ai quali
le attenuanti erano state concesse.
25
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
L'assoluzione da numerosi reati e l'esclusione di un ruolo apicale avevano ridimensionato
la gravità della posizione dell'imputato, tale da poter essere considerata marginale alla pari di
quella di coimputati beneficiari delle attenuanti.
Inoltre, non si era tenuto conto del definitivo allontanamento del COSTANZO dalla Sicilia
sin dall'aprile 2008.
F10)
Vizio di motivazione e violazione di lesge in relazione al calcolo della pena in
conseguenza della contestazione delle aggravanti e della recidiva.
La Corte aveva riconosciuto la recidiva in riferimento a fatti del 1992 (furto tentato) e
2003 (ricettazione) seguendo un automatismo che - anche per la distanza temporale tra le due
condotte e l'esiguità delle pene irrogate - non poteva essere considerato accettabile.
Si contestava anche la violazione dell'art. 99, comma 6, c.p., in quanto l'aumento di tre
anni applicato era superiore al cumulo delle pene (5 mesi) risultante dalle condanne
precedentemente valutabili.
Infine, la decisione era in contrasto con la regola del cumulo giuridico prevista dall'art.
63, comma 4, c.p..
L'applicazione della recidiva e di un ulteriore aumento nella misura di un terzo in ragione
della riconosciuta aggravante di cui al comma 6 art. 416 bis c.p. a una fattispecie già aggravata
da una circostanza ad effetto speciale era un'operazione in contrasto con la pronuncia delle
Sezioni Unite n. 20798 del 2011.
F11)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla mancata applicazione del
trattamento sanzionatorio previsto per l'originaria disciplina dell'art. 416-bis c.p., essendo le
condotte integranti il reato permanente terminate sicuramente nell'aprile 2008, data di
cessazione di ogni contatto del COSTANZO con qualsiasi altro coimputato e del suo definitivo
allontanamento dalla Sicilia.
F12)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla illegittima qualificazione
del COSTANZO come delinquente abituale in mancanza del presupposto della pericolosità
sociale ed alla applicazione della libertà vigilata per tre anni in mancanza del medesimo
presupposto.
FF)
In data 2.3.2016 sono stati depositati "Motivi nuovi" dall' avv. Gaito.
FF1)
Nel primo, si sintetizzano le censure sulla contestata partecipazione del ricorrente
all'associazione mafiosa di cui al capo Al.
FF2)
Nel secondo, si approfondisce il tema del giudizio abbreviato e dei limiti della
rinnovazione istruttoria in appello, ribadendosi che la Corte aveva eluso la valutazione circa
l'assoluta necessità dell'esame dei fratelli MIRABILE e assumendosi che, in considerazione del
divieto per il P.M. di proporre appello contro le sentenze di condanna e del principio generale
del divieto di reformatio in peius,
le sole prove che il Giudice d'appello poteva acquisire non
solo non potevano essere che quelle assolutamente necessarie, ma, per di più, dovevano
26
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
essere indispensabili in quanto a favore dell'imputato e non consistenti, invece, in prove
d'accusa.
Diversamente, ammettendo più di una prova a sostegno dell'accusa, il Giudice sarebbe
giunto alla conclusione di confermare
in parte qua
una sentenza di condanna anche in forza di
elementi introdotti in un giudizio da definire
ex lege
allo stato degli atti, sostituendosi di fatto
alla figura del P.M. e contravvenendo, così, non solo al principio di separazione dei poteri, ma
determinando il venir meno della
ratio
stessa che informava l'appello nel giudizio abbreviato.
FF3)
Nel terzo motivo, il difensore sviluppa il tema del diritto al doppio controllo di
merito, auspicando come fisiologico un annullamento con rinvio per assicurare il diritto
dell'imputato al doppio grado di merito sulle nuove prove a carico.
FF4)
Coincide con il sesto motivo di ricorso.
FFS)
Riprende alcuni temi già affrontati sulla misura patrimoniale.
In data 11.3.2016 sono stati depositati "Motivi aggiunti" anche dall'avv. Pirracchio, che,
peraltro, si sostanziano in un elenco di atti processuali indicati a supporto dei vari motivi di
ricorso.
G) Ricorso di CRISTAUDO Giovanni (avv. Carmelo Peluso).
Assolto in primo grado, condannato in appello alla pena di 5 anni di reclusione, con
generiche equivalenti, per concorso esterno in associazione mafiosa (capo 84).
Formula i seguenti motivi di impugnazione.
Gl)
Violazione di leige e vizio di motivazione con riferimento agli elementi costitutivi
del concorso esterno nel delitto di cui all'art. 416-bis
C.P..
E' un lungo e articolato motivo introdotto da una rassegna giurisprudenziale sugli
elementi del reato contestato e sull'onere di motivazione rafforzata incombente al giudice che
riforma la sentenza di primo grado, in particolare quando la decisione di appello sia quella di
condanna.
Secondo il difensore del ricorrente, le argomentazioni utilizzate dalla Corte di Appello si
potevano ricondurre a tre temi di prova:
a)
l'affare relativo alla realizzazione del centro commerciale LA TENUTELLA era infiltrato
dalla mafia e per la realizzazione del progetto si poteva contare sull'appoggio di uomini politici;
b)
CRISTAUDO era uomo politico di riferimento per tale affare ed era consapevole
dell'interesse nutrito per esso dalla mafia per avere avuto contatti con esponenti mafiosi;
c)
CRISTAUDO aveva stretto un patto con la mafia da cui aveva avuto vantaggi elettorali
in cambio di attività di supporto alla realizzazione del centro commerciale.
Primo tema.
Si lamenta, in primo luogo, l'omessa valutazione di una memoria difensiva con cui si
evidenziava che le dichiarazione del collaborante SORTINO Carmelo sul coinvolgimento di
politici nell'affare della TENUTELLA non solo non contenevano alcun riferimento al CRISTAUDO,
ma indicavano "politici del comune di Misterbianco".
27
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
In relazione alla utilizzazione di tali dichiarazioni, si contesta anche il travisamento della
prova.
Analoghe censure si muovono in ordine alla valutazione del colloquio carcerario
intercorso il 22.6.2007 tra il detenuto MARSIGLIONE Francesco e il figlio Gabriele Girolamo,
della conversazione fra D'URSO Giovanni e NASELLI Felice del 12.12.2005, della intercettazione
ambientale dell'1.3.2006 tra D'URSO e COSENTINO Francesco e della conversazione telefonica
ancora fra D'URSO e NASELLI dell'8.5.2008.
In nessuna di tali conversazioni si faceva riferimento al CRISTAUDO, per cui la Corte di
merito era incorsa in travisamento della prova e manifesta illogicità della motivazione nella
parte in cui il ricorrente era stato annoverato tra i politici di riferimento conosciuti dagli
interlocutori delle conversazioni intercettate.
Si censura, inoltre, l'omessa valutazione di prova decisiva in senso contrario, e quindi il
travisamento, costituita da alcune intercettazioni ambientali del 14.3.2006 captate sulla vettura
del D'URSO, in cui si parlava della consegna di una somma di denaro pari a 15.000,00 euro a
un personaggio politico diverso dal CRISTAUDO.
Identica censura si muove in ordine all'omessa considerazione delle dichiarazioni rese
dal teste avv. Giovanni GALASSO nel procedimento connesso trattato davanti al Tribunale
collegiale di Catania in data 18.4.2013 (acquisite all'udienza del 23.4.2014), in cui si faceva il
nome di un politico diverso dal CRISTAUDO.
Ininfluente, infine, la telefonata intercorsa il 30.6.2004 tra MARSIGLIONE Francesco e
l'avv. Giovanni GALASSO, in cui, con riferimento alla questione della TENUTELLA, il primo
diceva che era "il deputato regionale Giovanni CRISTAUDO "che
aveva
combinato tutte
cose"...".
Evidenzia la difesa al riguardo che la telefonata non consentiva di sapere cosa avrebbe
"combinato" il CRISTAUDO, atteso che alla data della stessa non era stato posto in essere alcun
atto da poter correlare alla vicenda della TENUTELLA; tra l'altro, all'epoca non erano neppure
state rilasciate le concessioni da parte del Comune di Misterbianco, con nessuno dei cui
rappresentanti risultava che il ricorrente avesse mai avuto contatti; né erano stati presentati i
disegni di legge regionale per le aree commerciali integrate da parte di CRISTAUDO (il primo
venne presentato il 24.7.2007).
In sintesi, ad avviso della difesa, il primo tema di prova appariva il frutto di un palese
travisamento della prova e la conclusione di un procedimento inferenziale illogico e privo di
motivazione.
Secondo tema di prova: parte prima...
Si contesta, in primo luogo, la valorizzazione fatta dalla Corte di Appello delle
dichiarazioni rese dal collaborante MIRABILE Paolo all'udienza del 16.10.2013, a proposito di
una cena elettorale di ringraziamento organizzata dal CRISTAUDO, nell'ottobre del 2002,
presso il ristorante del dichiarante, in occasione della quale lo zio di quest'ultimo MIRABILE
28
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Alfio aveva accusato il ricorrente di rendergli "difficile il discorso della TENUTELLA", senza
specificare altro, anche se poi Alfio aveva fatto capire al nipote che CRISTAUDO sosteneva, per
la realizzazione del centro commerciale, una ditta diversa da quella da lui indicata (quella di
ORLANDO Pietro) e che ciò aveva generato una discussione con gli ERCOLANO.
L'obiezione difensiva secondo cui nel 2002 non si erano svolte competizioni elettorali,
sicché non poteva essersi tenuta nessuna cena di ringraziamento, era stata superata dalla
Corte etnea con un passaggio motivazionale inficiato da manifesta illogicità e travisamento
della prova, in cui si adduceva la circostanza, oggettivamente non vera, che, a seguito delle
elezioni del 2001, il CRISTAUDO sarebbe stato nominato solo nel 2002 a seguito della rinuncia
di un eletto, mentre era stato documentato dalla difesa che il ricorrente si era insediato il
25.7.2001.
Si censura, poi, per manifesta illogicità, l'affermazione della Corte di merito sulla
vicinanza del CRISTAUDO già dal 2002 ad ambienti mafiosi, desunta dalle dichiarazioni del
MIRABILE, osservando che nel 2002 non poteva esserci stato alcun intralcio all'attribuzione dei
lavori alla ditta sponsorizzata dal MIRABILE o che qualcuno potesse aver consegnato al
MIRABILE Alfio una somma di denaro per la prima
tranche
di lavori (circostanza riferita dal
propalante), in quanto, in quell'anno, ai fini della realizzazione del centro commerciale LA
TENUTELLA, non era stato perfezionato neppure l'acquisto dei terreni (maggio-settembre
2003), non si era svolta la Conferenza dei servizi (8.1.2003) e non era stata rilasciata la
concessione edilizia dal Comune di Misterbianco (2.3.2005).
Sul punto, era stata travisata dalla Corte territoriale anche un'annotazione di servizio dei
Carabinieri del Comando Provinciale di Catania del 23.1.2004, che accertava come, sino al
2004, non fosse stato effettuato alcun lavoro inerente alla materiale realizzazione del centro
commerciale.
Si stigmatizza, quindi, la valorizzazione delle dichiarazioni rese dal MIRABILE, in quanto
caratterizzate da assoluta incertezza, atteso che i fatti da lui riferiti erano stati appresi da un
terzo e storicamente non potevano essere avvenuti nei tempi e nei modi descritti dal
collaborante.
Si censura, inoltre, un profilo di contraddittorietà della motivazione, laddove, in alcuni
passaggi, attribuiva al CRISTAUDO il ruolo di mediatore interessato a individuare acquirenti
delle quote della società e, in altri, quello di soggetto che parteggiava per alcune ditte
interessate alla esecuzione dei lavori.
Si contesta, quindi, sotto il profilo del travisamento, alla Corte catanese di non aver
considerato quanto emerso dalle richieste di proroga delle intercettazioni presentate nel
procedimento "DEDALO" in data 7 e 15.3.2006 (capitano dei Carabinieri Fabio BOTTINO), e
cioè che, dalla vendita delle quote de la TENUTELLA a CUBBA s.r.l. in seguito al concreto
interessamento del CRISTAUDO, sarebbe stata vanificata ogni prospettiva di guadagno per
l'organizzazione mafiosa.
29
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Le prove di cui era stata omessa la valutazione avrebbero consentito di affermare che il
ricorrente, interessandosi alla vendita delle quote del centro commerciale, non aveva presente
alcun tipo di interesse mafioso all'affare.
... seconda parte del secondo tema: consapevolezza dell'interessamento dei mafiosi
all'affare della TENUTELLA.
Quanto alle conversazioni intrattenute dal CRISTAUDO con il RAGUSA, assume la difesa
che esse concorrevano a destituire di fondamento l'ipotesi accusatoria volta ad accreditare una
condotta del consigliere regionale strumentale all'associazione, poiché, al più, confermavano
quanto sostenuto dal Giudice di primo grado, e cioè che CRISTAUDO perseguisse un interesse
personale nella vicenda della TENUTELLA, dato da una qualunque utilità derivante dalla
mediazione nell'operazione di compravendita delle quote della società.
Era bene sottolineare come il RAGUSA fosse un imprenditore incensurato ed avere
rapporti con lui non poteva equivalere ad avere rapporti con una consorteria criminale.
Si censura come illogico l'argomento speso dalla Corte di Appello, al fine di individuare
CRISTAUDO quale politico di riferimento per il gruppo mafioso, secondo cui, come emerso dalla
intercettazione ambientale del 20.4.2008, AIELLO Vincenzo avrebbe manifestato a
BARBAGALLO Giovanni l'esigenza di incontrare il ricorrente per discutere di questioni
riguardanti il parco.
L'argomento doveva considerarsi illogicamente addotto a sostegno dell'ipotesi
accusatoria, in quanto la conversazione era avvenuta dopo l'attività posta in essere da
CRISTAUDO quale deputato regionale e, dall'esame della stessa, risultava evidente che nessun
incontro era avvenuto tra AIELLO e il deputato prima di quella data e che, di conseguenza -
come pure affermato dal G.U.P. nella sentenza di assoluzione - tutto ciò che era stato
ipotizzato dall'Accusa con una collocazione temporale antecedente a quella data doveva
necessariamente essere ricondotto a interessi che nulla avevano a che fare con un contributo
alla mafia.
Nella sentenza di appello mancava ogni confutazione dell'argomento logico a favore
dell'imputato, offerto dalla motivazione della prima decisione. E a nulla valeva l'argomento
utilizzato dai Giudici del gravame, secondo cui l'assenza dei rapporti tra AIELLO e CRISTAUDO
non poteva certo essere interpretata come mancanza assoluta di precedenti rapporti tra
CRISTAUDO ed esponenti mafiosi, perché tale argomentazione confermava e non superava la
motivazione del Giudice di prime cure lasciando immutato il dubbio.
Il processo, in definitiva, consegnava la prova esclusivamente dei rapporti tra
CRISTAUDO e RAGUSA, rapporti estesi all'avv. SANTAGATI, legale del RAGUSA e mai raggiunto
da elementi indiziari di partecipazione a progetti malavitosi. Tutto il resto era rimesso alla mera
congettura dei Giudici, in quanto, qualora fosse stato provato il collegamento tra RAGUSA ed
esponenti del crimine organizzato, nulla consentiva di affermare che il ricorrente ne fosse stato
a conoscenza.
30
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
In proposito, la Corte di Appello aveva colmato il vuoto probatorio, ben evidenziato dal
primo Giudice, con una opinione personale e non suffragata da prove, che privava la
motivazione di ogni plausibile giustificazione.
Terzo tema di prova: l'attività svolta dal CRISTAUDO a favore del centro commerciale LA
TENUTELLA.
In primo luogo, si contesta un evidente travisamento della prova in ordine
all'affermazione della Corte di Appello, per cui il CRISTAUDO avrebbe ammesso la sua attività
in favore della TENUTELLA, in quanto, in sede di spontanee dichiarazioni rese all'udienza del
19.6.2012 in primo grado, il ricorrente aveva specificato che la sua proposta legislativa non
poteva riguardare il suddetto centro commerciale a causa dei fatti giudiziari di Messina, ma
avrebbe esplicato i suoi effetti su una pluralità di attività commerciali in Sicilia ed aveva
illustrato le motivazioni della proposta tendente a sanare il contrasto esistente tra la L.R. n.
28/99 e la L.R. n. 71/78.
In secondo luogo, quanto al contenuto dell'ordine del giorno del 27.1.2007, menzionato
in sentenza, la difesa evidenzia che esso era stato presentato non solo dal CRISTAUDO, ma
anche dall'on. PAGANO, e l'iniziativa si era resa necessaria per sopperire all'inerzia
dell'Amministrazione che, a distanza di anni dal D.P.R.S. 11.7.2000, non ne aveva completato
l'applicazione.
Quanto alla ripresentazione del disegno di legge 4.10.2007, sempre richiamata in
sentenza, trattavasi di iniziativa determinata dalla volontà politica espressa nella riunione della
Conferenza dei Presidenti dei Gruppi Parlamentari che aveva disposto la convocazione
dell'Assemblea Regionale Siciliana in sessione straordinaria per il 24 e 25.10.2007 per discutere
il d.d.l. concernente modifiche e integrazione alla L.R. 22.12.1999 n. 28 in materia di disciplina
del commercio ed alla L.R. n. 32/2000.
Diversamente da quanto ritenuto dalla Corte, inoltre, non era stato il CRISTAUDO a far
definire l'iniziativa della TENUTELLA come "Parco commerciale" o "Area Commerciale
Integrata", in quanto tale definizione era data in base a quanto descritto ai commi 3 e 4
dell'art. 4 D.P.R. 11.7.2000 circa le varie tipologie secondo le strutture e l'ampiezza delle aree.
L'affermazione centrale della Corte, secondo cui l'iniziativa legislativa posta in essere dal
CRISTAUDO aveva apportato sicuri vantaggi per la realizzazione della TENUTELLA, era inficiata
da manifesta illogicità e da violazione di norme di cui si deve tener conto nell'applicazione della
legge penale.
Invero, il Centro commerciale poteva avere la proroga dell'autorizzazione per l'inizio
dell'attività anche a prescindere dall'applicazione della L.R. n. 21/2007. La TENUTELLA aveva,
infatti, ottenuto l'autorizzazione unica S.U.A.P. (Sportello Unico Attività Produttive) dal comune
di Misterbianco il 25.2.2005, che aveva, poi, rilasciato la concessione edilizia del 2.3.2005,
assegnando alla ditta il termine di un anno per iniziare i lavori e tre per concluderli. Avendo
31
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
avuto inizio i lavori il 23.6.2005, il tempo per la loro realizzazione sarebbe scaduto il 22.6.2008,
salvo proroga.
La richiesta di proroga, nella specie, venne avanzata con nota del 15.5.2008 per "fatti
non imputabili all'impresa" - ovvero il sequestro giudiziario delle quote sociali - in base a una
disposizione già esistente nel testo originario dell'art. 22, comma 4, lett. a), L.R. n. 28/99.
Qualora la modifica alla legge proposta dal CRISTAUDO fosse stata rivolta all'interesse
della TENUTELLA, sarebbe stato inutile e illogico, pertanto, avanzare istanza di proroga per fatti
non imputabili all'impresa.
Nel caso in esame, la proroga venne concessa dalla Conferenza dei Servizi fino al
31.12.2010 e, con una deliberazione successiva, fino al 31.12.2011.
Risultava, in definitiva, infondato, ad avviso della difesa, il teorema affermato in
sentenza secondo cui la citata modifica alla legge avrebbe avuto lo scopo di determinare la
riuscita di un'operazione di rilevante valore economico che sembrava, ormai, arenata, dal
momento che la certezza della proroga era automaticamente derivata dai fatti giudiziari di
Messina del novembre 2004, mentre la modifica della legge era avvenuta in tempi successivi
(ottobre 2007).
Si era, quindi, ben lontani da quell'apporto concreto e necessario all'attività
dell'organizzazione criminale che la giurisprudenza esige per l'integrazione del reato di cui agli
artt. 110 e 416-bis c.p..
Travisante doveva considerarsi, al riguardo, l'affermazione della Corte sul fatto che il
CRISTAUDO avrebbe tenuto costantemente informato il D'URSO dell'iter del disegno di legge
citato, atteso che nessun tabulato o intercettazione riportava conversazioni o contatti telefonici
tra i predetti.
Egualmente travisante la motivazione nella parte in cui faceva riferimento allo scalpore
suscitato nell'ambiente imprenditoriale catanese dalla iniziativa legislativa in parola,
valorizzando due conversazioni intercorse tra BOSCO e ZAPPARATA e tra BOSCO e MICALI, ma
omettendo di riportare la risposta finale di MICALI che osservava come la legge fosse per tutti.
...segue terzo tema: il patto politico/mafioso.
Sul tema del patto politico/mafioso, la difesa, in primo luogo, contesta la valorizzazione
delle dichiarazioni rese dal collaborante STURIALE Eugenio Salvatore, in quanto del tutto
generiche, come, del resto, già ritenuto dal G.U.P. in primo grado.
La Corte di appello non aveva speso una parola per sovvertire il giudizio espresso dal
primo Giudice sul difetto di prova in ordine all'aiuto elettorale effettivamente prestato dai
mafiosi al CRISTAUDO.
Si censura come illogica l'affermazione della Corte sul fatto che anche per le elezioni del
2006 il CRISTAUDO aveva potuto contare sull'appoggio del clan, basata su alcune
intercettazioni telefoniche del 27.5 in cui D'EMANUELE Antonino (figlio di Natale, condannato
32
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
per associazione mafiosa) invitava i suoi interlocutori a votare CRISTAUDO definendolo come
un "carissimo amico" che "si era messo a disposizione".
Ad avviso della difesa, nell'ottica del sinallagma descritto nel capo d'imputazione,
risultava inverosimile che l'organizzazione criminale, in adempimento del contestato patto
politico-mafioso, predisponesse la propria controprestazione, costituita dall'appoggio elettorale
dei propri affiliati, soltanto il giorno prima delle votazioni e soltanto con qualche telefonata e
qualche "sms" affidati alla buona volontà di un giovane incensurato.
La Corte, peraltro, aveva omesso di considerare la conversazione del 27.5.2006 n. 5200,
sempre coinvolgente il D'EMANUELE, che appariva molto significativa in ordine alla mancanza di
pianificazione e attuazione di un qualsivoglia progetto di appoggio elettorale.
Quanto al consenso elettorale mafioso prestato al CRISTAUDO tramite l'imprenditore
PESCE Franco alle elezioni del 2008, trattavasi di ipotesi fondata su una conversazione del
25.2.2008 avvenuta tra AIELLO Vincenzo e BARBAGALLO Giovanni, ovvero tra due soggetti
terzi rispetto alle due persone di cui si parlava, che, secondo la difesa, doveva ritenersi
irrilevante per due motivi: 1) in quel periodo, il PESCE era conosciuto come imprenditore e non
erano ancora state elevate le gravi accuse di cui poi era stato imputato; 2) l'impegno elettorale
del PESCE in favore del CRISTAUDO rimaneva allo stato di ipotesi, in quanto agli atti mancava
un accertamento relativo all'effettivo sostegno elettorale in questione.
Anche a volersi ritenere realmente avvenuto l'appoggio alle elezioni del PESCE a
CRISTAUDO, esso non consentiva di evidenziare la consapevolezza di quest'ultimo di ottenere
aiuto da un clan mafioso, piuttosto che da un imprenditore incensurato come tanti.
Ciò nonostante, dagli elementi illustrati la Corte di merito aveva tratto il convincimento
che per tutto il corso della sua carriera politica il CRISTAUDO avesse potuto costantemente
contare sull'appoggio del clan SANTAPAOLA, affermazione, questa, che si risolveva in una
petizione di principio illogica e priva di dimostrazione probatoria.
Quanto all'altro "polo" del sinallagma, la Corte di Catania aveva ritenuto, con
motivazione apodittica, illogica e travisante, di poter superare le osservazioni del primo
Giudice, secondo cui l'azione del CRISTAUDO non poteva essere ascrivibile "oltre ogni
ragionevole dubbio" al perseguimento degli interessi dell'associazione.
Evidenzia la difesa che, nella fattispecie in esame, era emerso con chiarezza che
qualunque interesse del clan malavitoso all'affare del centro commerciale LA TENUTELLA legato
alla presenza di tale D'URSO quale socio occulto del RAGUSA, non era stato assolutamente
palesato all'esterno sino al 17.11.2008, data in cui il RAGUSA cedette le quote al predetto.
Ritenere che CRISTAUDO fosse a conoscenza degli accordi occulti tra RAGUSA e D'URSO era
frutto di mera congettura dei Giudici e perverso prodotto della logica penalizzante di una
ricostruzione
ex post
della vicenda.
Evidente era la violazione della legge penale quanto alla valutazione del dolo, in quanto
in alcuni passaggi della sentenza (pagg. 196 e 197) l'atteggiamento psicologico descritto dalla
33
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Corte era quello del dolo eventuale, mentre l'elemento soggettivo del concorrente esterno in
associazione mafiosa era quello del dolo diretto, come ben chiarito dal primo Giudice.
G2)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al
tempus commissi delicti,
alla concessione delle attenuanti generiche prevalenti e alla determinazione della pena.
Sebbene nel capo d'imputazione il reato ascritto al CRISTAUDO risultasse contestato fino
all'anno 2009, epoca in cui furono vendute le quote della TENUTELLA, le condotte attribuibili ad
un rapporto sinallagmatico tra l'imputato e l'associazione si fermavano alla presentazione del
disegno di legge del 2007 per il deputato regionale e al supporto che sarebbe stato fornito
dall'associazione in occasione delle elezioni del 13/14 aprile 2008. Il concorso esterno sarebbe,
dunque, cessato prima dell'entrata in vigore della L. n. 125/2008 che aveva modificato l'entità
della pena per il delitto di cui all'art. 416-bis c.p..
Conseguentemente, applicando la pena base in misura prossima al minimo, come fatto
dalla Corte di Appello, si sarebbe dovuto tener conto della legge abrogata più favorevole al reo.
La Corte aveva, inoltre, omesso qualunque valutazione in ordine al giudizio di
equivalenza o prevalenza delle concesse attenuanti generiche sulle contestate aggravanti, e,
presumendo che avesse optato per il regime di equivalenza in funzione della pena base
individuata e della mancanza di diminuzioni successive, aveva in ogni caso omesso di motivare
sul diniego del giudizio di prevalenza delle predette attenuanti.
G3)
In data 17.3.2016 è stata depositata memoria intitolata "Motivi nuovi".
In essa vengono ulteriormente focalizzati determinati aspetti già affrontati in ricorso per
mettere in luce il travisamento della prova in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale (trattativa
CUBBA/LA TENUTELLA di cui la mafia era all'oscuro; il presunto accantonamento del progetto,
ripescato grazie all'iniziativa legislativa del CRISTAUDO, circostanza smentita dalla intercorsa
trattativa con la GALOTTI s.p.a., che aveva versato una caparra di 5 milioni; l'asserita
riservatezza delle informazioni concernenti l'iter legislativo che il CRISTAUDO avrebbe riferito al
D'URSO etc.).
H) Ricorso di FIAMMETTA Alfonso (avv.ti Vincenza PIRRACCHIO e Salvatore
CATANIA MILLUZZO).
Assolto dai reati di cui ai capi D6 ed E5, condannato per quelli di cui ai capi Al, Cl, D7,
D8 e F6 alla pena di 9 anni e 8 mesi di reclusione; beni confiscati.
Si articola nei seguenti motivi.
H1)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 e 546 c.p.p.,
513-bis c.p. e 7 L. n. 203/91 (capo C1).
La Corte di Appello aveva rigettato l'impugnazione valorizzando alcune conversazioni
intercettate, ma omettendo qualsiasi indicazione in ordine agli atti di concorrenza illecita e di
minaccia e/o violenza posti in essere.
Nessuna delle conversazioni intercettate aveva evidenziato profili intimidatori o di
alterazione della libera concorrenza.
34
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Quella del 6.5.2007 coinvolgente FIAMMETTA, AIELLO V., OLIVA e COSTANZO, si riferiva
a un fatto avvenuto prima del 24.6.1999, dato che era stato comunicato all'OLIVA mentre si
trovava in carcere (ultimo periodo 24.6.99-9.7.99); inoltre, la conversazione si riferiva ad un
singolo lavoro e non ad una intera categoria di servizi; infine, se minaccia vi era stata, essa era
stata attuata da un soggetto terzo non identificato a danno di tale "Nuccio" e non dal
COSTANZO.
Quanto alle conversazioni intercettate tra il FIAMMETTA, da un lato, e ZUCCARELLO e
SIPALA dall'altro, la difesa richiamava le deposizioni da costoro rese nel giudizio ordinario
collegato e acquisite agli atti, nelle quali entrambi avevano escluso di essere mai stati
minacciati dal ricorrente.
L'accusa elevata dalla Corte di merito nei confronti dei testi, ritenuti compiacenti,
contrastava con il contenuto delle conversazioni che appariva coerente con le deposizioni rese.
Il motivo è sovrapponibile a quello svolto nel ricorso del COSTANZO con riguardo al
medesimo reato.
Anche in relazione alla contestata aggravante dell'art. 7, non erano stati indicati dalla
Corte elementi probatori atti ad integrarla.
H2)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 c.p., 56-629
c.p. e 7 L. n. 203/91 (capo D8: tentata estorsione continuata in danno di Paolo e Domenico LO
TURCO, titolari della SALP s.r.I.).
Ci si duole che, in relazione al contenuto dell'unica conversazione fra presenti valorizzata
a sostegno della condanna, la Corte di Appello di Catania non abbia tenuto in nessun conto la
ricostruzione offerta dalla difesa, che si palesava come più verosimile sulla scorta degli stessi
atti valutati dai Giudici.
In particolare: la Corte, pur rilevando che il nome dei LO TURCO (soggetti passivi del
reato) era già emerso in altro procedimento (cd. DIONISIO) relativo a fatti del 2003, nel quale
era stata accertata una messa a posto della ditta dei predetti cui si era interessato Francesco
FERRARO detto "Ciccio Vampa", non ne aveva tratto la logica conclusione e cioè che la
conversazione emersa nell'ambito del citato diverso procedimento non poteva riferirsi
all'appalto del 2006; che vi fosse conferenza con l'episodio del 2003 risultava dal fatto che nella
conversazione intercettata nel 2007 si faceva riferimento proprio a CICCIO VAMPA; la
circostanza che il FIAMMETTA, nel contesto, dicesse "Sono setti anni che sto camminando"
confermava che si stesse riferendo a fatti risalenti nel tempo, non agli appalti del 2006.
Che l'interpretazione offerta dalla difesa fosse quella più plausibile si evinceva dal fatto
che mancava nella conversazione qualsiasi riferimento a violenza o minaccia, sicché la ritenuta
integrazione del tentativo di estorsione era frutto di cattivo governo della norma di cui all'art.
192 c.p.p..
Totale carenza di motivazione si denuncia per l'art. 7.
35
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
H3)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192 c.p.p., 12-
quinguies L. n. 356/92 e 7 L. n. 203/91 (capo F6_, in concorso con COSTANZO: attribuzione
fittizia della titolarità della ditta TRANSPEED a BRANCATO Giuseppe).
Si contesta la fittizietà dell'intestazione, non avendo il FIAMMETTA fatto mistero di
essere contitolare della TRANSPEED, giusta biglietti da visita e
brochures
prodotti dalla difesa,
recanti anche il numero telefonico del ricorrente.
Si contesta, inoltre, la sussistenza del dolo specifico del reato, in relazione alla quale si
stigmatizza l'assoluta carenza motivazionale, essendosi la Corte limitata ad affermare che le
conversazioni utilizzate dimostravano che la TRANSPEED era stata fittiziamente intestata al
BRANCATO per eludere le disposizioni in materia di prevenzione patrimoniale, senza indicare gli
elementi che avrebbero integrato l'elemento soggettivo del reato.
Seguono argomentazioni sulla carenza di valore patrimoniale della ditta TRANSPEED, per
ciò stesso insuscettibile di confisca, coincidenti con quelle svolte nel ricorso del COSTANZO con
riguardo al medesimo reato.
In relazione alla ritenuta aggravante di cui all'art. 7 la motivazione era solo apparente,
risolvendosi in affermazioni apodittiche e prive di contenuto, mancando la spiegazione di come
la fittizia intestazione avrebbe agevolato l'associazione mafiosa.
H4)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 192
C.P.P.
e 416-bis
c.p. (capo Al).
Nella sentenza non si assegnava al FIAMMETTA un ruolo particolare, si sosteneva la sua
intraneità all'associazione in base alla circostanza, desunta da intercettazioni, che egli venisse
posto a conoscenza di particolari dinamiche, situazioni e notizie relative al sodalizio.
Al di là della mera presenza del ricorrente, quasi sempre da semplice spettatore, a
conversazioni tra soggetti ritenuti partecipi del sodalizio, non era indicato in motivazione in
cosa fosse consistita la sua fattiva partecipazione e in che modo egli avesse contribuito al
mantenimento e alla realizzazione degli scopi del gruppo.
Venivano riportate conversazioni telefoniche con alcuni coimputati che ad avviso della
difesa non presentavano pregnanza probatoria.
Quanto, poi alle dichiarazioni dei collaboranti:
-
BARBAGALLO affermava solo di aver conosciuto il FIAMMETTA senza attribuirgli alcuna
condotta specifica;
-
le dichiarazioni di LA CAUSA erano prive di riscontri esterni individualizzanti, soffrivano
di mancanza di genuinità (aveva avuto a disposizione gli atti del processo, la Corte non aveva
risposto sulla doglianza), ed erano, inoltre, smentite dall'assoluzione dai reati estorsivi e dalle
dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia (ad esempio, BARBAGALLO lo smentiva sul
favoreggiamento da parte del FIAMMETTA della latitanza dello stesso LA CAUSA);
-
i fratelli MIRABILE si rivelavano inattendibili, laddove asserivano che il FIAMMETTA
avrebbe fatto parte simultaneamente di tre gruppi in disaccordo fra loro.
36
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
La Corte, dunque, non aveva fatto buon uso dei criteri valutativi elaborati dalla
giurisprudenza con riferimento alle propalazioni dei collaboranti, atteso che generiche
dichiarazioni di appartenenza non potevano suffragare un giudizio di colpevolezza.
Con riferimento alle conversazioni ritenute rilevanti, la Corte non aveva esaminato i
motivi di appello con i quali venivano censurate le interpretazioni fornite dal primo Giudice: si
fa riferimento, in particolare, alla conversazione del 6.5.2007 nella proprietà del BARBAGALLO,
ai dialoghi intercorsi con il COSTANZO tra la fine di maggio e l'inizio di giugno 2007, ai contatti
telefonici fra il FIAMMETTA e l'AIELLO.
Nessuno degli indici di appartenenza elencati dalla Corte di Appello a pag. 12 poteva
ritenersi sussistente nei riguardi del FIAMMETTA.
H5)
Violazione dell'art. 603
C.P.P.
in relazione all'ordinanza ammissiva dell'esame di
Paolo e Giuseppe MIRABILE, emessa dalla Corte di Appello all'udienza del 25.9.2013.
Si tratta di motivo perfettamente sovrapponibile a quello dedotto nell'interesse del
COSTANZO.
H6)
Vizio di motivazione e violazione di legge in riferimento al diniego delle circostanze
attenuanti generiche.
La Corte di merito non aveva tenuto conto che il FIAMMETTA, come altri coimputati ai
quali le attenuanti erano state concesse, era incensurato.
I Giudici non avevano, inoltre, considerato che il ricorrente era stato assolto da
numerose imputazioni, sicché il suo ruolo era uscito fortemente ridimensionato dal processo e
tale da poter essere assimilato a quello marginale dei coimputati ai quali erano state concesse
le invocate attenuanti.
H7)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 2 e 416-bis
C.P. Per
mancata applicazione del trattamento sanzionatorio previsto dall'originaria disciplina dell'art.
416-bis
C.P., PiÙ
favorevole al reo (rispetto a quella introdotta nel 2008), risalendo al
settembre 2007 la cessazione della condotta delittuosa.
H8)
Violazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza delle
aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis c.p..
Fa riferimento all'omessa considerazione delle dichiarazioni del LA CAUSA, secondo le
quali nel periodo d'interesse l'associazione non disponeva di armi, tanto che era stato
organizzato un incontro per l'approvvigionamento.
La Corte non si era confrontata con la doglianza difensiva limitandosi ad affermare che
l'uso delle armi era una costante normale valorizzando le dichiarazioni di alcuni collaboranti a
proposito dell'uso di armi da parte di singoli sodali.
Meramente apparente era la motivazione sulla sussistenza dell'aggravante del comma 6,
in assenza di un riferimento a risultanze di causa che ne dimostrassero l'integrazione.
H9)
In data 11.3.2016 sono stati depositati motivi aggiunti.
37
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Nello scritto si ribadisce la censura di violazione di legge sull'assunzione delle
dichiarazioni dei fratelli MIRABILE e ci si riporta al motivo di ricorso che critica la ritenuta
sussistenza del reato di cui all'art. 513-bis c.p..
Quanto alla intestazione fittizia della TRANSPEED, si allega copia di ordinanza del
Tribunale del Riesame che, in diverso procedimento, aveva annullato il sequestro della ditta sul
rilievo che era priva di valore patrimoniale come dedotto in ricorso.
Denuncia, per la prima volta (richiamando Cass., n. 7067/2013 e n. 9380/20915),
violazione di legge in relazione agli artt. 445 c.p.p. e 106, comma 2, c.p., per essere stata
applicata la recidiva semplice anche in presenza della pronuncia del G.E. in data 22.10.2008
che aveva dichiarato estinto il reato (ricettazione) precedentemente commesso.
Ribadisce, infine, il vizio di genericità della motivazione sull'apporto concreto che il
FIAMMETTA avrebbe fornito al sodalizio mafioso.
I) Ricorso di ILARDI Francesco (avv. Girolamo CONTI).
Condannato per il reato associativo sub capo Al alla pena di 5 anni di reclusione; beni
confiscati.
Il)
Il ricorso prende le mosse dal contributo conoscitivo fornito dai collaboranti
MIRABILE Giuseppe e MIRABILE Paolo circa l'esclusione dell'appartenenza dell'ILARDI al loro
gruppo.
Sintetizzatene le dichiarazioni, la difesa osserva:
-
che MIRABILE Giuseppe, per il ruolo concretamente ricoperto in seno al gruppo da lui
capeggiato, aveva un alto e affidabile grado di conoscenza delle vicende del gruppo medesimo
e delle persone che lo componevano, comprese quelle di Ramacca che vi confluirono, almeno
fino al momento del suo arresto, avvenuto nel gennaio 2003;
-
che, secondo quanto narrato dal collaborante DI FAZIO, sarebbero esistiti anche fatti e
rapporti specifici in forza dei quali il MIRABILE avrebbe dovuto sapere che l'ILARDI apparteneva
al suo gruppo;
-
che gli eventi successivi all'arresto di MIRABILE Giuseppe (la celebrazione del processo
a suo carico per l'omicidio di MOTTA Filippo e le testimonianze ivi rese dal DI FAZIO e
dall'ILARDI) ed il periodo comune di detenzione, letti anche alla luce delle massime di
esperienza tipicamente connotanti il fenomeno mafioso (con la circolazione intramuraria delle
notizie), deponevano anch'essi nel senso che il MIRABILE non avrebbe potuto ignorare
l'affiliazione al suo gruppo dell'ILARDI.
