Sentenza Nº 30961 della Corte Suprema di Cassazione, 15-07-2019

Data di Resoluzione:15 Luglio 2019
 
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SENTENZA
sul ricorso proposto da:
COLUCCIA LUIGI OTELLO nato a GALATINA il 24/03/1946
avverso il decreto del 21/06/2018 della CORTE APPELLO di LECCE
udita la relazione svolta dal Consigliere VINCENZO SIANI;
lette/sentite le conclusioni del PG
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Penale Sent. Sez. 1 Num. 30961 Anno 2019
Presidente: TARDIO ANGELA
Relatore: SIANI VINCENZO
Data Udienza: 01/03/2019
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
RITENUTO IN FATTO
1.
Con il decreto in epigrafe, emesso in data 21 - 28 giugno 2018, la Corte
di appello di Lecce, Sezione Misure di prevenzione - sull'appello proposto da
Luigi Otello Coluccia avverso il provvedimento reso dal Tribunale di Lecce in data
8 gennaio - 8 febbraio 2018, di conferma nei suoi confronti della misura di
prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di
soggiorno nel Comune di residenza per anni tre, applicata con precedente
decreto del 19 febbraio 1993, da eseguirsi per il residuo periodo di anni uno,
mesi uno, giorni dodici - ha parzialmente accolto l'appello autorizzando lo stesso
Coluccia a recarsi sul posto di lavoro in Cutrofiano, presso la Pescheria Rossetti,
in Piazza Unità d'Italia, n. 20, dalle ore 9:30 alle ore 12:30 di ogni giorno,
confermando nel resto il decreto impugnato.
A fondamento del provvedimento la Corte di appello, recependo l'analisi
compiuta dal Tribunale per i punti diversi da quello inerente alla suindicata
modifica, ha osservato che - muovendo dal principio affermato dalla più recente
elaborazione, secondo cui anche quando il reato per il quale il proposto era stato
indiziato o condannato era quello di cui all'art. 416-bis cod. pen., il giudice
doveva verificare, fornendo la corrispondente motivazione, l'attualità della sua
pericolosità, anche al fine della conferma della pregressa misura di prevenzione
- il primo giudice aveva correttamente ritenuto la sussistenza del suddetto
requisito e, oltre alla conferma dell'attualità della pericolosità sociale del
proposto, ha reputato non potersi eliminare l'obbligo di soggiorno, le esigenze di
lavoro addotte da Coluccia essendo ovviabili con l'autorizzazione a frequentare il
luogo di lavoro durante le ore necessarie, nei sensi sopra individuati.
2.
Avverso tale decreto ha proposto ricorso la difesa di Coluccia chiedendone
l'annullamento sulla base di cinque motivi.
2.1. Con i primo motivo si prospetta violazione degli artt. 591 e 597 cod.
proc. pen.
All'udienza del 13 giugno 2008 era stata depositata la revoca emessa dal
Tribunale di Lecce del solo obbligo di soggiorno annesso alla misura di
prevenzione, provvedimento emesso in data 20 aprile 2018 e notificato
all'interessato il 19 maggio 2018: di esso non aveva tenuto conto il decreto
impugnato che aveva ragionato ancora sulla base della sussistenza dell'obbligo di
soggiorno modificandone soltanto il contenuto e così violando il divieto della
reformatio in peius.
2.2. Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 6 e 7 d.lgs. n.
159 del 2011 e 56, 102 e 103 legge n. 689 del 1981.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Con l'appello si era evidenziato che la sottoposizione da parte del
Commissariato P.S. di Galatina alla misura della libertà controllata dal 13 maggio
1996 al 12 novembre 1997, avvenuta mentre il prevenuto era sottoposto alla
sorveglianza speciale, applicata sin dal 4 maggio 1996, non aveva avuto l'effetto
sospensivo della misura di prevenzione considerato dal Tribunale, giacché l'art.
68 legge n. 689 del 1991 nulla dispone in merito e, viceversa, gli artt. 13 e 15
d.lgs. n. 159 del 2011, sia pure nel rapporto tra misure di prevenzione e misure
di sicurezza, dispongono la sospensione, in particolare, della libertà vigilata fino
all'esaurimento della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno.
