Sentenza Nº 16807 della Corte Suprema di Cassazione, 17-04-2019

Data di Resoluzione:17 Aprile 2019
 
ESTRATTO GRATUITO
SENTENZA
SEMPLIFICATA
sul ricorso proposto da:
ASSANE WADE N. IL 01/09/1985
DIOUF AMATA N. IL 12/11/1987
avverso la sentenza n. 4500/2016 CORTE APPELLO di PALERMO,
del 20/06/2017
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/01/2019 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUCIANO IMPERIALI
Udito il Procuratore Generale in persona del D tt
.1911
/
7,
ki
r
ÌFC
che ha concluso per e i
--vt
c.024..j
Udito, per19,15arre civile, l'Avv
Udit,PdifensoriAvv.i,
)
,
_
b
i
' 1
--
(.-
_,--u.L e., , ,
• i, tt in-Lk
o
i
Penale Sent. Sez. 2 Num. 16807 Anno 2019
Presidente: CAMMINO MATILDE
Relatore: IMPERIALI LUCIANO
Data Udienza: 11/01/2019
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
1.
La Corte di Appello di Palermo, con sentenza del 20/6/2017, ha confermato il giudizio di
penale responsabilità espresso dal Tribunale di Agrigento il 22/3/2016 nei confronti, tra gli
altri, di Diouf Amata ed Assane Wade in ordine ai reati di cui agli artt. 474 e 648 comma 2 cod.
pen. e la conseguente condanna alla pena ritenuta di giustizia.
2.
Avverso la sentenza della Corte territoriale hanno proposto ricorso per cassazione i
predetti imputati, deducendo cinque motivi di impugnazione:
2.1. la violazione di legge ed il vizio di motivazione con riferimento al reato di cui all'art.
474 cod. perì., deducendo i ricorrenti il difetto dell'elemento psicologico del reato e la
configurazione di un reato impossibile per l'inidoneità dell'imitazione dei prodotti a trarre in
inganno alcuno in ordine alla provenienza lecita dei beni.
2.2. la violazione di legge ed il vizio di motivazione con riferimento al reato di cui all'art.
474 cod. pen. in considerazione dell'asserito difetto di prova in ordine alla stessa
contraffazione dei beni, non accertati da esperti del settore.
2.3. la violazione di legge ed il vizio di motivazione con riferimento al reato di cui all'art.
474 cod. pen. non essendo stato provato che i ricorrenti fossero i reali proprietari o detentori
dei beni né che questi fossero destinati alla vendita.
2.4. la violazione di legge ed il vizio di motivazione con riferimento al reato di cui all'art.
648 cod. pen., non essendo stata provata la consapevolezza della provenienza delittuosa della
merce da parte dei ricorrenti.
2.5. la violazione di legge ed il vizio di motivazione con riferimento al mancato
riconoscimento della causa di non punibilità di cui all'art. 131 bis cod. pen. per la particolare
tenuità dei fatti contestati, negata dalla Corte territoriale "in ragione dell'elevato quantitativo di
prodotti contraffatti detenuti per la vendita", pur essendo stato contestato ai ricorrenti il
possesso solo di tredici cinture, otto paia di occhiali e quattro borse da donna.
3.
Il ricorso è inammissibile, in quanto i motivi addotti si discostano dai parametri
dell'impugnazione di legittimità stabiliti dall'art. 606 cod. proc. pen. perché manifestamente
infondati, anche quando non attengono esclusivamente al merito della decisione impugnata.
3.1. Il primo motivo di ricorso, in particolare, è inammissibile in quanto la Corte di appello
si è correttamente conformata - quanto alla qualificazione giuridica dei fatti accertati - al
consolidato orientamento di questa Corte di legittimità (cfr. Sez. 5, n. 5260 dell'11/12/2013 -
03/02/2014, Rv. 258722), per la quale integra il delitto di cui all'art. 474 cod. pen. la
detenzione per la vendita di prodotti recanti marchio contraffatto senza che abbia rilievo la
configurabilità della contraffazione grossolana, considerato che l'art. 474 cod. pen. tutela, in
via principale e diretta, non già la libera determinazione dell'acquirente, ma la fede pubblica,
intesa come affidamento dei cittadini nei marchi e segni distintivi, che individuano le opere
dell'ingegno e i prodotti industriali e ne garantiscono la circolazione anche a tutela del titolare
del marchio; si tratta, pertanto, di un reato di pericolo, per la cui configurazione non occorre la
realizzazione dell'inganno, non ricorrendo quindi l'ipotesi del reato impossibile qualora la
1
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
