Sentenza Nº 11747 della Corte Suprema di Cassazione, 03-05-2019

Data di Resoluzione:03 Maggio 2019
 
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SENTENZA
sul ricorso 19409-2017 proposto da:
SCIGLIO ALESSANDRO, nella qualità di erede di Sciglio Francesco, Sciglio
Giuseppe e Mazzullo Letteria, elettivamente domiciliato in ROMA, presso la
CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso
dall'avvocato LETTERIO ARENA;
- ricorrente -
contro
Civile Sent. Sez. U Num. 11747 Anno 2019
Presidente: MAMMONE GIOVANNI
Relatore: RUBINO LINA
Data pubblicazione: 03/05/2019
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, in persona del Presidente del
Consiglio pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l'Avvocatura Generale dello Stato;
- resistente -
avverso il decreto n. 218/2017 della CORTE D'APPELLO di PERUGIA,
depositata il 07/06/2017.
Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/01/2019
dal Consigliere LINA RUBINO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale
FEDERICO SORRENTINO, che ha concluso per l'inammissibilità, in subordine
rigetto del ricorso;
uditi gli avvocati Letterio Arena e Lucrezia Fiandaca per l'Avvocatura
Generale dello Stato.
FATTI DI CAUSA
1. - Il Tribunale di Messina, con sentenza in data 25.2.2002, accertato
l'illecito commesso dal Comune di Giardini Naxos per occupazione illegittima
ab origine,
cui aveva fatto seguito la c.d. espropriazione acquisitiva, per
intervenuta realizzazione di un'opera pubblica sul terreno di proprietà di
Giuseppe e Francesco Sciglio, danti causa di Alessandro Sciglio, aveva
liquidato i danni sulla base del valore venale del bene, in euro 273.076,58
"oltre alla rivalutazione monetaria dalla disposta CTU
(16.7.1991)
ed agli
Interessi in misura legale sulla somma liquidata prima devalutata poi via via
rivalutata dal momento della definitiva trasformazione del fondo
(luglio
1986)
fino al soddisfo".
2. - La Corte d'Appello di Messina, con sentenza in data 28.10.2004, pur
confermando l'esistenza di una occupazione illegittima, e l'avvenuta,
irreversibile trasformazione del suolo occupato, accoglieva l'appello del
Comune, affermando, in particolare, che il giudice di primo grado avesse
indebitamente sostituito alla domanda effettivamente proposta, di
risarcimento danni per occupazione espropriativa, o acquisitiva, la diversa
domanda di risarcimento per occupazione usurpativa, pronunciando in tal
modo oltre i limiti del
petitum.
,
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Riteneva quindi che il danno subito dagli Sciglio dovesse essere liquidato
secondo le regole applicabili alla
"occupazione espropriativa",
ovvero non in
misura pari al valore venale del bene la cui proprietà si era acquisita alla
pubblica amministrazione, bensì nel minor importo derivante
dall'applicazione dei criteri di liquidazione previsti per tali occupazioni (o
occupazioni appropriative) dall'art. 3, comma 65, della legge n. 662/1996
che aveva aggiunto il comma
7 bis
all'art. 5
bis
del DL 11.7.1992 n. 333
conv. in legge 8.8.1992 n. 359, ferme le statuizioni su rivalutazione e
interessi perché non impugnate.
3. - La Corte di cassazione, adita dallo Sciglio sul rilievo che la fattispecie
avrebbe dovuto inquadrarsi nell'illecito da occupazione usurpativa, con
conseguente liquidazione del danno nella misura corrispondente al valore
venale del fondo, con sentenza n. 21881 del 21 ottobre 2011 cassava la
decisione impugnata e, decidendo nel merito, provvedeva ad una nuova
liquidazione del danno in misura pari al valore venale del fondo individuando
l'importo dovuto nel medesimo importo di euro 273.076,58 determinato nel
1991 dal c.t.u. del giudizio di primo grado che aveva attualizzato la somma
a quella data. Attribuiva poi gli interessi legali a far data dalla domanda.
3.1. - La sentenza rilevava che nelle more del giudizio la Corte
costituzionale aveva, con sentenza n. 349/2007 dichiarato l'illegittimità
costituzionale dell'art. 5
bis,
comma
7 bis,
del d.l. n. 333 del 1992
convertito, con modificazioni, dalla legge n. 359 del 1992, nel testo
introdotto dall'art. 3, comma 65, della legge 66/1996 (dichiarazione di
incostituzionalità per violazione dell'art. 117, primo comma Cost., in quanto
la norma non prevedeva un ristoro integrale del danno subito per effetto
dell'occupazione espropriativa da parte della pubblica amministrazione,
corrispondente al valore di mercato del bene occupato), ovvero della norma
di legge applicata dalla Corte d'appello ai fini della quantificazione del
dovuto risarcimento.