Le dichiarazioni di MIRABILE Paolo convergevano con quelle del fratello nell'escludere
che l'ILARDI facesse parte del loro gruppo estendendo l'ambito temporale di tale esclusione al
biennio 2004-2005.
Ciò posto, la difesa assume che la valutazione integrale dell'informazione probatoria,
rendendo evidente che i fratelli MIRABILE, se realmente l'ILARDI avesse fatto parte del loro
38
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
gruppo, non avrebbero potuto ignorarlo, evidenziava l'illogicità dell'argomento utilizzato in
sentenza per spiegare perché i MIRABILE ignorassero detta partecipazione.
La Corte aveva adottato un criterio inferenziale poggiante sulla massima di esperienza
secondo cui non tutti gli associati devono necessariamente conoscersi reciprocamente come
tali, valida in termini generali, ma che non si attagliava al caso di specie, essendo questo
connotato da una sua propria specificità, caratterizzata dall'alto e affidabile grado di
conoscenza da parte di MIRABILE Giuseppe degli appartenenti al suo gruppo.
La motivazione era, inoltre, contraddittoria laddove prospettava la mera possibilità che
ILARDI fosse un associato "nascosto", atteso che la figura del partecipe occulto era stata
accertata con specifico riferimento agli uomini d'onore e non ai semplici gregari e che
l'occultamento dell'affiliato non era concepibile nei riguardi di colui o coloro che l'affiliavano.
Ad avviso della difesa, le dichiarazioni dei MIRABILE, non valutate nella sentenza
impugnata, avevano un effetto dirompente sulla tenuta logica della stessa, ora direttamente
incidendo, smentendoli, su taluni dati processuali, ora imponendosi come criterio interpretativo
degli altri, così da determinarne una diversa lettura.
In primo luogo, con riferimento alle dichiarazioni accusatorie rese dal collaboratore di
giustizia DI FAZIO Umberto.
Si imputa, anzitutto, alla Corte di Appello di non aver specificamente valutato
l'attendibilità del collaborante, né in termini generali, né con preciso riferimento alle
dichiarazioni rese a carico dell'ILARDI.
La sentenza, pur riportando i rilievi difensivi sul punto, non li aveva sottoposti ad alcuno
scrutinio, limitandosi a dichiarare apoditticamente l'esistenza di riscontri costituiti da
intercettazioni che delineavano il rapporto sinallagmatico dell'imputato con la consorteria.
In tal modo argomentando, la Corte aveva omesso di valutare le prove specificamente
contrastanti con le dichiarazioni del DI FAZIO.
In particolare, non aveva composto il contrasto tra queste ultime dichiarazioni, relative
al transito dell'ILARDI nel gruppo dei MIRABILE, e quelle di MIRABILE Giuseppe, che aveva
escluso tale transito, pur essendo questo collegato dal DI FAZIO a una sequenza causale-
temporale ben precisa, in cui era, tra l'altro, intervenuto l'omicidio di MOTTA Filippo, l'unico
uomo rimasto fedele al DI FAZIO; o meglio, lo aveva fatto escludendo che il MIRABILE dovesse
necessariamente averne conoscenza ricorrendo agli illogici argomenti prima censurati.
Il DI FAZIO era, peraltro, smentito anche con riguardo all'altro episodio specifico
narrato, quello della presunta estorsione ai danni della società SMEDIGAS posta in essere dal
duo MOTTA-ILARDI quali subappaltatori della predetta società nei lavori di metanizzazione del
comune di Ramacca.
Era, infatti, emerso che l'ILARDI non aveva mai lavorato per la SMEDIGAS in occasione
delle citate opere di metanizzazione, né come ditta individuale, né tramite società a lui
39
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
riconducibili; neppure il MOTTA aveva intrattenuto rapporti contrattuali di alcun tipo con la
SMEDIGAS nei lavori succitati.
Tale smentita, oltre a incrinare la stessa credibilità soggettiva del collaborante, incideva
sull'attendibilità complessiva della chiamata di correo.
A fronte di tali rilievi esposti nell'atto di appello e nella memoria conclusiva, la sentenza
impugnata non aveva offerto alcuna risposta.
Anche quelli che la sentenza reputava riscontri, erano stati considerati tali proprio
perché letti attraverso la lente deformante delle dichiarazioni del DI FAZIO: prima si stabiliva
che ILARDI era un partecipe, poi se ne traeva conferma dai suoi rapporti con singoli associati,
dimenticando che questi rapporti, di per sé, non erano necessariamente sinonimo di
partecipazione, ma potevano essere indicativi tanto di concorso eventuale quanto di condotte
moralmente riprovevoli ancorché penalmente irrilevanti.
Vengono, poi, dedotti i seguenti rilievi.
12)
Inosservanza di norme processuali stabilite a pena di inutilizzabilità: le
intercettazioni ambientali del 2003 in contrada Salinelle.
Pur precisando che la Corte di Appello non aveva tenuto conto in motivazione di tali
intercettazioni, la difesa ha inteso ribadire in ricorso l'eccezione di inutilizzabilità, giudicando
preclusiva, rispetto alla rivalutazione operata dal Giudice della cognizione, la decisione di
inutilizzabilità adottata dal Tribunale del riesame.
13)
Le intercettazioni ambientali del 2005 a Montecatone. Manifesta illogicità della
motivazione.
13.1.
L'intercettazione tra ILARDI e MIRABILE Alfio del 3.6.2005.
I Giudici di merito avevano dedotto dalla conversazione che il ricorrente era uomo di
fiducia del MIRABILE a conoscenza piena delle dinamiche e delle problematiche interne
all'associazione.
Si trattava di affermazione frutto di una generalizzazione logicamente arbitraria.
Infatti, la circostanza che l'ILARDI parlasse di persone e vicende che ne denotavano la
conoscenza dell'ambiente malavitoso che lo circondava non poteva considerarsi né
sorprendente, né univocamente indicativa della di lui appartenenza al sodalizio criminale,
poiché, come messo in luce dalle stesse sentenze di merito, il mondo dell'imprenditoria viveva
nella morsa della criminalità organizzata e quelle persone e quelle vicende erano, comunque,
riconducibili proprio al territorio di Ramacca ed al contesto imprenditoriale di appartenenza.
In particolare, la circostanza che l'ILARDI riferisse al MIRABILE il messaggio dello
IUDICELLO, così come le direttive che il secondo avrebbe dato al primo, non potevano leggersi
come univocamente significative della partecipazione.
13.2.
L'intercettazione MIRABILE Alfio-SCHILLACI Michele dell'8.6.2005. Travisamento
della prova e manifesta illogicità della motivazione.
Il contenuto della conversazione era stato travisato.
40
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
In particolare, laddove si affermava che MIRABILE Alfio aveva chiesto all'interlocutore se
ILARDI avesse pagato o meno quelli di Catania e che posizione avesse assunto nella vicenda
IUDICELLO Pietro, si era omesso di rilevare che lo SCHILLACI non sapeva nemmeno chi fosse
"Franco Chiuviddu", circostanza rilevante nella misura in cui un membro del gruppo mostrava
di non conoscere altro presunto partecipe.
Altro travisamento ricorreva laddove, a proposito del trasporto di pistole da eseguire con
un camion dell'ILARDI, si diceva che SCHILLACI avrebbe risposto che ILARDI non gli aveva
dato risposta, così dando a intendere che l'imputato avesse precisa cognizione del trasporto.
Senonché, la conversazione diceva cosa assolutamente diversa e cioè che lo SCHILLACI
non parlò affatto con Franco e che, anzi, questi non discusse della questione con alcuno dei
due.
14)
L'attività di osservazione alla "PRIMEFRUT". Manifesta illogicità della motivazione.
Deduce la difesa che dalla sola circostanza che l'ILARDI avesse accompagnato una
persona non identificata presso la sede dell'impresa non era ammesso inferire, senza incorrere
in un salto logico, la frequentazione, da parte sua, del "giro associativo".
Men che meno poteva inferirsene che egli frequentasse AIELLO Vincenzo: se la
premessa era che la persona accompagnata non fu identificata, non si vedeva come da un dato
incerto potesse ricavarsi, addirittura, la dimostrazione della sua frequentazione da parte
dell'imputato.
Si trattava, dunque, di un dato probatorio neutro.
15)
Le intercettazioni ambientali del 2007-2008 nella "vicenda ENOTRIA".
La "sponsorizzazione". Mancanza di motivazione.
Sulla pretesa sponsorizzazione dell'ILARDI da parte di SANTAPAOLA Angelo in vista della
realizzazione di lavori per la costruzione di case della cooperativa ENOTRIA la sentenza
impugnata aveva riprodotto gli errori fattuali già censurati nell'atto di gravame, che, quindi,
non aveva ricevuto risposta.
Sul piano logico, era probabile che l'iniziativa della sponsorizzazione fosse stata assunta
dal SANTAPAOLA piuttosto che richiesta dall'ILARDI, secondo una politica espansionista che
aveva proprio nei paesi l'obiettivo principale.
In ogni caso, nessuno dei fatti emersi dalle intercettazioni implicava necessariamente
che l'ILARDI si fosse interessato della questione come imprenditore mafioso, essendo essi
compatibili anche con alternative condotte penalmente illecite o penalmente irrilevanti.
Tali risultanze andavano, poi, coordinate con le dichiarazioni dei fratelli MIRABILE.
16)
La locuzione "quello dei MIRABILE".
La sentenza riteneva che l'espressione, utilizzata da AIELLO Vincenzo per indicare
l'ILARDI, descrivesse e blindasse la figura dell'imputato.
41
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Sul punto, la difesa deduce che se proprio i due MIRABILE avevano escluso che l'ILARDI
fosse un loro affiliato, appariva contraddittorio attribuire una migliore conoscenza a chi (AIELLO
V.) di quel gruppo non faceva parte.
Oltre tutto, MIRABILE Giuseppe aveva confermato come, nel lessico mafioso, un
imprenditore sottoposto ad estorsione venisse anche indicato come persona che "era"
dell'associato al quale pagava il pizzo. La locuzione utilizzata dall'AIELLO significava, quindi, che
l'ILARDI, per le questioni legate alla propria attività imprenditoriale, rendeva conto ai
MIRABILE.
17)
L'affare BMW. Omessa valutazione di prova decisiva. Mancanza di motivazione.
La sentenza affermava che i lavori eseguiti dall'ILARDI presso la concessionaria BMW di
Catania erano dovuti all'ingerenza di Cosa nostra etnea, il che si desumeva dalla frase di
AIELLO Vincenzo secondo la quale "gli abbiamo fatto fare il lavoro alla BMW".
Ad avviso della difesa, la sentenza, ancora una volta, non aveva considerato le
dichiarazioni rese sulla vicenda da MIRABILE Paolo, il quale aveva riferito che l'appalto fu
conseguito grazie ad un'amicizia personale di SAITTA Pietro, socio dell'ILARDI, con un soggetto
che lavorava alla concessionaria, dunque, con una modalità che escludeva ogni profilo illecito.
Tali dichiarazioni confermavano che l'associazione non intervenne, né influì in alcun
modo, al fine di far conseguire il lavoro all'ILARDI, ma gliene consentì l'esecuzione, verso
pagamento della messa a posto, ciò che, da una parte, ne confermava la lecita acquisizione, e,
dall'altra, ne escludeva la rilevanza in termini indizianti rispetto alla partecipazione
dell'imputato al sodalizio.
Nonostante la questione fosse stata trattata nella memoria difensiva, la Corte non aveva
assolutamente motivato su di essa.
18)
Il rapporto sinallagmatico. Manifesta illogicità della motivazione.
La Corte di appello non aveva spiegato da dove il rapporto sinallagrnatico si ricavasse e
a quali utilità conseguite dall'ILARDI si riferisse, a parte il lavoro presso la concessionaria BMW,
su cui andava richiamato quanto detto al punto precedente.
La difesa aveva dedotto in appello che per gli altri appalti per i quali l'ILARDI era stato
menzionato, era escluso che egli ne avesse beneficiato:
-
quello relativo alla realizzazione delle case della cooperativa ENOTRIA fu conseguito da
altra impresa;
-
il subappalto SMEDIGAS era stato smentito dalle acquisizioni difensive, obliterate dalla
Corte;
-
quanto all'appalto indicato nell'intercettazione "Salinelle", erano stati proprio i
Carabinieri del R.O.S. ad aver accertato che l'ILARDI non aveva eseguito i lavori.
Né l'indicazione del lavoro a Valverde era corretto e sintomatico di sinallagma, essendo
stato l'ILARDI liberamente scelto dal committente.
42
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Dunque, in assenza dei lavori dei quali si fosse accertata l'acquisizione grazie
all'intervento del sodalizio, parlare di sinallagma era affermazione meramente apodittica.
19)
Dichiarazioni rese da MISSUTO Sandro. Travisamento della prova. Manifesta
illogicità della motivazione.
In primo luogo, si censura che le dichiarazioni, in quanto rese da imputato in
procedimento connesso, non fossero state suffragate dalla ricerca di elementi di riscontro.
In secondo luogo, si eccepisce il travisamento della prova, laddove la sentenza lasciava
intendere che, nel primo incontro, il MISSUTO si fosse rivolto immediatamente all'ILARDI come
se questi gli fosse noto quale associato in grado di metterlo in contatto con il MIRABILE.
Invece, in realtà, egli si era rivolto a una terza persona, tale cav. SPINA, e non per
ricevere informazioni su un mafioso che potesse risolvergli la questione della messa a posto,
ma per avere un contato con un imprenditore che poteva avere dei problemi similari e in tale
veste l'ILARDI gli fu presentato dallo SPINA; inoltre, l'ILARDI non mise il MISSUTO
direttamente in contatto con il MIRABILE, ma con altra persona; infine, l'ILARDI, fatti
incontrare il MISSUTO con il Lucio, non partecipò alla discussione fra i due.
Si trattava, all'evidenza, di informazioni probatorie diverse da quelle indicate in sentenza
e da cui potevano trarsi risultati probatori diversi.
Anche con riguardo al secondo incontro la sentenza aveva travisato le dichiarazioni del
MISSUTO nell'affermare che era stato proprio ILARDI a prendere nuovi contatti con il MISSUTO
medesimo, per conto di Angelo SANTAPAOLA e Nicola SEDICI.
In realtà, il MISSUTO aveva riferito di essere stato contattato dall'ILARDI, tramite il cav.
SPINA, e di essersi recato alla concessionaria BMW dove aveva incontrato l'ILARDI e che altre
due persone gli avevano chiesto a chi pagava e aveva pagato la messa a posto, rispondendo
che la pagava ad Angelo SANTAPAOLA e, prima, ad Alfio MIRABILE.
Diversamente da quanto si dice in sentenza, non si trattò di un intervento dell'ILARDI
per conto del SANTAPAOLA, dunque non si poteva evincere dall'episodio, correttamente
ricostruito, una vicinanza dell'imputato al mafioso.
110)
L'elemento psicologico del reato. Carenza di motivazione.
In presenza di discontinuità e specificità di rapporti personali e tenendo conto delle
dichiarazioni dei fratelli MIRABILE, non era sufficiente a provare il dolo l'elencazione di fatti ed
incontri, come se dalla loro sommatoria si potesse ricavare l'autoevidenza dell'a
ffectio
societatis.
La sentenza si era sottratta all'indagine sull'elemento psicologico nei termini richiesti
dalla giurisprudenza di legittimità.
Ill.) Le circostanze aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis c.p.. Violazione di
legge in relazione agli artt. 521 e 522 c.p.p..
Posto che il capo d'imputazione faceva riferimento all'associazione mafiosa Cosa nostra
della provincia di Catania, articolata nelle famiglie di Catania, Caltagirone e Ramacca,
43
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
occorreva, anzitutto, individuare, per ciascun imputato, la famiglia di appartenenza e il periodo
in cui ne fece parte, e, solo dopo, verificata la ricorrenza delle aggravanti rispetto a quella
famiglia e a quel periodo, imputargliele.
Tali criteri non erano stati rispettati nell'imputazione, né tali questioni erano state
confutate dalle sentenze di merito.
112)
La circostanza aggravante prevista dall'art. 416-bis, comma 4, c.p.. Mancanza di
motivazione.
La sentenza aveva dedotto la sussistenza dell'aggravante in relazione alla disponibilità di
armi da parte dei singoli associati e non in relazione alla disponibilità delle stesse da parte
dell'associazione.
Da una parte, si era ritenuta erroneamente integrata l'aggravante dalla mera
disponibilità delle armi in capo ai singoli associati, dall'altra, si era omesso di motivare
sull'ulteriore questione della finalizzazione di tale disponibilità al conseguimento degli scopi
associativi.
Inoltre, la sentenza non aveva tenuto conto delle dichiarazioni rese da LA CAUSA Santo,
reggente della consorteria fino al suo arresto, a proposito della mancanza di disponibilità di
armi in capo alla famiglia, essendovi solo quelle che potevano avere i singoli soggetti.
113)
La circostanza aggravante prevista dall'art. 416-bis, comma 6, C.P.. Violazione di
legge in relazione agli artt. 521 e 522 c.p.p..
Si era già dedotto con l'atto di appello che la contestazione della circostanza aggravante
era la mera riproduzione dell'enunciato normativo.
Una pseudo-contestazione equivaleva a una non-contestazione, così escludendo in
radice la stessa possibilità di pronuncia sul punto, con conseguente nullità
in parte qua
della
sentenza ai sensi degli artt. 521 e 522 c.p.p.
Su tale questione la sentenza aveva omesso di pronunciarsi espressamente.
Quanto all'eventuale effetto sanante della scelta del rito abbreviato, non era chiaro se il
rilievo riguardasse anche il profilo relativo alla contestazione dell'aggravante, di cui non poteva
non evidenziarsi l'assoluta mancanza.
114)
Erronea applicazione della norma di cui al comma 6, art. 416-bis c.p..
La sentenza aveva erroneamente identificato l'aggravante in parola con l'infiltrazione
della mafia nelle attività economiche del territorio, laddove essa, invece, constava
specificamente di un apporto di capitale che deve corrispondere a un reinvestimento delle
utilità procurate dalle azioni delittuose in strutture produttive dirette a prevalere, nel territorio
di insediamento, sulle altre strutture che offrono beni e servizi.
A riprova di ciò, doveva considerarsi che proprio per i reati evocati come indicativi della
sussistenza dell'aggravante, la sentenza aveva escluso l'ipotesi di illecito finanziamento (v.
affare TENUTELLA).
115)
Mancanza di motivazione.
44
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Con l'atto di appello e con successiva memoria era stata contestata anche in fatto
l'aggravante, non essendo stata accertata alcuna condotta di finanziamento delle molteplici
attività economiche scandagliate nel corso del processo.
Sul punto, la sentenza impugnata non aveva offerto alcuna specifica motivazione,
verosimilmente perché, essendo incorsa nell'erronea interpretazione della norma, aveva
ritenuto superfluo ogni ulteriore argomento.
116)
Sulla pena e sul
tempus commissi delicti.
Carenza di motivazione.
La sentenza aveva ritenuto infondata (pag. 16) la richiesta di alcuni difensori di
applicazione degli ambiti edittali di pena previsti antecedentemente alla modifica introdotta
dalla L. n. 125/2008 escludendo che gli imputati avessero provato il loro recesso prima di
quella data.
Tale perentoria affermazione non teneva conto dei dati processuali relativi alla posizione
dei singoli, che ben potevano essere diversi.
La difesa dell'ILARDI aveva evidenziato nell'atto di appello che, con l'uscita di scena del
MIRABILE e del SANTAPAOLA (quest'ultimo ucciso nel settembre 2007), nonostante l'attività
investigativa fosse proseguita per altri due anni, non vi era alcun elemento che attestasse
successivi contatti dell'ILARDI con associati, né una qualche posteriore condotta sussumibile
nel paradigma della fattispecie associativa.
La sentenza aveva omesso di motivare su tali profili.
117)
La contestazione della misura di sicurezza prevista dall'art. 12-sexies L. n. 356/92.
Violazione di legge in relazione agli artt. 521 e 522 c.p.p..
Mancava nell'imputazione l'enunciazione delle circostanze che potevano comportare
l'applicazione di misure di sicurezza, con particolare riferimento al requisito dell'ingiustificata
sproporzione richiesto dall'art. 12 sexies.
118)
La confisca ex art. 416-bis comma 7 c.p.. Violazione di leige in relazione all'art.
597, comma 3, c.p.g..
Mentre la sentenza di primo grado aveva limitato il titolo ablatorio al solo art. 12 sexies,
quella di appello aveva disposto la confisca anche ai sensi dell'art. 416-bis, comma 7, c.p.
relativamente al 50% delle quote della EDILSTRADA ritenendo l'attività sociale indirizzata alla
realizzazione di fini mafiosi.
L'impugnata sentenza, in assenza di appello del P.M. sul punto, aveva violato il divieto di
reformatio in peius.
Mancanza di motivazione, non avendo la sentenza individuato un lavoro del quale si
fosse accertata l'acquisizione grazie all'intervento della consorteria mafiosa, sicché parlare di
attività sociale indirizzata alla realizzazione di fini illeciti era anch'essa affermazione apodittica.
119)
La confisca ex art. 12 sexies L. n. 356/92 e la sproporzione patrimoniale. Manifesta
illogicità della motivazione.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Si censura che la sentenza abbia mutuato acriticamente le conclusioni del perito che
aveva adottato un criterio di determinazione delle attività patrimoniali dell'ILARDI non
rappresentativo del reale flusso finanziario nella disponibilità dell'imputato, avendo preso in
considerazione il reddito netto d'impresa.
Assume la difesa ricorrente che, nel caso del reddito d'impresa, i dati emergenti dalla
dichiarazione dei redditi non restituiscono il reale flusso finanziario a disposizione
dell'imprenditore, ovvero la reale sua disponibilità di denaro, facendo riferimento al principio di
competenza che informa le dichiarazioni dei redditi, per cui l'effetto delle operazioni e degli altri
eventi deve essere attribuito all'esercizio al quale compete economicamente e non a quello in
cui si concretizzano i connessi pagamenti e incassi.
Tale carenza originaria dell'accertamento peritale pregiudicava, a valle, l'accertamento
della sproporzione patrimoniale, non potendosi dire compiuto il rigoroso accertamento di cui
parlano le Sezioni Unite (ric. Montella), che faceva riferimento all'esistenza della provvista
lecita al momento del singolo acquisto.
La sentenza impugnata aveva, dunque, ritenuto sussistere la sproporzione sulla scorta
di dati formali non rappresentativi delle reali disponibilità economiche del ricorrente.
Si censura, inoltre, l'uso acritico fatto dalla Corte delle tabelle ISTAT riguardanti la spesa
sostenuta per i consumi familiari, senza verificare, in base alle complessive risultanze
processuali, se l'applicazione delle tabelle fosse giustificata dal tenore di vita della famiglia
ILARDI.
Si critica, inoltre, la ritenuta manca di proporzione, nell'anno di costituzione della
società, 1994, da cui si deduce l'indisponibilità della somma corrispondente alla quota di valore
nominale di costituzione pari ad euro 5.164,56.
La difesa ribadisce l'erroneità di considerare tale somma come effettivo esborso
sostenuto dal ricorrente, in quanto nelle società di persone l'omesso versamento di detta
somma corrispondeva a una prassi diffusissima, nota a tutti gli operatori del settore,
confermata in udienza dal perito.
Peraltro, la circostanza era confermata dall'assenza di ogni traccia contabile di un tale
versamento nelle casse sociali.
Nessuna sproporzione poteva, dunque, essere ravvisata.
Quanto alle modalità di pagamento dell'autovettura BMW 530, la questione non era
quella della sussistenza o meno della sproporzione, ma quella dell'adempimento dell'onere di
allegazione che giustificava l'acquisto, onere soddisfatto dal ricorrente.
Sul punto, pertanto, la sentenza era priva di motivazione.
In conclusione, se, per come detto, nell'attività della società non erano rinvenibili tratti
di illiceità, le somme da questa incassate dovevano ritenersi lecite e, dunque, ancorché il
reddito dell'imputato fosse sproporzionato, la dimostrazione della lecita provenienza del denaro
utilizzato per l'acquisto escludeva la confiscabilità.
46
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In data 29.3.2016 è stata depositata memoria che ricalca, nella sostanza, i motivi di
ricorso.
L) Ricorso di INCARBONE Mariano Cono (avv. Salvino Mondello).
Ridotta la pena in secondo grado a 5 anni di reclusione per il capo Al (art. 416-bis c.p.);
beni confiscati.
Si fonda sui seguenti motivi.
L1)
Violazione di legge in relazione all'art. 441, comma 5, c...
Si contesta ai Giudici dell'appello di aver proceduto, all'udienza del 23.10.2013,
all'esame del collaboratore di giustizia MIRABILE Giuseppe, in violazione dell'art. 441, comma
5, c.p.p. e del principio giurisprudenziale secondo cui "nel giudizio abbreviato, la facoltà per il
giudice di assumere anche d'ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione non è
esercitabile con riguardo alla ricostruzione storica del fatto e dell'attribuibilità di esso
all'imputato" (richiama n. 5664 del 5.2.2013, Sez. 2; n. 33939 del 16.6.2010 Sez. 3; n. 45240
del 10.11.2005, Sez. 6).
12) Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 416-bis c.p., 195 e
192, commi 2 e 3, c.p...
Dopo aver premesso una breve rassegna giurisprudenziale sugli elementi costitutivi del
reato di cui all'art. 416-bis c.p., il ricorso contesta alla sentenza di essersi discostata dai
consolidati principi espressi in materia dalla Suprema Corte: attribuendo, erroneamente, per un
verso, rilievo probatorio ad elementi fattuali - dichiarazioni accusatorie e intercettazioni
indirette, in quanto intercorse tra soggetti terzi - in violazione dei criteri ermeneutici di cui
all'art. 192, commi 2 e 3, ed all'art. 195 c.p.p.; omettendo illegittimamente di individuare, per
altro verso, non meno decisivo, la effettiva realizzazione di comportamenti materiali da parte
dell'INCARBONE espressivi della prestazione di un contributo, prolungato e reiterato nel tempo,
al raggiungimento dei fini dell'associazione.
La sentenza impugnata, in altre parole, aveva erroneamente attribuito rilievo decisivo a
propalazioni generiche e prive di contributo euristico, non riscontrate e, talora, persino
manifestamente smentite nei loro termini fattuali, nonché a conversazioni intercettate
intercorse tra altri soggetti, palesemente carenti di univoco significato accusatorio nei confronti
del ricorrente, e, comunque, non verificate nelle loro pretese implicazione storiche.
Da tanto era derivata l'affermazione infondata e apodittica della Corte di Appello che
l'INCARBONE sarebbe stato "un imprenditore colluso, per essere entrato in rapporto
sinallagmatico con l'associazione, tale da produrre vantaggi per entrambi", senza che, peraltro,
si riuscisse a individuare in alcun momento una effettiva attività imprenditoriale o una sola
intrapresa economica attraverso cui tale apporto al sodalizio si sarebbe esplicato.
Ricorda la difesa che gran parte del materiale probatorio valorizzato a carico
dell'INCARBONE era stato già ritenuto dal Tribunale del Riesame di Catania inidoneo a
sostanziare perfino i gravi indizi di colpevolezza.
47
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Ciò premesso in linea generale, il ricorso entra nella dettagliata disamina delle
dichiarazioni dei collaboranti, osservando quanto segue.
L2.1.
Le dichiarazioni di SIINO Angelo.
Erano state valorizzate con un errore di prospettiva originario, avendo la Corte operato
una sorta di traslazione di elementi indizianti che, al più, sarebbero stati riferibili al padre del
ricorrente (Domenico), giungendo ad affermare in modo apodittico che "i contatti paterni
avrebbero comportato la crescita del figlio in ambiente mafioso".
Del resto, era stato lo stesso SIINO ad escludere di aver mai trattato col figlio del rag.
Domenico INCARBONE; né poteva essere enfatizzato, come la Corte aveva fatto per provare i
rapporti tra il ricorrente e AIELLO, il dato, meramente formale, della Presidenza, per un
brevissimo periodo di tempo, della Cooperativa "Sigonella", durante il quale non fu mai tenuto
alcun Consiglio di Amministrazione con presenza dei soci della cooperativa stessa, fra i quali
era incluso, appunto, l'AIELLO.
L2.2.
Le dichiarazioni di BARBAGALLO Ignazio.
Erano indirette e generiche, prive di alcun riferimento materiale o temporale,
incontrollabili nella loro enunciazione e perfino irriferibili con certezza al ricorrente.
Risolutiva, in particolare, appariva la considerazione che BARBAGALLO avesse
esplicitamente dichiarato di non sapere quali fossero i rapporti che legavano l'impresa
INCARBONE ad AIELLO, sicché non poteva che concludersi nel senso di non poter neppure
ritenere le propalazioni del collaborante come elemento a carico dell'imputato.
L2.3.Le
dichiarazioni di LA CAUSA Santo.
Secondo il collaboratore, INCARBONE sarebbe stato "gestito" da AIELLO Vincenzo, in
quanto referente di costui, e il suo nome sarebbe comparso nella lista delle imprese amiche da
far lavorare. Ad avviso della Corte di merito, tanto sarebbe stato confermato dalle circostanze
per cui l'AIELLO aveva mediato per dirimere un contrasto tra INCARBONE e Giuseppe
ERCOLANO, a proposito dell'acquisizione di quote, da parte di quest'ultimo, della società del
ricorrente in cambio di favori che gli aveva fatto e che lo stesso AIELLO si era adoperato per
aiutare il ricorrente facendolo lavorare alla realizzazione di un complesso alberghiero da
edificare nella zona della Playa di Catania.
Si contesta alla sentenza di aver svilito le critiche difensive sull'attendibilità del
collaborante, circoscrivendole al dato dell'apprensione, da parte del predetto, di notizie
contenute nell'ordinanza custodiale quale fonte di conoscenza dei fatti riferiti.
Viceversa, la Corte territoriale aveva omesso di considerare due fondamentali rilievi
critici formulati dalla difesa: il fatto che il LA CAUSA non conoscesse personalmente
l'INCARBONE; ed il fatto della oggettiva smentita della circostanza dei lavori in zona la Playa di
Catania, non avendo mai il ricorrente svolto alcun lavoro in quel luogo.
Quanto alla presunta mediazione di AIELLO per risolvere asseriti contrasti del ricorrente
con l'ERCOLANO, trattavasi di circostanza affidata unicamente alle parole del LA CAUSA, di cui
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non era stato minimamente verificato e riscontrato neppure il presupposto fattuale (ovvero
l'esistenza di contrasti tra INCARBONE ed ERCOLANO).
Attesa la natura indiretta delle dichiarazioni del LA CAUSA, la Corte avrebbe dovuto
individuare da quale fonte il collaborante avesse potuto mutuare la propria conoscenza dei fatti.
L2.4.
Le intercettazioni.
La Corte le aveva valorizzate quali "elementi di riscontro" delle dichiarazioni dei
collaboranti.
Tale premessa, ad avviso della difesa del ricorrente, tradiva l'inadeguatezza probatoria
autonoma dei dati desumibili dalle intercettazioni, alle quali si attribuiva un rilievo di mero
completamento del dato riferito alle dichiarazioni, il che valeva a riconoscere l'insufficienza, di
per sé, del materiale intercettativo.
Si evidenzia, tra l'altro, nel ricorso come, in conseguenza di quanto detto sulle
dichiarazioni dei collaboranti, il richiamo alla categoria del "riscontro" apparisse improprio,
trattandosi o di affermazioni non riscontrabili per la loro genericità o smentite nella parte in cui
contenevano un minimo di riferimento fattuale.
La sentenza impugnata aveva, verosimilmente, inteso parlare di convergenza di
elementi indizianti, il che spostava il fuoco del problema dal tema dei riscontri a quello della
valutazione della prova indiziaria secondo i parametri fissati dall'art. 192, comma 2, c.p.p., che
implicavano quale punto di partenza la "certezza" del dato indiziante.
A tal riguardo, doveva evidenziarsi come fosse sfuggito alla Corte territoriale che tutte le
conversazioni valutate a carico dell'INCARBONE erano intercorse tra terzi, circostanza che
influiva in modo significativo sulla "certezza" del dato emergente dalle conversazioni stesse
(cita Sez. 1, n. 1006 del 1° aprile 2010, ric. Migliore).
Pertanto, nella assoluta mancanza di qualsiasi verifica o approfondimento sulle
circostanze emerse nelle conversazioni
inter alios,
la rilevanza dei dati intercettativi veniva ad
essere radicalmente svalutata.
Nello specifico vengono esaminate le seguenti conversazioni.
Quelle del 27.3.2003 h 14.53 e del 10.5.2003 h 12.23, intercorse tra PULVIRENTI
Giorgio e GRUTTADAURIA Angelo, in cui si fa riferimento all'INCARBONE quale soggetto "che
manda persone" e "anche legalmente non ha chances...con azioni dello stile.. dello schifo che
sa fare lui", e che la Corte di merito utilizza quali elementi delineanti la personalità del
ricorrente, il quale si serviva delle sue amicizie mafiose per risolvere i problemi legati alle sue
imprese.
Si imputa alla Corte un vizio metodologico, ovvero quello di desumere in modo illogico
dalla mera espressione di un'opinione da parte di uno degli interlocutori la prova dell'esistenza
del fatto attribuito all'imputato.
Vizio tanto più grave, in quanto la Corte aveva omesso di considerare quanto già
documentato in primo grado (dolendosi di tale omissione nei motivi di appello): a proposito del
49
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
risentimento che animava il GRUTTADAURIA all'epoca della conversazione, essendo in quel
periodo in atto un contenzioso giudiziario tra la ICOB del ricorrente e la SIDER-SIPE del
GRUTTADAURIA in ordine al pagamento del saldo dei lavori di costruzione di un capannone
industriale; a proposito della radicale smentita ricevuta dall'opinione del GUTTADAURIA, atteso
che l'INCARBONE, lungi dall'agire nel disprezzo della legge, aveva acceduto ad un
procedimento arbitrale che, pur avendolo visto soccombere, non solo accettò, ma eseguì
puntualmente ottemperando al lodo.
Analoghi rilievi potevano formularsi sulle conclusioni che la Corte di Appello aveva tratto
da altre telefonate intercorse tra soggetti terzi - del 14, 15 e 16 marzo 2007 - dalle quali
sarebbe emerso che "INCARBONE, tramite il RINDONE, si era informato per far pagare la
messa a posto
(qualificata come fattura) alla COEPE di Raineri Giuseppe".
Anche riguardo a tali conversazioni, si imputava alla Corte il medesimo errore
metodologico e di aver omesso di considerare quanto documentato dalla difesa sul fatto che
nessuna messa a posto era stata pagata, mediante la produzione della fattura emessa nei
confronti della società COESI dalla "La Costanzo s.r.l.", relativa al pagamento di lavori
effettivamente eseguiti da quest'ultima ditta per conto della prima, nonché mediante la
indicazione degli estremi dell'assegno bancario attraverso il quale il saldo dei lavori era
realmente avvenuto.
Si rimprovera alla sentenza di essersi supinamente adagiata sulla prospettiva
accusatoria di trasferire sull'INCARBONE elementi afferenti alla posizione del RINDONE, già /
condannato per associazione mafiosa nel procedimento cd. DIONISIO, nei termini già criticati
dal Tribunale del Riesame.
Analoghe considerazioni potevano farsi per le conversazioni menzionate alle pagg.
117/118 della sentenza, dalle quali si pretendeva di desumere che, siccome l'AIELLO avrebbe
manifestato delle aspettative in ordine a lavori imprenditoriali dell'INCARBONE, sarebbe
sussistita una "commistione tra il ricorrente e il clan mafioso".
Si censura che, anche a tal proposito, a nessuna di tali conversazioni avesse fatto
seguito alcun fatto concreto da parte dell'INCARBONE che autorizzasse a ritenere integrato un
contributo da parte sua al sodalizio mafioso: in particolare, non era stata riscontrata la
effettuazione dei lavori a cui le conversazioni avrebbero fatto riferimento, né, tanto meno,
alcuna agevolazione o utilità corrisposta dall'INCARBONE all'AIELLO e/o ad altri esponenti del
clan.
Concludendo sul punto, si contesta ai Giudici dell'appello di essere incorsi nella
macroscopica violazione della regola di giudizio alla quale hanno creduto di ispirarsi,
pretendendo illegittimamente di desumere una pretesa concordanza di dati fattuali in sé né
precisi né gravi, né tanto meno certi nella loro materialità fattuale, sulla cui dimostrazione e
sussistenza non avevano svolto neppure il minimo rilievo critico.
L2.5.
Intercettazioni a discarico.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Si imputa, ancora, alla Corte di Appello di non aver dato il giusto peso ad altre
conversazioni, nonostante contenessero dati antinomici rispetto alla tesi dello stabile
inserimento di INCARBONE nella consorteria mafiosa.
Si tratta di conversazioni (del 6.5.2007 tra AIELLO Vincenzo, COSTANZO Franco e OLIVA
Pasquale; del 9.6.2007 tra BARBAGALLO Giovanni e AIELLO) da cui si ricavava un giudizio
censorio dei locutori e un comportamento del ricorrente tipico di chi non rispondeva alle
aspettative del clan, come, peraltro, già evidenziato dal Tribunale del Riesame che, in dette
conversazioni, aveva ravvisato indicazioni confliggenti con l'assunto accusatorio.
L'obiezione mossa dalla Corte distrettuale a tali considerazioni dell'organo del Riesame -
secondo cui il contrasto tra sodali, oltre a rientrare nella normalità delle cose, dimostrava, al
contrario, che INCARBONE non veniva considerato un interlocutore qualunque, ma un soggetto
vicino al clan da dirigere e gestire - ad avviso della difesa del ricorrente si risolveva in un mero
paralogismo basato sulla apodittica e pregiudiziale petizione di principio della assunzione di
responsabilità del ricorrente, con inversione metodologica della valutazione della prova.
Il preteso contributo fornito dall'INCARBONE all'associazione non era, in realtà, emerso
né dalle intercettazioni, né dagli altri elementi valorizzati dai Giudici catanesi, e non poteva
essere arbitrariamente desunto per il fatto dell'eventuale esistenza di rimostranze dei presunti
sodali: rimostranze, al contrario, ben più compatibili con la condotta dell'imprenditore che
intendeva sottrarsi al contesto ambientale in cui era costretto ad operare.
La sentenza impugnata, inoltre, non aveva considerato che la opinione di ritenuta
inaffidabilità dell'INCARBONE era evidentemente inconciliabile con il preteso vincolo associativo
che avrebbe dovuto legarlo permanentemente ai pretesi sodali, i quali non avrebbero potuto
certo avvalersi di un soggetto considerato inaffidabile e irrispettoso, al punto di non dar loro
confidenza e rimanere inerte a fronte delle loro aspettative.
L2.6.
L'intercettazione in carcere BARBAGALLO/MONACO (paig. 120 e ss.).
Ad avviso della difesa, si tratta di un'intercettazione indiretta come le altre e non può,
pertanto, considerarsi prova del fatto che il commento altrui presupporrebbe.
Inoltre, non conteneva il riferimento a comportamenti specifici, ma si esauriva nel
commento dell'ordinanza cautelare e delle notizie che il provvedimento forniva sull'INCARBONE,
senza che nessun elemento ulteriore venisse addotto.
Non poteva essere ritenuto tale la frase "vanno a lasciare INCARBONE che è organico
fuori", trattandosi di un'opinione disancorata da fatti concreti e basata solo sull'esame del
contenuto dell'ordinanza coercitiva, come pure le affermazioni, sempre basate sull'assunto
accusatorio, che INCARBONE sarebbe stato "socio di AIELLO" o che "AIELLO assegnava lavori a
INCARBONE perché aveva interessi con lui".