grossolanità della contraffazione e le condizioni di vendita siano tali da escludere la possibilità
che gli acquirenti siano tratti in inganno.
Quanto all'elemento soggettivo del reato, inoltre, senza incorrere in vizi logici la Corte
territoriale ha ritenuto emergere la piena consapevolezza, da parte dei ricorrenti, della
contraffazione dei marchi dalle stesse caratteristiche dei beni, privi anche delle etichette
interne di cui sono dotati quelli venduti attraverso i canali ufficiali.
3.2. Anche il secondo motivo di ricorso è manifestamente infondato, perché non si
confronta con la costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità secondo cui la
contraffazione di marchi, modelli e segni distintivi ben può essere accertata anche in via
testimoniale mediante escussione di soggetti qualificati, in virtù delle conoscenze acquisite nel
corso di abituale e specifica attività (Sez. 3, n. 29891 del 13/05/2015, Rv. 264444) ed in tal
caso il divieto di apprezzamenti personali del testimone non è riferibile ai fatti direttamente
percepiti dallo stesso, al quale, a causa della speciale condizione di soggetto qualificato, per le
conoscenze che gli derivano dalla sua abituale e specifica attività, non può essere precluso di
esprimere apprezzamenti, se questi sono inscindibili dalla deposizione sui fatti stessi (Sez. 2,
n. 44326 del 11/11/2010, Rv. 249180).
3.3. Il terzo motivo di ricorso, con il quale si contesta che i due ricorrenti abbiano avuto la
disponibilità dei beni in sequestro, come indicato in sentenza alla luce delle dichiarazioni degli
operanti, è inammissibile perché si tratta di doglianza che non è stata previamente dedotta
come motivo di appello secondo quanto è prescritto a pena di inammissibilità dall'art. 606
comma 3 cod. proc. pen., come si evince dall'atto di appello.
3.4. E' manifestamente infondato anche il
motivo di ricorso, con il quale si
deducono vizi di motivazione con riferimento al dolo del reato di ricettazione, adeguatamente
argomentato, invece, con riferimento alla piena consapevolezza dei ricorrenti di ricevere merce
illecitamente contraffatta ed al fine di trarne profitto, e con il richiamo alla costante
giurisprudenza di questa Corte, che ha chiarito (Sez. U, n. 23427 del 09/05/2001,
P.M.
in proc.
Ndiaye, Rv. 218771; Sez. 2, n. 12452 del 04/03/2008, Rv. 239745) che il delitto di
ricettazione (art. 648 cod. pen.) e quello di commercio di prodotti con segni falsi (art. 474 cod.
pen.) possono concorrere, atteso che le fattispecie incriminatrici descrivono condotte diverse
sotto il profilo strutturale e cronologico, tra le quali non può configurarsi un rapporto di
specialità, e che non risulta dal sistema una diversa volontà espressa o implicita del legislatore.
3.5. Premesso che il giudice di legittimità, ai fini della valutazione della congruità della
motivazione del provvedimento impugnato, deve fare riferimento alle sentenze di primo e
secondo grado, le quali si integrano a vicenda confluendo in un risultato organico ed
inscindibile (Sez. 5, n. 14022 del 12/01/2016, Rv. 266617), deve ritenersi immune da vizi
logici o giuridici sia la valutazione del giudice di primo grado che ha escluso l'applicabilità della
causa di esclusione della punibilità sulla base del carattere "professionale" della condotta
criminosa, realizzata presso un mercato settimanale, sia la valorizzazione, da parte della Corte
2
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
di Appello, dell'apprezzabile quantitativo di prodotti contraffatti detenuti dai ricorrenti per la
vendita.
4. Alla inammissibilità dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle
spese processuali, nonché, ai sensi dell'art. 616 cod. proc. pen., valutati ì profili di colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità emergenti dai ricorsi (Corte cost. 13 giugno
2000, n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di euro duemila ciascuno a
favore della cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali
e al versamento della somma di duemila euro ciascuno a favore della cassa delle ammende.
Sentenza a motivazione semplificata.
Così deciso in Roma il 11 gennaio 2019
Corte di Cassazione - copia non ufficiale

Per continuare a leggere

RICHIEDI UNA PROVA