Inoltre - rileva il ricorrente - l'interpretazione pratica aveva chiarito che, in
difetto di espressa previsione normativa, non era esclusa la simultaneità di
esecuzione di libertà controllata e misura di prevenzione. Pertanto il
provvedimento impugnato, che pure ha preso atto di ciò, ha illegittimamente
fatto prevalere l'arbitrio dell'Autorità di vigilanza che aveva disposto la
sospensione della misura di prevenzione, con evidenti disparità di trattamento in
danno del sottoposto.
2.3. Con il terzo motivo si evidenzia la violazione degli artt. 6 e 7 d.lgs. n.
159 del 2011 per difetto di motivazione.
Sempre sullo stesso tema si era fatto notare che i reati per i quali era stata
applicata la libertà controllata (illeciti contravvenzionali di natura doganale)
erano stati depenalizzati in virtù del d.lgs. n. 8 del 2016, sicché - estinti i reati -
erano venute meno anche le relative pene e sanzioni sostitutive: cessati tali
effetti, non poteva non essere stata travolta anche la facoltà di emettere il
provvedimento di sospensione della sorveglianza speciale, da ritenersi
inesistente; non si trattava pertanto di fungibilità tra le due misure, come ha
erroneamente considerato il decreto impugnato, ma di rilevazione
dell'inesistenza del provvedimento sospensivo della misura di prevenzione.
2.4. Con il quarto motivo si deduce la violazione degli artt. 125 cod. proc.
pen. e 7 d.lgs. n. 159 del 2011.
Il provvedimento impugnato - lamenta la difesa - è caratterizzato dalla
totale assenza dell'esposizione di elementi idonei a confermare la durata della
misura di prevenzione, nella sua estensione originaria, a fronte del rilievo,
desumibile anche da altri provvedimenti (quello del 23 gennaio 2018 del
Tribunale di sorveglianza di Lecce aveva dimezzato il periodo di durata della
parallela misura di sicurezza della libertà vigilata), che la pericolosità di Coluccia
era ulteriormente scemata.
Più in generale la motivazione, pur muovendo dal principio di diritto secondo
cui vanno escluse le presunzione assoluta di pericolosità, in concreto non ha
fatto altro che annettere la pericolosità alla precedente condanna per
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associazione mafiosa cadendo nel vizio di motivazione apparente, anche perché il
riferimento ai fatti oggetto dell'ordinanza del Tribunale del riesame, in ordine al
suo ruolo di intermediazione fra gruppi criminali, non ha considerato che tale
ruolo era esplicitamente indicato come "meramente ipotizzato": dunque si è dato
per accertato un comportamento in realtà non certo, sicché la motivazione della
conferma della misura di prevenzione si rivela inesistente.
2.5. Con il quinto motivo si prospetta mancanza, contraddittorietà e
manifesta illogicità della motivazione sullo stesso argomento.
Per le ragioni spiegate il decreto impugnato risulta privo di rigore logico non
spiegando in alcun modo la ragione per la quale l'isolato episodio risalente al
2014 e nemmeno supportato da adeguato
fumus
abbia reso equivoco il nuovo
stile di vita di Coluccia, in riferimento al quale era stata invece accertata
l'ulteriore diminuzione della pericolosità nel parallelo procedimento di
applicazione della misura di sicurezza.
3.
Il Procuratore generale ha concluso per l'annullamento senza rinvio del
decreto impugnato nella parte relativa alla modifica dell'obbligo di soggiorno e
per il rigetto nel resto del ricorso, il primo motivo essendo fondato sul contenuto
dell'ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Lecce del 20 aprile 2018 che ha
escluso l'obbligo di soggiorno, mentre la restante parte dell'impugnazione è
infondata, poiché le relative deduzioni hanno posto questioni esorbitanti dalla
violazione di legge e la valutazione di persistente pericolosità sociale di Coluccia
è basata su circostanze di merito analizzate con
iter
logico-giuridico esistente e
incensurabile in sede di legittimità, senza che il pur notevole tempo trascorso
possa giovare al ricorrente, in assenza di decisivi segnali di resipiscenza, esclusi
anche nel procedimento di applicazione della misura di sicurezza.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1.