127.
Le dichiarazioni di MIRABILE Giuseppe.
Si contesta che il collaborante abbia fornito notizie apprese indirettamente, in larga
parte, senza indicare la fonte della sua conoscenza.
51
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Si contesta, in particolare, l'affermazione secondo cui il ricorrente era un imprenditore
che "ci portava le estorsioni, che aveva fatto un lavoro al Policlinico di Catania", circostanza,
quest'ultima, smentita dagli accertamenti svolti come pure dà atto la sentenza.
Infine, il preteso intervento personale a favore dell'INCARBONE nel 2001 per consentirgli
di lavorare nel siracusano era contraddetto dalla circostanza che, pur avendo il ricorrente
lavorato a Siracusa, aveva subito un attentato incendiario e, dunque, non poteva considerarsi
avesse operato per interessamento e con la protezione della mafia.
L3)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 240 e 416-bis,
comma 7, c.p.: illegittimità della confisca dei beni.
La statuizione confermativa della confisca - fatta eccezione per la impresa individuale
INCARBONE Mariano Cono e per il 50% delle quote della TRE ELLE Costruzioni Impianti s.r.l. -
era illegittima, poiché era stata omessa qualsiasi considerazione di pertinenza rispetto al reato
per il quale si era proceduto nei confronti del ricorrente.
La sentenza, infatti, non aveva dimostrato perché, né in che modo, i beni non restituiti
dovessero considerarsi serviti o destinati a commettere il reato o potessero costituire prezzo,
profitto, prodotto o reimpiego.
M) Ricorso di LO VOTRICO Graziano Massimiliano (avv. Maurizio MAGNANO di
SAN LIO).
Confermata la condanna ad 8 anni di reclusione per il reato sub capo Al.
Svolge un'unica censura, deducendo violazione dell'art. 606, lettere b) ed e), c.p.p..
La Corte di Appello aveva omesso di individuare il contributo causale fornito dal
ricorrente alla realizzazione del fatto tipico contestato, né aveva dimostrato la consapevolezza e
la volontà, in capo al predetto, di interagire con le condotte altrui nella produzione dell'evento
lesivo del reato ascritto.
Non sussisteva, in particolare, prova del ruolo di intermediario svolto dal LO VOTRICO
durante la detenzione dello zio MARSIGLIONE Francesco (arrestato nel luglio 2005) perché
questi potesse comunicare con l'esterno.
Non si potevano ravvisare, nella specie, gli elementi costitutivi del reato associativo: il
LO VOTRICO era una vittima del sodalizio piuttosto che partecipe e il suo apporto era stato,
comunque, del tutto occasionale.
Tratteggiate le linee di confine tra le fattispecie di partecipazione ad associazione
mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa e favoreggiamento personale, il difensore
del ricorrente conclude, osservando che nel caso in esame non emergeva una sistematica,
continuativa e radicata disponibilità dell'imputato ad adoperarsi nell'interesse del gruppo
secondo le modalità partecipative più varie, ma una figura di secondo piano attivantesi
nell'ambito delle complessive iniziative commerciali dello zio, di cui poteva considerarsi, di
fatto, quasi un segretario.
52
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
La Corte di merito non aveva percorso alcuna delle ipotesi offerte in sede di appello,
essendosi limitata a ribadire in modo acritico i dati già esposti.
N) Ricorso di MARSIGLIONE Francesco (avv. Antonio Fiumefreddo).
Assolto dal reato di cui al capo Fl e condannato_per i reati sub capi Al e D12 alla pena
di 11 anni e 4 mesi di reclusione; beni confiscati.
Si sviluppa nei seguenti motivi.
Ni)
Inosservanza dell'art. 192 c.p.p. e vizio di motivazione in relazione al reato di cui
all'art. 416-bis c.p. (capo Al).
Nessuno dei giudici di merito era riuscito a individuare il concreto apporto fornito dal
ricorrente al gruppo mafioso cui sarebbe appartenuto fino al momento del suo arresto (luglio
2005).
La circostanza che il MARSIGLIONE avesse già riportato ulteriori condanne per il
medesimo titolo di reato doveva considerarsi ininfluente, non potendo prescindere una nuova
condanna da un puntuale accertamento giudiziario circa l'effettiva partecipazione dell'imputato
al sodalizio associativo.
Andava rimarcata la palese violazione dell'art. 192 c.p.p., dal momento che le
intercettazioni eseguite avevano fatto emergere fatti del tutto inconducenti ai fini della
dimostrazione dell'intraneità dell'imputato all'associazione contestata (richiesta di consulenza
legale in favore del detenuto CRISAFULLI Pietro; incontro in carcere con il parlamentare
STRANO Nino; tendenza a intestare i propri beni a parenti), mentre i collaboratori di giustizia
escussi (in particolare, LA CAUSA Santo) avevano addirittura reso dichiarazioni favorevoli al
MARSIGLIONE.
I Giudici di secondo grado, anziché adoperarsi per confutare le puntuali censure
avanzate dalla difesa, si erano limitati a dare per assodato ciò che, viceversa, non lo era
affatto, incorrendo, così, in una specifica violazione di legge sotto il profilo dell'appurata
mancanza di riscontri individualizzanti alle intercettazioni effettuate e alle accuse mosse dai
collaboranti.
N2)
Violazione di legge (artt. 192 e 649 c.c.p.) e vizio di motivazione in relazione al
reato di estorsione aggravata sub capo D12.
Si reputa violato l'art. 649 c.p.p. in relazione alla sentenza di assoluzione n. 24/09
pronunciata dalla Corte di Assise di Appello di Catania dall'accusa di tentata estorsione
aggravata in danno di GALEAZZI Alberto.
La Corte di Appello aveva reputato inammissibile il motivo, limitandosi a sostenere che
si trattava di due separate condotte caratterizzate da una diversa oggettività giuridica.
Tale motivazione era censurabile perché non aveva precisato per quale ragione la
condotta oggi contestata al MARSIGLIONE fosse da considerare distinta rispetto a quella da cui
era stato prosciolto nel procedimento cd. "Dionisio".
53
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Quanto al giudizio di colpevolezza per il fatto estorsivo, la Corte non aveva tenuto
minimamente conto delle dichiarazioni dei collaboratori MIRABILE Giuseppe e MIRABILE Paolo,
citati ex art. 603 c.p.p., i quali avevano escluso qualsivoglia responsabilità del MARSIGLIONE
per l'estorsione consumata al complesso "LA TENUTELLA", a conferma di quanto già riferito dal
collaborante LA CAUSA.
Doveva essere, inoltre, stigmatizzata come non corretta la valutazione delle
dichiarazioni rese dai testimoni GALEAZZI, MICELI, FERRARI e ORLANDO, piene di
contraddizioni e sprovviste di riscontri.
N3)
Violazione di legge e vizio di motivazione per la ritenuta sussistenza dell'aggravante
di cui all'art. 7 L. n. 203/91.
Anche a volersi ritenere che MARSIGLIONE avesse agito con finalità estorsive nella
vicenda "LA TENUTELLA", di fatto aveva sempre operato per conto proprio e non nell'interesse
della famiglia mafiosa, come avevano del resto confermato i collaboratori di giustizia escussi
(LA CAUSA, MIRABILE Paolo).
Non si comprendeva, pertanto, da quali elementi probatori la Corte di merito avesse
potuto evincere la sussistenza dell'aggravante in esame, atteso che la pregressa affiliazione ad
un sodalizio criminoso non implicava, in via automatica, che qualsiasi attività svolta dal
partecipe fosse stata eseguita per agevolare la famiglia.
La sentenza, inoltre, andava annullata nella parte in cui aveva confermato l'applicazione
congiunta della pena prevista per il reato associativo e dell'aggravamento previsto dall'art. 7 L.
n. 203/91 e nella parte in cui non aveva escluso l'aggravante di cui all'art. 629, comma 2, c.p.
in quanto incompatibile con quella di cui all'art. 7 citato.
N4)
Inosservanza ed erronea applicazione dell'art. 12-sexies L. n. 356/92 e dell'art. 603
c.p.0
. in relazione alla richiesta rinnovazione dell'istruzione dibattimentale.
La difesa aveva denunciato la contraddittorietà e l'incompletezza della "perizia"
BONOMO, che aveva omesso di valutare i redditi da locazione relativi ad immobili siti in
Catania. Di qui la richiesta di nuova perizia o, in subordine, di acquisizione di una consulenza di
parte sulla reale situazione finanziaria dell'imputato.
La Corte aveva rigettato la richiesta difensiva, sostenendo, in contraddizione con il dato
documentale, che il perito aveva analizzato anno per anno, e in relazione a ciascun immobile, i
redditi da locazione pervenendo al risultato finale di un saldo negativo di - 48.510,00 euro e
richiamando una tabella riportata nella sentenza di primo grado.
Senonché, l'estensore aveva omesso di considerare che il perito, in una tabella parziale,
aveva tenuto conto delle sole operazioni di affitto passivo (il che spiegava il saldo negativo),
senza riportare i fitti attivi. In conseguenza di tale
modus operandi,
il Giudice di primo grado
aveva disposto la confisca dei beni sequestrati sulla base di una presunta sperequazione tra i
redditi ufficiali e gli ulteriori flussi monetari, per il solo fatto che questi ultimi non erano inseriti
nella dichiarazione dei redditi.
54
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Era stato, inoltre, censurato il criterio utilizzato dal perito nella ricostruzione dei flussi
finanziari della famiglia MARSIGLIONE, in quanto in taluni casi il dott. BONOMO si era avvalso
del cd. criterio della "integrazione" (cioè tenendo conto dei saldi negativi degli anni precedenti),
mentre in altri casi aveva omesso di indicare i saldi positivi degli anni precedenti.
Sul punto, la Corte territoriale aveva replicato sostenendo pedissequamente che, in
difetto della prova che i saldi negativi fossero stati compensati in modo lecito, era inevitabile
che essi fossero sommati a quelli dell'anno successivo. Argomentazione, quest'ultima, che
confliggeva con un inconfutabile dato oggettivo, e cioè, che i redditi del nucleo familiare
de quo
da prendere in considerazione ai fini d'interesse dovevano essere quelli effettivi, non solo quelli
risultanti dalla dichiarazione dei redditi.
La Corte non si era pronunciata sulla richiesta di approfondimento istruttorio formulata
nell'atto di appello, così incorrendo in ulteriore violazione di legge.
O) Ricorso di MARSIGLIONE Girolamo Gabriele (avv. Antonio Fiumefreddo).
Condannato per concorso esterno in associazione mafiosa a 5 anni di reclusione.
Deduce, con un solo motivo, violazione di legge e vizio di motivazione in relazione alla
derubricazione del reato contestato nella fattispecie di cui agli artt. 110 e 416-bis c.p..
La Corte di Appello aveva ritenuto di poter dedurre la sussistenza del concorso esterno
in associazione mafiosa esclusivamente dalla intercettazione dei colloqui intrattenuti in carcere
dall'imputato con il padre detenuto, dai quali sarebbe emersa la sua funzione di comunicare con
i consociati in libertà.
In realtà, si trattava di illazioni alle quali poteva replicarsi:
-
quanto ai colloqui del 15 e 22.6.2007, concernenti la linea di condotta da tenere in
relazione all'affare "LA TENUTELLA", che il ricorrente aveva ricevuto dal padre indicazioni di
natura meramente economica, senza addurre elementi suscettibili di generare sospetti sulla
natura illecita delle questioni: d'altro canto, se Girolamo Gabriele fosse stato consapevole degli
interessi addebitati al padre, non si comprendeva perché non fosse stata contestata anche a lui
la partecipazione all'estorsione;
-
quanto al colloquio del 23.1.2008, in cui al giovane il padre chiedeva di incaricare lo
zio per farsi restituire un vecchio prestito di 10 milioni di vecchie lire da tale Pippo COMIS, non
si comprendeva come dall'espletamento dell'incarico discendesse la consapevolezza di dare un
contributo fondamentale all'associazione mafiosa, in difetto di prova circa l'illiceità del credito e
la conoscenza di tale illiceità da parte del ricorrente;
-
quanto ai colloqui del 13.2.2008, 18.3.2008 e 21.5.2008, in cui padre e figlio
discussero delle condizioni economiche di BATTAGLIA Santo e della possibilità di concedere un
prestito ai familiari del predetto, non si chiariva perché, nell'eseguire le direttive paterne, il
giovane dovesse, per ciò solo, essere consapevole di contribuire all'attività di un sodalizio
mafioso.
55
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Del tutto trascurata, quale elemento a discarico, la conversazione del 10.8.2007, in cui
MARSIGLIONE Francesco si auspicava che il figlio non lo facesse preoccupare per certe sue
frequentazioni, il che non avrebbe avuto senso se il ricorrente fosse stato vicino a Cosa nostra.
Nella specie, pertanto, non era stato in alcun modo dimostrato dalla Corte di Catania
non soltanto che le direttive impartite da MARSIGLIONE Francesco al figlio riguardassero
condotte penalmente rilevanti (altrimenti il ricorrente ne sarebbe stato imputato), ma,
soprattutto, che quest'ultimo fosse in qualche modo consapevole di favorire, anziché il padre, il
clan mafioso SANTAPAOLA.
A tutto voler concedere, la condotta prospettata avrebbe potuto integrare il reato di
favoreggiamento personale, ipotesi delittuosa che, non operando nella specie per via del
rapporto di parentela, aveva trovato rifugio nella contestata tipologia del concorso esterno in
associazione mafiosa.
P) Ricorso di OIENI Liborio (avv. Mario Brancato).
Confermata condanna a 8 mesi di reclusione per il reato di cui agli artt. 110, 416-bis
c.p. (capo 83); confisca di beni.
Si sviluppa nei seguenti tre motivi.
P1-P2)
Violazione di legge in relazione agli artt. 110, 416-bis
C.P.
e 192, comma 2,
c. p. p..
Si contesta che dalle intercettazioni valorizzate dai Giudici di merito emergessero
elementi tali da individuare un rapporto sinallagmatico tipico dell'imprenditore "colluso" tra
l'associazione e l'OIENI.
Che l'imputato avesse effettuato lavori presso una scuola di Ramacca non risultava da
nessun atto processuale.
Quanto al noleggio di mezzi della propria ditta alla ICOSEM s.r.I., per l'esecuzione di
lavori di movimento terra presso la discarica di Ramacca, doveva considerarsi che detti lavori
erano stati svolti in periodo antecedente alla conversazione registrata il 16.4.2008, in cui OLIVA
Pasquale aveva detto ad AIELLO Vincenzo "è giusto che Liborio lavori": tra i due fatti, quindi,
non poteva rilevarsi alcuna correlazione logica, né rapporto sinallagmatico nei termini richiesti
dalla giurisprudenza per assumere il ruolo di imprenditore "colluso".
Ad avviso del difensore, dalla intercettazione citata risultava, al contrario, che OIENI era
imprenditore "vittima", poiché era stato detto chiaramente che doveva pagare.
Si contesta, inoltre, la presunta vicinanza di OIENI con alcuni esponenti mafiosi.
Il ricorrente era amico di OLIVA, non conosceva il coimputato ILARDI Francesco, ma un
omonimo imprenditore edile di Ramacca, conosceva il COSTANZO come collega di lavoro.
Non conosceva AIELLO Vincenzo.
Quanto alla relazione sulle riprese di videosorveglianza effettuate il 5.3.2008 nei pressi
di un fondo di proprietà di OIENI, non risultava specificato che l'auto su cui viaggiava AIELLO
56
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Vincenzo avesse fatto accesso nel terreno di proprietà del ricorrente, né le riprese erano state
effettuate in modo continuo.
In nessuno degli indizi esaminati, in conclusione, era dato rinvenire i caratteri della
gravità, precisione e concordanza.
P3) Il difensore si duole, inoltre, al terzo motivo, che la Corte di Appello non abbia fatto
alcun riferimento alle dichiarazioni rese dal collaborante LA CAUSA, il quale non aveva neppure
riconosciuto in foto l'OIENI, aggiungendo di aver sentito parlare AIELLO di tale "Liborio" e di
non riuscire a focalizzare altro.
In merito alle disposte misure patrimoniali, deduce il difensore che la Corte territoriale
non aveva spiegato in alcun modo il rapporto sottostante tra la presunta appartenenza e i beni
oggetto di confisca, evidenziando, tra l'altro, che la confisca conseguente a condanna per
concorso esterno in associazione mafiosa si poneva in violazione dell'art. 6 CEDU per mancanza
del requisito di specificità della condotta contestata.
Violazione ancora più accentuata per il terzo interessato, che doveva difendersi da un
fatto generico addebitato ad altri.
A tal proposito, il difensore reitera la questione di legittimità costituzionale dell'art. 12-
sexies L. n. 356/92 in relazione agli artt. 3 e 24 Cost., nella parte in cui non prevede che i terzi
interessati partecipino al dibattimento.
Q) Ricorso di RAGUSA Rosario (avv.ti Giovanni ARICO' e Francesca BILARDO).
Assolto dal capo Fl (art. 12-quinquies L. n. 356/92) limitatamente al fatto del
17.11.2008; condannato a 6 anni di reclusione per le residue imputazioni sub Fl e di concorso
esterno in associazione mafiosa sub 86. In primo grado era stato assolto dal reato di estorsione
sub D 13. Beni confiscati.
La difesa del RAGUSA, dopo un paragrafo introduttivo in cui riepiloga la vicenda
processuale - evidenziando come, in relazione alla fase incidentale cautelare, la Suprema
Corte avesse ritenuto per tre volte l'impianto probatorio insufficiente - sviluppa nove motivi di
ricorso.
Q1)
Violazione di legge in relazione all'art. 12-quinquies L. n. 356/92, travisamento
della prova e manifesta illogicità della motivazione.
Si premette in ricorso che oggetto del presunto trasferimento fraudolento di cui al capo
Fl era il progetto di un grosso centro commerciale, edificabile su uno svariato numero di lotti di
terreno tutti opzionati dalle tre società del RAGUSA (Imedica s.r.I., Miriam s.r.l. e Veronica
s.r.I.), finanziabile ad opera di un "possidente" e da vendere a terzi prima della sua costruzione.
La sentenza impugnata, nel descrivere i passaggi storici dell'operazione alle pagg. 210 e
ss., riconosceva che il finanziamento dell'operazione era avvenuto esclusivamente con soldi
"puliti", provenienti dal Fondo di Investimento internazionale PRADERA HOLDCO.
Tale incontestabile circostanza, ad avviso della difesa, continuava ad essere il motivo
pregnante della giuridica non prospettabilità del reato contestato, come, del resto, già rilevato
57
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
dalla Suprema Corte nella sentenza Sez. 5, n. 28434 dell'8.4.2011 (che aveva annullato con
rinvio l'ordinanza del Tribunale del Riesame confermativa della misura cautelare emessa nei
confronti dell'indagato) e ribadito nelle due sentenze di annullamento successive (Sez. 1, n.
995 del 2.4.2012; Sez. 5, n. 537 del 19.3.2013).
Posto che, secondo la giurisprudenza di legittimità, l'art. 12-quinquies L. n. 356/92 va
interpretato nel senso che la fittizia intestazione deve essere oggettivamente idonea a eludere
la normativa in misura di prevenzione, e che il trasferimento fittizio presuppone un concorso
"necessario" tra chi riceve fittiziamente il bene e chi ne è titolare, la Corte di Appello avrebbe
dovuto chiedersi, nella fattispecie, quando, come e in che termini D'URSO Giovanni avrebbe
concretamente acquistato la sua titolarità, da trasferire poi fittiziamente al RAGUSA, sul bene
"LA TENUTELLA".
La risposta fornita dalla Corte appariva illogica e viziata dalla illegittima utilizzazione di
una prova travisata: la presunta "carta privata" che il RAGUSA avrebbe consegnato al D'URSO,
sulla cui esistenza le tre menzionate sentenze di annullamento della Cassazione erano state
concordi nel rilevare una manifesta illogicità delle motivazioni rese dai Tribunali del riesame,
apparendo l'esibizione della scrittura in giudizio radicalmente incompatibile con l'ovvio interesse
a mantenere celata l'operazione di illecito trasferimento di valori.
Non essendo tale "carta", in realtà, stata mai rinvenuta, la Corte, con travisamento della
prova e in modo apodittico, ne aveva affermato l'esistenza, ritenuta un "dato insuperabile", in
base alla interpretazione di una conversazione intercorsa tra il D'URSO e l'ing. ARRABITO
Giovanni, direttore dei lavori del centro commerciale.
Al riguardo, la difesa del ricorrente stigmatizza che i Giudici dell'appello abbiano omesso
di valutare una duplice "controprova" a discarico, derivante: a) dalla dichiarazione resa, in sede
di investigazioni difensive, in data 1.4.2011 da ARRABITO Giovanni, il quale negava che il
D'URSO gli avesse mai detto di essere il titolare dell'operazione, aggiungendo che il predetto
parlava sempre della TENUTELLA come un lavoro che gli sarebbe piaciuto portare avanti, ma
nel ruolo di Direttore; b) dalla dichiarazione resa dal notaio REINA Giuseppe di Catania - al
quale, secondo la conversazione intercettata, il D'URSO avrebbe dovuto portare la famosa
"carta" - che negava di aver mai visto alcuna carta riguardante la società LA TENUTELLA
prima di quella regolarmente stipulata come notaio rogante nel novembre 2008, nonché di aver
mai intrattenuto con il D'URSO alcun discorso su presunte carte o quote afferenti alla suddetta
società.
Nonostante tali elementi decisivi, la Corte etnea, liquidata come "generica" la specifica e
puntuale testimonianza notarile, e neanche menzionando la testimonianza dell'ing. ARRABITO,
pur essendo questi l'interlocutore dell'unica telefonata su cui si basava la prova dell'esistenza
della scrittura, continuava a scrivere che "la carta esisteva".
58
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Ci si duole anche che la Corte di merito non abbia menzionato o abbia menzionato, ma
non valutato, una serie di ulteriori prove a discarico finalizzate a dimostrare l'esclusiva titolarità
del bene in capo al RAGUSA:
-
la prova dell'idea e della progettazione dell'intera operazione, anche attraverso il
deposito di tutta la documentazione tecnica predisposta dagli ingegneri ARRABITO
e
BARBAGALLO;
-
la stipula delle 28 opzioni di acquisto dei terreni che avrebbero fatto poi parte del
comprensorio LA TENUTELLA, tutte e a nome delle tre società del RAGUSA (vedi sopra);
-
la titolarità di tutte le operazioni finanziarie de LA TENUTELLA s.r.l. ad esclusiva opera
del RAGUSA;
-
la titolarità della pratica amministrativa;
-
la titolarità dei rapporti con gli intermediari e con gli interlocutori commerciali di primo
livello, tutti non siciliani, tra i quali SALVINI Carlo (Responsabile Sviluppo de LA RINASCENTE),
i funzionari e i responsabili dei fondi di investimento via via contattati, l'intermediario
immobiliare DE STEFANI Marco e l'ing. CUALBU Gualtiero;
-
l'esclusiva titolarità dei rapporti con i proprietari terrieri e con gli intermediari dei lotti
di terreno oggetto del comprensorio interessato (richiama i nomi di FORTUNATO Giuseppe,
PULEO Giuseppe, LO RE Gaetano, MODICA Salvatore e LIOTTA Alfio);
-
infine, la titolarità esclusiva dei rapporti con gli ex soci delle società titolari delle
opzioni sui terreni (FORTUNATO Giuseppe e CANCIULLO Salvatore).
Il presunto rapporto di subordinazione del RAGUSA rispetto al D'URSO.
Pur in assenza di prova sulla effettiva titolarità in capo al D'URSO della TENUTELLA, la
Corte di Appello si era lasciata andare a una serie di affermazioni apodittiche, insistendo sulla
posizione subordinata del RAGUSA nei confronti del D'URSO, nonostante tale rapporto di
subordinazione non si evincesse da alcuna emergenza processuale, sicché di nuovo la Corte era
incorsa nel vizio di travisamento della prova.
Ed invero, il continuo richiamo alle discussioni tra i malavitosi interessati all'operazione
rientrava perfettamente nel novero di quel "profluvio di informazioni investigative e probatorie
talora slegate tra loro, assemblate meccanicamente in un magmatico insieme argomentativo di
non agevole lettura", già stigmatizzato, con le riportate parole, dalla Suprema Corte nella citata
sentenza n. 28434/2011.
Sempre ai fini specifici del travisamento della prova, andava considerata l'omessa
valutazione di prove dimostrative del fatto che sia il D'URSO, sia i suoi "amici", non sapevano
nulla di ciò che il RAGUSA aveva deciso o stava decidendo di porre in essere.
Si faceva, in particolare, riferimento alle seguenti quattro intercettazioni:
-
quella del 23.11.2005 tra il D'URSO e l'ing. ARRABITO, in cui i due si chiedevano se
RAGUSA avesse potuto eventualmente cedere le quote a qualcuno, in un momento in cui
RAGUSA aveva già venduto, nell'agosto del 2004, l'intero pacchetto societario alla CUBBA s.r.I.;
59
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
-
quella dell'11.1.2006 tra il D'URSO e SANTANGELO Giuseppe, in cui i due parlavano di
"ditte" e "contratti", ignorando, ancora una volta, la già effettuata vendita del suddetto
pacchetto societario;
-
quella del 1° marzo 2006 tra D'URSO e tale "Franco", che parlavano di "investimenti"
su LA TENUTELLA, in un'epoca in cui LA TENUTELLA non avrebbe avuto bisogno di alcun
investimento, sia perché già interamente finanziata dal Fondo di Investimento Pradera Holdco,
sia perché l'intero pacchetto societario, come detto, era stato già ceduto alla CUBBA s.r.I.;
-
infine, quella del 29.4.2008 tra il D'URSO e NASELLI Felice, in cui i due si dicevano
felici perché "l'operazione sta partendo", nonostante, proprio in quel periodo, LA TENUTELLA
fosse clamorosamente fallita da un punto di vista commerciale e il RAGUSA fosse disperato e
all'ultima spiaggia, come testimoniato dall'immobiliarista DE STEFANI Marco e dall'imprenditore
CUALBU Gualtiero.
Ancor più grave che non fosse stato tenuto conto di analoghe risultanze sulla mancata
conoscenza, da parte del D'URSO, delle iniziative del RAGUSA sulla TENUTELLA, emergenti
dall'attività investigativa svolta nel 2005 nell'ambito della indagine "DEDALO".
Sull'autonomia decisionale del RAGUSA.
Ennesima censura motivazionale, rilevata da tutte e tre le menzionate sentenze della
Suprema Corte, riguardava l'incompatibilità logica tra l'effettiva autonomia decisionale in capo
al presunto titolare fittizio RAGUSA e la stessa presunta fittizietà dell'operazione.
Il rilievo emergeva dalla messa a fuoco di due precisi momenti societari, analiticamente
riscontrati in sede di consulenza tecnica: a) un primo preliminare di vendita di tutto il pacchetto
societario, nell'agosto 2004, da RAGUSA alla CUBBA s.r.I., con un guadagno e un correlativo
introito personale, documentato da bonifico bancario, pari a un acconto di parecchi milioni di
euro; b) un secondo preliminare di vendita dello stesso, intero, pacchetto societario, nel
maggio del 2007 (ossia tre anni dopo che il D'URSO era libero dalle misure di prevenzione)
ceduto da RAGUSA alla GALOTTI s.p.a., sempre con un guadagno a un correlativo introito
personale pari a svariati milioni di euro (tramite bonifico bancario).
La Corte di Appello aveva preferito non affrontare nemmeno la questione della
conciliabilità logica tra le cessioni totali del pacchetto e la fittizietà di una eventuale intestazione
solo parziale, avventurandosi in un ragionamento, da un lato palesemente distonico rispetto
allo specifico punto in discussione, dall'altro totalmente avulso dalla realtà, storica e
processuale.
Si stigmatizza, in particolare, il passaggio riportato a pag. 230 della sentenza, che, ad
avviso della difesa, sarebbe inficiato, al contempo, da omessa motivazione, travisamento della
prova e manifesta illogicità.
La Corte non aveva dato risposta al quesito sulla conciliabilità logica dei due preliminari
del 2004 e del 2007 rispetto alla posizione di titolare fittizio del RAGUSA; aveva omesso di
indicare quali sarebbero stati i soldi della società intascati dal RAGUSA per l'acquisto dei beni;
60
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
aveva contraddittoriamente e illogicamente parlato di "continuo esborso di denaro proveniente
dalla TENUTELLA a favore delle casse del clan" di fronte a una consulenza tecnica, mai
contestata, che aveva radiografato ogni più piccolo movimento in entrata e in uscita,
confermando che nemmeno un euro era entrato o uscito al di fuori di una specifica causale
societaria; aveva omesso di indicare quali sarebbero stati i fantomatici "prelievi di denaro" di
cui la difesa ignorava l'esistenza.
Q2)
Travisamento della prova e vizio di motivazione sulla qualificazione di
"notoriamente mafioso" attribuita a D'URSO Giovanni.
La difesa del ricorrente assume che gli atti processuali già acquisiti nella fase delle
indagini preliminari e il certificato del casellario giudiziale dimostravano il contrario, e cioè che il
D'URSO non era affatto "notoriamente mafioso" e, pertanto, nessuna consapevolezza in tal
senso avrebbe mai potuto avere il RAGUSA.
La difesa, in particolare, passa in rassegna il certificato penale, che non riporta alcuna
condanna per associazione mafiosa (anzi, attesta la riabilitazione da alcune condanne
precedenti), e due sentenze del Tribunale di Catania: con la prima, depositata il 19.2.1998,
veniva rigettata la richiesta di sequestro anticipato dei beni, in assenza di indizi in ordine alla
provenienza illecita degli stessi; con la seconda, depositata il 27.8.2004, veniva respinta la
richiesta di applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale, in assenza di
elementi sufficienti per ritenere il proposto persona socialmente pericolosa.
Q3)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 416 bis c.p. (pagg. 22-
)
3,
Il motivo si sviluppa nei seguenti paragrafi.
§ - Distribuzione di affari e di lavori alle imprese mafiose.
Si censura, in primo luogo, l'affermazione secondo la quale il RAGUSA avrebbe messo a
disposizione dell'associazione mafiosa la propria attività imprenditoriale, partecipando alla
distribuzione di affari e lavori controllati dalla mafia e permettendo, così, a imprese mafiose di
partecipare ad attività economiche di rilievo, in particolare, all'affare LA TENUTELLA.
Tale affermazione costituiva una mera clausola di stile, del tutto scollegata dalle
emergenze processuali e in contrasto logico con altra parte della motivazione, nonché con le
risultanze dell'indagine "DEDALO", laddove si evinceva che il RAGUSA aveva realizzato solo un
progetto con una società veicolo che era intenzionato a vendere.
Insomma: nessun lavoro e nessun affare da distribuire per il semplice motivo che la
società era destinata ad essere venduta prima della stessa distribuzione di affari e di lavori.
Tali conclusioni risultavano comprovate dalla stessa realtà dei fatti, sfociata nella
definitiva vendita, nell'anno 2009, della società LA TENUTELLA alla MI.NO.TER. dei noti
costruttori sardi CUALBU, i quali avevano comprato per procedere direttamente alla costruzione
del centro.
61
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Tali incontestabili emergenze processuali rendevano, da un lato, manifestamente illogica
una ricostruzione giudiziale in termini di direzionalità mafiosa e, dall'altro, evidenziavano il
costante travisamento della prova in cui era incorsa la Corte di Appello, tanto attenta a parlare
astrattamente di "distribuzione di lavori, di appalti e di affari mafiosi", quanto silente sulla
prova concreta della distribuzione, o, per meglio dire, della "non" distribuzione degli stessi
affari e lavori.
A quest'ultimo riguardo, andava considerato che nessuna menzione era stata fatta in
sentenza dell'unico sopralluogo in cantiere presente agli atti processuali (si fa riferimento alla
relazione dei Carabinieri del R.O.S. 31.7.2010), originariamente indicato dall'Accusa come
prova dei lavori affidati a imprese mafiose, ma successivamente trasformatosi in prova a
discarico, avendo la difesa evidenziato come il sopralluogo, effettuato in data 18.6.2010, si
riferisse ai lavori appaltati dai nuovi compratori CUALBU, proprietari della TENUTELLA da oltre
un anno e mezzo.
Andavano, quindi, stigmatizzati l'assoluto silenzio dei Giudici di appello sui presunti
affari "illeciti" immotivatamente attribuiti al RAGUSA e, al contempo, l'omessa considerazione
logica degli unici rapporti di affari e di lavori realmente intrattenuti dal ricorrente nella vicenda
LA TENUTELLA fino alla vendita conclusiva alla società MI.NO.TER. nel 2009.
§ - Aiuti o interventi illeciti da parte della mafia.
Con riguardo agli ipotetici aiuti della mafia nella pratica amministrativa, la motivazione
della Corte di Appello era carente, manifestamente illogica e travisante nell'affermare che
alcuni degli imputati "mafiosi" sarebbero intervenuti direttamente (in particolare,
MARSIGLIONE Francesco e D'URSO Giovanni) "per garantire e incrementarne tutta l'attività,
contattando amministratori locali e politici, al fine di raggiungere i loro scopi", oltre al deputato
CRISTAU DO.
La difesa aveva costantemente sottolineato che, per la particolare complessità della
pratica in questione e per il coinvolgimento di un considerevole numero di organi
amministrativi, una eventuale supposizione di connivenza mafiosa avrebbe dovuto determinare
una cascata di imputazioni penali a catena nei confronti di tutti i soggetti intervenuti in una
qualche fase del procedimento, mentre, al contrario, nessuno di costoro era stato raggiunto da
alcun tipo di censura o sanzione, né alcuna Autorità Giudiziaria aveva mai avanzato istanza di
sequestro de LA TENUTELLA s.r.l. o del centro commerciale CENTRO SICILIA poi concretamente
edificato dai CUALBU.
Astenendosi, per correttezza, dal formulare rilievi sul presunto aiuto politico offerto dal
coimputato CRISTAUDO, la difesa del ricorrente fa presente, sul piano oggettivo, che LA
TENUTELLA non ebbe alcun vantaggio dalla, asseritamente illecita, modifica della normativa
regionale che equiparò il termine di scadenza dell'autorizzazione commerciale con quello della
concessione edificatoria; ciò in quanto la stessa già beneficiava di tale equiparazione, avendo
62
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
ottenuto le due licenze (commerciale ed edificatoria) attraverso il procedimento dello Sportello
Unico delle Attività Produttive del Comune di Misterbianco.
§ - Presunto condizionamento mafioso sulla questione IRA Costruzioni.
Si contesta, sotto il profilo del travisamento della prova e della omessa motivazione sulle
doglianze difensive, il passaggio della sentenza che afferma l'interessamento mafioso sulla
vicenda IRA/LA TENUTELLA, tenuto conto dell'improvvisa unilaterale rinuncia all'affare e alle
azioni giudiziarie intraprese formalizzata con deliberazione adottata dal Consiglio di
Amministrazione dell'IRA Costruzioni in data 16.6.2003, circostanza, quest'ultima, mai
verificatasi storicamente (in ciò consisteva il travisamento), come pure rilevato dalla Suprema
Corte nella menzionata sentenza n. 28434, che aveva stigmatizzato il maldestro uso della
tecnica del copia-incolla da parte del G.I.P. emittente la misura cautelare nei confronti del
RAGUSA.
In realtà, come documentato dai 21 atti prodotti nella causa civile e allegati dalla difesa
ai motivi di riesame, nell'anno 2003 l'IRA Costruzioni non aveva affatto abbandonato l'affare LA
TENUTELLA, ma, al contrario, aveva iniziato una vera e propria guerra giudiziaria contro il
RAGUSA; la causa si era protratta per due anni sino a quando i legali del RAGUSA non
indussero la controparte a stipulare una transazione in data 28.7.2005, dietro la cospicua
somma di euro 1.800.000,00, come documentato dagli allegati alla Consulenza Tecnica
Taurino.
A fronte delle esplicite ammissioni rese dal legale rappresentante dell'IRA Costruzioni
ing. GALEAZZI nell'interrogatorio del 10.7.2005 circa l'iniziativa di acquistare un piccolo lotto di
terreno solo per paralizzare i progetti del RAGUSA ed avere maggiore potere contrattuale, non
si comprendeva, sui piano logico, la ragione per cui avrebbe dovuto ritenersi "irrilevante" il
pagamento della somma di euro 1.800.000,00, cui si dovette aggiungere anche il pagamento
del microlotto.
§ - Rapporti dell'imputato con il circuito mafioso.
La Corte di Appello aveva giustificato l'affermazione di responsabilità del RAGUSA per
concorso esterno in associazione mafiosa sulla base dei rapporti che il ricorrente, in relazione al
progetto economico-imprenditoriale de LA TENUTELLA, aveva intrattenuto con personaggi
mafiosi come D'URSO, NASELLI Felice, MARSIGLIONE Francesco e BARBAGALLO Giovanni.
Tale affermazione, tuttavia, non trovava riscontro nella realtà processuale.
L'unico dato certo era quello concernente il rapporto con il proprio dipendente D'URSO
Giovanni, sulla cui personalità, distante dalla caratura mafiosa attribuitagli, si è già detto nel
secondo motivo.
Per gli altri soggetti menzionati non esisteva alcun atto del processo dimostrativo dei
legami del RAGUSA con gli ambienti mafiosi.
Nessun elemento significativo era emerso dalla escussione dei collaboranti SORTINO,
MIRABILE (Paolo e Giuseppe), GIULIANO, TOSCANO e LA CAUSA, se non la conferma
63
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
dell'interesse della mafia per LA TENUTELLA, che la difesa del RAGUSA non aveva mai negato,
e del coinvolgimento del D'URSO nella esclusiva veste di direttore commerciale della società.
§ - Sussistenza degli elementi costitutivi del concorso esterno in associazione mafiosa.
Si contesta la mancanza probatoria degli elementi costitutivi del reato contestato al
RAGUSA.
Oltre a ribadire quanto già detto nel secondo motivo sull'assenza di consapevolezza da
parte del ricorrente della presunta caratura mafiosa del D'URSO, la difesa evidenzia che, a
differenza di quanto illogicamente sostenuto dalla Corte d'Appello sulla subordinazione del
RAGUSA rispetto al D'URSO, in tutte le intercettazioni in atti il ricorrente risulta menzionato con
epiteti incompatibili con la posizione di presunto concorrente esterno ex art. 416 bis c.p.
("infamone", "fangoso, cornuto e sbirro", "figghiu di suca minchia" e "cornuto numero uno"),
evidenza, quest'ultima, di cui la Corte catanese non aveva tenuto conto.
Q4)
Violazione dell'art. 271 c.p.p. in relazione agli artt. 267-269 c.p.p. e travisamento
della prova.
Si denuncia che la Corte territoriale abbia utilizzato a carico del RAGUSA un elemento
processuale "inesistente", costituito da due presunte telefonate intercorse tra il ricorrente e
MARSIGLIONE Francesco, richiamate a pag. 206 della sentenza, ma mai rinvenute nel
ponderoso incartamento processuale, formato da 55 faldoni.
Il vizio era già stato dedotto dalla difesa nel ricorso avverso l'ordinanza del Tribunale del
riesame, confermativa del provvedimento cautelare adottato a carico del RAGUSA, ma la
Suprema Corte non aveva risposto sul punto, ritenendolo evidentemente assorbito nel disposto
annullamento con rinvio dell'ordinanza del Tribunale.
Mentre il G.U.P., nella sentenza di primo grado, non aveva fatto riferimento a tali
presunte telefonate, la Corte distrettuale, con la tecnica del copia-incolla, aveva riportato gli
stessi passaggi che comparivano nella richiesta di misura cautelare del P.M., nell'ordinanza del
G.I.P. e in quella del Tribunale del riesame.
Il vizio denunciato nell'odierno ricorso non è solo quello processuale in relazione agli art.
267 ss. c.p.p., ma quello della mancanza di motivazione sulle deduzioni difensive sul punto e
del travisamento della prova.
Q5)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 7 L. n. 203/91.
La Corte di Appello aveva giustificato l'applicazione dell'aggravante al ricorrente,
"essendo emerso che l'occultamento giuridico dell'attività imprenditoriale della TENUTELLA, per
la sua rilevanza dal punto di vista economico, aveva certamente accresciuto la posizione del
clan SANTAPAOLA".
La difesa censura come "indecifrabile" il concetto di "occultamento giuridico" di
un'attività imprenditoriale che, semmai, era "sulla bocca di tutti".
64
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Anche sulla base del materiale probatorio illustrato nel secondo e nel terzo motivo di
ricorso, la motivazione sul punto doveva reputarsi totalmente illogica e, comunque,
giuridicamente assente.
Q6)
Violazione del comma 3 dell'art. 597 c.p.p., per avere la Corte di Appello applicato
un aumento per la continuazione rispetto alla pena base stabilita per il reato più grave di cui
all'art. 416-bis c.p. (pena base: otto anni di reclusione + un anno ex art. 81 cpv. c.p. = 9 anni
- 1/3 per il rito = 6 anni) più severo di quello applicato dal primo Giudice nella misura di sei
mesi di reclusione.
Era stato, quindi, violato il divieto di
reformatio in peius
della sentenza impugnata.
Q7)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 240, comma 1, c.p.
con riguardo alla confisca (facoltativa) dell'immobile intestato a CAPPELLETTI Federica in
quanto frutto dei proventi illeciti derivanti dall'affare LA TENUTELLA.
Con i motivi di appello la difesa aveva chiarito, producendo adeguata documentazione,
che l'immobile di proprietà della signora CAPPELLETTI (sito in Roma, via Val Pellice n. 53) non
aveva nulla a che vedere con il RAGUSA, anche perché si trattava di un bene legittimamente
pervenuto alla donna dalla propria famiglia d'origine a seguito di sistemazione di natura
familiare/successoria.
Le ragioni dell'interessata erano state, peraltro, già riconosciute dal Tribunale del
riesame, che, con ordinanza del 16.7.2013, aveva disposto il dissequestro del bene.
Era evidente, dunque, il vizio motivazionale in cui era incorsa la Corte d'Appello: che
non aveva motivato sull'applicazione della disposta confisca; non aveva discusso in qualche
modo l'ordinanza del Tribunale del Riesame; non aveva esaminato la documentazione prodotta
dalla difesa, alla quale non aveva dato alcun tipo di risposta.
Q8)
Violazione di ledge e vizio di motivazione in relazione all'art. 240, comma 1,
C.D.
con riguardo alla confisca (facoltativa) dell'immobile intestato
oro Quota
a MEZZATESTA Maria
Lina, moglie del RAGUSA in regime di separazione di beni.
Si tratta del 50% della casa di abitazione sita in Catania, via Monte Sant'Agata n. 6,
acquistata in data 7.6.2007 per 700.000,00 euro, con provvista formata dal versamento su c/c
bancario di 3 milioni di euro quale caparra per l'acquisto delle quote della TENUTELLA da parte
della GALOTTI s.p.a..
Come ricordato dalla difesa, nonché dal Consulente Tecnico, tale somma e tale caparra
non riguardavano affatto la società LA TENUTELLA, giacché derivavano dalla cessione personale
delle quote societarie personali del RAGUSA a società del tutto estranea ai fatti di causa.
La piena tracciabilità del denaro sul c/c personale del RAGUSA n. 338851 presso il Banco
di Sicilia di Milano era agli atti.
Anche per tale confisca la Corte d'Appello non aveva speso una parola al di là della
laconica condivisione delle argomentazioni del primo Giudice.
65
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Q9)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 240, comma 1, c.p.
con riguardo alla confisca (facoltativa) dei beni intestati a RAGUSA Rosario (il 50% dello stesso
immobile confiscato alla moglie, due conti correnti bancari, una cassetta di sicurezza).
Si contesta il difetto di prova circa l'illiceità della provenienza dei beni.
Riguardo al 50% dell'immobile sito in Catania, via Monte Sant'Agata, si rinvia a quanto
dedotto nel motivo precedente; in ordine al c/c e alla cassetta di sicurezza presso il Banco di
Sicilia di Milano, si trattava di beni personali che nulla avevano a che vedere con la società LA
TENUTELLA; circa il c/c presso il Banco di Sardegna di Cagliari, si trattava di conto acceso
contestualmente all'operazione di vendita della TENUTELLA, operazione assolutamente
legittima, come dimostrato dalla sentenza assolutoria emessa dalla Corte etnea in ordine al
reato di cui al capo
Fl,
commesso nel novembre 2008.
La motivazione sul punto era, comunque, completamente assente.
Q10)
Viene poi, proposto, "motivo nuovo" ex art. 585, co. 4, c.p.p. a sostegno del II
motivo di ricorso.
Con tale motivo si è inteso rimediare ad una svista del ricorso principale, costituita dalla
omessa allegazione del certificato del casellario giudiziale intestato a D'URSO Giovanni,
riportante la dicitura "NULLA", acquisito all'udienza del 20.11.2013.
Viene ribadita la fondamentale importanza del documento, in quanto conferma che il
D'URSO non poteva considerarsi una persona "notoriamente mafiosa"; che il RAGUSA, quindi,
non poteva essere consapevole, come apoditticamente sostenuto dalla Corte di merito, della
asserita "mafiosità" del D'URSO.
R) Ricorso di SANGIORGI Antonino (avv.ti Giuseppe MARLETTA e Salvatore
Catania Milluzzo).
Assolto dal reato sub capo D7 e condannato per i reati sub capi A2 (416-bis c.p.), 83 e
H, riqualificato nel reato di cui all'art. 319-quater c.o., alla pena di 5 anni e 4 mesi di
reclusione; beni confiscati.
Deduce i seguenti due motivi.
R1)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 416-bis c.p., 192 e
546 c. p. p..
La Corte di Appello di Catania, pur avendo assolto il SANGIORGI dal reato di estorsione,
su cui si basava essenzialmente l'accusa di partecipazione ad associazione mafiosa, non era
pervenuta alla logica conclusione di assolvere l'imputato anche dal reato associativo.
Nuovi ed ulteriori elementi a carico del SANGIORGI avrebbero dovuto assurgere al rango
di prova per dimostrare la sua partecipazione al sodalizio mafioso.
Viceversa, la sentenza impugnata era del tutto carente, risolvendosi nella sintesi acritica
dei ragionamenti svolti dal primo Giudice.
66
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Non essersi impegnati a capire il ruolo politico assunto dal SANGIORGI e le varie
dinamiche politiche sviluppatesi nel periodo in contestazione aveva pregiudicato la corretta
valutazione dei fatti e delle condotte concernenti l'imputato.
La stessa Pubblica accusa aveva dovuto ammettere che, nonostante gli accertamenti
effettuati, nessun reato commesso dal SANGIORGI insieme al DI DIO o ad altri presunti sodali
era stato contestato.
Nulla di illegale era emerso dalla intercettazioni relative alla vicenda dei loculi del
cimitero (interlocutori DI PAOLA e DI DIO), né dall'episodio dei lavori di ammodernamento della
sede dell'U.T.C. o dalle vicende legate alla riduzione del vincolo idrogeologico.
La Corte di Appello non era riuscita a indicare un solo e concreto appalto pubblico in cui
si sarebbe esplicato lo sfruttamento del ruolo istituzionale del SANGIORGI in favore di Cosa
nostra etnea e non si avvedeva che il ruolo del predetto, di semplice consigliere prima al
Comune poi alla Provincia, privo in quanto tale di poteri di amministrazione attiva, avrebbe
reso estremamente difficoltoso se non impossibile, anche qualora lo avesse voluto, adoperarsi
per favorire gli interessi mafiosi.
Non era nemmeno possibile ravvisare nei fatti, anche per come erroneamente ricostruiti
dalla Corte d'Appello, l'ipotesi del concorso esterno in associazione mafiosa, mancandone i
requisiti indicati dalla giurisprudenza.
Pertanto, avendo la Corte di merito postulato come non fondata la tesi alternativa
prospettata dalla difesa, alla luce della errata interpretazione di eventi di natura
oggettivamente politica, la sua motivazione era viziata da rilevante travisamento probatorio
che ne inficiava la tenuta logica ai sensi dell'art. 606 c.p.p..
R2)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 12-sexies L. n. 356/92
quanto alla ritenuta sproporzione dei redditi e/o della capacità economica rispetto all'acquisto
del fabbricato e dell'appezzamento di terreno circostante intestato alla coppia PITICCHIO-
SANGIORGI (cognato e sorella del ricorrente).
Non poteva dirsi dimostrata la fittizietà dell'intestazione del bene confiscato (acquistato
nel 2001, vedi pag. 331).
In primo luogo, doveva considerarsi che, mentre il SANGIORGI non era mai stato un
coltivatore diretto, il cognato PITICCHIO, ancor prima dell'acquisto del fondo in questione con
mutuo ISMEA, si era sempre occupato della coltivazione degli agrumi, anche con riferimento al
vasto appezzamento di terreno che la moglie aveva ricevuto in eredità dal padre.
In secondo luogo, andava evidenziato che gli atti di interessamento manifestati dal
SANGIORGI rispetto al fondo confiscato (in nota a pag. 16 del ricorso) trovavano giustificazione
negli stretti vincoli familiari secondo consuetudini diffuse e condivise della realtà contadina
meridionale qual era quella di Palagonia.
L'inferenza della Corte di Appello si rivelava, dunque, in presenza di una lettura
alternativa plausibile, arbitraria e illegittima.
67
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Parimenti censurabile era la sentenza laddove non aveva ordinato la restituzione dei
beni per insussistenza della ritenuta sproporzione.
Del tutto sommaria e non corrispondente alla realtà era stata la ricostruzione fatta dagli
inquirenti in ordine alla capacità reddituale della famiglia PITICCHIO-SANGIORGI, ancorché non
risultante dalle indagini del P.M..
Invero, tra il 2003 e il 2010, l'azienda agricola del PITICCHIO aveva prodotto un reddito
medio annuo pari ad euro 96.000,00, quindi il nucleo familiare poteva ben far fronte
all'acquisto del bene confiscato, il cui pagamento di euro 210.000,00 era distribuito in 30 anni
e ripartito in rate mensili pari ad euro 959,00.
Inoltre, i coniugi PITICCHIO era anche proprietari di un appezzamento di terreno
ricevuto in eredità dal padre della sig.ra SANGIORGI, esteso 5 ettari e potevano, quindi,
disporre del reddito derivante dallo sfruttamento economico di oltre 10 ettari di agrumeto in
eccellenti condizioni come risultava dalla perizia disposta dal G.U.P..
Nessuna sperequazione, dunque, era dato rilevare, né i beni confiscati costituivano
profitto di attività illecita.
La Corte di Appello aveva omesso del tutto di prendere in esame le considerazioni
difensive, poiché non aveva inteso verificare l'elaborato redatto dal perito CHISARI, limitandosi
ad osservare che la detta perizia aveva messo in evidenza la lacunosità dei documenti e
l'accertata sperequazione contabile, salvo omettere proprio le conclusioni del perito, peraltro
attribuite, con palese travisamento probatorio, al consulente di parte.
Diversamente da quanto affermato dalla Corte, era stato proprio il perito CHISARI a
concludere:
-
che il PITICCHIO aveva regolarmente dichiarato i redditi derivanti dalla vendita di
agrumi solo per l'anno 2010;
-
che appariva alquanto anomalo che un'azienda agricola delle dimensioni e dalle
potenzialità di quella gestita dal PITICCHIO, che nel 2010 aveva generato ricavi per complessivi
euro 142.000,00, dal 2000 al 2009 non avesse generato alcun reddito e fosse stata
assolutamente improduttiva (a riprova di ciò, si faceva presente che l'avv. Marletta aveva
depositato copie di fatture emesse dal 2004 al 2010);
-
che, in definitiva, era plausibile supporre che i risultati cui si era pervenuti erano in
parte da imputare alla circostanza che dal 2000 al 2009 il PITICCHIO e probabilmente anche il
SANGIORGI non avessero mai dichiarato i redditi prodotti dalle attività imprenditoriali loro
intestate.
Le interpretazioni sposate dai Giudici di merito erano, in conclusione, smentite dalle
risultanze e considerazioni peritali, nonché dalla normativa in materia di prestiti alle imprese
agricole da parte dell'ISMEA.
S) Ricorso di SANTAGATI Agatino (avv.ti Maurizio MAGNANO di SAN LIO e
Delfino SIRACUSANO).
68
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per il reato di cui al capo Fl) (art.
12-quinquies L. n. 356/92 in relazione alla intestazione fittizia di quote sociali de "LA
TENUTELLA s.r.l." nel gennaio 2002 e nel febbraio 2003; assolto dall'episodio di novembre
2008).
Sviluppa i seguenti tre motivi.
S1-S2)
Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 110 c.p. e 12-
guinguies L. n. 356/92.
La Corte di Appello aveva fornito una ricostruzione delle fattispecie di "interposizione
fittizia" che prestava il fianco ad insuperabili critiche.
La prima fattispecie di reato (datata 10.1.2002) costituiva, in realtà, una mera
situazione di interposizione soggettiva, priva di rilievi penalistici, atteso che il RAGUSA,
all'epoca, non era interessato da possibili misure patrimoniali.
Quanto all'operazione posta in essere 1'11.2.2003 (cessione di quote da SANTAGATI e
CASTORINA al RAGUSA, che diventava socio unico), non risultavano dalla sentenza fatti
significativi posti in essere dal ricorrente in relazione all'operazione circoscritta e specifica
dell'intestazione delle quote.
In linea generale, la Corte aveva ricostruito il concorso del SANTAGATI nell'intestazione
fittizia con espressioni assai vaghe, circa il "ruolo particolarmente attivo del S. nella vita
sociale", in relazione alla funzione "non solo professionale" del professionista, in merito alla
incompresa intestazione "fiduciaria" e con riferimento alla "partecipazione consapevole in veste
di protagonista". Solo alla fine di questa generica successione di valutazioni, era emersa dalla
motivazione un'indicazione fattuale di estrema rilevanza, ovvero la conoscenza in SANTAGATI
della scrittura privata relativa alla titolarità in capo al D'URSO del 50% delle quote, una
conoscenza, però, datata in coincidenza della seconda intestazione fiduciaria.
Impropria era la citazione del precedente giurisprudenziale per la ricostruzione
dell'ipotesi di partecipazione all'intestazione fittizia, avendo la richiamata decisione ad oggetto il
diverso caso dell'avvocato imputato di partecipazione o concorso esterno in associazione
mafiosa che si sarebbe trasformato in "consigliori" della cosca.
S3)
Violazione di legge in relazione all'art. 7 L. n. 203/91.
La Corte di Appello non aveva giustificato l'applicazione di tale circostanza, né con
riferimento al metodo, né con riferimento agli scopi delle specifiche partecipazioni.
T) Ricorso di SORBERA Antonino (avv. Mario DI GIORGIO).
Condannato a 6 anni di reclusione per il reato di cui all'art. 416-bis c.p..
Deduce "mancanza e contraddittorietà della motivazione; illogicità manifesta desumibile
dal testo della sentenza e dagli atti processuali; travisamento del fatto; motivazione
apparente".
La Corte di Appello aveva confermato la decisione di primo grado senza dare
compiutamente conto delle specifiche censure dedotte con i motivi di gravame, così eludendo le
69
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
questioni poste dall'appellante ed operando palesi travisamenti dei fatti e delle prove, come di
seguito sintetizzato.
1. Prima congettura/travisamento.
La Corte di merito aveva affermato in modo apodittico che il SORBERA, come
imprenditore, aveva utilizzato la propria affiliazione per ottenere vantaggi ed avere la
possibilità di effettuare lavori, mentre dagli atti non era possibile enucleare un solo dato nel
senso ritenuto dai Giudici catanesi:
-
non risultavano lavori svolti dall'imputato nell'asserita qualità di imprenditore;
-
non si indicava la misura dell'arricchimento eventualmente conseguito;
-
non erano state accertate disponibilità in capo all'imputato da cui inferire la
provenienza dall'attività imprenditoriale svolta;
-
nessun provvedimento di cautela reale o ablativo era stato eseguito a suo carico per
colpirne l'illecito arricchimento.
Nessuno di tali dati poteva emergere per la ragione, segnalata dalla difesa, che il
SORBERA aveva vissuto e viveva dello stipendio di lavoratore dipendente.
2. Seconda congettura/travisamento.
Riguarda l'incontro tra AIELLO Vincenzo, con SORBERA come accompagnatore, e il
latitante LO PICCOLO avvenuto il 20.1.2007 e dimostrato, secondo la Corte di Appello, dalle
propalazioni del collaborante PULIZZI Giacomo e dagli accertamenti sulle celle agganciate quel
giorno dal cellulare di AIELLO.
La difesa aveva prospettato un dubbio sull'incontro in quella data.
In primo luogo, perché il PULIZZI aveva fatto riferimento al 21 e non al 20.1.2007.
Vero è che il collaborante aveva indicato il 21 come cadente di sabato, tanto che, a
causa dell'incontro con i catanesi, non aveva potuto seguire in trasferta la squadra di calcio del
Palermo, impegnata a Reggio Calabria contro la Reggina. Ciò che, tuttavia, non sarebbe
accaduto se l'incontro fra il LO PICCOLO e i catanesi fosse realmente avvenuto sabato
20.1.2007, atteso che Reggina-Palermo si disputò la domenica ed egli avrebbe potuto
comodamente assistere alla partita, posto che Reggio Calabria è raggiungibile in due ore da
Palermo.
La Corte territoriale aveva ritenuto di aggirare l'insuperabile indicazione del collaborante,
quanto alla data dell'incontro, sostenendo congetturalmente trattarsi di "un mero errore di
data" e che "il riferimento alla partita andava inteso nel senso che egli, per presenziare
all'incontro, aveva dovuto rinunciare alla trasferta programmata per il sabato per seguire la
squadra del Palermo". Questa sorta di "interpretazione autentica" del collaborante passava per
l'ulteriore congettura secondo cui la trasferta per raggiungere Reggio Calabria era stata
programmata per il sabato. In ogni caso, visto che l'incontro tra AIELLO e LO PICCOLO era
avvenuto il sabato, nulla avrebbe impedito al PULIZZI di raggiungere la Calabria la domenica
mattina.
70
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Sulla questione, la motivazione della sentenza doveva considerarsi apparente.
Si contesta, inoltre, la costruzione della presenza in Palermo di SORBERA sulla scorta di
una conversazione intervenuta tra l'AIELLO e la moglie a tre ore di distanza dal momento in cui
era stata rilevata la presenza di AIELLO in territorio palermitano.
Si censura, tra l'altro, la motivazione laddove affermava che la voce del SORBERA era
stata riconosciuta da un operante, senza dare atto che l'audio di quella intercettazione,
ascoltato in aula nel corso dell'intervento della difesa, aveva escluso ogni possibilità di
attribuzione a persona diversa dall'AIELLO del termine pronunciato.
Inoltre, si era omesso di considerare che il PULIZZI non avesse fatto cenno a una
persona identificabile nel SORBERA che avrebbe accompagnato l'AIELLO all'incontro con il LO
PICCOLO.
3.
Terza congettura/travisamento.
Con i motivi di appello si era evidenziato, da un lato, come non fossero stati indicati dal
primo Giudice gli elementi da cui evincere che SORBERA non dovesse essere conosciuto da
alcuno, sodali e non (in aperto contrasto con il ruolo che si era ritenuto di potergli attribuire),
dall'altro come nessuno dei numerosi collaboratori di giustizia escussi nel processo
(BARBAGALLO Ignazio, LA CAUSA, MIRABILE Giuseppe) avesse indicato il SORBERA come
associato.
Sminuire la rilevanza di quest'ultimo dato con l'inconferente richiamo a una
conversazione con la quale solo in via congetturale poteva ricavarsi la riservatezza
dell'affiliazione del SORBERA costituiva violazione dell'obbligo motivazionale incombente al
decidente.
4.
Quarta congettura/travisamento/illogicità manifesta.
Dal riferimento a un'intercettazione ambientale del 10.6.2007 la Corte di merito faceva
conseguire l'apodittica attribuzione di un ulteriore ruolo al SORBERA, cioè quello di incaricato di
tenere contatti con gli imprenditori, tra i quali CASTRO Alfio Giuseppe.
In realtà, non era dato rinvenire in atti dati convalidanti l'assunto quanto a contatti con
imprenditori diversi dal CASTRO, né la motivazione dava riscontro ai rilievi difensivi sull'esatta
portata e valenza dell'incontro del SORBERA con il predetto imprenditore.
In particolare, quanto riferito dal CASTRO non riscontrava un legame AIELLO/SORBERA
in chiave criminale, in quanto il primo conosceva il secondo perché aveva lavorato per anni per
suo padre.
Né era riferibile a causali illecite il contenuto della richiesta fatta da AIELLO a SORBERA
di contattare CASTRO.
Altre dichiarazioni rese dal CASTRO il 7.1.2010 portavano a identificare soggetti diversi
dal SORBERA quali mediatori per conto dell'AIELLO nei confronti degli imprenditori.
Quanto alla contestata frequentazione con personaggi del calibro di AIELLO Vincenzo,
CASTRO Alfio e BARBAGALLO Giovanni, si obietta in ricorso: che il rapporto con il CASTRO si
71
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
era esaurito in pochi contatti; che non vi era frequentazione con il BARBAGALLO, atteso che
solamente in tre occasioni e per breve tempo era stata registrata la presenza del SORBERA in
contrada Margherito.
Diversamente da quanto affermato dalla Corte, infine, alcune conversazioni intercettate
trasmettevano un'immagine del SORBERA che non aveva dato incondizionata disponibilità ad
AIELLO, ma un uomo rispettoso del proprio lavoro, che anteponeva a qualsivoglia altrui
esigenza.
Sugli elementi prospettati il Giudice d'appello aveva omesso ogni cenno, così integrando
il vizio di omessa motivazione.
U) Ricorso di STIRO Alfio (avv.ti Vincenzo MELLIA e Stefano ARCIFA).
Condannato per il reato associativo sub capo Al alla pena di 1 anno e 4 mesi di
reclusione in aumento ex art. 81 cpv. c.p. sulla pena irrogata con sentenze rispettivamente
emesse in data 23.12.1996 dalla Corte di Assise di Appello di Catania e in data 22.2.2013 dalla
Corte di Appello di Catania; beni confiscati.
Il ricorso si fonda sui seguenti due motivi.
U1) Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 416-bis c.ii ed agli
artt. 125, comma 3, 178, lett. c), 192, 238 bis e 546, lett. e), c.p.p..
La Corte di Appello, sviluppando un percorso illogico e incongruo, non era pervenuta ad
una legittima motivazione per relationem alla sentenza di primo grado, ma ad una congegnata
"composizione di ricopiatura a specchio" attestativa di mancato esame e valutazione delle
censure sollevate con gli specifici motivi di gravame.
Il discorso argonnentativo, deprivato dell'esame dei plurimi atti di difesa depositati nei
due gradi di merito di giudizio, diventava autoreferenziale, violava le regole del contraddittorio,
eludeva la garanzia di razionalità della conoscenza giudiziale, frustrava l'inderogabile principio
di legalità della dinamica del giusto processo, tutto ciò in violazione degli obblighi imposti
dall'art. 125, comma 3, c.p.p. e dall'art. 111, comma 6, Cost..
Dal mancato vaglio delle argomentazioni segnalate dalla difesa era derivata la nullità
prevista dall'art. 178, lett. c), c.p.p..
La sentenza era troppo chiaramente costruita sulla vacillante prospettiva riconducibile
alle due condanne subite dal ricorrente per il reato di cui all'art. 416-bis c.p., in quanto affiliato
all'associazione di stampo mafioso di PULVIRENTI Antonio (alias "Malpassotu") fino al 1996.
Dato pur considerato dal G.I.P. competente che, tuttavia, sulla scorta del medesimo
materiale successivo alle due statuizioni condanna, aveva ritenuto insussistente il presupposto
della gravità indiziaria per emettere la richiesta misura coercitiva a carico del ricorrente.
Viceversa, nella prospettiva della Corte di Appello le due sentenze affermative, col segno
del giudicato, della militanza e della qualità di partecipe dello STIRO, avevano finito per
divenire fonte di forzato dominio e d'innegabile pregiudizio nella valutazione della prova.
72
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Andava, invero, evidenziato che tutte le dichiarazioni rese dai
loquentes
non erano
neppure di conoscenza diretta e risultavano prive d'ogni indicazione di condotte specifiche, di
fatti, di coinvolgimento nella gestione o adesione o partecipazione a concrete attività o interessi
riconducibili alla vita o all'evoluzione di Cosa nostra della provincia di Catania.
D'altro canto, il narrato dei collaboranti era stato drasticamente smentito dall'episodio
dell'attentato incendiario del bar del cugino dello STIRO e dall'asserito rifiuto del ricorrente di
incontrarsi con Piero PUGLISI.
All'epoca dei fatti, STIRO si era affrancato dal crimine e svolgeva regolare attività
lavorativa, come attestavano l'informativa 11.6.2005 dei Carabinieri di Tremestieri Etneo e
l'ordinanza 15.6.2005 con la quale il Tribunale di Catania, non ritenendo più il condannato
socialmente pericoloso, aveva revocato la misura di sicurezza della libertà vigilata applicatagli.
Intrapreso siffatto cammino di legalità, STIRO aveva subito gli assalti dei vecchi sodali
che non voleva incontrare, finendo col vedere incendiato il bar del cugino, sottoposto ad
estorsione proprio da parte della stessa associazione mafiosa di cui si assumeva il ricorrente
facesse parte integrante.
La Corte di Appello, con sforzi e contraddizioni, aveva ricostruito l'episodio in modo
fideistico e svincolato da ogni argine di concretezza, affermando che il PUGLISI aveva dato
ordine di incendiare il suddetto locale per punire lo STIRO non per essersi allontanato dalla
consorteria mafiosa, ma per essersi rifiutato d'incontrarlo.
Tale ricostruzione, oltre tutto, era palesemente discordante con il narrato del
collaborante BARBAGALLO Ignazio, secondo il quale era stato AIELLO Vincenzo che aveva
ordinato di appiccare il fuoco al bar del parente dello STIRO, sottoposto ad estorsione.
Osserva, sul punto, la difesa che, per solito, in considerazione della struttura verticistica
e militare della
societas
mafiosa, un adepto non può sfuggire all'imperativo categorico della
convocazione di un capo. In questo ideale spazio, ogni ambivalenza veniva superata dalle
richieste estorsive seguite dall'incendio, distruttivo, appiccato alla pasticceria del cugino del
ricorrente; azione criminale che diveniva, nella logica mafiosa, l'avvertimento lanciato verso
l'ex iniziato affinché il suo lavoro e il suo denaro divenissero di tutti e la sua obbedienza
indiscussa.
STIRO non era più, da tempo, parte del sodalizio, tanto da essere definito da AIELLO
nella conversazione del 12 agosto 2007 un "carabiniere".
Ciò nonostante, da tale conversazione, intercorsa tra BARBAGALLO Giovanni e AIELLO
Vincenzo, la Corte aveva tratto elementi di estrema rilevanza probatoria, in quanto AIELLO
avrebbe individuato in STIRO un soggetto pericoloso, vicino a SANTAPAOLA Angelo, che non
poteva essere dimenticato in quanto
longa manus
del nemico.
La riflessione della Corte rivelava la sua inconsistenza alla luce della conversazione
ambientale intercorsa tra i medesimi interlocutori il 20.4.2008, da cui emergeva come l'AIELLO
73
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
non desse alcun peso a STIRO e addirittura non si ricordasse neppure di aver parlato di lui con
il BARBAGALLO.
Del resto, se STIRO fosse stato intraneo all'organizzazione e avesse attentato
all'AIELLO, mai avrebbe chiesto al BARBAGALLO di portargli i suoi saluti, in tal modo
scoprendosi e palesandosi.
Ancora, non facevano testo, in mancanza di riscontri, le dichiarazioni di LAUDANI
Giuseppe a proposito di interventi risolutori di STIRO in ambito elettorale a Caltagirone.
Infine, quanto all'incontro del 28.2.2008 tra STIRO e AIELLO presso il distributore
TAMOIL di Gravina, lo stesso G.I.P. ne aveva sottolineato lo scarso rilievo indiziario, essendo
rimasti oscuri il contenuto e le ragioni di tale incontro.
Al riguardo, si censurava che la Corte avesse omesso di valutare elementi addotti dalla
difesa a confutazione della ricostruzione degli organi di P.G. a proposito dell'asserita presenza,
in compagnia dello STIRO, di GUARDO Michele, esclusa dalle indagini difensive, e sulla
circostanza che il ricorrente lavorasse nei pressi di quel distributore, dove si recava sovente per
fare rifornimento e fermarsi al bar.
In conclusione, i rilievi difensivi erano rimasti privi di qualsivoglia verifica e critica
valutazione e le due sentenze di condanna riportate dal ricorrente avevano coniugato, per
paradosso, il principio, la sintesi e l'epilogo dell'intera vicenda processuale.
U2)
Violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all'art. 12-sexies L. n.
356/92 ed agli artt. 121, 125, comma 3, 178, lett. c), 192, 391-bis e ter e 546, lett. e), c.p.p..
Il giudizio di congruità espresso nelle due sovrapponibili sentenze di merito tra fonti e
impieghi era inficiato dalla omessa considerazione delle complessive disponibilità finanziarie in
capo all'imputato e al suo nucleo familiare.
Non si era tenuto conto, in particolare, come la difesa aveva dimostrato tramite i propri
consulenti: a) che sino al 13.7.2001 aveva fatto parte del nucleo familiare ARENA Carmela,
madre dell'imputato; b) che tra i flussi finanziari in entrata andava considerata la somma di
euro 224.452,16 ricavata dalla vendita di un immobile pervenuto in eredità alla suddetta e ai
suoi due figli Alfio e Liliana STIRO; c) che andava anche considerato il compendio della vendita
di altro immobile da parte di ARENA Carmela, pari ad euro 30.987,41; d) che andavano
considerati gli apporti di capitali provenienti da ROVETTO Iolanda, suocera dello STIRO,
comprovati testimonialmente e dall'esame dei libretti di risparmio e degli estratti conto.
Se i giudici di merito avessero considerato tali incontestabili immissioni non sarebbero
pervenuti a un giudizio di sperequazione, ma di piena congruità tra risorse disponibili e
investimenti effettuati.
Le due sentenze, sul punto, erano viziate da manifesta illogicità nella parte in cui, a
fronte di un esame compiuto in relazione al decennio 2000-2010, non avevano ritenuto di
prendere in esame, ai fini della ricostruzione patrimoniale, il saldo positivo dell'anno 1999,
74
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
caratterizzato dal ricavato della menzionata vendita immobiliare, che rendeva compatibili le
spese evidenziate dal perito negli anni successivi.
Ciò contravveniva ad ogni più elementare principio affermato in ambito tributario e
finanziario (cd. criterio della progressione) e, in assenza di motivazione, rendeva del tutto
arbitraria l'individuazione, quale punto di inizio della verifica, dei redditi e delle spese dell'anno
2000.
Non poteva condividersi, inoltre, l'affermazione della Corte, secondo la quale non era
stato dimostrato che i prelevamenti in contanti eseguiti da ROVETTO Iolanda fossero stati poi
materialmente consegnati alla figlia CONSOLI Concetta.
In realtà, la dimostrazione c'era stata e si era sostanziata nel dato contabile e nella
dichiarazione testimoniale della ROVETTO che aveva riferito in ordine agli aiuti economici
prestati in favore della figlia e del genero, alla loro
ratio
e alla loro destinazione.
I Giudici si erano sottratti all'obbligo di valutazione della prova e di enunciazione delle
ragioni per le quali essa non fosse stata ritenuta attendibile.
Né era corretto affermare che, in assenza di tracciabilità piena, di tali apporti non
potesse tenersi conto, in quanto:
-
all'epoca, non vi erano limiti all'uso del contante e alla sua tracciabilità;
-
l'anziana vedova usufruiva della propria pensione di certo sufficiente a far fronte alle
sue limitate esigenze;
-
le considerevoli liquidità provenienti dal conto della donna, secondo un plausibile
criterio d'inferenza fondato sull'id
quod plerumque accidit
erano senz'altro destinate al
fabbisogno dei figli e non di terzi estranei.
I Giudici avrebbero dovuto attenersi al principio, affermato dalla Suprema Corte,
secondo cui la prova circa la legittima provenienza dei beni non deve rispondere ai rigorosi
canoni probatori di un giudizio petitorio, con il rischio di assurgere al rango di
probatio
diabolica,
potendo anche affidarsi a mere allegazioni, ossia alla sola prospettazione di fatti e
situazioni che rendano ragionevolmente ipotizzabile la legittima provenienza di determinate
disponibilità finanziarie (Sez. 5, n. 16311 del 14.4.2014).
Ulteriori profili di illegittimità era dato rinvenire a proposito della confisca delle quote
della società SIDUS s.r.I., confermata nonostante la difesa avesse dimostrato:
-
che la società fu costituita con un modesto conferimento di euro 2.500,00;
-
che aveva sempre svolto attività edilizia lecita;
-
che, poco dopo la sua costituzione, aveva fruito di un'importante commessa per la
realizzazione di un capannone industriale (con importo di euro 2.216.268,40, corrisposti con
bonifici tutti documentati e supportati da regolari fatture);
-
che si era sviluppata autofinanziandosi.
Tutto ciò era stato disatteso in sentenza, che aveva, tra l'altro, ricondotto le quote della
SIDUS allo STIRO nonostante esse fossero intestate al figlio Angelo, secondo una petizione di
75
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
principio che non aveva tenuto conto dell'acquisizione dell'istanza rivolta in data 3.8.2011 al
G.I.P. da parte dell'amministratore giudiziario della SIDUS con la quale si chiedeva
l'autorizzazione ad assumere STIRO Angelo quale dipendente della società per evitare di
compromettere anche l'ordinaria amministrazione dei lavori ed attività in corso, alla luce della
significativa esperienza maturata dal predetto STIRO nel settore edile.
Ed ancora, la difesa aveva depositato due memorie, una delle quali avente natura
tecnico-contabile avanzando pure richiesta di rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale,
elaborati che la Corte d'Appello aveva, senza plausibilità, ignorato con conseguente vizio di
motivazione.
In data 22.3.2016 è stata depositata memoria difensiva sul tema della confisca ex art.
12-sexies L. n. 356/92, che si sofferma sulla prova fornita dalla difesa in ordine alla
individuazione dei mezzi finanziari utilizzati per la nascita e l'avvio della società SIDUS s.r.l.
(sono quelli già indicati in ricorso) e lamenta che la Corte, con la sua decisione arbitraria,
derivata da una non corretta se non omessa valutazione delle allegazioni difensive, aveva
vanificato il diritto alla prova del ricorrente.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1.
Il Collegio reputa opportuno affrontare, in primo luogo, alcuni temi comuni posti dalle
difese dei ricorrenti, per poi procedere all'esame dei residui motivi di ricorso in rapporto a
ciascuna posizione processuale.
1.1.
In relazione all'audizione dei fratelli Paolo e Giuseppe MIRABILE, disposta dalla
Corte di Appello ai sensi dell'art. 603, comma 3, c.p.p. dopo che i due, nelle more del giudizio
di secondo grado, avevano avviato un percorso di collaborazione con la giustizia, i ricorrenti
COSTANZO (limitatamente al reato associativo di cui al capo Al), FIAMMETTA (anche lui solo
con riguardo al reato associativo) e INCARBONE (questi limitatamente al MIRABILE Giuseppe)
hanno eccepito la violazione del citato articolo 603, comma 3, c.p.p. in quanto l'ordinanza
ammissiva delle due prove dichiarative, pronunciata e pubblicata all'udienza del 9.10.2013, non
sarebbe stata giustificata dal presupposto della "necessità assoluta" delle prove, come si
evinceva dal tenore testuale della motivazione del provvedimento, laddove, a proposito
dell'oggetto delle testimonianze, si parlava di "circostanze non manifestamente superflue o
irrilevanti, ed anzi del tutto congrue rispetto al thema decidendum".
Attesa la sua natura processuale, la deduzione deve considerarsi estensibile - in quanto
influente su di esse - alle posizione dei ricorrenti AIELLO, BARBAGALLO, CAMMARATA,
CRISTAUDO e ILARDI.
1.1.1.
Va anzitutto precisato quale sia il perimetro normativo della rinnovazione
istruttoria in secondo grado nel caso, come quello di specie, in cui il giudizio di primo grado sia
stato celebrato nelle forme del rito abbreviato.
76
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Sul tema va evidenziato che, per la prevalente opinione espressa da questa Corte di
legittimità, nel giudizio di appello successivo al rito abbreviato le parti sono titolari di una mera
facoltà di sollecitazione del potere istruttorio
di ufficio,
sottoposto al limite funzionale della
assoluta necessità
descritto dall'art. 603, comma 3, c.p.p. (in tal senso, tra le altre, Sez. 1, n.
8316 del 14/1/2016, P.G. in proc. Di Salvo e altri, Rv. 266145; Sez. 1, n. 44234 del 18.4.2013,
P.G. e P.C. in proc. Stasi, Rv. 258320; Sez. 2, n. 3609 del 18/1/2011, Sermone e altri, Rv.
249161; Sez. U, n. 930 del 13/12/1995, dep. 29/1/1996, Clarke, Rv. 203427).
Ciò perché la intervenuta adozione del rito abbreviato in primo grado determina una
evidente soppressione del
diritto
alla prova (nel senso descritto dall'art. 190 c.p.p.), essendo gli
incrementi dimostrativi (rispetto al contenuto del fascicolo del Pubblico ministero) o correlati
all'avvenuto accoglimento di una richiesta di abbreviato espressamente 'condizionata' alla loro
raccolta (art. 438 co. 5, con sindacato giurisdizionale esteso non soltanto alla
necessità
dell'incremento, ma anche alla
compatibilità
con le caratteristiche del rito) o derivanti
dall'esercizio del potere attribuito al giudice (art. 441 co. 5) di completare un quadro
dimostrativo caratterizzato da profili di non decidibilità, con raccolta di elementi qualificati come
necessari
ai fini della decisione.
E' evidente, dunque che, pena la perdita di coerenza del sistema dei riti alternativi di
tipo collaborativo, non può in secondo grado riconoscersi ad una delle parti la titolarità di un
diritto
alla raccolta della prova in termini diversi e più ampi rispetto a quelli che incidono su tale
facoltà nel giudizio di primo grado.