L'impugnazione si profila fondata soltanto per quanto concerne la
questione posta con il primo motivo, mentre essa non appare fondata per le
restanti doglianze.
2.
Affrontando innanzi tutto, per ordine logico, il quarto e il quinto motivo,
inerenti alla dedotta violazione dell'art. 7 d.lgs. n. 159 del 2011 e al
corrispondente vizio di motivazione, circa la conferma della durata della misura
di prevenzione, appare in premessa opportuno ribadire che, al lume dell'art. 10,
comma 3, d.lgs. n. 159 del 2011 (derivato dall'art. 4 legge n. 1423 del 1956, a
sua volta richiamato dall'art.
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-
ter,
secondo comma, legge n. 575 del 1965), nel
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procedimento di prevenzione, il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per
violazione di legge: nozione nella quale va ricompresa la motivazione inesistente
o meramente apparente del provvedimento, come violazione dell'obbligo di
provvedere con decreto motivato imposto al giudice d'appello dall'art. 10,
comma 2, d.lgs. n. 159 del 2011.
Tale violazione ricorre anche quando il decreto omette del tutto di
confrontarsi con un elemento potenzialmente decisivo prospettato da una parte
che, singolarmente considerato, sarebbe tale da poter determinare un esito
opposto del giudizio, mentre il mero vizio della motivazione (come classificato
dall'art. 606, comma 1, lett. e, cod. proc. pen.) del decreto non può essere
dedotto e, in ogni caso, non può essere ritenuto quando l'inesistenza o la mera
apparenza della motivazione risultino smentite dal discorso giustificativo
espresso dal provvedimento (Sez. U, n. 33451 del 29/05/2014, Repaci, Rv.
260246; Sez. 1, n. 6636 del 07/01/2016, Pandico, Rv. 266365; Sez. 6, n. 24272
del 15/01/2013, Pascali, Rv. 256805).
Posto ciò, si rileva che i giudici di appello, oltre a quanto si è già anticipato
in parte narrativa, hanno dato atto che gli elementi analizzati dimostravano che
all'accertata appartenenza di Coluccia al contesto di criminalità organizzata,
come da sentenze di condanna pregresse a suo carico, non aveva fatto seguito,
al di là della disgregazione o meno dell'associazione, alcuna sua presa di
distanza dal gruppo e dal suo passato criminale. Invero, Coluccia, pur avendo
scontato un lungo periodo detentivo, nel corso di esso aveva mantenuto i
contatti con i sodali e si era preoccupato anche dei problemi del gruppo, almeno
fino al 2014, quando era ancora detenuto, restando soggetto pericoloso, tanto
che nel 2017 era stata applicata dal giudice di sorveglianza la libertà vigilata per
due anni.
I giudici di appello hanno rilevato, altresì, esaminando gli atti di altro
procedimento penale in corso, che gli elementi raccolti a carico di Coluccia, pur
se non erano stati considerati sufficienti per l'emissione della misura cautelare,
avevano fatto emergere l'esistenza di persistenti contatti innescati dal prevenuto
quale intermediario fra il clan di riferimento e quello di Cutrofiano e certo non
sarebbe bastata la circoscritta attività lavorativa reperita, anche per i suoi limiti
intrinseci, a consentire il fondato pronostico di un mutamento del suo stile di
vita.
In ordine alla carenza del presupposto relativo alla sua perdurante
pericolosità, che il ricorrente ha dedotto doversi trarre dal contenuto dell'ora
indicata ordinanza emessa dal Tribunale del riesame, l'esame dell'atto, citato nel
provvedimento impugnato, conferma che - pur in un quadro di ritenuta carenza
di gravi indizi di colpevolezza, con conseguenti effetti sostanzialmente liberatori
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per l'indagato - si è rilevato che Luigi Otello Coluccia ha giocato o è stato
ritenuto in grado di giocare ancora il ruolo di intermediazione tra gli affiliati in
libertà e il capo del gruppo di Cutrofiano.