Pertanto, l'unica chiave di accesso alla raccolta di elementi conoscitivi in secondo grado
(su decisione emessa con rito abbreviato), allo stato attuale della disciplina, resta quella
regolamentata dall'articolo 603 co. 3 del codice di rito, norma che regolamenta il potere di
ampliamento del quadro dimostrativo ex officio
(con apprezzamento del parametro della
assoluta necessità) e ciò anche nell'ipotesi in cui si tratti di elementi di prova "sopravvenuti" o
"scoperti" dopo il giudizio di primo grado (Sez. 1 n. 35846 del 23/5/2012, Rv. 253729; Sez. 1
n. 43473 del 14/10/2010, Arshad e altri, Rv. 248979; in senso contrario, in rapporto alla sola
prova sopravvenuta, Sez. 2, n. 44947 del 17/10/2013, P.C., Luberto e altro, Rv. 257977; Sez.
4 n. 10795 del 14/11/2007, dep. 11/3/2008, Pozzi, Rv. 238956).
In tal senso, può dirsi che il
diritto
alla prova, nel giudizio abbreviato (anche in secondo
grado) degrada ad
interesse,
nel senso che la parte può stimolare l'ampliamento del quadro
cognitivo, ma il parametro normativo alla stregua del quale la prova può essere ammessa non
è quello della semplice rilevanza e pertinenza, dovendo, viceversa, esso individuarsi in quello,
obiettivamente diverso e più pregnante, della
necessità
(in primo grado) o della
assoluta
necessità
(in secondo grado).
E' pur vero, ciò premesso, che nella valutazione dell'operato del giudice di merito questa
Corte di legittimità può esclusivamente rilevare la congruità e consistenza logica della
77
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
motivazione espressa al fine di accogliere o respingere la richiesta della parte, e non può
sovrapporre proprie considerazioni, in realtà spettanti al predetto giudice.
In diritto, va ulteriormente precisato che in caso di prova "nuova", pur non potendosi
ritenere consentita - per quanto sinora detto - l'adozione di un provvedimento di rinnovazione
istruttoria basato sul semplice parametro della "rilevanza", è del tutto evidente che il carattere
di assoluta novità della fonte dimostrativa - in rapporto ai suoi contenuti - tende ad incidere
sulla valutazione di "assoluta necessità" di cui all'art. 603, co. 3, c.p.p., giudizio che non va
inteso in senso statico ma in senso dinamico e, soprattutto, prospettico.
Con ciò si intende dire che la assoluta necessità della raccolta in secondo grado non va
intesa in senso di manifesta "decisività" dell'elemento dimostrativo, posto che un dato
probatorio non può trovare qualificazione effettiva (come dato
a carico
o
a discarico) prima del
suo effettivo esperimento e della sua comparazione con il materiale già raccolto.
Occorre, pertanto, che la caratteristica del dato richiesto - di cui si chiede l'assunzione
al giudice di appello - sia quella di poter
manifestamente incidere
sulla valutazione potenziale
del complesso degli elementi acquisiti, anche soltanto eliminando potenziali incongruenze o
evidenziando la falsità di informazioni già raccolte (v. Sez. 6, n. 1249 del 26/9/2013, Rv.
258758).
In tal senso (ed in ciò tende ad attenuarsi il contrasto interpretativo tra le decisioni
citate in precedenza sul tema della prova 'nuova', con opinione che qui si esprime), la radicale
novità della fonte dimostrativa è obiettivamente una caratteristica che pone tale 'classe' di
elementi probatori in una condizione di
favor
per la loro raccolta (anche in rapporto alla
disposizione di cui all'art. 603, co. 3), posto che tendenzialmente consente di realizzare, in ogni
caso, una più meditata comparazione con la valenza dei dati su cui si è basata la decisione di
primo grado.
Dunque può dirsi, in ciò esprimendo un principio di diritto, che, in caso di appello
avverso sentenza emessa in giudizio abbreviato, risulta realizzabile la rinnovazione istruttoria
esclusivamente ai sensi dell'art. 603, co. 3, c.p.p.; tuttavia, lì dove si tratti di prova
sopravvenuta o scoperta dopo la decisione di primo grado, la valutazione giudiziale del
parametro della assoluta necessità, richiesta da detta norma regolatrice, deve tener conto del
carattere insito in tale caratteristica del dato probatorio, per sua natura idoneo a realizzare un
effettivo ampliamento delle capacità cognitive in chiave prospettica (in termini, Sez. 1, n. 8316
del 14/1/2016, cit.).
1.1.2.
Tale precisazione consente di valutare le doglianze difensive relative alla citata
ordinanza emessa dalla Corte territoriale in data 9.10.2013.
Posta di fronte alla sopravvenienza di due fonti dichiarative (prospettate come interne
alla consorteria criminosa) in grado di riferire sui fatti oggetto del giudizio, la Corte di Appello
ha così motivato la scelta di procedere alla loro escussione:
78
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
"...ritenuto, secondo autorevole interpretazione giurisprudenziale, che nel giudizio
d'appello può essere disposta, anche su richiesta di parte, la rinnovazione dell'istruzione nel
caso di prova sopravvenuta dopo la sentenza di primo grado pronunziata all'esito del giudizio
abbreviato (Cass. n. 9267/12, relativa a fattispecie in cui la Corte riteneva che il rigetto
dell'istanza del P. G. di acquisizione del verbale di interrogatorio di un nuovo collaboratore di
giustizia, in quanto contenente dichiarazioni non superflue, integrasse la violazione dell'art. 606
co. 1 lett d) c.p.p.);
ritenuto, alla luce dell'indirizzo richiamato, che in caso di sopravvenienza o scoperta di
nuove prove dopo il giudizio di primo grado, il giudice di appello, in presenza di istanza di
parte, è tenuto a disporre la rinnovazione del dibattimento, con il solo limite costituito dalle
ipotesi di richieste concernenti prove vietate dalla legge o manifestamente superflue o
irrilevanti (v. Cass. n. 39663/2010), e cioè prove del tutto incongrue rispetto al thema
decidendum (cfr. Cass. n. 8382/08 e 552/03);
ritenuto, ad un esame dei verbali illustrativi offerti in visione al P.G., che i nuovi
collaboranti Mirabile Paolo e Mirabile Giuseppe - di cui si sollecita l'esame - riferivano su
assetti e organigramma del sodalizio di appartenenza e delle cosche operanti in zone limitrofe,
nonché su fatti di estorsione riconducibili ai capi d'imputazione, di talché l'esame verterebbe su
circostanze non manifestamente superflue o irrilevanti, ed anzi del tutto congrue rispetto al
thema decidendum...dispone procedersi a rinnovazione istruttoria, mediante esame
dei... collaboratori di giustizia Mirabile Paolo e Mirabile Giuseppe".
Orbene, posto che l'art. 603 c.p.p. non è norma processuale la cui violazione
rientrerebbe nei casi di cui all'art. 606, lett. c), c.p.p. (inosservanza delle norme processuali
stabilite a pena di nullità, di inutilizzabilità, di inammissibilità o di decadenza) e che, pertanto,
la sua eventuale violazione rileva in tanto in quanto refluisca sulla motivazione integrandone
uno dei vizi previsti dall'art. 606, lett. e), c.p.p. (mancanza, contraddittorietà o manifesta
illogicità), deve ritenersi, dall'esame del testo dell'ordinanza censurata dai ricorrenti, che la
motivazione espressa dalla Corte territoriale non soddisfi il parametro normativo applicabile
(art. 603, comma 3, c.p.p.), dal momento che essa fa riferimento, in modo incongruo, ai
presupposti della rinnovazione istruttoria dibattimentale previsti dalla diversa disposizione di cui
al comma 2 del citato art. 603 c.p.p.. Tale norma, come noto, nel richiamare i "limiti previsti
dall'art. 495, comma 1" ovvero quelli dettati nei casi ordinari di ammissione delle prove a
norma degli articoli 190, comma 1 e 190-bis c.p.p. (quest'ultimo non rilevante in questa sede),
esclude l'assunzione delle "prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono
superflue o irrilevanti", ossia indica parametri di valutazione che, all'evidenza, sono tutt'affatto
diversi da quello della "assoluta necessità", sia pure nell'accezione "temperata" di cui si è detto,
rilevante in caso di rinnovazione istruttoria dibattimentale disposta in sede di appello avverso
una sentenza emessa in giudizio abbreviato.
79
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Il riscontrato errore motivazionale, tuttavia, non è sufficiente, nel caso di specie, a
giustificare l'annullamento con rinvio dell'ordinanza e della sentenza impugnate nei confronti di
tutti gli odierni ricorrenti.
Deve, infatti, rimarcarsi che i ricorrenti AIELLO, COSTANZO e ILARDI, avendo
valorizzato, nei rispettivi atti impugnatori, le dichiarazioni dei fratelli MIRABILE come elementi a
discarico, hanno, di fatto, prestato acquiescenza all'ordinanza ammissiva delle dichiarazioni
medesime.
Per quanto riguarda, invece, i ricorrenti BARBAGALLO, CAMMARATA, FIAMMETTA e
INCARBONE, emerge dalla stessa scansione del grado di appello che le prove dichiarative in
questione non sono risultate decisive ai fini della conferma della sentenza di condanna emessa
dal G.U.P., in quanto, ai fini della valutazione del profilo di resistenza, è risaltata la loro natura
di elementi probatori additivi e non sostitutivi (sul punto si tornerà in sede di esame delle
singole posizioni dei suddetti ricorrenti).
L'eccezione processuale da costoro dedotta va, pertanto, respinta.
Discorso diverso va fatto per il CRISTAUDO, ma il tema si affronterà in sede di esame
della relativa posizione.
1.2. Infondati sono i motivi, dedotti dai ricorrenti AIELLO, CAMMARATA, COSTANZO,
FIAMMETTA e ILARDI, con i quali si contesta la sussistenza delle circostanze aggravanti di cui ai
commi 4 e 6 dell'art. 416-bis c.p..
Quanto alla prima, la Corte territoriale, da un lato, ha correttamente motivato (pag. 13)
le proprie conclusioni sulla disponibilità di armi da parte dell'associazione in base alle
dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia LA CAUSA e BARBAGALLO, nonché all'inequivoco
tenore di intercettazioni telefoniche e ambientali (captate 1'8.6.2005, il 17.4.2007, il 2.6.2007,
1'8.6.2007 e il 3.4.2010) coinvolgenti alcuni dei sodali, dall'altro, ha operato un appropriato
richiamo alla natura oggettiva dell'aggravante, in quanto tale configurabile a carico
dell'imputato che sia consapevole del possesso delle armi da parte dell'associazione o lo ignori
per colpa, per l'accertamento della quale assume rilievo anche il fatto notorio della stabile
detenzione di tali strumenti di offesa da parte del sodalizio mafioso (Sez. 1, n. 44704 del
5/5/2015, lana e altri, Rv. 265254; Sez. 5, n. 1703 del 24/10/2013, dep. 16/1/2014, Sapienza
e altri, Rv. 258956; Sez. 5, n. 18837 del 5/11/2013, dep. 7/5/2014, Corso ed altri, Rv.
260919, in cui si afferma che "In tema di associazione per delinquere di stampo mafioso, non si
espone a censura la sentenza del giudice di merito che ritiene sussistente l'aggravante della
disponibilità delle armi di cui all'art. 416-bis, comma 4, c.p., quando il delitto associativo è
contestato agli appartenenti di una "famiglia" mafiosa aderente all'organizzazione denominata
"cosa nostra", anche nel caso in cui la disponibilità delle armi è provata a carico di un solo
appartenente).
80
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Tale consapevolezza è stata congruamente motivata in base all'appartenenza dei
sunnominati ricorrenti alla famiglia mafiosa catanese, nella disponibilità della quale le armi si
trovavano.
I ricorsi, di contro, sviluppano sovrapponibili censure sul piano del merito (uso delle armi
per pretese finalità "proprie") o con richiami giurisprudenziali inconferenti (la citata decisione di
questa Sezione n. 41735 del 26.6.2014, ric. Pelle e altri, n.m., aveva, nella specie, escluso
l'aggravante
de qua
non ritenendo convincente la motivazione del Giudice di merito circa la
connessione dell'episodio di minacce a mano armata di cui fu protagonista il ricorrente con il
perseguimento delle finalità della cosca oggetto d'indagine, anche in considerazione della
valutazione negativa espressa, sull'episodio stesso, dai vertici del clan); in particolare, la
deduzione del CAMMARATA circa la finalità "propria" della detenzione delle armi in quanto
destinate alla "tutela" di AIELLO Vincenzo, rappresentante provinciale di Cosa nostra etnea,
oltre a scontare un approccio in fatto ed assertivo, si pone in radicale contrasto con la lezione di
questa Corte a proposito delle attività di sostegno, protezione e favoreggiamento poste in
essere a beneficio di esponenti di vertice dell'associazione criminale, condotte che, sotto il
profilo oggettivo, concretizzano, invero, un aiuto all'associazione medesima, la cui operatività
sarebbe compromessa dall'arresto o dalla morte dell'apice dirigenziale (si vedano: Sez. 2, n.
24753 del 9/3/2015, Sciortino e altro, Rv. 264218; Sez. 5, n. 26699 del 28/2/2015, Maione e
altri, Rv. 263989; Sez. 6, n. 45065 del 2/7/2014, P.G. in proc. Di Caterina e altri, Rv. 260837;
Sez. 2, n. 15082 del 12/2/2014, Cuttone, Rv. 259558).
Anche con riferimento alla seconda aggravante i Giudici catanesi hanno fornito adeguata
motivazione, conformandosi all'orientamento di recente espresso dalle Sezioni Unite di questa
Corte (n. 25191 del 27/2/2014, Iavarazzo, Rv. 259589) con decisione che ha ribadito il
principio secondo cui detta aggravante presenta natura oggettiva (art. 70 cod. pen.), poiché il
perseguimento della finalità descritta nell'art. 416-bis, comma 6, c.p. mediante i proventi dei
delitti, costituisce una connotazione obiettiva dell'associazione e ne qualifica la pericolosità al
pari del suo carattere armato. In coerenza con tale natura, essa va riferita all'attività
dell'associazione in quanto tale e non necessariamente alla condotta del singolo partecipe,
sicché essa è valutabile a carico di tutti i componenti del sodalizio di tipo mafioso, sempre che
essi siano stati a conoscenza dell'avvenuto reimpiego di profitti delittuosi, ovvero l'abbiano
ignorato per colpa o per errore determinato da colpa (si vedano anche le precedenti Sez. 5, n.
12251 del 25/1/2012, Monti, Rv. 252172; Sez. 6, n. 6547 del 10/10/2011, Panzeca, Rv.
252114; Sez. 6, n. 42385 del 15/10/2009, Ganci, Rv. 244904).
La sussistenza dell'aggravante, nella specie, è stata logicamente ritenuta valorizzando
sia il consapevole interesse degli associati all'affare concernente il centro commerciale LA
TENUTELLA, sia le varie forme di intestazione fittizia di beni ed aziende, accertate nei confronti
di non pochi imputati e determinanti la confisca di gran parte dei loro beni.
81
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Anche in relazione a tale circostanze, le censure dei ricorrenti restano sul piano del
merito e scontano una prospettazione meramente confutatoria.
1.3.
Parimenti infondato deve ritenersi il motivo, sviluppato dai ricorrenti COSTANZO,
FIAMMETTA e ILARDI in ordine alla sostanziale cessazione della condotta in epoca anteriore
all'introduzione legislativa dell'attuale e più grave cornice edittale del reato di cui all'art. 416-
bis c.p., (L. 24 luglio 2008, n. 125, entrata in vigore il 26 luglio 2008, di conversione del D.L.
23 maggio 2008, n. 92, recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica).
L'analogo motivo, articolato anche dai ricorrenti AIELLO e CAMMARATA, va dichiarato
inammissibile, nei loro confronti, perché proposto, per la prima volta, in sede di legittimità;
d'altro canto, il carattere soggettivo delle posizioni fattuali di ciascuno dei ricorrenti impedisce
che AIELLO e CAMMARATA possano beneficiare dell'estensibilità del motivo proposto dagli altri.
Ciò precisato, deve osservarsi che, per quanto riguarda la delimitazione temporale delle
condotte associative, la sentenza impugnata ha richiamato correttamente, per un verso, la
natura indiscutibilmente permanente del reato di associazione di tipo mafioso, e, per l'altro, il
principio, più volte affermato da questa Corte, per il quale il vincolo del singolo associato con il
sodalizio si stabilisce nella prospettiva della persistenza di quest'ultimo per tempo
indeterminato, e si protrae fino allo scioglimento dell'associazione ovvero al recesso volontario
dell'associato, desunto da un comportamento in tal senso esplicito, coerente ed univoco (Sez.
5, n. 1703 del 24/10/2013, dep. 16/1/2014, Sapienza e altri, Rv. 258956; Sez. 6, n. 3089 del
21/5/1998, dep. 8/3/1999, Caruana, Rv. 213570; Sez. 2, n. 25311 del 15/3/2012, Modica, Rv.
253070: nelle citate decisioni si è, tra l'altro, escluso che possano costituire indici sintomatici
del recesso volontario dell'affiliato l'età raggiunta dal medesimo, la fissazione della dimora di
questi in luogo diverso da quello in cui opera l'associazione o il mutamento dei soggetti apicali
di quest'ultima).
Coerente si rivela, pertanto, la conclusione, espressa in termini generali dai Giudici di
merito con riguardo alla disciplina sanzionatoria applicabile, ma valida per tutte le questioni
poste dai ricorrenti in ordine alle quali rileva la determinazione del tempo di commissione del
reato, secondo la quale, pur in presenza di elementi che collochino specifiche condotte
associative degli imputati in epoche anteriori, la permanenza del reato deve ritenersi protratta
fino alla data ultima indicata nell'imputazione all'aprile del 2010, ove non ricorrano circostanze
significative del recesso dell'associato, nei termini sopra descritti.
Tanto premesso, nessuno dei ricorrenti deduce elementi che rispondano a tali requisiti,
prospettandosi, da parte di alcuni, in modo tanto generico quanto assertivo, la cessazione delle
condotte delittuose in corrispondenza dell'allontanamento dell'associato dalla Sicilia
(COSTANZO) o della intervenuta cessazione di contatti con AIELLO Vincenzo (FIAMMETTA) o
con i sodali in genere, dopo l'uscita di scena" del MIRABILE e del SANTAPAOLA (ILARDI).
I motivi, devono, pertanto, ritenersi sul punto infondati.
82
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
1.4.
Quanto alla violazione di legge, dedotta nell'interesse dei ricorrenti AIELLO e
CAMMARATA per l'applicazione cumulativa delle due aggravanti ad effetto speciale di cui all'art.
416-bis c.p., commi 4 e 6, si tratta di censura priva di fondamento, posto che questa Corte ha
chiarito - e, da ultimo, ribadito a Sezioni Unite (n. 38518 del 27/11/2014, dep. 22/9/2015,
Ventrici, Rv. 264674) - che nell'ipotesi di concorso tra le circostanze aggravanti ad effetto
speciale previste per il delitto di partecipazione ad associazione di tipo mafioso dall'art. 416-bis
c.p., commi 4 e 6, ai fini del calcolo degli aumenti di pena irrogabili non si applica la regola
generale di cui all'art. 63 c.p., comma 4, bensì l'autonoma disciplina derogatoria di cui al citato
art. 416-bis c.p., comma 6, che prevede l'aumento da un terzo alla metà della pena già
aggravata.
Come rileva Sez. 6, n. 41233 del 24/10/2007, Attardo (cui si rimanda per una ampia
illustrazione delle radici e dell'evoluzione dell'istituto e che cita in senso analogo, Sez. 6, n.
30080 del 2001, Parisi, non massimata), le regole dettate in via generale dall'art. 63 c.p.,
comma 4, non hanno ragione di essere evocate in tutti i casi in cui la questione circa l'entità
della pena applicabile, derivante dal concorso di più circostanze aggravanti, è diversamente
risolta dal legislatore nell'ambito della singola fattispecie criminosa, così come avviene nell'art.
416-bis c.p..
Detta norma racchiude in sé e autonomamente disciplina, difatti, ogni profilo attinente al
trattamento sanzionatorio nelle varie forme circostanziate contemplate ed espressamente
prevede, in particolare, che, per effetto del sesto comma, la pena stabilita nel quarto comma è
aumentata da un terzo alla metà, così derogando alla norma generale; norma, quest'ultima,
che, viceversa, si impone quando ricorrono circostanze che, per la loro natura, "interrompono il
collegamento con la pena stabilita per il reato cui accedono", di talché, avendo "autonomia
sanzionatoria, non vi è una base sulla quale apportare gli aumenti successivi" (sez. 6 Accardo
citata, che richiama il diverso caso esaminato dalle Sezioni unite, nella sentenza n. 16
dell'8/4/1998, Vitrano; vedi anche Sez. 5, n. 52094 del 30/9/2014, Spadaro Tracuzzi, Rv.
261333; Sez. 6, n. 7916 del 13/12/2011, dep. 29/2/2012, P.G., La Franca e altri, Rv. 252069;
Sez. 1, n. 29770 del 24/3/2009, Vernengo, Rv. 244460).
1.5.
Fondato è il motivo, dedotto dai ricorrenti CAMMARATA, CANIGLIA, COSTANZO e
STIRO, con cui si denuncia la nullità della dichiarazione della abitualità a delinquere in quanto
non preceduta da adeguata contestazione.
1.5.1.
Come è noto, il codice penale prevede due diverse tipologie di abitualità che,
comuni nelle conseguenze giuridiche, divergono per le fonti e ragioni della corrispondente
dichiarazione - la presunzione di legge per l'una (art. 102 c.p.) e l'apprezzamento del giudice
per l'altra (art. 103 c.p.) - nonché per i presupposti di fatto e diritto, costituiti, per la prima, dai
precedenti qualificati (art. 102 c.p.), e, per la seconda, dalla dedizione al delitto, desunta, per il
recidivo reiterato che riporti altra condanna, dalla specie e gravità dei delitti, dal tempo della
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loro commissione, da condotta e genere di vita, e dalle altre circostanze indicate dal capoverso
dell'art. 133 c.p..
In entrambi i casi, però, perché il giudice del dibattimento possa dichiararla (o possa
farlo il magistrato di sorveglianza, allorché l'abitualità nel reato non sia stata dichiarata con la
sentenza del giudice della cognizione; Sez. 1, n. 6646 del 5/2/2008, Cicero, Rv. 239307), è
necessaria la previa contestazione degli elementi che ne fondano l'esistenza.
1.5.2.
Secondo l'insegnamento di questa Corte, infatti, viola l'art. 429, comma 1, lett.
c), c.p.p. [o l'art. 552, comma 1, lett. c), in caso di decreto di citazione diretta a giudizio] in
relazione all'art. 522 c.p.p., la sentenza di condanna con la quale venga ritenuta l'abitualità a
delinquere, se questa non sia stata contestata all'imputato (Sez. 4, n. 17623 del 5/3/2009,
Marongiu, Rv. 243989; con riferimento specifico all'ipotesi di cui all'art. 102 c.p., in caso di
contestazione dell'altra ipotesi, Sez. 5, n. 27765 del 15/4/2010, Colecchia, Rv. 247887; con
riferimento al caso inverso, Sez. 1, n. 13016 del 21/2/2006, Anaclerio, Rv. 233727).
Gli artt. 429 e 552 c.p.p. prevedono, infatti, l'obbligo di indicare, in forma chiara e
precisa, il fatto e le circostanze dalle quali possa derivare l'applicazione delle misure di
sicurezza, che conseguono appunto alla menzionata declaratoria dell'abitualità. Solo a seguito
di una completa contestazione viene instaurato il contraddittorio e l'interessato è messo in
grado di svolgere interamente la sua difesa ed a tal fine non è sufficiente (come nella specie)
che nell'imputazione sia menzionata la recidiva, semplice o qualificata (Sez. 5, n. 2153 del
12/6/2013, dep. 17/1/2014, Salvadori, Rv. 258872; Sez. 6, n. 17884 del 2/4/2009, Franco,
Rv. 243526).
1.5.3.
Per queste ragioni va disatteso il diverso orientamento espresso da altra Sezione
di questa Corte (Sez. 4, n. 32737 del 24/5/2012, Pittao, Rv. 253156), con riferimento
all'abitualità nelle contravvenzioni, la quale ha affermato che in materia il potere discrezionale
del giudice può essere esercitato anche in assenza di richiesta del P.M., quando il giudicante
ritenga che, in presenza delle condizioni previste dalla norma, il colpevole sia dedito al reato.
1.5.4.
In accoglimento del motivo, comune ai quattro summenzionati ricorrenti, la
sentenza impugnata va annullata senza rinvio limitatamente all'intervenuta dichiarazione di
delinquenza abituale, che va eliminata, trattandosi di punto della decisione del tutto autonomo,
privo di rilievo alcuno sulla determinazione della pena ed insuscettibile di rivisitazione.
1.6.
Sono inammissibili, per difetto d'interesse, i motivi proposti dai ricorrenti AIELLO,
CASTRO, COSTANZO, INCARBONE, MARSIGLIONE F., OIENI, SANGIORGI e STIRO in relazione
alla confisca di beni in tutto o in parte fittiziamente intestati a terzi.
Questa Corte ha, infatti, costantemente affermato, sia in tema di misure di prevenzione
patrimoniali, sia in tema di misure cautelari reali (e di conseguente confisca penale), che
quando il soggetto interponente abbia assunto una posizione processuale meramente adesiva a
quella di chi è stato giudicato formalmente interposto, si deve riconoscere la legittimazione al
solo apparente intestatario che è l'unico soggetto avente diritto all'eventuale restituzione del
84
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
bene (Sez. 5, n. 8922 del 26/10/2015, dep. 3/3/2016, Poli e altro, Rv. 266141; Sez. 6, n.
48274 dell'1/12/2015, Vicario, Rv. 265767; Sez. 2, n. 17935 del 10/4/2014, Tassone, Rv.
259258; Sez. 5, n. 7433 del 27/9/2013, dep. 17/2/2014, Canarelli, Rv. 259510; Sez. 2, n.
15474 del 20/1/2012, Biondillo, Rv. 252811).
Tale è la posizione comunemente assunta, nella specie, dai suddetti ricorrenti, ciascuno
dei quali, con riguardo alla propria specifica situazione di confisca, ha assunto l'insussistenza
del rapporto fiduciario, e, quindi, la titolarità effettiva ed esclusiva dei beni in capo al terzo
intestatario, con la necessitata conseguenza di giustificare la legittimazione all'impugnazione
unicamente in capo a quest'ultimo.
Del resto, la prospettazione degli impugnanti pone, necessariamente, davanti alla
seguente alternativa: o la titolarità dei beni appartiene a tutti gli effetti ai terzi intestatari, ed
allora i ricorrenti (che non sarebbero né proprietari, né titolari di diritti reali, né possessori
qualificati) sarebbero privi di legittimazione ad agire; oppure i beni dovrebbero essere
riconducibili agli interponenti e, in tal caso, i loro ricorsi sarebbero manifestamente infondati.
Infatti, l'impugnativa dell'interponente, che contesti la ritenuta divaricazione tra
l'apparenza e l'effettiva realtà giuridica, implica il riconoscimento dell'effettiva disponibilità da
parte sua e dunque la fondatezza del presupposto legittimante l'ablazione del cespite, non
avendo altrimenti egli alcun altro interesse a dedurre l'inesistenza di una situazione di mera
apparenza.
2.
Esaurita la parte dedicata ai temi comuni, occorre procedere all'esame delle
specifiche posizioni dei singoli ricorrenti.
Prima di affrontare le singole impugnazioni, vale la pena ricordare che, secondo il
consolidato e condivisibile orientamento di questa Corte (per tutte, Sez. 4, n. 15497 del
22/2/2002, Palma, Rv. 221693; Sez. 6, n. 34521 del 27/6/2013, Ninivaggi, Rv. 256133), è
inammissibile per difetto di specificità il ricorso che riproponga pedissequamente le censure
dedotte come motivi di appello (al più con l'aggiunta di frasi incidentali contenenti
contestazioni, meramente assertive ed apodittiche, della correttezza della sentenza impugnata)
senza prendere in considerazione, per confutarle, le argomentazioni in virtù delle quali i motivi
di appello non siano stati accolti.
Si è, infatti, esattamente osservato (Sez. 6, n. 8700 del 21/1/2013, Leonardo e altri, Rv.
254584) che "La funzione tipica dell'impugnazione è quella della critica argomentata avverso il
provvedimento cui si riferisce. Tale critica argomentata si realizza attraverso la presentazione
di motivi che, a pena di inammissibilità (artt. 581 e 591 c.p.p.), debbono indicare
specificamente le ragioni di diritto e gli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta.
Contenuto essenziale dell'atto di impugnazione è, pertanto, innanzitutto e indefettibilmente, il
confronto puntuale (cioè con specifica indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto
che fondano il dissenso) con le argomentazioni del provvedimento il cui dispositivo si
contesta)".
85
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Invero, il motivo di ricorso in cassazione è caratterizzato da una "duplice specificità":
"Deve essere sì anch'esso conforme all'art. 581 c.p.p., lett. c) (e quindi contenere l'indicazione
delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono ogni richiesta presentata al
giudice dell'impugnazione); ma quando "attacca" le ragioni che sorreggono la decisione deve,
altresì, contemporaneamente enucleare in modo specifico il vizio denunciato, in modo che sia
chiaramente sussumibile fra i tre, soli, previsti dall'art. 606 c.p.p., comma 1, deducendo poi,
altrettanto specificamente, le ragioni della sua decisività rispetto al percorso logico seguito dal
giudice del merito per giungere alla deliberazione impugnata, sì da condurre a decisione
differente" (Sez. 6, n. 8700/2013, cit).
Risulta, pertanto, evidente che, "se il motivo di ricorso si limita a riprodurre il motivo
d'appello, per ciò solo si destina all'inammissibilità, venendo meno in radice l'unica funzione per
la quale è previsto e ammesso (la critica argomentata al provvedimento), posto che con siffatta
mera riproduzione il provvedimento ora formalmente "attaccato", lungi dall'essere destinatario
di specifica critica argomentata, è di fatto del tutto ignorato.
Né tale forma di redazione del motivo di ricorso (la riproduzione grafica del motivo
d'appello) potrebbe essere invocata come implicita denuncia del vizio di omessa motivazione da
parte del giudice d'appello in ordine a quanto devolutogli nell'atto di impugnazione. Infatti,
quand'anche effettivamente il giudice d'appello abbia omesso una risposta, comunque la mera
riproduzione grafica del motivo d'appello condanna il motivo di ricorso all'inammissibilità.
E ciò per almeno due ragioni. È censura di merito. Ma, soprattutto (il che vale anche per
l'ipotesi delle censure in diritto contenute nei motivi d'appello), non è mediata dalla necessaria
specifica e argomentata denuncia del vizio di omessa motivazione (e tanto più nel caso della
motivazione cosiddetta apparente che, a differenza della mancanza "grafica", pretende la
dimostrazione della sua mera "apparenza" rispetto ai temi tempestivamente e specificamente
dedotti); denuncia che, come detto, è pure onerata dell'obbligo di argomentare la decisività del
vizio, tale da imporre diversa conclusione del caso".
Può, pertanto, concludersi che "la riproduzione, totale o parziale, del motivo d'appello
ben può essere presente nel motivo di ricorso (ed in alcune circostanze costituisce incombente
essenziale dell'adempimento dell'onere di autosufficienza del ricorso), ma solo quando ciò serva
a "documentare" il vizio enunciato e dedotto con autonoma specifica ed esaustiva
argomentazione, che, ancora indefettibilmente, si riferisce al provvedimento impugnato con il
ricorso e con la sua integrale motivazione si confronta. A ben vedere, si tratta dei principi
consolidati in materia di "motivazione per relazione" nei provvedimenti giurisdizionali e che, con
la mera sostituzione dei parametri della prima sentenza con i motivi d'appello e della seconda
sentenza con i motivi di ricorso per cassazione, trovano piena applicazione anche in ordine agli
atti di impugnazione (Sez. 6, n. 8700/2013, cit.).
Ciò premesso, i ricorsi di OIENI Liborio, SANGIORGI Antonino e SORBERA Antonino
vanno dichiarati inammissibili.
86
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
2.1.
OIENI Liborio.
I primi due motivi di ricorso, con cui si contesta l'accusa di concorso esterno in
associazione mafiosa (capo B3), riproducono, nella sostanza, i motivi di gravame dedotti
dall'interessato in appello, che la Corte territoriale ha confutato con motivazione immune da
vizi logici e sempre contenuta nei limiti della plausibile opinabilità di apprezzamento (pagg. 173
ss.).
Invero, i Giudici catanesi hanno dato pienamente conto delle ragioni che li hanno indotti
ad affermare la penale responsabilità a carico dell'OIENI, individuando, a tal fine, nella lettura
congiunta di una serie di conversazioni telefoniche e ambientali (in particolare: conv.ne
n. 505
del 16.4.2008 intrattenuta nella proprietà rurale del BARBAGALLO tra AIELLO Vincenzo, OLIVA
Pasquale e FINOCCHIARO Carmelo, vertente sulla proposta di far effettuare dei lavori edili al
ricorrente, identificato con il nome di battesimo "Liborio", che, in ogni caso, era tenuto a
pagare per lavorare; conv.ne
n. 1008 del 12.6.2007 all'interno della MERCEDES in uso a
COSTANZO Franco, dimostrativa di come AIELLO Vincenzo, rappresentante provinciale di Cosa
nostra etnea, e il COSTANZO stesso ritenessero la famiglia dell'OIENI una famiglia "fidata",
tanto da considerare l'abitazione posta di fronte a quella del cognato del ricorrente come una
"garanzia" di sicurezza e di eventuale rifugio; videoripresa della visita di AIELLO Vincenzo
effettuata in data 5.3.2008 nella proprietà dell'OIENI alla presenza di OLIVA Pasquale;
conversazioni intercorse alla fine di ottobre 2007 tra OIENI, ILARDI e SAITTA Pietro,
dimostrative dell'inserimento del ricorrente nel "giro" dei lavori edili gestiti dai mafiosi), la
prova dell'esistenza di un anomalo rapporto sinallagmatico fra l'imputato, imprenditore edile
"colluso", e la consorteria mafiosa Cosa nostra, consistente in reciproci vantaggi (per
l'imprenditore, quello di acquisire una posizione dominante del mercato e, per l'associazione,
quelli di mantenere il controllo del mondo dei lavori e ottenere risorse, servizi, o altre utilità:
cfr. Sez. 6, n. 30346 del 18/4/2013, Orobello, Rv. 256740), a sua volta indicativo di una
contiguità, compiacente e non soggiacente, alla consorteria medesima.
Il tentativo del ricorrente di contrastare la valenza persuasiva degli esiti investigativi
menzionati e di contrapporvi altre circostanze assertivamente favorevoli all'assunto difensivo si
traduce nella prospettazione di una lettura alternativa del materiale probatorio a quella
argomentatamente fatta propria dal giudice di merito che non può trovare ingresso nel giudizio
di cassazione.
Il motivo sulle "misure patrimoniali" è inammissibile per genericità nella misura in cui
censura, in modo meramente confutatorio, la pretesa carenza di motivazione circa la "presunta
appartenenza quale concorrente esterno dell'OIENI e l'acquisizione dei beni".
Manifestamente infondata è la questione sulla presunta violazione dell'art. 6 CEDU che
determinerebbe l'applicazione della confisca conseguente a una condanna per concorso esterno
in associazione mafiosa, in quanto il delitto di cui all'art. 416-bis c.p., in relazione al
concorrente esterno, non prevederebbe una condotta tipica.
87
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
La CORTE EDU, infatti, non ha mai affermato che il concorso esterno in associazione
mafiosa è un reato che viola la convenzione, essendosi, semplicemente, limitata a rimarcare,
nella decisione emessa in data 14.4.2015 nel caso Contrada c. Italia (ricorso n. 66655/13),
che, all'epoca dei fatti ascritti all'imputato (1979-1988), il reato, a causa di oscillazioni
giurisprudenziali, poi risolte con la sentenza delle Sez. U, Demitry, del 5.10.1994, non era
"sufficientemente chiaro e prevedibile" per l'accusato.
Quanto ai beni intestati fittiziamente a terzi (impresa individuale, terreno ed alcuni
veicoli intestati al figlio OIENI Sebastiano), si richiama quanto detto sulla carenza di
legittimazione del ricorrente nel paragrafo in cui si è esaminato il tema comune.
Per la medesima ragione afferente alla carenza di legittimazione del ricorrente per
difetto d'interesse, va considerata inammissibile la questione di legittimità costituzionale,
peraltro genericamente formulata, dell'art. 12-sexies L. n. 356/92 nella parte in cui non
prevede che i terzi interessati, sebbene estranei alla vicenda penale, debbano essere posti in
condizione di partecipare alla fase dibattimentale.
Invero, a prescindere dalla considerazione che la questione, in astratto, avrebbe potuto
assumere rilevanza solo nel caso in cui si fosse proceduto con rito ordinario e non nelle forme
del giudizio allo stato degli atti, come nel caso di specie, non può non sottolinearsi come
dall'eventuale accoglimento della doglianza non sarebbe mai potuta derivare la restituzione del
bene al ricorrente, proprio perché non legittimato per le ragioni di cui sopra.
2.2.
SANGIORGI Antonino.
2.2.1.
In ordine al reato di partecipazione ad associazione mafiosa di cui al capo A2, la
Corte territoriale, dopo aver esaminato il materiale probatorio acquisito e confutato le censure
dell'appellante, ha concluso affermando (pag. 164):
"Le investigazioni espletate
dimostrano...che il San giorgi non si era limitato a svolgere il compito di rappresentare - sia sul
piano politico che sul versante degli affari illeciti - Fausto Fagone, suo politico di riferimento
(sindaco di Palagonia e parlamentare all'assemblea siciliana, n.d.e.),
ma aveva intrattenuto
paritari rapporti di amicizia e di affari non soltanto con Rosario Di Dio, ma anche con altri
personaggi (Oliva, Tomaselli e Giovanni Barba gallo) facenti parte dell'associazione mafiosa
Cosa nostra etnea...e persino con il rappresentante provinciale della predetta associazione,
Aiello Vincenzo, seppure a livello di semplice conoscenza.
Inoltre egli ha certamente beneficiato del sostegno elettorale di Cosa nostra etnea, tanto
da essere eletto, nel giugno 2008, alla Provincia regionale di Catania con circa 4000 voti (3100
secondo la difesa); parallelamente sviluppava rapporti anche con altri autorevoli rappresentanti
di Cosa nostra etnea.
Il
San giorgi appare, pertanto, soggetto pienamente inserito nell'associazione mafiosa...".
Ciò premesso, occorre ricordare, in punto di diritto, che, in tema di associazione di tipo
mafioso, la condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trova in rapporto di stabile ed
organica compenetrazione con il tessuto organizzativo della associazione criminale, tale da
88
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
implicare, più che uno "status" di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione
del quale l'interessato prende parte al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione del
sodalizio per il perseguimento dei comuni fini criminosi; ne consegue che è da considerare
"intraneus" - e non semplice "concorrente esterno" - il soggetto che, consapevolmente, accetti
i voti dell'associazione mafiosa e che, una volta eletto a cariche pubbliche, diventi il punto di
riferimento della cosca mettendosi a disposizione, in modo stabile e continuativo, di tutti gli
affiliati della consorteria, alla quale rende conto del proprio operato (tra le più recenti: Sez. 5,
n. 6882 del 6/11/2015, dep. 22/2/2016, Caccamo e altri, Rv. 266064; Sez. 2, n. 53675 del
10/12/2014, Costantino, Rv. 261620).
In altri termini, la compenetrazione organica è sufficiente all'integrazione del reato
de
quo,
giacché reputata dal legislatore contributo fattivo alla permanenza in essere
dell'associazione, la quale esprime la propria capacità offensiva degli interessi tutelati, in primo
luogo, nell'incremento delle fila dei propri membri, i quali "rimanendo a disposizione dell'ente
per il perseguimento dei comuni fini criminosi" e per l'esercizio del metodo mafioso, realizzano
per ciò solo il pericolo che la norma intende prevenire. E, infatti, il personale inserimento in un
organismo collettivo con soggezione alle sue regole e comandi non esprime solo l'appartenenza
del singolo al gruppo criminale, ma costituisce "...altresì la prova del contributo causale, che è
immanente nell'obbligo di prestare ogni propria disponibilità al servizio della cosca,
accrescendone così la potenzialità operativa e la capacità di inserimento nel tessuto sociale
anche mercé l'aumento numerico dei suoi membri" (Sez. 2, n. 5343 del 28.1.2000, Oliveri, Rv.
215907; cfr. pure, Sez. 1, 25.2.1991, P.M., Grassonelli e altri, Rv. 188022).
Il principio è stato più volte ribadito dalla giurisprudenza, tanto che la stessa può
ritenersi consolidata sul punto.
Nello specifico, l'inserimento nel sodalizio in contestazione di un soggetto, quale
l'odierno ricorrente, accresce inevitabilmente il prestigio e le capacità operative dell'organismo
criminale nei suo complesso, potendo contare gli affiliati all'occorrenza sui particolari e
qualificati servigi che l'uomo politico è in grado di offrire loro.
2.2.1.1.
I denunciati vizi di legittimità sono insussistenti.
La Corte di Appello ha, infatti, valorizzato un compendio probatorio costituito da
molteplici indizi i quali, ove letti unitariamente, sono tutti univocamente convergenti nel
dimostrare che il ricorrente rappresentava, nell'ambito delle istituzioni nelle quali rivestiva alte
funzioni, il punto di riferimento di Cosa nostra etnea, che aveva contribuito a farlo eleggere.
Su questo aspetto ogni doglianza è destinata ad infrangersi contro il tenore delle
inequivoche intercettazioni (cfr. le conversazioni intercorse il 2, 3, 9, 28 e 30.6.2008 tra il
SANGIORGI e i mafiosi DI DIO e TOMASELLO, tutte incentrate sulla campagna elettorale in atto
ed in cui il TOMASELLO rassicurava il politico nel senso che per Ramacca doveva "stare
sereno"; la conversazione post-elezioni del 9.7.2008, in cui SANGIORGI si lamenta con DI DIO
del comportamento di un neo-consigliere che aveva intaccato, di fronte al paese, la sua
89
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
indiscussa autorità: pag. 161), le frequentazioni ed i rapporti intessuti dal ricorrente con
soggetti intranei alla cosca (cfr. incontro tra SANGIORGI, il mafioso DI DIO e il politico
FAGONE, all'epoca deputato regionale e sindaco di Palagonia, in data 3.5.2007 presso la
stazione di rifornimento di carburante del DI DIO: pag. 159), i servigi resi dal ricorrente
all'organizzazione (concessione gratuita di un bene comunale fatta ottenere alla nipote di Liddu
CONTI, capo della famiglia mafiosa di Ramacca: conv.ne
del 13.6.2007 fra il DI DIO e la nuora
del CONTI richiamata a pag. 160; interessamento del mafioso DI DIO, anche tramite il
coinvolgimento del SANGIORGI quale uomo di fiducia del Sindaco FAGONE, per la fornitura di
loculi al comune di Palagonia da parte di tale DI PAOLA: tel. 12.1.2008 tra DI DIO e DI PAOLA
a pag. 162; conv.ne
tra DI DIO e SANGIORGI del 10.8.2008 su un progetto truffaldino
attinente a un affare dell'importo di euro 2.500.000,00, in relazione al quale i due, per non
figurare personalmente, si sarebbero serviti dello schermo di una società intestata a tale
RAZZA; conv.ni
del 24.10.2007, 4.2.2008 e 21.2.2008 tra il SANGIORGI e il BORGHI,
imprenditore titolare della CE.MA
. Costruzioni, aggiudicataria della gara di appalto -
dell'importo di oltre 600.000,00 euro - per la realizzazione delle opere di urbanizzazione
indetta dal comune di Palagonia, lavori poi ceduti in subappalto a COSTANZO Franco, intraneo
alla organizzazione mafiosa investigata, dal quale il ricorrente ammette di aver ricevuto,
peraltro giustificandola come contributo per la campagna elettorale, all'indomani dell'ultima
telefonata con il BORGHI, la somma in contanti di euro 5.000,00, depositata in pari data sul
conto corrente bancario intestato alla moglie: pagg. 162-163 della sentenza impugnata e 430
della decisione di primo grado).
A fronte di tale logica e coerente ricostruzione del rapporto di organicità del SANGIORGI
rispetto al sodalizio mafioso, le censure del ricorrente tendono, nella sostanza, alla pressoché
integrale rilettura delle risultanze probatorie, sulla base del generico assioma secondo cui
l'assoluzione del SANGIORGI dall'assoluzione dal reato di estorsione ai danni della società
GIANO AMBIENTE (capo D7) avrebbe dovuto determinare, in via automatica, l'assoluzione dal
reato associativo di cui al capo A2).
Sul punto, corretta appare, sul piano logico, la valutazione della Corte distrettuale, che,
in correlazione con tutti gli altri elementi valutati, ha evinto dalla conversazione intercorsa il
19.4.2008 tra DI DIO, SANGIORGI e OLIVA, ancorché non decisiva ai fini della prova del reato
estorsivo, la completa disponibilità del ricorrente nei confronti di personaggi dall'indiscusso
spessore criminale quali il DI DIO e l'OLIVA, dai quali avrebbe ricevuto appoggi elettorali per la
competizione del successivo mese di giugno.
Nessun rilievo, inoltre, spende la difesa del SANGIORGI sulle dichiarazioni accusatorie
formulate dal correo CANIGLIA (pag. 159), valorizzate alla stregua di elemento di contorno del
nucleo centrale probatorio a conferma delle infiltrazioni mafiose presso il comune di Palagonia
tramite l'apporto del ricorrente.
90
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
2.2.2.
In ordine alle censure dedotte in relazione alla confisca ex art. 12-sexies L. n.
356/92 del fabbricato sito in Palagonia, contrada Alcovia s.n. piani terra e primo, intestato
fittiziamente ai coniugi PITICCHIO-SANGIORGI (rispettivamente, cognato e sorella di
SANGIORGI Antonino), si richiama quanto detto sulla carenza di legittimazione del ricorrente,
per difetto d'interesse, nel paragrafo in cui si è esaminato il tema comune.
2.3.
SORBERA Antonino.
Il ricorso è inammissibile sotto diversi profili.
In primo luogo, poiché ripropone pedissequamente le censure dedotte come motivi di
appello, senza confrontarsi, in modo critico, con le argomentate confutazioni svolte dalla Corte
di Appello che, anzi, assume assertivamente essere carenti o elusive.
In secondo luogo, poiché, nel riproporre le censure già addotte a sostegno del gravame
di merito, offre una controlettura di episodi e/o di conversazioni e dichiarazioni in senso
favorevole all'interessato che non può essere consentita in sede di legittimità.
Infine, perché è manifestamente infondato laddove contesta alla Corte di Appello di non
aver dato compiutamente conto dei motivi di gravame e di avere, conseguentemente, eluso le
questioni poste dall'appellante, operando, inoltre, palesi travisamenti dei fatti e delle prove.
Contrariamente a quanto assunto in ricorso, i Giudici catanesi, come già accennato,
hanno dato diligentemente atto delle censure dedotte in sede di appello, opponendovi
ragionamenti sempre adeguatamente sorretti dalla logica e mai travalicanti il limite della
plausibile opinabilità di apprezzamento, come noto non contestabile nella presente sede.
Ciò vale, anzitutto, per la ricostruzione, effettuata grazie alle dichiarazioni del
collaborante PULIZZI Giacomo e alle conversazioni intercettate tra l'AIELLO e la moglie, del
significativo episodio dell'accompagnamento, da parte del SORBERA, di AIELLO Vincenzo a un
incontro di costui con il latitante LO PICCOLO, mafioso palermitano, in data 20.1.2007,
ricostruzione alla quale la difesa del ricorrente contrappone inammissibili censure in fatto sulla
esatta interpretazione della data (viceversa, plausibilmente ancorata dalla Corte etnea alla
indicazione della giornata di "sabato" proveniente dal propalante e coincidente con il 20
gennaio, siccome coerente con il tenore delle due conversazioni prima menzionate, captate,
appunto, il 20.1.2007) ovvero censure genericamente confutatorie sulla interpretazione delle
suddette conversazioni, che, invece, correttamente la Corte di merito ha valorizzato per
desumere che ad accompagnare l'AIELLO all'incontro con il mafioso latitante LO PICCOLO fu
effettivamente il SORBERA attraverso il riferimento congiunto ai nomi di "Nino" (diminutivo di
Antonino, nome di battesimo del ricorrente) e "Gabriella" (nome di LEDU Gabriela, all'epoca
convivente del ricorrente).
Ciò vale, anche, per le censure, meramente assertive, volte ad esaltare la circostanza
che alcuni collaboranti non avessero indicato il SORBERA come associato o a negare, in modo
generico o proponendo reinterpretazioni di merito non consentite, la rilevanza di intercettazioni
91
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
ambientali o delle dichiarazione rese dal coimputato CASTRO a proposito dei legami intrattenuti
dal SORBERA, per conto di AIELLO Vincenzo, con l'imprenditoria locale.
Riguardo, in particolare, alla circostanza relativa alla eccepita mancata conoscenza del
ricorrente da parte di "tutti i mafiosi", la Corte di Appello ha addotto una non illogica
giustificazione, da un lato, affermando, in linea generale, che detta circostanza non poteva
considerarsi decisiva ai fini assolutori, essendo coerente con le regole interne dell'associazione
(che prevedevano diversi tipi di rapporti), dall'altro evidenziando, che, nella specie, talune
conversazioni intercettate permettevano di ritenere dimostrato che il SORBERA fosse
annoverato dall'AIELLO tra i soggetti da salvaguardare dai controlli delle Forze dell'ordine e dai
quali i cosiddetti associati occulti, come FINOCCHIARO Carmelo, dovevano tenersi lontani per
evitarne il coinvolgimento (v. conv.ni
n. 560 e 569 del 10.6.2007 tra AIELLO, FINOCCHIARO e
SORBERA: pag. 145).
Sul ruolo del SORBERA come uomo di raccordo tra la consorteria mafiosa e gli
imprenditori del posto, la Corte ha puntualmente valorizzato le dichiarazioni rese dal
collaborante coimputato CASTRO Alfio (sulla continua richiesta, da parte del SORBERA, di
camion per lavori edili gestiti dalla cosca) in una con l'acclarata presenza del ricorrente in molte
delle riunioni mafiose che si tenevano in contrada Margherito presso la proprietà del correo
BARBAGALLO, presenza significativa del coinvolgimento del SORBERA in argomenti interessanti
la vita dell'associazione (cfr. conv.ni
del 20.4.2008 tra AIELLO, BARBAGALLO, FINOCCHIARO e
SORBERA, rivelatrici dell'interesse del sodalizio per l'affare relativo al centro commerciale LA
TENUTELLA) e confermative del suo ruolo di raccordo con l'imprenditoria locale, come si
desumeva, tra l'altro, dalla conversazione captata il 10.6.2007, in cui, dopo averne sollecitato
la convocazione, l'AIELLO Vincenzo chiedeva conto al ricorrente di quanto discusso la sera
prima e, in particolare, della questione dei camion, rappresentandogli, inoltre, che
l'imprenditore CASTRO gli doveva essere grato per un intervento che esso AIELLO aveva fatto
in suo favore (pag. 145).
Del tutto coerente con le riportate valutazioni deve ritenersi, pertanto, la conclusiva
valutazione formulata dalla Corte di merito circa l'ininfluenza, ai fini assolutori, della produzione
documentale fornita dalla difesa del ricorrente per dimostrarne l'esercizio di attività di lavoro
dipendente della società Lotos.
2.4.
Alla dichiarazione di inammissibilità dei ricorsi di OIENI, SANGIORGI e SORBERA
segue,
ex lege,
la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al
versamento della somma di euro 1.000,00 ciascuno alla Cassa delle ammende.
3.
Vanno rigettati, in quanto infondati, i ricorsi proposti da BARBAGALLO Giovanni,
ILARDI Francesco, INCARBONE Mariano Cono, LO VOTRICO Graziano Massimiliano,
MARSIGLIONE Francesco e MARSIGLIONE Girolamo Gabriele.
3.1.
BARBAGALLO Giovanni.
92
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
3.1.1.
Il primo motivo di ricorso, con cui si denuncia violazione di legge per pretesa
genericità del capo
Al
d'imputazione, è manifestamente infondato.
Questa Corte ha già avuto modo di affermare che la configurazione della richiesta
incondizionata di giudizio abbreviato come un "diritto potestativo" dell'imputato ha come
conseguenza che la scelta di essere giudicato allo stato degli atti, cioè in base a tutti gli atti
contenuti nel fascicolo del Pubblico Ministero, comporta altresì l'accettazione necessaria della
stessa imputazione formulata dall'accusa, con la conseguente impossibilità di eccepire il vizio di
genericità e indeterminatezza del capo d'accusa (così, Sez. 6, n. 13133 del 23/2/2011, Alfiero
ed altri, Rv. 249897; Sez. 6, n. 32363 del 20/5/2009, F., Rv. 245191).
In sostanza, la richiesta di cui all'art. 438 c.p.p. non può che riguardare anche
l'imputazione contenuta nell'atto attraverso il quale il Pubblico Ministero ha esercitato l'azione
penale. Una volta che sia stato introdotto il giudizio abbreviato sull'istanza dell'imputato, senza
che vi sia stata alcuna modificazione dell'accusa da parte del Pubblico Ministero e senza che il
giudice abbia rilevato vizi nella formulazione dell'imputazione, non residua alcuno spazio per
contestare quest'ultima.
D'altra parte, all'imputato che ritenesse l'accusa indeterminata e generica non
converrebbe optare per il giudizio abbreviato, potendo egli in seguito eccepire la nullità
dell'eventuale decreto di citazione a giudizio.
Non risulta che la difesa del BARBAGALLO abbia sollevato l'eccezione
de qua
nell'atto di
appello, sicché si rivela del tutto ingiustificata la censura tendente a stigmatizzare una presunta
carenza di motivazione della sentenza impugnata sul punto.
3.1.2.
E'
infondato anche il secondo motivo di ricorso, con cui si eccepisce
l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese al P.M. dal collaborante DI FAZIO Umberto in data
18.2.2011 ai sensi della legge n. 45/2001.
Occorre ricordare, in punto di diritto, che l'inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dai
"collaboratori di giustizia" oltre il termine di 180 giorni dall'inizio della collaborazione (art. 16-
quater del D.L. n. 8 del 1991, convertito con modifiche in L. n. 82 del 1991, quale introdotto
dall'art. 14 della L. n. 45 del 2001) - circostanza denunciata nel caso di specie - non rientra
fra le inutilizzabilità qualificabili come "patologiche", da cui sono colpiti gli atti probatori assunti
"contra legem", e non è, pertanto, deducibile o rilevabile nel giudizio abbreviato (Sez. U, n.
1149 del 25/09/2008, dep. 13/01/2009, Magistris, Rv. 241882; Sez. 5, n. 32960 del
23/4/2008, Bianco e altri, Rv. 240492); d'altra parte, non risulta che la Corte di Appello abbia
utilizzato, tra le fonti di prova apprezzate a carico del BARBAGALLO, le dichiarazioni rese dal DI
FAZIO in data 18.2.2011, ma soltanto quelle precedentemente rese dal medesimo in data
20.11.2008 (vedi pag. 41 dell'impugnata sentenza).
3.1.3.
Inammissibile è il terzo motivo di ricorso con cui ci si duole della "illogicità
intrinseca" della motivazione, in quanto sviluppa censure sul piano del merito, o meramente
93
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
confutatorie, o, ancora, reiterative di motivi di appello e, in ogni caso, manifestamente
infondate.
La Corte di Catania ha tratteggiato il peculiare ruolo di uomo d'onore "riservato"
rivestito, nella compagine mafiosa di cui al capo Al, dal geologo BARBAGALLO, operando una
valutazione esaustiva e razionale del complesso materiale probatorio acquisito.
Significativa rilevanza è stata, in primo luogo, correttamente attribuita dai Giudici
dell'appello alla disponibilità offerta dal ricorrente del proprio immobile ubicato in contrada
Margherito quale luogo ripetutamente utilizzato per
summit
mafiosi e per dare rifugio, in
particolari situazioni di tensione interna alla cosca, a soggetti apicali come AIELLO Vincenzo,
mettendolo al riparo da eventuali attentati.
Il monitoraggio visivo e intercettativo degli incontri ha consentito, secondo il logico
argomentare della Corte di merito, di inferire l'intraneità del BARBAGALLO al gruppo criminale,
attesa la sua presenza a riunioni nei quali i sodali AIELLO Vincenzo, COSTANZO Franco,
FIAMMETTA Alfonso e OLIVA Pasquale discutevano di importanti temi associativi,
prevalentemente di episodi di carattere estorsivo (conv.ni
del 6.5.2007, del 16.4.2008 e del
25.5.2008 richiamate a pag. 38), ma anche dell'affare commerciale della TENUTELLA, cui era
interessato, tra gli altri, il sodale MARSIGLIONE Francesco (conv.ne
del 20.4.2008 n. 527: pag.
40); giustamente particolare rilevanza è stata attribuita dai Giudici di merito alle intercettazioni
concernenti la vicenda relativa alla "SA.FA.B. s.p.a." (Società Appalti e Forniture per Acquedotti
e Bonifiche per Azioni), dei fratelli MASCIOTTA, vicenda in cui il BARBAGALLO si era
preoccupato di garantire all'impresa sia la copertura politica (favorendo i rapporti con i fratelli
LOMBARDO), sia la copertura mafiosa (quale emissario di AIELLO Vincenzo), come emergeva
da talune intercettazioni (del 19.2.2007 e del 27.2.2009, integralmente riportate alle pagg. 93
ss. della sentenza di primo grado) e dalle dichiarazioni rese il 6.8.2009 da CIARROCCA Paolo,
uomo di fiducia di MASCIOTTA Angelo, il quale aveva ammesso di aver avuto rapporti con
LOMBARDO Angelo su consiglio di un "geologo" a nome "Giovanni" (attività lavorativa e nome
di battesimo coincidenti con quelli del BARBAGALLO) e di aver pagato, su
input
dell'imprenditore MISSUTO Sandro, la somma di 3.000,00 euro mensili a titolo estorsivo in
favore dell'associazione mafiosa, circostanza, quest'ultima, nota al BARBAGALLO (desumibile
dalla conversazione intercettata il 26.5.2008, in cui l'AIELLO, dopo aver comunicato al
ricorrente che la SAFAB si stava "appoggiando" al MISSUTO, lo incaricava di far presente agli
amministratori della società che il MISSUTO non era in grado di assicurare loro il "quieto
vivere" nei cantieri e che lui, invece, poteva parlare con qualche imprenditore: pag. 39).
Correttamente valorizzato, inoltre, il ruolo di raccordo tra il mondo politico e
l'associazione mafiosa svolto dal BARBAGALLO, inferito, quanto ai rapporti con FAGONE Fausto,
già Sindaco di Palagonia e poi deputato regionale, dalla conversazione n. 3040 del 13.4.2008
intercorsa con AIELLO Vincenzo e, quanto ai rapporti con i fratelli Angelo e Raffaele
94
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
LOMBARDO, dalle stesse parziali ammissioni rese dall'imputato nell'interrogatorio ai PP. MM
. del
16.4.2011 (pag. 42).
Adeguata utilizzazione in termini di elementi di riscontro è stata effettuata dalla Corte di
Appello delle dichiarazioni accusatorie rese dai collaboranti DI FAZIO (interrogatorio del
20.11.2008) e LA CAUSA (interrogatorio del 15.5.2008), confermative dell'intraneità del
BARBAGALLO all'associazione mafiosa investigata e dell'utilizzo della campagna di contrada
Margherito quale luogo di riunioni di esponenti dell'associazione medesima, dove il sodale
CAMMARATA rivenne, sotto i canali del tetto, le microspie collocate dagli investigatori,
determinando la fine dell'attività intercettativa (della circostanza, riferita dal LA CAUSA, si
tratterà anche nell'esame della posizione del CAMMARATA).
Va precisato, sul punto, che le dichiarazioni di MIRABILE Giuseppe, come già accennato
nell'affrontare anticipatamente la questione, sollevata da altri ricorrenti, relativa alla pretesa
violazione dell'art. 603, comma 3, c.p.p., si rivelano, nei confronti del BARBAGALLO,
meramente additive e non sostitutive dell'impianto probatorio esaminato, che ha resistito alla
prova di resistenza implicitamente effettuata dalla Corte etnea e risulta, ancora, ulteriormente
irrobustito dall'adeguato e logico risalto attribuito:
-
ai rapporti personali intrattenuti dal ricorrente con numerosi personaggi di nota
caratura mafiosa (non solo il suo diretto referente AIELLO Vincenzo, ma anche i mafiosi DI
FAZIO Umberto, SANTAPAOLA Benedetto, ERCOLANO Giuseppe, RAMPULLA Sebastiano, DI DIO
Rosario, MANGION Giuseppe e GALEA Eugenio);
-
alle intercettazioni ambientali eseguite all'interno del carcere dove il ricorrente fu
detenuto prima nella stessa cella dell'imprenditore MONACO e poi dell'ergastolano LAURIA
Giovanni, in cui il BARBAGALLO riferiva all'interlocutore dell'esistenza di "direttive" del boss
SANTAPAOLA affinché la sua affiliazione rimanesse riservata, lamentando di essere stato
"bruciato" dallo stesso AIELLO Vincenzo (conv.ne
del 27.1.2011).
Pienamente coerente, pertanto, con la argomentata valutazione del complessivo quadro
probatorio, è l'approdo cui è pervenuta la Corte di Appello circa la responsabilità del
BARBAGALLO quale uomo d'onore riservato sul quale l'organizzazione mafiosa, attraverso il
referente AIELLO Vincenzo, faceva ampio affidamento.
La solidità del costrutto motivazionale non è scalfita dalle censure mosse in ricorso, che,
come già accennato, scontano un approccio atomistico e per lo più ancorato al piano del
merito, tendono ad inammissibili riletture di intercettazioni e dichiarazioni, quando non si
limitano a rilievi meramente confutatori.
3.1.4.
Dalla inammissibilità delle censure dedotte avverso l'affermata sussistenza del
reato di cui all'art. 416-bis c.p. scaturisce, quale conseguenza inevitabile, la manifesta
infondatezza del motivo con il quale il ricorrente prospetta, in via subordinata, la
riqualificazione del fatto nell'ipotesi di cui all'art. 418 c.p., peraltro ancorata ad uno solo (il
95
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
rifugio offerto all'AIELLO in contrada Margherito) dei molteplici elementi valorizzati a sostegno
del reato associativo.
3.1.5.
Sviluppato in punto di fatto e, comunque, manifestamente infondato, infine, è il
motivo con cui si denuncia violazione di legge in relazione alla disposta confisca dell'immobile
sito in Ramacca, contrada Margherito, dal momento che la Corte di Catania ha ritenuto, in
coerenza con gli elementi emersi a dimostrazione della intraneità del BARBAGALLO
all'associazione mafiosa di cui al capo Al, che il bene del ricorrente sia stato continuativamente
e ripetutamente posto a disposizione del sodalizio per tenervi riunioni riservate agli affiliati e
per nascondervi i latitanti.
Ineccepibilmente argomentata, quindi, è la natura strumentale del bene in questione
rispetto alla realizzazione del reato associativo (Sez. 6, n. 39911 del 4/6/2014, P.G. in proc.
Scuto e altro, Rv. 261588; Sez. 6, n. 27750 del 21/5/2012, P.M. in proc. Vadalà, Rv. 253113;
Sez. 2, ord. n. 9954 del 4/3/2005, De Gregorio, Rv. 231029).
3.2.
ILARDI Francesco.
Il ricorso - come meglio precisato nella superiore esposizione in fatto, che qui si
richiama - si struttura in due parti: la prima, contenente deduzioni involgenti l'affermazione
della penale responsabilità del ricorrente per il reato associativo mafioso di cui al capo Al; la
seconda, concernente la misura di sicurezza patrimoniale.
Nella prima parte, la censura sistematicamente formulata è quella di manifesta illogicità
della motivazione nel valutare le risultanze probatorie, sia che si tratti di fonti dichiarative
(audizione dei fratelli Paolo e Giuseppe MIRABILE, dichiarazioni rese da DI FAZIO Umberto e da
MISSUTO Sandro), sia che si tratti di materiale intercettativo.
La censura è infondata.
Ritiene questa Corte che i Giudici territoriali abbiano fatto buon governo dei criteri di
valutazione fissati dall'art. 192, commi 2 e 3, c.p.p., giustificando l'affermazione della intraneità
dell'ILARDI al sodalizio mafioso di Cosa nostra etnea come imprenditore colluso attraverso
un'interpretazione ragionevole e plausibile delle prove indiziarie analiticamente e
complessivamente esaminate.
3.2.1.
Secondo la corretta ricostruzione della Corte di merito, è, infatti, emerso che:
a)
ILARDI Franco, imprenditore edile della zona di Ramacca vicino all'esponente mafioso
MIRABILE Alfio, era il referente territoriale del sodalizio criminoso nel settore delle estorsioni
(dichiarazioni del collaboratore di giustizia DI FAZIO Umberto, con particolare riguardo a una
"tangente" di settanta milioni circa, riscossa per il tramite del ricorrente dall'impresa
SMEDIGAS di Palmeri: interrogatori resi dal propalante al P.M. in data 1 e 16.12.2005);
b)
ILARDI era pienamente a conoscenza delle dinamiche interne all'associazione, come
si evinceva dalla visita che l'imprenditore fece a MIRABILE Alfio, convalescente presso
l'ospedale di Imola-Montecatone, in data 3.6.2005, nel corso della quale fu proprio il ricorrente
ad aggiornare l'interlocutore su questioni interne al clan, con specifico riferimento alle mire
96
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
espansionistiche degli ERCOLANO nella zona di Ramacca, alla esecuzione di lavori in detta
zona, alle estorsioni gestite dal MIRABILE; questi, dal canto suo, impartiva direttive all'ILARDI
circa i contatti da prendere con SOMMA Tommaso al fine di riscuotere da BASILOTTA Vincenzo
le somme dovute al clan per la "messa a posto" relativa alla realizzazione del centro
commerciale "Etnapolis" (ambientale audio-video del 3.6.2005, pagg. 104-105);
c)
il ruolo di ILARDI era riconosciuto dal gruppo, tanto che MIRABILE Alfio, nel corso di
un incontro con SCHILLACI Michele - sempre avvenuto nello stesso ospedale di Imola-
Montecatone pochi giorni dopo la visita dell'imprenditore - chiedeva al predetto interlocutore se
ILARDI avesse o meno pagato "quelli di Catania" e che posizione avesse assunto il sodale
IUDICELLO Pietro; gli chiedeva, inoltre, se era stato effettuato un trasporto di pistole con un
camion del ricorrente (conv.ne
dell'8.6.2005, pag. 105);
d)
ILARDI era stato sempre favorito da Cosa nostra, ad esempio nel permettergli di
effettuare lavori presso la concessionaria BMW di Catania per i quali doveva corrispondere al
clan 20.000,00 euro (gli investigatori accertavano che l'impresa dell'imputato aveva registrato
in data 13.10.2004 un contratto per lavori da effettuare per conto della Nuova Sport Car s.p.a.
che gestiva la concessionaria, per un importo pari a 60.000,00 euro; vedi anche il già citato
colloquio del 3.6.2005, in cui MIRABILE Alfio riferiva all'ILARDI che LE PIRA Salvatore, titolare
della predetta concessionaria, pagava loro la "messa a posto", anche se successivamente
questa estorsione era stata tolta ai MIRABILE), e, ciò nonostante, si era comportato "male",
secondo AIELLO Vincenzo (rappresentante provinciale di Cosa nostra etnea, che definiva
l'imprenditore "quello dei MIRABILE", a riprova della sua intraneità alla cosca), nella vicenda
all'appalto della cooperativa "Enotria" (AIELLO voleva affidare i lavori al sodale FINOCCHIARO
Carmelo, mentre SANTAPAOLA Angelo voleva affidarli a ILARDI), sicché i due (AIELLO e
ILARDI) avevano dovuto incontrarsi in più occasioni per dirimere il contrasto (conversazioni
intercettate il 10.6.2007 in contrada Margherito, presso la più volte menzionata proprietà del
BARBAGALLO utilizzata per
summit
mafiosi: pagg. 106-107; dichiarazioni rese da ALAMPO
Francesco, presidente di fatto dell'ENOTRIA, il quale confermava che all'appalto aveva
partecipato anche ILARDI, sebbene con esito negativo: pag. 107);
e)
anche l'imprenditore MISSUTO Sandro si era rivolto all'ILARDI per stabilire un
contatto con MIRABILE Alfio al fine di regolare i rapporti tra la sua azienda e l'organizzazione
mafiosa, e il ricorrente si era attivato per ricontattare il MISSUTO per conto di SANTAPAOLA
Angelo e SEDICI Nicola (dichiarazioni rese da MISSUTO Sandro in data 2.10.2010);
f)
ILARDI, infine, frequentava gli uffici della PRIMEFRUT, ditta di cui era
dominus
il
coimputato AIELLO Alfio Maria, fratello di Vincenzo, adibiti a riunioni mafiose.
Coerente, è, dunque, l'approdo del ragionamento probatorio della Corte distrettuale nel
senso di delineare il ruolo dell'ILARDI quale imprenditore organico alla cosca che, da un lato,
otteneva da questa garanzia per l'esecuzione di lavori, e, dall'altro, veicolava in suo favore le
97
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
"messe a posto" degli altri imprenditori, così contribuendo alla realizzazione del programma
associativo.
A fronte dell'adeguato argomentare della Corte di merito, le prospettazioni del ricorrente
si caratterizzano per un approccio prevalentemente atomistico, tendente a esaminare le singole
fonti di prova, dichiarative e intercettative, senza operare le necessarie interrelazioni nel
contesto di un vaglio coordinato e complessivo, nonché a proporre inammissibili interpretazioni
alternative del narrato e delle conversazioni ovvero ad addurre confutazioni travalicanti nel
merito se non meramente assertive.
Va, poi, rimarcato che la quasi totalità delle censure consiste nella mera reiterazione di
quelle già dedotte con i motivi di gravame alle quali i Giudici dell'appello hanno fornito
adeguate risposte.
Tanto vale sia con riferimento alle dichiarazioni rese dal collaborante DI FAZIO e
dall'imprenditore MISSUTO, sia con riferimento alle conversazioni intercettate (il 3.6.2005 tra
MIRABILE Alfio e ILARDI e l'8.6.2005 tra lo stesso MIRABILE e SCHILLACI presso l'ospedale di
Imola-Montecatone; quelle relative alla vicenda ENOTRIA in cui AIELLO Vincenzo definiva il
ricorrente "quello dei MIRABILE"; quelle concernenti l'affare BMW) in relazione alle quali la
Corte etnea ha sempre confutato in termini contenuti nella plausibile opinabilità di
apprezzamento i rilievi critici formulati dalla difesa del ricorrente.
E' stato, più volte, ribadito, che non può integrare il vizio di legittimità soltanto una
diversa ricostruzione delle risultanze processuali, semmai prospettata in maniera più utile per il
ricorrente (Sez. U, sent. n. 47289 del 24/9/2003, Petrella, Rv. 226074; Sez. 4, Sentenza n.
4842 del 2/12/2003, dep. 6/2/2004, Elia ed altri, Rv. 229369; Sez. U, sent. n. 24 del
24/11/1999, Spina, Rv. 214794), dal momento che, come noto, è preclusa a questa Corte la
pura e semplice rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata o
l'adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione, preferiti a quelli adottati
dal Giudice del merito, perché ritenuti maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità
esplicativa.
Queste operazioni trasformerebbero, invero, la Cassazione nell'ennesimo giudice del
fatto e le impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo
deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai Giudici di merito
rispetti sempre uno
standard
di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e spiegare
- come è accaduto nel caso di specie - l'iter logico seguito dal Giudice per giungere alla
decisione.
Non è fondata la censura con cui ci si duole che la Corte territoriale abbia omesso di
valutare l'attendibilità del collaborante DI FAZIO, atteso che, da un lato, i Giudici del gravame
hanno dedicato al tema della valutazione dei collaboranti un paragrafo introduttivo di carattere
generale (pagg. 5 e ss.), valorizzando gli elementi, comuni a tutti i collaboranti escussi, che
permettevano di concludere per la loro sostanziale credibilità (lunga militanza all'interno di
98
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Cosa nostra etnea; inserimento in strutture operative del clan e vicinanza ai vertici per molti di
essi; confessione di reati per i quali non erano stati mai neppure indagati; coerenza delle
accuse con gli altri elementi emersi nel processo); dall'altro, hanno implicitamente affermato la
credibilità specifica del DI FAZIO individuando gli elementi di riscontro più sopra elencati e
coerentemente argomentando sulla loro concludenza probatoria.
Anche per il DI FAZIO vale, ovviamente, la ragionevole considerazione svolta per tutti i
propalanti dalla Corte distrettuale (pag. 7) secondo la quale talune discordanze rilevabili nel
narrato costituiscono il frutto di sovrapposizioni nella memoria, tenuto conto delle innumerevoli
attività delittuose poste in essere dal sodalizio e della distanza temporale dai fatti, e finiscono
con il rappresentare manifestazione di autonomia del patrimonio cognitivo e di assenza di
intenti calunniosi tra i diversi collaboranti.
In merito alle intercettazioni, deve, in primo luogo, ritenersi priva di interesse, concreto
e attuale, l'eccezione difensiva di inutilizzabilità di quelle captate in contrada Salinelle nel 2003,
dal momento che la Corte di Appello non le ha annoverate fra gli elementi probatori esaminati.
In secondo luogo, si ribadisce, con riguardo alle deduzioni svolte circa la pretesa illogica
esegesi del contenuto delle conversazioni intercettate, che l'interpretazione del linguaggio e del
contenuto delle conversazioni costituisce questione di fatto, rimessa alla valutazione del Giudice
di merito, che si sottrae al sindacato di legittimità se motivata, come nel caso in esame, in
conformità ai criteri della logica e delle massime di esperienza (Sez. 6, n. 11794 del
11/02/2013, Melfi, Rv. 254439).
Quanto, infine, alle dichiarazioni rese dai collaboranti Paolo e Giuseppe MIRABILE,
invocate dalla difesa del ricorrente a discarico (con ciò, implicitamente, esprimendo
acquiescenza rispetto alla eccezione di inutilizzabilità ai sensi dell'art. 603, comma 3, c.p.p.
sollevata da altre difese ed estensibile per il suo carattere processuale), congrue si ritengono le
argomentazioni con le quali la Corte di Appello ha escluso l'efficacia "dirompente" che,
nell'ottica difensiva, dette dichiarazioni avrebbero prodotto sul costrutto probatorio
complessivo.
Come già evidenziato a proposito del BARBAGALLO, infatti, la circostanza che i due
fratelli mostrassero di non sapere se ILARDI fosse o meno associato non poteva considerarsi
dirimente, dal momento che, in certi casi, è consigliabile, nella prassi operativa del gruppo
criminale, tenere nascosta e defilata la posizione del singolo associato proprio per non
"bruciarlo" all'esterno e per consentire un approccio più facile con personaggi estranei al mondo
mafioso (imprenditori sottoposti ad estorsione, personaggi delle istituzioni etc.).
D'altro canto, la Corte di merito ha correttamente messo in risalto che i due collaboranti,
lungi dall'aver dimostrato l'estraneità dell'ILARDI al contesto mafioso, ne avevano sottolineato
la sostanziale intraneità, riferendo degli stretti rapporti dell'imprenditore con i mafiosi MOTTA e
SAITTA, nonché con IUDICELLO Pietro, dal quale era "gestito" in relazione alle "messe a posto"
che il ricorrente pagava prima a MIRABILE Alfio e poi a SANTAPAOLA Angelo (informazione
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
sintonica con il contenuto delle già menzionate conversazioni intercettate presso l'ospedale di
Imola-Montecatone dove il predetto MIRABILE era ricoverato).
Il motivo deve, in conclusione, ritenersi infondato.
3.2.2.
Sono infondati, per le ragioni svolte nei paragrafi dedicati all'esame anticipato dei
temi comuni, i motivi concernenti la contestazione della sussistenza delle circostanze
aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416-bis c.p., nonché l'applicabilità del trattamento
sanzionatorio più favorevole antecedente al D.L. n. 92/2008, convertito in L. n. 125/2008.
E' infondata la censura di violazione di legge in relazione agli artt. 521 e 522 c.p. per
genericità dell'imputazione e della circostanza aggravante di cui al comma 6 dell'art. 416-bis
c.p., in quanto, come già ricordato a proposito del ricorso BARBAGALLO, la scelta di essere
giudicato allo stato degli atti, cioè in base a tutti gli atti contenuti nel fascicolo del Pubblico
Ministero, comporta l'accettazione necessaria della stessa imputazione formulata dall'accusa,
con la conseguente impossibilità di eccepire il vizio di genericità e indeterminatezza del capo
d'accusa (così, Sez. 6, n. 13133 del 23/2/2011, Alfiero ed altri, Rv. 249897; Sez. 6, n. 32363
del 20/5/2009, F., Rv. 245191).
3.2.3.
Nella seconda parte del ricorso si sviluppano censure concernenti la confisca di
beni.
E', in primo luogo, manifestamente infondata la dedotta violazione degli artt. 521 e 522
c.p.p. in relazione alla mancata indicazione, nel capo d'accusa, delle circostanze suscettibili di
comportare l'applicazione di misure di sicurezza patrimoniali, con particolare riferimento al
requisito della ingiustificata sproporzione richiesto dall'art. 12-sexies L. n. 356/92.
Come già detto poc'anzi, la scelta del giudizio abbreviato comporta per l'imputato
l'accettazione della stessa imputazione formulata dall'accusa, ciò che determina l'impossibilità
di eccepire vizi ad essa eventualmente inerenti.
Non risulta, peraltro, che il ricorrente abbia addotto un concreto pregiudizio derivante
dalla supposta lacuna al pieno espletamento della difesa sul punto.
E' manifestamente infondata anche l'eccezione di violazione di legge in relazione all'art.
597, comma 3, c.p.p..
Se costituisce certamente violazione del divieto di
reformatio in peius,
in assenza di
impugnazione del P.M., il provvedimento di confisca disposto per la prima volta dalla Corte di
Appello in assenza di una precedente statuizione al riguardo da parte del Giudice di primo
grado, non altrettanto può affermarsi quando, come nel caso di specie, all'esito del
procedimento di secondo grado, con esclusivo riferimento al 50% delle quote della società
EDILSTRADE, sia stata disposta la confisca, oltre che ai sensi dell'art. 12-sexies L. n. 356/92,
anche ai sensi dell'art. 416-bis, comma 7, c.p..
Infatti, si applica anche in questa materia il principio generale della legittimità della
coesistenza dei titoli ablatori connotati da presupposti e finalità diverse statuito da questa Corte
con riferimento ai sequestri (Sez. 5, n. 1432/95, Rv. 201781).