Inoltre, lo stesso provvedimento emesso in data 23 - 26 gennaio 2018 con
cui il Tribunale di sorveglianza di Lecce, in parziale riforma dell'ordinanza del
Magistrato di sorveglianza del 7 - 9 dicembre 2017, se ha dimezzato la durata
dalla misura di sicurezza della libertà vigilata, rideterminando la stessa da anni
due ad anni uno, comunque corrobora il convincimento espresso nell'ordinanza
impugnata che una certa misura di pericolosità sociale di Coluccia persiste.
Attesi questi elementi, le due doglianze in esame vanno, alla stregua dei
richiamati elementi, disattese.
Esclusa immediatamente l'assoluta mancanza della motivazione, dal
momento che i giudici di appello hanno reso una motivazione concreta ed
effettiva alla base della ritenuta persistenza dell'attuale pericolosità del
prevenuto, per il resto si considera che il provvedimento impugnato non può
essere censurato per la valutazione compiuta dalla Corte di merito con riguardo
agli elementi sopra indicati.
Invero, nel giudizio di prevenzione, opera la regola della piena utilizzazione
di qualsiasi elemento indiziario desumibile anche da procedimenti penali in corso
e, persino, definiti con sentenza irrevocabile di assoluzione, purché tale elemento
sia certo e si apprezzi come idoneo - per il suo valore sintomatico - a giustificare
il convincimento del giudice, attraverso cui si dispiega la relativa sfera di
discrezionalità con enucleazione della corrispondente motivazione, sulla
sussistenza della pericolosità sociale del proposto, senza che operi alcuna
pregiudizialità tra diverso procedimento e quello di prevenzione.
E' quindi possibile utilizzare nel giudizio di prevenzione, ai fini del giudizio di
pericolosità sociale del proposto, elementi di prova o indiziari tratti da
procedimenti penali non ancora conclusi, naturalmente confrontandosi in modo
autonomo con gli elementi stessi per stabilire se essi, una volta accertati, per la
consistenza e il significato che posseggono, siano idonei a fondare la sussistenza
dei presupposti legittimanti l'applicazione della misura (Sez. 1, n. 24707 del
01/02/2018, Olivieri, Rv. 273361; Sez. 6, n. 36216 del 13/07/2017, Schiraldi,
Rv. 271372; Sez. 5, n. 1831 del 17/12/2015, dep. 2016, Mannina, Rv. 265862).
In tale alveo si è, incensurabilnnente, inserito il congruo giudizio della Corte
di merito.
3. Per quanto concerne il secondo motivo, la Corte di appello - a fronte della
questione riproposta dall'appellante, secondo cui la sottoposizione da parte del
Commissariato P.S. di Galatina alla misura della libertà controllata dal 13 maggio
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1996 al 12 novembre 1997, avvenuta mentre Coluccia era già sottoposto alla
sorveglianza speciale, applicata sin dal 4 maggio 1996, non aveva avuto l'effetto
sospensivo - ha disatteso la conseguente eccezione di estinzione della misura,
fondata sulla scorta del computo del periodo del suo assoggettamento alla libertà
controllata, obiettando che, se era vero che le due misure potevano essere
ritenute relative a esecuzioni in via di principio compatibili, era del pari certo che,
nel caso concreto, era stato emesso il 13 maggio 1996 l'atto con cui Coluccia
veniva sottoposto alla misura della libertà controllata con contestuale ed
espressa disposizione di sospensione dell'esecuzione della misura di prevenzione.
E tale provvedimento non era stato mai impugnato.
Posti tali dati certi, essendo incontestabile il fatto che, come da note del
Commissariato di Galatina, della misura di prevenzione - nel periodo dal 13
maggio 1996 al 12 novembre 1997 in cui è stata resa operativa la sanzione
sostitutiva della libertà controllata disposta dal Tribunale di sorveglianza di Lecce
con provvedimenti del 28 settembre 1995 e poi del 23 gennaio 1997 - è stata
disposta e attuata la sospensione, con restituzione della carta precettiva, i giudici
di appello hanno correttamente escluso dal computo del tempo di esecuzione
della misura di prevenzione della sorveglianza speciale il lasso succitato.