100
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Inammissibile è la censura con la quale si deduce manifesta illogicità della motivazione
in relazione alla ritenuta sproporzione patrimoniale funzionale alla confisca ex art. 12-sexies L.
n. 356/92, atteso che essa si risolve in una serie di rilievi mossi esclusivamente in punto di
fatto rispetto alle conclusioni del perito fatte proprie dai Giudici di merito.
Questi ultimi, contrariamente a quanto asserito dalla difesa del ricorrente, non hanno
affatto mutuato acriticamente le argomentazioni peritali, tanto è vero che, per ragioni diverse,
hanno revocato la confisca del fabbricato sito in Ramacca, contrada Cortina, s.n. (acquisto
precedente all'epoca dei contatti dell'ILARDI con la mafia) e dell'autovettura Land Rover
targata AL068RN (in quanto nel 2008 lo squilibrio tra redditi e spese non era così marcato da
impedire l'acquisto del veicolo).
Quanto alle critiche dedotte sulle modalità di determinazione delle spese occorrenti per
fronteggiare le ordinarie esigenze di vita, determinazione ancorata dai periti alle tabelle ISTAT,
torna a ripetersi che esse, come le altre, impìngono nel merito e aspirano, inammissibilmente,
ad un sindacato sulla motivazione (Sez. 5, n. 16733 del 15.12.2015, dep. 21.4.2016, Sedicina
e altri, n.m.).
La Corte di Appello, in ogni caso, non si è sottratta all'onere motivazionale, confutando
in modo adeguato e coerente i rilievi difensivi (pagg. 307-309).
Le argomentazioni svolte dalla Corte territoriale sulla intraneità dell'ILARDI alla
compagine di Cosa nostra etnea, più sopra sintetizzate, sono, inoltre, sufficienti a giustificare la
conferma della confisca ex art. 416-bis, comma 7, c.p. del 50% delle quote, intestate al
ricorrente, della società EDILSTRADE. E' infondata, pertanto, la censura di carenza di
motivazione.
Infine, occorre precisare che in relazione ai beni risultati, anche in parte, fittiziamente
intestati a terzi (alla moglie parte del terreno sito in Ramacca, alla figlia una delle due BMW
confiscate), il ricorrente sarebbe, in ogni caso, carente di legittimazione ad impugnare per
difetto d'interesse nei termini già chiariti in sede di anticipata trattazione dei temi comuni (sub
paragrafo
1.6.).
3.3.
INCARBONE Mariano Cono.
3.3.1.
E' infondato in diritto il primo motivo di ricorso, con cui si deduce la violazione di
legge in relazione all'art. 441, comma 5, c.p.p..
Diversamente da quanto assunto dalla difesa del ricorrente sulla base di un
orientamento giurisprudenziale risalente e, ormai, superato, in tema di giudizio abbreviato,
l'integrazione probatoria disposta dal giudice ai sensi del quinto comma dell'art. 441 c.p.p. può
riguardare anche la ricostruzione storica del fatto e la sua attribuibilità all'imputato, atteso che
gli unici limiti a cui è soggetto l'esercizio del relativo potere sono costituiti dalla necessità, ai fini
della decisione, degli elementi di prova di cui viene ordinata l'assunzione e dal divieto di
esplorare itinerari probatori estranei allo stato degli atti formato dalle parti (Sez. 4, n. 34702
del 20/5/2015, Giorgi, Rv. 264407; Sez. 5, n. 10096 del 9/1/2015, Azzaro e altri, Rv. 263456;
101
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Sez. 5, n. 49568 del 18/6/2014, El Kihal ed altro, Rv. 261338; Sez. 3, n. 20237 del 7/2/2014,
Casalati, Rv. 259644; Sez. 3, n. 12842 del 16/1/2013, Gambarini, Rv. 255109).
Sulla tematica dei poteri officiosi riconosciuti al Giudice in sede di rito abbreviato, con
particolare riguardo al Giudice dell'appello, si richiamano le considerazioni già svolte, nella
disamina dei temi comuni, al paragrafo 1.1., in riferimento alla disposta audizione di Giuseppe
e Paolo MIRABILE.
Quanto alla specifica posizione dell'INCARBONE, si ribadisce il rigetto dell'eccezione
afferente all'audizione di MIRABILE Giuseppe per il carattere additivo e non sostitutivo della
prova
de qua.
3.3.2.
Parimenti infondato è il secondo motivo di ricorso, con cui si deducono violazione
di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 416-bis c.p., 195 e 192, commi 2 e 3,
c.p.p..
Non coglie nel segno la censura di fondo, con la quale si rimprovera alla Corte di Appello
di aver attribuito, da un lato, erroneamente rilievo probatorio ad elementi fattuali (dichiarazioni
accusatorie e intercettazione intercorse fra soggetti terzi) in violazione dei criteri ermeneutici di
cui all'art. 192, commi 2 e 3, e all'art. 195 c.p.p.. e, dall'altro, di aver omesso di individuare la
effettiva realizzazione di comportamenti materiali in capo al ricorrente che fossero espressivi
della prestazione di uno stabile contributo utile al raggiungimento dei fini dell'associazione.
E' noto, secondo la consolidata lezione di questa Corte, che gli indizi devono
corrispondere a dati di fatto certi - e, pertanto, non consistenti in mere ipotesi, congetture o
giudizi di verosimiglianza - e devono, ex art. 192, comma 2, c.p.p. essere
gravi -
cioè in
grado di esprimere elevata probabilità di derivazione dal fatto noto di quello ignoto -
precisi -
cioè
non equivoci - e
concordanti,
cioè convergenti verso l'identico risultato.
Requisiti tutti che devono rivestire il carattere della concorrenza, nel senso che in
mancanza anche di uno solo di essi gli indizi non possono assurgere al rango di prova idonea a
fondare la responsabilità penale.
Inoltre, il procedimento della loro valutazione si articola in due distinti momenti: il primo
diretto ad accertare il maggiore o minore livello di gravità e di precisione di ciascuno di essi,
isolatamente considerato, il secondo costituito dall'esame globale e unitario tendente a
dissolverne la relativa ambiguità.
E' stato, anche, precisato che il requisito della molteplicità, che consente una
valutazione di concordanza, e quello della gravità sono tra loro collegati e si completano a
vicenda, nel senso che, in presenza di indizi poco significativi, può assumere rilievo l'elevato
numero degli stessi, quando una sola possibile è la ricostruzione comune a tutti, mentre, in
presenza di indizi particolarmente gravi, può essere sufficiente un loro numero ridotto per il
raggiungimento della prova del fatto (tra le più recenti sul tema, Sez. 5, n. 16397 del
21/2/2014, P.G. in proc. Maggi e altri, Rv. 259552; Sez. 5, n. 4663 del 10/12/2013,
dep. 30/1/2014, Larotondo e altri, Rv. 258721).
102
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Il compito demandato al giudice di legittimità è, pertanto, quello di verificare l'esatta
applicazione dei criteri legali dettati dal citato art. 192, comma 2, c.p.p. e la corretta
applicazione delle regole della logica nell'interpretazione dei risultati probatori.
Ritiene il Collegio che i Giudici dell'appello abbiano fatto buon governo dei suddetti
criteri legali, offrendo un'interpretazione adeguata e plausibile delle prove indiziarie esaminate
capace di condurli, attraverso un vaglio dapprima analitico e poi globale, all'affermazione della
organicità dell'INCARBONE al sodalizio mafioso di Cosa nostra etnea come imprenditore colluso.
3.3.2.1.
Siffatto ruolo del ricorrente, subentrato nella gestione delle imprese di cui era
titolare il padre Domenico, deceduto nel 2000, e aggiudicatario di lavori che venivano affidati
agli "amici" della mafia catanese, emerge, secondo la logica ricostruzione della Corte di merito,
dalla valutazione complessiva delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia SIINO Angelo,
BARBAGALLO Ignazio e LA CAUSA Santo e dei risultati delle intercettazioni telefoniche e
ambientali.
Le fonti di accusa permettevano, in particolare, di accertare:
a)
che SIINO (v. sintesi dichiarazioni alle pagg. 111-112) aveva venduto a INCARBONE
Domenico l'azienda agricola di Sigonella, azienda che, nella forma della società cooperativa,
aveva annoverato tra i suoi soci - come risultava dalla ricostruzione fornita dai Carabinieri del
R.O.S. (p. 112) - esponenti di Cosa nostra palermitana (SIINO Angelo e GUCCIONE Leoluca),
Cosa nostra catanese (BONINELLI Carmelo, AIELLO Vincenzo, LA MASTRA Mario, i "GRACI") e
Cosa nostra ennese (LA ROCCA Filippo);
b)
che INCARBONE Mariano aveva accettato la nomina a Presidente della suddetta
Cooperativa, entrando, così, in diretto contatto con il "venditore" e socio SIINO e con altri soci,
tra i quali vi erano AIELLO Vincenzo e LA ROCCA Filippo (cugino del ricorrente);
c)
che le imprese di INCARBONE Mariano figuravano nella lista delle imprese "amiche"
da far lavorare e, in tale prospettiva, il suo referente era AIELLO Vincenzo, esponente apicale di
Cosa nostra etnea (dichiarazioni di LA CAUSA e BARBAGALLO pagg. 112-113);
d)
che INCARBONE si serviva delle sue amicizie mafiose (il riferimento è a SANTAPAOLA
nella conversazione fra gli imprenditori PULVIRENTI e GRUTTADAURIA del 10.5.2003: pag.
114) per risolvere i problemi legati alle sue imprese (v. anche la frase, pronunciata dal
GRUTTADAURIA nella precedente conversazione con PULVIRENTI del 27.3.2003, secondo cui il
ricorrente era uno che "mandava persone");
e)
che INCARBONE utilizzava il suo dipendente RINDONE Giuseppe (della ditta I.CO.B. di
INCARBONE), già condannato per associazione di stampo mafioso (militava nel gruppo di LA
ROCCA Francesco, uno dei capi della famiglia di Caltagirone) e coimputato, per i contatti con
AIELLO Vincenzo in modo di consentirgli di rimanere defilato (v., ad es. le telefonate,
richiamate a pag. 116, del 6.5, 9.6, 19.7, 13.9, 24.9, 16.11 e 21.11.2007, intercorse tra
l'imprenditore coimputato COSTANZO e RINDONE quali rispettivi emissari di AIELLO e
INCARBONE);
103
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
f)
che AIELLO faceva reale affidamento su ICARBONE quale imprenditore "amico"
(conv.ne
del 9.9.2007, in cui AIELLO si riferisce al ricorrente quale tramite per poter
"agganciare" DI BELLA, proprietario delle società Geo Wind 1 s.r.l. e Geo Wind 2 s.r.I., per
inserire l'organizzazione mafiosa nei lavori per la realizzazione del Parco Eolico di Capo Bianco;
conv.ne
del 25.5.2008, in cui AIELLO chiede a BARBAGALLO Giovanni di fargli incontrare tale
Pino SPAMPINATO a proposito di un centro commerciale dove avrebbe dovuto lavorare, quale
suo "socio", proprio INCARBONE:
"la struttura gliela faccio fare a INCARBONE e ci trasu fu e
INCARBONE":
pag. 118; telefonate del 24.9.2007, 16.11.2007, 21.11.2007, 16.4.2008,
20.4.2008, riportate a pag. 275 e ss. della sentenza di primo grado, da cui emerge il
riferimento costante a lavori nei quali era coinvolto l'imprenditore ricorrente e dei quali doveva
dar conto all'associazione; v. anche conv.ne
del 9.6.2007, nella quale AIELLO si lamenta con
BARBAGALLO perché INCARBONE non aveva ancora avviato la realizzazione di un parcheggio a
Catania dove il rappresentante di Cosa nostra etnea avrebbe dovuto partecipare con due
escavatori nuovi: pag. 117);
g)
che le imprese di INCARBONE erano in A.T.I. con quelle del coimputato MONACO
Sandro per la costruzione della "Outlet Sicilia Fashion Village", centro commerciale sito in
Agira;
h)
che INCARBONE aveva effettuato lavori per la nuove sede del MAAS dove avevano
già lavorato le imprese mafiose di BASILOTTA Vincenzo (con il quale aveva lavorato anche
presso una proprietà del politico LOMBARDO Raffaele) e la GEOTRANS degli ERCOLANO;
i)
che INCARBONE aveva effettuato diversi lavori a favore del Comune di Palagonia e
avrebbe dovuto partecipare a dei lavori per il centro commerciale LA TENUTELLA (conv.ne
del
7.2.2006 intercorsa tra i correi D'URSO e NASELLI a pag. 119).
La Corte di Appello ha giustamente attribuito primaria importanza alle conversazioni
intrattenute dai correi BARBAGALLO Giovanni e MONACO Sandro nella cella in cui erano
detenuti in regime di custodia cautelare, conversazioni che costituiscono, invero, una sorta di
insuperabile cartina al tornasole della bontà dell'impianto accusatorio (pagg. 120-121).
Parlando dell'INCARBONE, i due interlocutori, infatti, affermano:
- che l'imprenditore era "organico" all'associazione mafiosa (BARBAGALLO il 22.2.2010:
"E vanno a lasciare INCARBONE che è organico fuori...";
anche MONACO nella conv.ne
del
24.12.2010 definisce nella stessa maniera il ricorrente) ed era socio di AIELLO (BARBAGALLO il
9.1.2011:
"Invece quello che mi rattrista è INCARBONE, perché quello era socio...è diverso...lui
era socio";
sempre BARBAGALLO il 31.1.2011 spiega a MONACO che AIELLO assegnava i lavori
a INCARBONE perché aveva degli interessi in comune con lui; nella conv.ne
del 15.2.2011 è
MONACO a sostenere che
"a INCARBONE Io manda fuori il socio del sacco di merda...");
- che AIELLO, in relazione ai lavori progettati dalla SAFAB per la costruzione del villaggio
degli americani di cui si stava interessando il BARBAGALLO, aveva detto proprio a quest'ultimo
104
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
di comunicare alla SAFAB che in quei lavori sarebbe dovuto entrare INCARBONE, circostanza,
tra l'altro, confermata dallo stesso BARBAGALLO nel corso dei suoi interrogatori (pag. 121).
Coerente, è, dunque, la conclusione cui è pervenuta la Corte distrettuale nell'attribuire,
alla condotta dell'INCARBONE, un concreto contributo causale ai fini della conservazione, del
rafforzamento e, comunque, della realizzazione stessa del programma criminoso
dell'associazione mafiosa, che, per il tramite delle sue imprese, è stata capace di infiltrarsi in un
determinato settore (edilizia) del tessuto economico.
A fronte dell'adeguato argomentare della Corte di merito, le censure del ricorrente si
caratterizzano per una prospettazione eminentemente atomistica, che tende a esaminare le
singole fonti di prova, dichiarative e intercettative, senza operare un raccordo complessivo, per
lo più proponendo interpretazioni alternative del narrato e delle conversazioni ovvero
adducendo confutazioni travalicanti nel merito se non meramente assertive (come il rilievo
critico sulle affermazioni dell'organicità dell'INCARBONE riferite dal BARBAGALLO e MONACO in
carcere, stigmatizzate genericamente alla stregua di "commenti", disancorati dai fatti) ovvero
ancora, formulando rilievi non conformi al principio di autosufficienza del ricorso (ad esempio,
quanto alla censura di non genuinità mossa alle dichiarazioni del LA CAUSA per aver costui
appreso le notizie versate nel processo dall'ordinanza cautelare, che, tuttavia, non risulta
allegata dal ricorrente neppure per estratto con i passaggi d'interesse; altrettanto dicasi per le
conversazioni intercorse in carcere tra BARBAGALLO e MONACO, trattandosi di analoga critica).
Non appare fondata l'eccezione difensiva, secondo la quale la Corte etnea, valorizzando
le intercettazioni quali "elementi di riscontro" delle dichiarazioni dei collaboranti, avrebbe
ammesso l'autonoma insufficienza delle conversazioni captate.
Le intercettazioni, per come è dato evincere sia dal tenore letterale che dall'ordito
motivazionale della sentenza impugnata, sono state annoverate dai Giudici del gravame quali
fonti probatorie d'accusa alla stessa maniera delle dichiarazioni dei collaboranti, fungendo
anche, ma non solo, quali elementi di riscontro di queste ultime.
Per meglio dire, la Corte di Appello ha trattato gli elementi esaminati - come pure
sembra riconoscere, in un successivo passaggio del ricorso, la difesa - alla stregua di indizi, la
valutazione dei quali è stata correttamente sottoposta ai canoni ermeneutici fissati dall'art.
192, comma 2, c.p.p..
Giova ricordare che, in tema di associazione per delinquere di stampo mafioso, gli indizi
raccolti nel corso di conversazioni telefoniche intercettate, a cui non abbia partecipato
l'imputato, possono costituire fonte diretta di prova, soggetta al generale criterio valutativo del
libero convincimento razionalmente motivato (art. 192, comma 1, c.p.p.), senza necessità,
quindi, di reperire riscontri esterni, a condizione che gli indizi siano gravi, precisi e concordanti
(Sez. 5, n. 4572 del 17/7/2015, dep. 3/2/2016, Ambroggio, Rv. 265747; Sez. 1, n. 37588 del
18/6/2014, Amaniera e altri, Rv. 260842; v. anche Sez. 1, n. 40006 dell' 11/4/2013, Vetro, Rv.
257398: fattispecie in cui la Corte ha fatto riferimento alla esigenza che: a) il contenuto della
105
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
conversazione sia chiaro; b) non vi sia dubbio che gli interlocutori si riferiscano all'imputato; c)
per il ruolo ricoperto dagli interlocutori nell'ambito dell'associazione di cui fanno parte, non vi
sia motivo per ritenere che parlino non seriamente degli affari illeciti trattati; d) non vi sia
alcuna ragione per ritenere che un interlocutore riferisca il falso all'altro).
E', pertanto, errato in diritto l'assunto difensivo secondo cui, sol perché intercorse tra
terzi, tutte le conversazioni valutate a carico dell'INCARBONE avrebbero determinato la "non
certezza" dei dati probatori emergenti. Tra l'altro, la decisione di questa Corte addotta a
sostegno della suddetta tesi (Sez. 1, n. 15626 dell'1.4.2010, Migliore, n.m.: il numero 1006
indicato in ricorso corrispondente a quello sezionale) è ben lontana dall'affermare un simile
principio, atteso che, nell'annullare l'ordinanza del Giudice del riesame, confermativa di un
provvedimento cautelare emesso per il reato di cui all'art. 416-bis c.p., essa si è limitata a
stigmatizzare che la dichiarazione accusatoria a carico dell'indagato utilizzata nella specie, oltre
ad essere
de relato,
costituisse l'unico elemento indiziario apprezzato e, ciò nonostante, non
fosse stata sottoposta ad adeguato vaglio di veridicità sul piano motivazionale.
In relazione, poi, all'asserita incongrua interpretazione del contenuto delle conversazioni
trascritte, le deduzioni svolte sul punto dal ricorrente non possono trovare accoglimento, ove si
consideri che la giurisprudenza di questa Corte di legittimità è assolutamente univoca
nell'affermare che, in materia di intercettazioni telefoniche, l'interpretazione del linguaggio e
del contenuto delle conversazioni costituisce questione di fatto, rimessa alla valutazione del
giudice di merito, che si sottrae al sindacato di legittimità se motivata, come nel caso in esame,
in conformità ai criteri della logica e delle massime di esperienza (Sez. 6, n. 11794 del
11/02/2013, Melfi, cit.).
Infine, è infondato l'addebito mosso alla Corte territoriale per non aver adeguatamente
valorizzato, quale elemento a discarico, in quanto contrastante con l'assunto accusatorio, il
giudizio censorio nei confronti dell'INCARBONE espresso dai locutori nel corso di alcune
conversazioni intercettate (il 6.5.2007 tra AIELLO, COSTANZO e OLIVA; il 9.6.2007 tra
BARBAGALLO e AIELL0): sul punto, i Giudici dell'appello hanno plausibilmente osservato che il
contrasto tra sodali, oltre a rientrare nella normalità delle cose (come dimostrava, tra gli altri, il
grave contrasto insorto tra AIELLO e SANTAPAOLA Angelo, culminato nell'omicidio di
quest'ultimo), dimostrava, al contrario, che l'INCARBONE non era ritenuto dagli affiliati un
interlocutore qualsiasi, ma un imprenditore vicino al clan da dirigere e gestire, sicché il suo
comportamento non conforme alle aspettative del gruppo veniva considerato in modo negativo.
Sulla valenza sostanzialmente "neutra" delle dichiarazioni di MIRABILE Giuseppe si è già
detto.
3.3.3.
Aspecifica per difetto di correlazione con la
ratio decidendi
del provvedimento
impugnato è la censura con cui ci si duole che la Corte di merito avrebbe omesso qualsiasi
considerazione di pertinenza dei beni sottoposti a confisca rispetto al reato associativo mafioso.
106
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Alle pagg. 312-313, ribadendo, peraltro, quanto già affermato nel ritenere la
responsabilità dell'INCARBONE per il reato di cui all'art. 416-bis c.p., la Corte etnea ha di nuovo
evidenziato il rapporto sinallagmatico intercorrente tra l'imprenditore con le sue aziende e il
gruppo criminale, da cui era conseguenziale ritenere che tutte le imprese esercitate dal
ricorrente fossero servite o, comunque, anche destinate a commettere il reato nella
strutturazione indicata; inoltre, la stessa disponibilità delle imprese nella consistenza raggiunta
e dei beni di esse non poteva che costituire il frutto dell'attività delittuosa svolta.
Trattasi di argomentazioni adeguate a giustificare la conferma della confisca ex art. 416-
bis, comma 7, c.p. dei beni indicati in sentenza (è stata revocata la confisca dell'impresa
individuale INCARBONE Mariano Cono e della società TRE ELLE Costruzioni).
3.4.
LO VOTRICO Graziano Massimiliano.
3.4.1.
Nel ricorso, sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio di
motivazione, si rimprovera alla Corte di Appello di non aver individuato il contributo causale
fornito dall'imputato alla realizzazione del reato associativo contestato, non potendosi
considerare provato il ruolo di intermediario che il LO VOTRICO avrebbe svolto durante il
periodo di detenzione dello zio MARSIGLIONE Francesco perché questi potesse comunicare con
l'esterno.
Nel caso in esame non era emersa una sistematica disponibilità dell'imputato ad
adoperarsi nell'interesse del gruppo, ma una figura di secondo piano attivantesi nell'ambito
delle iniziative commerciali dello zio, di cui poteva considerarsi, di fatto, quasi un segretario.
La Corte di merito non aveva percorso alcuna delle ipotesi offerte in sede di appello,
essendosi limitata a ribadire in modo acritico i dati già esposti.
3.4.2.
Il ricorso è infondato.
Vale la pena, preliminarmente e in modo sintetico, ricordare gli elementi che distinguono
la fattispecie di reato di cui all'art. 416-bis c.p. dal concorso esterno nel reato medesimo e dal
reato di favoreggiamento, elementi distintivi che il ricorrente ha descritto nell'atto
d'impugnazione allo scopo di escludere la sussistenza di tutte e tre le fattispecie (anche se, in
sede di appello, aveva chiesto, in via subordinata, la derubricazione del reato associativo
mafioso in quello di favoreggiamento personale).
Questa Corte ha costantemente affermato che la partecipazione ad associazione
mafiosa ed il concorso esterno costituiscono fenomeni completamente alternativi fra loro, in
quanto la condotta associativa implica la conclusione di un "pactum sceleris" fra il singolo e
l'organizzazione criminale, in forza del quale il primo rimane stabilmente a disposizione della
seconda per il perseguimento dello scopo sociale, con la volontà di appartenere al gruppo, e
l'organizzazione lo riconosce ed include nella propria struttura, anche "per facta concludentia" e
senza necessità di manifestazioni formali o rituali (Sez. 6, n. 16958 dell'8/1/2014, Costantino,
Rv. 261475), mentre il concorrente esterno è estraneo al vincolo associativo, pur fornendo un
contributo, specifico, consapevole e volontario, causalmente orientato alla conservazione o al
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
rafforzamento delle capacità operative dell'associazione, ovvero di un suo particolare settore di
attività o articolazione territoriale (nel caso di associazioni operanti su larga scala come "Cosa
nostra"), e diretto alla realizzazione, anche parziale, del programma criminoso della medesima
(Sez. 6, n. 33885 del 18/6/2014, Marcello, Rv. 260178;
Massime precedenti Conformi:
N. 542
del 2008 Rv. 238242, N. 29458 del 2009 Rv. 244471, N. 47081 del 2013 Rv. 258028, N. 8674
del 2014 Rv. 258807;
Massime precedenti Conformi Sezioni Unite:
N. 33748 del 2005 Rv.
231671).
Quanto ai tratti differenziali delle fattispecie delittuose di partecipazione ad associazione
mafiosa e favoreggiamento, è stato evidenziato che, nel primo, il soggetto interagisce
organicamente e sistematicamente con gli associati, quale elemento della struttura
organizzativa del sodalizio criminoso, anche al fine di depistare le indagini di polizia volte a
reprimere l'attività dell'associazione o a perseguirne i partecipi, mentre, nel secondo, egli aiuta
in maniera episodica un associato, resosi autore di reati rientranti o meno nell'attività prevista
dal vincolo associativo, ad eludere le investigazioni della polizia o a sottrarsi alle ricerche di
questa (tra le altre, Sez. 1, n. 33243 del 7/5/2013, Borrelli e altro, Rv. 256987).
3.4.2.1.
Ciò premesso, ritiene il Collegio che la Corte di Appello sia pervenuta ad
affermare la responsabilità del LO VOTRICO con argomentare esaustivo ed immune da vizi
logici, sulla base della corretta valorizzazione del materiale intercettativo esaminato.
Invero, dal suddetto materiale i Giudici catanesi hanno coerentemente desunto il ruolo,
stabilmente svolto dal ricorrente sia prima che durante il periodo di detenzione dello zio
MARSIGLIONE Francesco, consistente nel favorire e mantenere i contatti tra il familiare e gli
altri appartenenti al clan mafioso (conv.ni
richiamate a pag. 125, finalizzate a prendere
appuntamento con MAUGERI Raimondo e AIASECCA Salvatore, già condannati per associazione
mafiosa, e con altri soggetti di analogo spessore criminale, come MIRABILE Alfio, ERCOLANO
Mario e CATANIA Alfio), nonché nell'occuparsi degli interessi imprenditoriali dell'organizzazione
a proposito della vicenda relativa al centro commerciale LA TENUTELLA (v. intercettazione del
colloquio in carcere del 31.10.2005, in cui MARSIGLIONE apprende dal fratello che il LO
VOTRICO sta gestendo la rilevante somma di 300.000,00 euro proveniente da transazioni
afferenti a quel centro commerciale; v. conv.ni
richiamate a pag. 127, da cui emerge l'incarico
del LO VOTRICO di tenere rapporti , in rappresentanza dello zio, con RAGUSA Rosario, NASELLI
Felice e SANTAGATI Agatino, sempre in relazione a questioni concernenti LA TENUTELLA).
Corretta, inoltre, è l'inferenza della consapevolezza del contesto illecito e mafioso in cui
il ricorrente operava, sia dal ricorso a nomi in codice per dissimulare la caratura criminale
qualificata dei personaggi con cui il MARSIGLIONE, tramite il LO VOTRICO, avrebbe dovuto
incontrarsi o comunicare (MAUGERI era indicato come il "cugino" o
l'
"ingegnere": pag. 125),
sia dall'avvertimento, proveniente dallo zio detenuto, di "stare attento" perché gli investigatori
stavano collocando microspie dappertutto (colloquio in carcere del 31.10.2005 di MARSIGLIONE
Francesco con la moglie e il figlio: pag. 126), sia, infine, dal tenore dei commenti scaturiti dalla
108
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
conversazione intercorsa il 22.6.2005 tra LO VOTRICO e lo zio MARSIGLIONE Riccardo (fratello
di Francesco) a proposito dell'arresto di MAUGERI Raimondo e della leggerezza dei sodali che
avevano consentito l'arresto parlando telefonicamente e dandosi appuntamento sempre negli
stessi posti (pag. 128).
Le caratteristiche di stabilità e continuità del consapevole contributo causale fornito dal
ricorrente all'organizzazione nei termini sopra riportati giustificano, sul piano logico-giuridico, la
conclusione cui è addivenuta la Corte di Appello nel senso di ritenere integrata, da parte del LO
VOTRICO, la fattispecie di reato ascrittagli e, conseguentemente, ad escludere, in quanto
incompatibili e ontologicamente diverse, le diverse fattispecie di concorso esterno in
associazione mafiosa e favoreggiamento.
La motivazione della Corte territoriale resiste, pertanto, alle censure dedotte dalla difesa
del ricorrente, che si risolvono, per lo più, in tentativi di una rilettura nel merito delle evidenze
probatorie ovvero in rilievi meramente confutatori.
3.5.
MARSIGLIONE Francesco.
3.5.1.
E' infondato il primo motivo di ricorso, con cui si deduce, sotto il duplice profilo
della violazione di legge e del vizio di motivazione, l'insussistenza del reato associativo mafioso
sub Al.
Assume la difesa che le due precedenti condanne per lo stesso titolo di reato dovevano
ritenersi, di per sé, ininfluenti, non potendo una nuova condanna prescindere da un puntuale
accertamento giudiziario circa l'effettiva partecipazione dell'imputato alla compagine
associativa.
La sentenza impugnata era incorsa nella violazione degli artt. 192 c.p.p. e 416-bis c.p.
perché le intercettazioni eseguite avevano fatto emergere fatti del tutto inconducenti ai fini
della dimostrazione di un'effettiva partecipazione dell'imputato ad un'associazione mafiosa,
mentre i collaboratori di giustizia escussi avevano reso dichiarazioni favorevoli al
MARSIGLIONE.
I rilievi sono infondati.
Occorre rammentare, sul tema agitato dalla difesa del ricorrente, che la valutazione
della prova della continuità dell'adesione all'associazione mafiosa di un soggetto già condannato
per lo stesso reato può essere tratta da elementi di fatto che, di per sé, potrebbero anche non
essere sufficienti a fondare un'accusa "originaria" di partecipazione (cfr. Sez. 2, n. 43094 del
26/6/2013, P.C., Floccari e altri, Rv. 257427; Sez. 2, n. 6819 del 31/1/2013, Fusco e altri, Rv.
251364 sulla rilevanza di un contributo anche soltanto morale dell'associato, successivamente
alla condanna, alle attività del gruppo criminale di appartenenza); mentre è pacifico che la
rinnovata adesione al sodalizio sia compatibile con lo stato di detenzione del soggetto (vedi
Sez. 1, n. 38486 del 19/5/2011, Rinzivillo, Rv. 251364).
Orbene, la Corte di Appello ha correttamente fondato il proprio convincimento circa la
permanenza dell'adesione da parte del MARSIGLIONE all'associazione mafiosa investigata,
109
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
anche successivamente all'aprile 2007
(tempus commissi delicti
secondo le precedenti
condanne), valorizzando in modo logico soprattutto gli elementi di cui si dirà in seguito a
proposito del ricorrente MARSIGLIONE Girolamo Gabriele (figlio di Francesco), da ritenersi
assorbenti rispetto a quelli, ulteriori, desunti dalla Corte di Appello dall'episodio di estorsione di
cui al capo D12 - commesso nel 2003 e, quindi, ricadente nell'ambito temporale di operatività
dell'associazione oggetto di condanna irrevocabile - nonché dai primi due episodi di intestazione
fittizia delle quote de LA TENUTELLA (risalenti al 2002 e al 2003) sub capo Fl (dal quale,
peraltro, il ricorrente è stato assolto in appello).
Gli elementi apprezzati dalla Corte di merito consegnano la fisionomia di un esponente
mafioso di non secondario rilievo, il quale, nonostante lo stato di detenzione, continua a
preoccuparsi della corretta distribuzione degli aiuti economici ai sodali da parte del cassiere del
clan ARCIDIACONO (colloquio con il fratello Riccardo del 13.2.2008 e con il figlio Girolamo
Gabriele del 29.1.2008: pag. 131) e a impartire direttive al figlio coimputato per la gestione
dell'affare del parco commerciale LA TENUTELLA, oggetto d'interesse da parte degli ERCOLANO
(pag. 135); giustamente significative, in tale ottica, sono state considerate dalla Corte etnea le
ripetute visite fatte dal MARSIGLIONE all'ARCIDIACONO non appena tornato in libertà
(videoregistrazioni del 17.12, 21.12 e 24.12.2008: pag. 131).
Le censure dedotte in ricorso o tendono a una rilettura delle conversazioni intercettate o
contestano, in modo aspecifico, la pretesa inesistenza di elementi di riscontro.
A questo riguardo, è necessario ricordare che le dichiarazioni auto ed etero accusatorie
registrate nel corso di attività di intercettazione regolarmente autorizzata - come nella specie -
hanno piena valenza probatoria e, pur dovendo essere attentamente interpretate e valutate,
non necessitano degli elementi di corroborazione previsti dall'art. 192, comma 3, c.p.p. (Sez.
U, n. 22471 del 26/2/2015, Sebbar, Rv. 263714).
Anche con riferimento alla eccezione, ancorché generica, sollevata con riguardo alle
dichiarazioni accusatorie del collaborante LA CAUSA, vertenti sull'interesse per conto della
cosca del MARSIGLIONE nell'affare della TENUTELLA, la sentenza ha puntualmente fornito nelle
già menzionate conversazioni del ricorrente con il figlio Girolamo Gabriele in data 15.6.2007 e
22.6.2007 (pag. 135) gli elementi di riscontro prescritti.
3.5.2.
Non è fondata la censura con cui si deduce, in relazione al capo D12, la
violazione dell'art. 649 c.p.p. con riferimento alla sentenza n. 24/2009 della Corte di Assise di
Appello di Catania (proc. "Dionisio").
Secondo la difesa del ricorrente, la Corte distrettuale non aveva spiegato per quale
ragione la condotta estorsiva contestata sub capo D12 fosse da considerarsi distinta rispetto a
quella da cui il MARSIGLIONE era stato prosciolto nel procedimento "Dionisio", avente ad
oggetto una tentata estorsione in danno della medesima persona offesa GALEAZZI Alberto.
Il motivo, per come formulato, pecca sotto il profilo dell'autosufficienza, in quanto il
ricorrente ha omesso di allegare copia della imputazione di cui alla indicata sentenza n.
110
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
24/2009 della Corte di Assise di Appello di Catania, impedendo, così, a questa Corte, di poter
effettuare il dovuto raffronto con l'imputazione oggetto della decisione impugnata.
Inoltre, il ricorrente non si misura con la motivazione, seppure scarna, offerta dai Giudici
dell'appello, che, nel respingere l'eccezione, hanno evidenziato la diversità di tempo e di luogo
della condotta giudicanda rispetto a quella giudicata.
Infine, è il ricorrente stesso a precisare che la precedente assoluzione aveva riguardo a
un'ipotesi tentata di estorsione (sempre in danno del GALEAZZI), mentre il capo D12 attiene a
un'ipotesi di estorsione consumata, circostanza che appare decisiva al fine di escludere
l'identità dei fatti e la violazione del divieto del
bis in idem.
Sviluppate sul piano del merito e, pertanto, inammissibili in questa sede, le censure
tendenti a confutare la valenza probatoria delle dichiarazioni rese dai testimoni GALEAZZI,
MICELI, FERRARI e ORLANDO sull'episodio della minaccia rivolta, a fini estorsivi, dal
MARSIGLIONE (con ERCOLANO Mario e una terza persona rimasta non identificata) nei
confronti di GALEAZZI Alberto, legale rappresentante della IRA COSTRUZIONI GENERALI s.r.I.,
per indurlo a ritirarsi (come poi fece) dal partecipare all'affare per la costruzione del parco
commerciale LA TENUTELLA.
D'altro canto, l'assunto della difesa appare smentito dallo stesso interessato, il quale
risulta aver ammesso di essersi recato presso gli uffici dell'IRA, peraltro definendo l'incontro
con il GALEAZZI "di natura conviviale, negando di aver minacciato" (pag. 219).
Di contro, la Corte di Appello ha coerentemente contestualizzato l'episodio
de quo
valorizzando i contatti intercorsi tra gli esponenti mafiosi MIRABILE Alfio, ERCOLANO Mario e
MARSIGLIONE Francesco (5.6.2003 nei pressi degli uffici dell'IRA), tra il MIRABILE e il
GALEAZZI (imprenditore vicino al MIRABILE, antagonista dell'ERCOLANO nell'affare della
TENUTELLA) e tra il MIRABILE e LA ROCCA Francesco (conv.ne
del 12.6.2003 in cui il primo
riferiva la secondo che l'affare della TENUTELLA stava andando in porto a favore degli
ERCOLANO), in una con la contiguità temporale della delibera del Consiglio di Amministrazione
della IRA COSTRUZIONI GENERALI (12.6.2003), con la quale la società decise di ritirarsi
dall'affare.
3.5.3.
Manifestamente infondato è il motivo con cui ci si duole dell'applicazione della
circostanza aggravante di cui all'art. 7 L. n. 203/91 in relazione al reato sub capo D12.
Risulta chiaramente da pag. 341 della sentenza impugnata che il G.U.P. aveva omesso
di applicare detta circostanza e che la Corte territoriale, preso atto del mancato appello del P.M.
sul punto, altro non poteva fare che constatare l'irrevocabilità della suddetta "omissione".
Al ricorrente è stata, pertanto, applicata, in relazione al reato di cui al capo D12,
esclusivamente la circostanza aggravante prevista dal comma 2 dell'art. 629 c.p..
3.5.4.
E' infondato il quarto ed ultimo motivo di ricorso, con il quale si deduce la
violazione dell'art. 12-sexies L. n. 356/92 e dell'art. 603 c.p.p. in relazione alla richiesta
rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale.
111
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Deve ribadirsi quanto già affermato nel superiore paragrafo
1.1.1.
sulla medesima
questione: vale a dire, che, secondo la costante lezione di questa Corte, nel processo celebrato
con la forma del rito abbreviato il Giudice di appello ha facoltà di disporre d'ufficio i mezzi di
prova ritenuti assolutamente necessari per l'accertamento dei fatti che formano oggetto della
decisione, secondo il disposto dell'art. 603, comma 3, c.p.p.; e che, in tale fase, non può
configurarsi alcun potere di assunzione delle prove ad iniziativa delle parti, alle quali compete
semplicemente la possibilità di sollecitare l'esercizio dei poteri suppletivi di iniziativa probatoria
che spettano al Giudice di secondo grado, la cui valutazione discrezionale circa la necessità
della prova non è censurabile in sede di legittimità, se congruamente motivata (v. Sez. U, n.
930 del 13/12/1995 - dep. 29/1/1996, Clarke, Rv. 203427 e le altre decisioni più sopra citate).
Nel caso in esame, la risposta negativa della Corte di merito alla richiesta di disporre
nuova perizia contabile, avanzata dalla difesa del MARSIGLIONE nell'atto di appello, ancorché
non esplicitamente fornita, può agevolmente ricavarsi, per implicito, dalle diffuse e non
illogiche argomentazioni svolte a sostegno dell'operato del perito dott. BONOMO e a
confutazione dei rilievi difensivi (pagg. 313-322), che, pertanto, non sono censurabili nella
presente sede.