Non è, dunque, in discussione il principio secondo cui la misura di
prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza è compatibile con la
sottoposizione del soggetto ad una misura sostitutiva della pena detentiva, quale
la libertà controllata, con la conseguenza che le due misure possono essere
eseguite contemporaneamente (Sez. 1, n. 40995 del 20/10/2010, Di Bari, Rv.
249013).
Rileva decisivamente, invece, l'accertamento dell'avvenuta, effettiva
sospensione dell'operatività della misura di prevenzione della sorveglianza
speciale, quale che sia stato l'atto - in ogni caso, pacificamente inoppugnato -
che ha determinato tale sospensione, formalizzata con il ritiro della carta
precettiva e con la precisazione che, alla scadenza dell'operatività della misura
sostitutiva, sarebbe stato assunto nuovo atto di sottoposizione del prevenuto alla
misura di prevenzione; ciò, prima per il periodo dal 13 maggio 1996 al 12
maggio 1997 e poi per il periodo dal 13 maggio 1997 al 12 novembre 1997:
fatto che ha escluso in concreto il concorso della stessa con la sanzione
sostitutiva.
La doglianza va, pertanto, disattesa.
4. Circa il terzo motivo, la Corte di merito ha, del pari correttamente, notato
come la susseguente depenalizzazione dei reati la cui pena era stata sostituita
con la sanzione della libertà controllata non potesse influire sulla necessità della
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sottoposizione di Coluccia alla residua esecuzione della misura di prevenzione,
restata non eseguita, non esistendo la concreta possibilità di addivenire alla
fungibilità fra sanzione sostitutiva della libertà controllata e misura di
prevenzione della sorveglianza speciale.
A fronte di questa notazione, la doglianza in esame si risolve nella proposta
di riguardare - in via retrospettiva - come tempo di eseguita misura di
prevenzione quello che si deduce
sine titulo
espiato, per l'avvenuta
depenalizzazione, in forza del d.lgs. n. 8 del 2016, dei reati in relazione ai quali
si dice essere stata, in tempo pregresso, applicata la sanzione sostitutiva della
libertà controllata.
Questa prospettazione, però, non elide il dato di fatto che, nel succitato
intervallo la sanzione sostitutiva è stata eseguita, mentre l'applicazione della
misura di prevenzione è restata sospesa. E la depenalizzazione dei reati inerenti
alla libertà controllata non rende inesistente il provvedimento di sospensione
della misura di prevenzione.
Assodato ciò, se si ritenesse
ex post
eseguita la misura di prevenzione
invece sospesa, si attuerebbe in modo improprio il principio di fungibilità in
ipotesi non prevista, nemmeno dall'art. 15 d.lgs. n. 159 del 2011.
Il motivo non può, quindi, essere accolto.
5.
Fondato si rivela, invece, il primo motivo.
La Corte di appello, sul presupposto della persistente operatività, in ordine
alla misura di prevenzione personale oggetto di disamina, dell'obbligo di
soggiorno, ne ha sostenuto la persistente funzionalità, pur regolandolo in modo
tale da renderlo compatibile con l'esigenza di espletamento dell'attività lavorativa
a cui era stato autorizzato il prevenuto.
Sennonché, al momento della decisione, il Tribunale di Lecce, con ulteriore
provvedimento del 20 aprile - 10 maggio 2018, aveva già revocato l'obbligo di
soggiorno.
Di conseguenza, quando i giudici di appello hanno provveduto, non
sussistendo più l'operatività dell'obbligo di soggiorno, non doveva provvedersi a
regolarne le modalità reputandolo ancora esistente.
Per tale parte il provvedimento deve essere, quindi, considerato alla stregua
di superfetazione disfunzionale, da caducare.
6.
Il ricorso deve essere, pertanto, accolto limitatamente all'obbligo di
soggiorno, che non poteva essere confermato e disciplinato, per la ragione
spiegata, sicché per tale parte il decreto va annullato senza rinvio.
Per la restante parte, il ricorso deve essere, invece, rigettato.
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
P.Q.M.
Annulla senza rinvio il decreto impugnato nella parte in cui conferma e
regolamenta l'obbligo di soggiorno.
Rigetta il ricorso nel resto.
Così deciso il 1° marzo 2019
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