Va, peraltro, debitamente sottolineato che le società (Nuova Officina Ortopedica di
MONTALTO Emanuela & C. s.a.s.; GAREV di LENTINI Davide Francesco & C. s.a.s.; SA
SOCCORSO AUTO s.r.I.), le ditte individuali (DA.MAR. CAR PARK & WASH di MARSIGLIONE
Girolamo Danilo; R.M. SERVICE di MAMMANA Roberto), gli immobili (fabbricati siti in Pedara e
in Tremestieri Etneo) e i veicoli (ad eccezione di uno) sottoposti a confisca ex art. 12-sexies L.
n. 356/92 risultano tutti intestati fittiziamente a terzi, sicché il ricorrente sarebbe, in ogni caso,
carente di legittimazione ad impugnare per difetto d'interesse nei termini già chiariti in sede di
anticipata trattazione dei temi comuni (sub paragrafo
1.6.).
Inoltre, non va trascurato che le imprese in forma individuale e societaria poc'anzi
indicate sono state confiscate dai Giudici di merito anche ai sensi dell'art. 416-bis, comma 7,
c.p., in quanto ritenute il prezzo, il prodotto, il profitto del reato o cose che ne hanno costituito
l'impiego.
Sul punto, non risultano dedotte censure.
3.6.
MARSIGLIONE Girolamo Gabriele.
Il difensore del ricorrente contesta la derubricazione, operata all'esito del giudizio di
appello, del reato associativo mafioso ex art. 416-bis c.p. in quello di concorso esterno nel
suddetto reato, rimproverando alla Corte catanese di non aver correttamente applicato i criteri
di cui all'art. 192 c.p.p. con particolare riferimento alle intercettazioni dei colloqui intrattenuti
dal ricorrente in carcere con il padre detenuto MARSIGLIONE Francesco.
Al più, assume la difesa, la condotta dell'imputato avrebbe potuto integrare il reato di
favoreggiamento personale.
Il ricorso è infondato.
112
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Richiamati i criteri, più sopra ricordati nell'esame della posizione del LO VOTRICO, atti a
distinguere le fattispecie delittuose di cui agli artt. 416-bis, 110-416-bis e 378 c.p., ritiene il
Collegio che i Giudici dell'appello abbiano fatto buon governo dei parametri ermeneutici fissati
dall'art. 192 c.p.p. nell'esame delle intercettazioni acquisite.
Si fa riferimento, in particolare:
-
alle conversazioni del 15.6.2007 e del 22.6.2007, concernenti l'affare del centro
commerciale LA TENUTELLA, oggetto degli appetiti mafiosi, nel corso delle quali MARSIGLIONE
Francesco impartiva mirate direttive al figlio nella individuazione dei sodali con cui parlare del
suddetto affare (evitando ARCIDIACONO Francesco e privilegiando NASELLI Felice);
-
al colloquio intervenuto il 23.1.2008, finalizzato a ottenere la restituzione della somma
di dieci milioni di vecchie lire da BATTAGLIA Santo;
-
ai colloqui intrattenuti il 29.1, il 13.2, il 18.3, il 21.3 e il 21.5.2008, tutti incentrati
sugli stipendi che il correo ARCIDIACONO doveva consegnare ai detenuti e sulle cattive
condizioni economiche del BATTAGLIA.
Alla stregua del significativo tenore delle menzionate conversazioni e degli argomenti
trattati, esulanti dal circoscritto rapporto padre-figlio ed involgenti tematiche e dinamiche
associative, deve stimarsi coerente l'approdo cui è pervenuta la Corte territoriale nel ravvisare,
nella condotta del MARSIGLIONE Girolamo Gabriele, i tratti distintivi del concorso esterno in
associazione mafiosa: ed invero, grazie al ruolo assunto dal figlio durante tutta la detenzione
del padre, quest'ultimo, superando le contingenti difficoltà logistiche, aveva potuto mantenere i
contatti con gli altri sodali ed essere costantemente informato delle novità su vicende
interessanti l'associazione nel suo complesso (vedi LA TENUTELLA), non singoli partecipi.
La motivazione della sentenza impugnata resiste, pertanto, alle censure dedotte in
ricorso, che, in parte, reiterano rilievi già mossi in sede di gravame di merito, adeguatamente
confutati, e, per altro verso, si risolvono nel tentativo di contrapporre, alla interpretazione dei
Giudici, una propria inammissibile rilettura del materiale intercettativo acquisito.
3.7.
I ricorrenti BARBAGALLO, ILARDI, INCARBONE, LO VOTRICO, MARSIGLIONE
Francesco e MARSIGLIONE Girolamo Gabriele vanno, quindi, condannati al pagamento delle
spese processuali.
4.
Segue la trattazione dei ricorsi proposti nell'interesse di AIELLO Alfio Maria,
CAMMARATA Bernardo, CANIGLIA Rocco, CASTRO Alfio, COSTANZO Franco, FIAMMETTA
Alfonso e STIRO Alfio, che vanno accolti solo in parte e rigettati nel resto.
4.1.
AIELLO Alfio Maria.
a
IVIO
4.1.1.
Il ricorso va accolto limitatamente all'aumento di pena di un anno, cQ.in.to
dalla Corte territoriale a titolo di continuazione col reato di cui all'art. 416-bis c.p., giudicato
con sentenza resa ex art. 444 c.p.p. dal G.I.P. del Tribunale di Catania in data 12.1.2001
(esecutiva il 13.2.2001).
113
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Il reato associativo oggetto della menzionata decisione di patteggiamento è stato,
infatti, dichiarato estinto, ai sensi dell'art. 445 c.p.p., in forza di ordinanza emessa dal Giudice
dell'esecuzione competente in data 15.4.2006 (v. aliti ai ricorsi).
Di tale estinzione la Corte di Appello non ha tenuto conto, procedendo erroneamente
all'aumento di pena ex art. 81 c.p. nei termini prima indicati.
Occorre ricordare che, ai fini dell'operatività dell'effetto estintivo previsto dall'art. 445,
u.c., c.p.p., per verificare se ricorra il presupposto del rispetto del limite di due anni relativo
alla pena patteggiata e che va soggetta ad estinzione, è necessario, in caso di determinazione
della pena in aumento ex art. 81 c.p., avere riguardo soltanto alla quantità di pena patteggiata
e non anche alla pena complessivamente risultante dall'applicazione dell'istituto della
continuazione (Sez. 5, n. 3097 del 26/11/2009, P.M. in proc. Melluso e altro, Rv. 246146).
La pena da sottrarre - operazione cui può procedere direttamente questa Corte ai sensi
dell'art. 620, lett. I), c.p.p. - coincide, quindi, con un anno di reclusione, che rappresenta la
misura dell'aumento finale, già ridotto per il rito, operato dalla Corte distrettuale sulla pena
complessiva di otto anni e otto mesi di reclusione applicata per il reato-base (art. 416-bis,
comma 4, c.p.), con gli aumenti dipesi dalla considerazione dell'aggravante di cui al comma 6
dell'art. 416-bis c.p. e dei reati-satellite sub capi F2 e F4 (pag. 342).
A seguito dell'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata in parte qua,
la pena
finale da applicare nei confronti dell'AIELLO resta, dunque, fissata in otto anni e otto mesi di
reclusione.
4.1.2.
Nel resto, i due sostanzialmente sovrapponibili ricorsi proposti nell'interesse
dell'AIELLO vanno rigettati in quanto infondati.
4.1.2.1.
Sono, in primo luogo, destituiti di fondamento i motivi (il primo del primo e il
quinto del secondo ricorso) con i quali si contesta, sotto il duplice profilo della violazione di
legge (artt. 416-bis c.p. e 192 c.p.p.) e del vizio di motivazione, la sussistenza del reato
associativo di cui al capo Al.
Non coglie nel segno il rilievo centrale della prospettazione difensiva, secondo cui la
Corte di Appello avrebbe violato la regola della cd. convergenza del molteplice, non compiendo
il doveroso vaglio delle dichiarazioni dei collaboranti, ma limitandosi a parafrasarne il narrato.
Questa Corte ha, costantemente, affermato che, in tema di valutazione della chiamata in
correità secondo le regole dettate dall'art. 192, comma 3, c.p.p., ben possono costituire
riscontro alla chiamata medesima le plurime dichiarazioni accusatorie, le quali, per poter essere
reciprocamente confermative, devono mostrarsi convergenti in ordine al fatto materiale oggetto
della narrazione, indipendenti (nel senso che non devono derivare da pregresse intese
fraudolente, da suggestioni o condizionamenti che potrebbero inficiare il valore della
concordanza) e specifiche.
Tale ultimo requisito va inteso nel senso che la cd. convergenza del molteplice deve
essere sufficientemente individualizzante, ossia che le varie dichiarazioni, pur non
114
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
necessariamente sovrapponibili, devono confluire su fatti che riguardano direttamente sia la
persona dell'incolpato, sia le imputazioni a lui attribuite, fermo restando che non può
pretendersi una completa sovrapponibilità degli elementi d'accusa forniti dai dichiaranti, ma
deve privilegiarsi l'aspetto sostanziale della loro concordanza sul nucleo centrale e significativo
della questione fattuale da decidere (tra le altre: Sez. 3, n. 44882 del 18/7/2014, Cariolo e
altri, Rv. 260607; Sez. U, n. 20804 del 29/11/2012, dep. 14/5/2013, Aquilina e altri, Rv.
255143; Sez. 2, n. 13473 del 4/3/2008, Lucchese e altro, Rv. 239744; Sez. 2, n. 7437 del
30/4/1999, P.M. in proc. Cataldo, Rv. 213845).
E' stato, inoltre, precisato, con riferimento a propalazioni aventi ad oggetto fatti remoti
nel tempo, che il criterio selettivo tra dettagli secondari della narrazione, suscettibili di
fisiologiche discrasie e incertezze, ed il nucleo essenziale della chiamata deve essere modulato,
non in termini astratti dal contesto delle rappresentazioni, ma in funzione del rilievo che
l'evento, la condotta o la circostanza assumono intrinsecamente nell'ambito della propalazione
alla stregua del rilievo loro assegnato dal dichiarante nell'economia del racconto, senza che i
profili essenziali del narrato così individuati possano essere ulteriormente scomposti (Sez. 1, n.
34102 del 14/7/2015, Barraco e altro, Rv. 264368).
Di tali principi la Corte di Appello di Catania ha fatto adeguata applicazione, pervenendo,
in esito al complessivo vaglio del materiale probatorio esaminato, a definire correttamente
AIELLO Alfio quale "emissario fedele" del fratello Vincenzo, rappresentante provinciale di Cosa
nostra etnea, di cui fungeva da tramite nella gestione di affari e nei contatti con gli altri
associati (sia quando l'altro era in carcere, sia quando venne scarcerato), nonché quale
"collettore" del denaro da destinare sempre al Vincenzo.
Secondo la logica ricostruzione della Corte di merito, convergono a sostegno dell'ipotesi
accusatoria le dichiarazioni di taluni collaboratori di giustizia, il contenuto di intercettazioni
(telefoniche e ambientali), servizi di videoriprese, documenti e accertamenti di Polizia
giudiziaria.
Dalle suddette fonti è, in particolare, emerso che AIELLO Alfio:
a) era titolare di un'azienda ortofrutticola, cui erano cointeressati, quali soci occulti, il
fratello Vincenzo, SANTAPAOLA Benedetto e GALEA Eugenio, con i quali venivano ripartiti i
guadagni; i locali dell'azienda, inoltre, quanto meno fino all'arresto di AIELLO Vincenzo,
venivano utilizzati da quest'ultimo per incontrarsi con gli altri sodali (dichiarazioni dei
collaboranti DI FAZIO Umberto e LA CAUSA Santo alle pagg. 18-19; videoriprese che
documentano: il 5.3.2007, all'interno del piazzale della PRIMEFRUT, un incontro tra AIELLO
Alfio, AIELLO Vincenzo, BERGAMO Nino e CARUSO Francesco; il 16.4.2007, un incontro tra
AIELLO Alfio, AIELLO Vincenzo e BERGAMO Nino, chiamato da Alfio, sempre presso i locali della
PRIMEFRUT; nello stesso giorno, AIELLO Alfio, dopo aver ricevuto la visita dell'imputato in
procedimento connesso PESCE Franco, convocava il fratello
in loco
e questi, di lì a poco,
sopraggiungeva intrattenendosi a parlare con il PESCE);
115
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
b)
aveva interpretato, quale intermediario del fratello, il ruolo di referente catanese per
FALSONE Giuseppe, rappresentante della famiglia mafiosa agrigentina, per risolvere alcune
"necessità" in relazione al settore della grande distribuzione alimentare (dichiarazioni dei
collaboranti PULIZZI Gaspare, uomo di fiducia del mafioso palermitano LO PICCOLO Salvatore,
e SARDINO Giuseppe, appartenente alla famiglia mafiosa agrigentina, vicino al FALSONE di cui
aveva seguito la latitanza; contenuto di due "pizzini" sequestrati dopo l'arresto di PROVENZANO
Bernardo, avvenuto 1'11.4.2006: nel primo, datato 8.5.2004, FALSONE chiede a PROVENZANO
di indicargli un referente catanese per le "necessità da risolvere" in relazione al settore della
grande distribuzione alimentare; nel secondo, datato, 28.7.2004, FALSONE comunica a
PROVENZANO "la riuscita del contatto con un referente mafioso catanese e che una ditta di
fuori sempre di supermercati che vuole aprire punti vendita si è venuta a mettere nelle nostre
mani", ditta poi individuata, in base a un successivo "pizzino" dell'11.11.2004, nell'EUROSPIN;
tra il primo e il secondo "pizzino", vengono registrati incontri di AIELLO Alfio con soggetti
reputati vicini al FALSONE: così, il 31.5.2004 il primo incontra, presso l'area di servizio "Gelso
bianco" LAURIA Giovanni, detto "il professore", arrestato nel 2006 proprio per aver favorito la
latitanza del FALSONE, e MARRALI Calogero; il successivo 7.6.2004 AIELLO Alfio si reca a Naro,
presso il magazzino di COTTITTO Gioacchino Francesco, socio di FALSONE; infine, il 7.7.2004 il
ricorrente si reca con il COTTITTO a Cannpobello di Licata per incontrarsi con BUGGEA
Giancarlo, altro mafioso vicino a FALSONE; che il referente catanese fosse da individuarsi in
AIELLO Vincenzo per il tramite del fratello Alfio emergeva, nella congrua valutazione della Corte
di merito correlata agli elementi sinteticamente richiamati, da un colloquio telefonico registrato
in carcere tra i due fratelli il 25.1.2005, nel corso del quale Vincenzo chiedeva notizie del
"professore" - LAURIA - e Alfio rispondeva che lo aveva incontrato il giovedì precedente e che
l'uomo si era messo a disposizione dando adeguate garanzie; nel prosieguo del colloquio, Alfio
comunicava al fratello che l'ordine era partito dallo "zio", quello "grande" - testualmente
"u rici
u ziu
chiddu ranni",
chiaramente identificato nel PROVENZANO con il quale il FALSONE aveva
scambiato i "pizzini" e Vincenzo, con un gesto, gli ordinava di tacere: pagg. 19-21);
c)
fungeva da "collettore" di somme di denaro da consegnare al fratello Vincenzo
(conv.ne
del 15.3.2007, da cui risulta che AIELLO Alfio aveva ricevuto dal coimputato
COSTANZO Franco del denaro da girare al fratello Enzo per il tramite di tale "Luca"; conv.ne
del
7.4.2007 registrata sull'autovettura in uso ad AIELLO Vincenzo, il quale, nell'occasione,
chiedeva al COSTANZO del denaro da consegnare al fratello Alfio; conv.ne
del 16.7.2007, in cui
AIELLO Enzo indica a CARUSO Francesco il fratello Alfio come il soggetto con il quale trattare in
sua assenza ed al quale avrebbe dovuto consegnare una somma di denaro; conv.ni
del
27.11.2007 sempre incentrate su consegne di denaro da parte di associati ad Alfio, da
destinare poi ad Enzo; dichiarazioni del coimputato collaboratore di giustizia CASTRO Alfio in
data 5.4.2011 a proposito di denaro consegnato ad AIELLO Alfio da far pervenire al fratello
Enzo detenuto: pagg. 23-24);
116
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
d) veicolava, per conto del fratello, messaggi e comunicazioni da trasmettere agli altri
associati (colloquio in carcere del 25.1.2005, in cui AIELLO Vincenzo chiede al fratello di
trasmettere messaggi ai figli di SANTAPAOLA Benedetto sulla spartizione dei proventi di un
terreno di cui erano soci GALEA Eugenio, AIELLO Vincenzo e il predetto SANTAPAOLA,
identificato come lo "zio Nitto"; inoltre, il detenuto raccomanda al fratello Alfio di non incontrare
l'ERCOLANO per evitare di essere arrestato e Alfio, dal canto suo, lo informa di aver avvertito di
ciò anche "Enzuccio", identificato nel figlio maggiore del SANTAPAOLA a nome Vincenzo per
come emerso da una conversazione telefonica intercorsa il giorno dopo tra AIELLO Alfio e la
moglie, in cui il primo riferisce che "Enzuccio" aveva detto che bisognava attendere la
scarcerazione di AIELLO Vincenzo per risolvere la questione della spartizione del denaro;
colloquio del 2.3.2005, in cui Vincenzo invita il fratello a recarsi da PESCE Franco perché questi
onori l'impegno assunto di provvedere al pagamento della somma mensile destinata al
mantenimento della moglie del detenuto: pagg. 22-23).
A fronte della congrua e plausibile valutazione delle prove complessivamente operata
dalla Corte di Appello, le censure difensive attaccano in modo atomistico i singoli elementi
esaminati, trascurandone le interrelazioni e proponendo inammissibili letture alternative
soprattutto delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia.
Del tutto generici i rilievi attinenti al materiale intercettativo utilizzato, di cui la difesa
assume apoditticamente il carattere "neutro" e "non sintomatico" sul piano probatorio senza
misurarsi in modo critico con gli argomenti svolti al riguardo dalla Corte etnea, con particolare
riferimento ai più che significativi colloqui in carcere intercorsi tra i due fratelli AIELLO.
Altrettanto aspecifiche le censure relative alle considerazioni dedicate dai Giudici di
merito alla vicenda EUROSPIN, ai "pizzini" e ai rapporti del ricorrente con gli imprenditori
agricoli agrigentini, correttamente raccordate, anche sotto il profilo della contiguità temporale,
dal comune interesse dei gruppi palermitano, agrigentino e catanese alla espansione della
presenza mafiosa nel settore della grande distribuzione alimentare.
Del tutto silente, poi, è la difesa del ricorrente sugli esiti delle videoriprese degli incontri
tra mafiosi, organizzati dall'AIELLO Alfio a beneficio del fratello presso i locali dell'azienda
agricola del primo.
Quanto, infine, alle dichiarazioni rese dai collaboranti Paolo e Giuseppe MIRABILE,
invocate dalla difesa del ricorrente a discarico (con ciò, implicitamente, esprimendo
acquiescenza rispetto alla eccezione di inutilizzabilità, sollevata ai sensi dell'art. 603, comma 3,
c.p.p. da altre difese ed estensibile per il suo carattere processuale), congrue si ritengono le
argomentazioni con le quali la Corte di Appello ha escluso che le stesse potessero
"neutralizzare" la solidità dell'impianto probatorio.
Come già evidenziato a proposito di altri ricorrenti (BARBAGALLO e ILARDI), infatti, la
circostanza che i due fratelli mostrassero di sapere "poco o nulla" su AIELLO Alfio può spiegarsi
con la prudente prassi mafiosa di tenere nascosta la posizione del singolo associato per
117
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
garantire l'efficace svolgimento del ruolo assegnatogli nell'interesse del gruppo (nella specie,
quello di fungere da tramite con gli altri sodali per il fratello Vincenzo, rappresentante
provinciale di Cosa nostra etnea).
4.1.2.2.
Sono infondati, per le ragioni svolte nei paragrafi dedicati all'esame anticipato
dei temi comuni, i motivi concernenti la contestazione della sussistenza delle circostanze
aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell'art. 416- bis c.p., la pretesa violazione dell'art. 63, comma
4, c.p. in dipendenza dell'applicazione della speciale disciplina derogatoria prevista dalle
suddette aggravanti, l'applicabilità del trattamento sanzionatorio più favorevole antecedente al
D.L. n. 92/2008, convertito in L. n. 125/2008.
4.1.2.3.
Inammissibile è il motivo, dedotto in entrambi i ricorsi, con cui si contesta la
sussistenza del reato sub capo F2 di cui agli artt. 12-quinquies L. n. 356/92 e 7 L. n. 203/91
sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione.
La Corte di Appello ha apprezzato in modo coerente e plausibile le conversazioni
intercettate, giungendo ad affermare, in modo logicamente conseguenziale, che AIELLO era un
socio occulto nella società AGROSI' e aveva attribuito fittiziamente a ROCCELLA Vito Alessandro
e GUGLIELMINO Pietro la titolarità delle proprie quote sociali.
A tale conclusione,
i
Giudici dell'appello sono pervenuti correttamente osservando:
-
che, nel corso delle trattative con il precedente proprietario dell'azienda FERRANTE
Giuseppe, AIELLO appariva sempre come il vero interlocutore del venditore (conv.ni
nn. 8509
dell'11.7.2007, 8579 del 17.7.2007, 9964 del 9.8.2007, 11615 del 20.9.2007, 11929 del
24.9.2007 e 14923 del 22.11.2007);
-
che, dal canto suo, ROCCELLA chiedeva il consenso di AIELLO per le trattative da
intraprendere e subordinava gli incontri con il FERRANTE alla condizione della presenza di
AIELLO (conv. dell'11.7.2007);
-
che AIELLO curava anche i rapporti con il commercialista, il quale si rivolgeva a lui per
le istruzioni necessarie alla conclusione dell'atto (conv.ni
del 9.8.2007 e del 24.9.2007);
-
che la posizione predominante di AIELLO, sia nei confronti dei due soci che nei
confronti dei terzi, emergeva anche dalle conversazioni registrate successivamente all'acquisto
dell'azienda (n. 17040 del 3.1.2008; n. 20158 del 13.3.2008; n. 21121 del 29.3.2008; n.
25335 del 27.6.2008).
L'impostazione seguita dai Giudici di merito appare sintonica con la costante linea
interpretativa tracciata da questa Suprema Corte (Sez. 1, n. 30165 del 26/4/2007, Di Cataldo,
Rv. 237595), secondo la quale il delitto di trasferimento fraudolento di valori è una fattispecie a
forma libera che si concretizza nell'attribuzione fittizia della titolarità o della disponibilità di
denaro o altra utilità realizzata in qualsiasi forma.
Il fatto-reato, quindi, consiste nella dolosa determinazione di una situazione di
apparenza giuridica e formale della titolarità o disponibilità del bene, difforme dalla realtà, al
118
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
fine di eludere l'applicazione di misure di prevenzione patrimoniale, ovvero al fine di agevolare
la commissione di reati relativi alla circolazione di mezzi economici di illecita provenienza.
L'espressione utilizzata dal legislatore, "attribuzione fittizia della titolarità o della
disponibilità dì denaro, beni o altre utilità", non intende formalizzare i meccanismi - che
possono essere molteplici e non classificabili in astratto - attraverso i quali può realizzarsi la
"attribuzione fittizia", né intende ricondurre la definizione di "titolarità" o "disponibilità" entro
schemi tipizzati di carattere civilistico, ma ha una valenza ampia che rinvia non soltanto alle
forme negoziali tradizionalmente intese, ma a qualsiasi tipologia di atto idonea a creare un
apparente rapporto di signoria tra un determinato soggetto e il bene, rispetto al quale permane
intatto il potere di colui che effettua l'attribuzione, per conto - o nell'interesse - del quale
l'attribuzione è operata (Sez. 2, n. 52616 del 30/9/2014, Salvi, Rv. 261613).
E' dunque sufficiente, per la configurabilità di tale ipotesi delittuosa, qualunque azione
che si traduca in una scissione fra titolarità o disponibilità effettiva di denaro o altre utilità, e
titolarità o disponibilità formale delle stesse, fittiziamente attribuita ad un soggetto o a soggetti
diversi da quello o da quelli cui quel denaro o quelle utilità fanno sostanzialmente capo
(ex
multis,
v. Sez. 6, n. 15140 del 12/4/2012, Mangiaracina, Rv. 252610; Sez. 2, n. 40 del
24/11/2011, dep. 4/1/2012, P.M. in proc. Ciaravola e altri, Rv. 251748; Sez. 1, n. 23266 del
28/5/2010, Martiradonna, Rv. 247581; Sez. 5, n. 30605 del 22/5/2009, Di Trapani, Rv.
244482).
Integra, in definitiva, il reato di cui all'art. 12-quinquies del D.L. n. 306 del 1992 (conv.
in L. n. 356/1992) la fittizia intestazione di quote di una società, al solo fine di eludere possibili
provvedimenti di prevenzione di tipo ablativo, in favore di soggetto che rimanga di fatto
estraneo alla società medesima e sostanzialmente deprivato di capacità organizzativa e
gestionale (Sez. 6, n. 3043 del 27/11/2015, dep. 22/1/2016, Esposito e altri, Rv. 265620; Sez.
2, n. 2244 del 11/12/2013, dep. 20/1/2014, Bernal Diaz, Rv. 259423).
Quanto al profilo soggettivo del reato, lo "scopo elusivo" che connota il dolo specifico
prescinde dalla concreta possibilità dell'adozione di misure di prevenzione patrimoniali all'esito
del relativo procedimento, essendo integrato anche soltanto dal fondato timore dell'inizio di
esso, a prescindere da quello che potrebbe esserne l'esito (Sez. 2, n. 2483 del 21/10/2014,
dep. 20/1/2015, P.M. in proc. Lapelosa e altri, Rv. 261980).
Profilo, questo, sul quale i Giudici di merito si sono sinteticamente, ma adeguatamente
soffermati, laddove hanno valorizzato, senza che il ricorrente vi abbia opposto specifici
argomenti di segno contrario, la precedente condanna subita dall'AIELLO per il reato di cui
all'art. 416-bis c.p., la dismissione delle quote della PRIMEFRUT di cui diveniva formalmente un
dipendente, la consapevolezza del ruolo assunto all'interno dell'associazione criminale
desumibile dagli stessi elementi apprezzati nel ritenere la sussistenza del reato sub capo Al.
119
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
La difesa del ricorrente, in entrambi gli atti d'impugnazione, ha sviluppato censure in
fatto, prive di correlazione con la
ratio decidendi
del provvedimento impugnato e adombranti
indimostrate finalità alternative del fenomeno interpositorio.
4.1.2.4.
Analoghe considerazioni vanno fatte anche in relazione alle censure mosse
rispetto al secondo episodio di intestazione fittizia, contestato all'AIELLO al capo F4 e avente ad
oggetto i terreni accatastati al foglio di mappa n. 42 del comune di Catania, la cui proprietà
veniva attribuita a GUGLIELMINO Pietro.
In sintesi, i Giudici di merito hanno ricostruito lo svolgimento dei fatti come segue:
-
in data 27.2.2006 il GUGLIELMINO stipulava l'atto di separazione dei beni dalla moglie
FURNARI Francesca;
-
pochi giorni dopo, il 7.3.2006, il predetto acquistava da TRIGONA Alberto il terreno
de
quo
al prezzo di euro 360.000,00 per poi rivenderlo, in data 23.5.2007 (indicata, per la verità,
come data del preliminare), alla più che decuplicata cifra di euro 3.846.000,00 alla società
"Gest. I. Fond. Gestioni immobiliari e fondiarie s.r.l." il cui amministratore unico era BOSCO LO
GIUDICE Orazio;
-
alla data del 14.6.2010, la società acquirente risultava aver effettivamente pagato una
somma pari ad euro 2.593.000,00;
-
in data 18.3.2008 veniva stipulato un preliminare di compravendita di un capannone
con terreno annesso di proprietà di MAUGERI Agata, moglie dell'AIELLO, in base al quale la
donna avrebbe venduto a GUGLIELMINO Pietro entro il 31.12.2009 il bene al prezzo di euro
650.000,00, di cui euro 250.000,00 venivano pagati al promittente venditore, a titolo di
caparra confirmatoria, all'atto del preliminare;
-
in data 17.12.2009, dopo aver stipulato il contratto con GUGLIELMINO e aver
incassato il prezzo convenuto, vendeva lo stesso immobile alla società AGRIFERT di DI MAURO
Paolo & C. s.n.c. al prezzo di euro 100.000,00;
-
GUGLIELMINO versava sui conti della MAUGERI la somma di euro 250.000,00 prima
della stipula dell'atto ed euro 690.500,00 mediante giroconti effettuati dal 22.7.2008 al
4.3.2010 sul c/c, operativo solo dal 16.7.2008, riconducibile a MAUGERI Agata/MAUGERI Agata
Ditta, acceso presso il Credito Etneo B.C.C., filiale di Catania.
Ciò posto, la Corte territoriale è pervenuta alla coerente conclusione che dietro
l'operazione vi fosse AIELLO Alfio, valorizzando in modo congruo sia gli elementi ora descritti,
sia elementi ulteriori, desunti da intercettazioni telefoniche e da videoriprese.
In particolare evidenziando:
-
che AIELLO aveva condotto le trattative in totale autonomia, entrando in contatto sia
con il legale di parte venditrice (poi deceduto), sia con lo stesso acquirente BOSCO LO GIUDICE
Concetto, come attestato da quattordici telefonate e da due incontri videoripresi il 5.4.2007 e il
13.4.2007, ossia il mese prima della stipula del contratto;
120
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
-
che in data 1.6.2007, lo stesso giorno in cui GUGLIELMINO cedeva in locazione il
terreno
de quo
a MAUGERI Agata, AIELLO Vincenzo comunicava a CARRERA Anna, moglie del
coimputato BARBAGALLO Giovanni, che il proprio fratello aveva acquistato un vasto
appezzamento di terreno (27 ettari) intestandolo a un amico (conv.ne
registrata in contrada
Margherito);
-
che, nelle dichiarazioni rese il 24.11.2010, BOSCO LO GIUDICE Orazio riferiva di aver
concordato il prezzo di acquisto del terreno con AIELLO Alfio ed era stata stipulata un'opzione
tra la TECNIS di BOSCO e l'AIELLO, che la firmò personalmente, relativa all'acquisto; in
seguito, avevano avuto degli incontri con il ricorrente, il quale aveva presentato loro
GUGLIELMINO come formale intestatario del bene;
-
che, servendosi dello schermo della moglie, di cui utilizzava i conti bancari, l'AIELLO
aveva ricevuto dal GUGLIELMINO la somma complessiva di euro 940.500,00.
Richiamate le considerazioni svolte nel paragrafo precedente a proposito della
integrazione, da parte del ricorrente, degli elementi oggettivo e soggettivo del reato ascrittogli,
occorre dare atto alla Corte di Appello di aver adeguatamente confutato la prospettazione
difensiva secondo cui la vera artefice dell'operazione sarebbe stata la moglie del ricorrente, per
il tramite del GUGLIELMINO, al fine di garantire i suoi due soci (nella società SERRACI), i quali,
avendo inizialmente partecipato alle trattative per l'acquisto del terreno dal TRIGONA,
avrebbero corrisposto, nell'occasione, la somma di 50.000,00 euro ciascuno. Sul punto, i
Giudici del gravame hanno correttamente stigmatizzato l'assoluta illogicità della tesi, che non
spiegava la ragione per la quale la MAUGERI avrebbe dovuto servirsi del GUGLIELMINO per
garantire i soci - che conoscevano lei e non l'interposto - né il motivo per il quale l'opzione del
2006 era stata firmata dall'AIELLO e non da lei.
Altrettanto correttamente i Giudici catanesi hanno confutato la tesi difensiva che, con
riferimento alla doppia compravendita del capannone con terreno annesso - prima acquistato
dal GUGLIELMINO al prezzo di euro 650.000,00, poi venduto alla AGRIFERT al prezzo di euro
100.000,00 - ha addotto la necessità di ricorrere alla simulazione del preliminare (con il
GUGLIELMINO) in quanto il capannone sarebbe stato abusivo e la sanatoria assai onerosa,
sicché era stato sopravalutato il primo esborso, essendo congruo il secondo, relativo al solo
terreno. A tale riguardo, la Corte territoriale ha giustamente rimarcato, da un lato, l'illogicità di
giustificare un atto simulato (l'intestazione fittizia) con altra simulazione (il preliminare di
vendita al GUGLIELMINO), dall'altro, la totale inutilità dell'operazione originaria, dal momento
che alle parti contraenti era nota la situazione abusiva del capannone e che le cifre versate, e
non solo promesse, erano di notevole entità.
A fronte della plausibile ricostruzione operata in sede di merito del meccanismo
interpositivo attuato dall'AIELLO al fine di eludere il rischio di essere sottoposto a misure di
prevenzione, i rilievi dedotti dalla difesa del ricorrente, oltre ad essere sostanzialmente
reiterativi dei motivi già proposti in sede di appello e adeguatamente confutati, si muovono sul
121
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
piano fattuale e tendono ad una inammissibile rilettura delle emergenze correttamente
apprezzate dalla Corte di Catania.
4.1.2.5.
Muovendo, ora, dalle implicazioni logicamente sottese al complesso di siffatti
rilievi argomentativi, deve ritenersi che, anche con riferimento alla doglianza difensiva inerente
alla configurabilità della contestata aggravante di cui all'art. 7 del D.L. n. 152 del 1991, conv.
nella L. n. 203 del 1991, le ragioni giustificative, ancorché sintetiche, illustrate nel
provvedimento impugnato appaiono del tutto immuni da vizi in questa sede rilevabili.
Sul punto, premesso che la giurisprudenza di legittimità ha da tempo chiarito che la
predetta circostanza aggravante può trovare applicazione anche in relazione al delitto di
trasferimento fraudolento di valori, quando si tratti di condotte funzionali a favorire l'operatività
di un sodalizio di stampo mafioso in quanto strumentali a sottrarre i beni e le attività
illecitamente accumulate dall'associazione all'adozione di misure ablative (Sez. 1, n. 21256 del
5/4/2011, Rv. 250240; Sez. 6, n. 9185 del 25/1/2012, Rv. 252282), deve rilevarsi come i
passaggi argomentativi delineati dai Giudici di merito risultino immuni da qualsiasi vizio logico
evidenziabile dal testo del provvedimento, mentre il tentativo di accreditare una diversa
ricostruzione del fatto si risolve nella prospettazione di una lettura alternativa del materiale
indiziario rispetto a quella fatta motivatamente propria dal Giudice di merito, sollecitando in tal
modo questa Corte ad una non consentita rivisitazione degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, ovvero all'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di
ricostruzione e valutazione dei medesimi, ciò che le è, invece, precluso ai sensi dell'art. 606,
lett. e), c.p.p..
Correttamente riconosciuta, pertanto, deve ritenersi la configurabilità della su indicata
circostanza aggravante in relazione ai capi F2 e F4, avendone i Giudici di merito coerentemente
valutato ed illustrato i presupposti sulla base del particolare ruolo rivestito da AIELLO Alfio,
emissario del fratello Vincenzo, rappresentante provinciale di Cosa nostra etnea, e
dell'interesse mafioso a espandere la propria presenza nel settore agro-alimentare, nonché ad
effettuare operazioni immobiliari finalizzate all'autofinanziamento (buona parte del denaro
ricavato dalla vendita del cespite oggetto del capo F4 non risultava confluito nei redditi della
famiglia AIELLO, il che implicitamente ne dimostrava la destinazione alle casse del clan),
elementi che hanno posto in risalto un comportamento assistito da una cosciente ed univoca
finalizzazione agevolatrice del sodalizio di stampo mafioso (v. Sez. 6, n. 31437 del 12/7/2012,
Rv. 253218), in quanto volta ad implementarne la forza e ad accrescerne la capacità espansiva
sul territorio.
4.1.2.6.
Aspecifiche, sviluppate sul piano del merito e, comunque, manifestamente
infondate le censure con le quali, in entrambi i ricorsi, si contesta il diniego delle circostanze
attenuanti generiche.
Occorre rammentare che, in tema di attenuanti generiche e di trattamento
sanzionatorio, il Giudice non ha l'obbligo di procedere ad un analitico esame dei criteri elencati
122
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
nell'art. 133 c.p. ai fini della determinazione della pena e di fornire una congrua motivazione,
essendo sufficiente il riferimento a dati obbiettivi o subbiettivi idonei ad evidenziare la
correttezza sul piano argomentativo del criterio seguito nell'esercizio del proprio potere
discrezionale. Nel caso in esame, la sentenza impugnata appare conforme a tali principi,
avendo fornito un'argomentazione sintetica, ma adeguata, in ordine al diniego delle circostanze
attenuanti generiche, tenuto conto della obiettiva gravità dei fatti ascritti all'AIELLO - ciò che,
implicitamente, esclude la marginalità del suo ruolo dedotta dalla difesa - e della sua negativa
personalità.
4.1.2.7.
Altrettanto generica e manifestamente infondata è la censura sull'applicazione
della misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di tre anni.
A mente dell'art. 417 c.p., infatti, "è sempre ordinata una misura di sicurezza" nel caso
di condanna per i delitti previsti dagli artt. 416-bis e 416-ter c.p.: dunque, in tali casi, la sua
applicazione non costituisce frutto di una facoltà discrezionale del Giudice, ma corrisponde a un
preciso obbligo normativo.
Inoltre, ai sensi dell'ultimo comma dell'art. 215 c.p., quando la legge, come nel caso in
esame, stabilisce una misura di sicurezza senza indicarne la specie, il Giudice dispone che si
applichi la libertà vigilata.
La componente di discrezionalità nell'applicare detta misura di sicurezza attiene,
pertanto, esclusivamente alla determinazione della durata, che, in ogni caso, "non può avere
durata inferiore a un anno" (art. 228, comma 5, c.p.).
Nel caso dell'AIELLO, la durata di tre anni è coerente con il profilo di pericolosità del
ricorrente dai Giudici di merito congruamente apprezzato.
4.1.2.8.
Quanto ai motivi di ricorso sulla confisca disposta ai sensi dell'art. 12-sexies L.
n. 356/92, va osservato che, in relazione alla maggioranza dei beni oggetto di ablazione,
risultati fittiziamente intestati a terzi (quote sociali della SERRACI s.a.s., della FRUIT SERVICE
s.r.l. e della AGROSI' di Vito Alessandro ROCCELLA & C. s.a.s.; beni immobili intestati alla
moglie MAUGERI Agata e a GUGLIELMINO Pietro; autoveicoli BMW serie 3 320 D targata
DF234MZ, intestata ad AIELLO Salvatore e AUDI A3 2.0 TDI targata DD532RY intestata ad
AIELLO Vito Andrea), il ricorrente è carente di legittimazione ad impugnare per difetto
d'interesse nei termini già chiariti in sede di anticipata trattazione dei temi comuni (sub
paragrafo
1.6.).
La carenza di legittimazione assume carattere preliminare e assorbente rispetto alle
censure, peraltro formulate, essenzialmente, in forma genericamente assertiva o con
prospettazioni di tipo fattuale, attinenti alla ravvisata sproporzione tra il valore dei beni
confiscati e la capacità economico-reddituale del ricorrente.
Rispetto alla confisca dell'unico bene formalmente intestato all'AIELLO (impresa
individuale AIELLO Alfio Maria, iscritta il 14.8.2007), nessuna specifica censura risulta dedotta a
fronte di una congrua motivazione resa dalla Corte distrettuale per dimostrare, sulla base delle
123
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
recepite risultanze peritali, l'eccedenza dell'accrescimento patrimoniale realizzato dal ricorrente