3.2. - La Corte di legittimità, trattandosi di causa pendente alla data 1
gennaio 1997 e comunque relativa ad occupazione "sine titulo" anteriore al
30.9.1996, riteneva applicabile l'art. 55, comma 1, del decreto del
Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327 -nel testo introdotto
,
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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dall'art. 2, comma 89, lett. e) della legge 24 dicembre 2007, n. 244 -,
secondo cui
"Nel caso di utilizzazione di un suolo edificabile per scopi di
pubblica utilita', in assenza del valido ed efficace provvedimento di
esproprio alla data del 30 settembre 1996,il risarcimento del danno e'
liquidato in misura pari al valore venale del bene".
Ciò detto, liquidava il
danno da occupazione illegittima, nell'importo di euro 273.076,58, pari
all'esatto importo liquidato dal tribunale, sulla base dei calcoli eseguiti dal
c.t.u., in primo grado, secondo i prezzi di mercato immobiliare vigenti nel
1991, senza ulteriore rivalutazione ed attribuendo sulla somma così
liquidata gli interessi legali decorrenti dalla domanda introduttiva.
4. - Lo Sciglio proponeva ricorso per revocazione, per errore di fatto,
avverso la predetta sentenza, lamentando che, dovendosi inquadrare la
fattispecie nell'ambito della occupazione usurpativa, non gli fossero stati
riconosciuti rivalutazione monetaria ed interessi decorrenti dalla data
dell'illecito.
4.1. - Il ricorso veniva dichiarato inammissibile con ordinanza di questa
Corte in data 2.5.2013 n. 10293, in quanto ritenuto vertere su errore di
diritto e non di fatto. Il giudice della revocazione precisava che:
"Né si può
addurre, in senso contrario, il rilievo che la rivalutazione fosse già stata
riconosciuta nel giudizio di merito, senza poi essere contestata dal debitore
con specifica impugnazione. L'annullamento della sentenza in punto
quantum debeatur rimetteva, infatti, in discussione l'intero risarcimento
liquidato; incluse le voci accessorie (interessi e rivalutazione monetaria):
con l'unico limite del divieto di una reformatio in peius. Trattandosi infatti di
pregiudizio economico derivato da ritardo nell'adempimento, esso non
sopravviveva alla cassazione, con riforma, della sorte-capitale liquidata,
necessitando di una nuova pronunzia ex novo". Pertanto, il riconoscimento
dei soli interessi legali sulla somma riliquidata ex art. 384, secondo comma,
cod. proc. civ., - pressocchè doppia rispetto a quella originariamente
determinata dalla corte territoriale - si sottrae alla censura di errore di
fatto, soggetto a revocazione".
5. -
Esauriti i rimedi di impugnazione del provvedimento predisposti
dall'ordinamento, Alessandro Sciglio, ai sensi della legge n. 117 del 1988,
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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proponeva ricorso facendo valere la responsabilità dello Stato per colpa
grave imputabile ai magistrati giudicanti, deducendo che essi fossero incorsi
in grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile.
5.1. - Il ricorso veniva dichiarato inammissibile
ex
art. 5 della legge n.
117/1988 con decreto del Tribunale di Perugia in data 7.12.2016,
confermato, in sede di reclamo, dalla Corte d'appello di Perugia, con decreto
in data 7.6.2017.
6. - La Corte d'appello di Perugia con il decreto qui impugnato ha dichiarato
la inammissibilità del ricorso in quanto rivolto a contestare una attività di
interpretazione normativa.
6.1. - A sostegno della decisione il Giudice di appello assume che:
a)
nella ordinanza della Corte di cassazione del 2.5.2013 n. 10293 -
dichiarativa della inammissibilità del ricorso per revocazione
ex
art. 391
bis
c.p.c.- si evidenziava come la determinazione dell'intero danno
patrimoniale, estesa anche agli accessori della rivalutazione e degli
interessi, era questione da ritenersi devoluta alla cognizione della Corte di
legittimità, che nella specie aveva pronunciato nel merito
ex
art. 384 co 2
c.p.c., essendo stata impugnata la sentenza di appello in punto di
"quantum
debeatur";
b)
la determinazione della decorrenza degli interessi e la loro qualificazione
giuridica atteneva ad
"attività di natura squisitamente interpretativa"
di
norme di diritto, come tale sottratta al sindacato di responsabilità, operando
la clausola di salvaguardia di cui all'art. 2, comma 2, della legge n.
117/1988 nel testo originario, applicabile
ratione temporis,
non essendo
consentito ridiscutere la correttezza o meno della interpretazione adottata
nel provvedimento posto a base della domanda respinta;
c)
nulla sembrava impedire allo Sciglio di ottenere in separato giudizio una
liquidazione della rivalutazione o di entrambi gli accessori
"se la precedente
statuizione si ritiene possa comportare una diversa valutazione rispetto alla
pronuncia precedente che aveva stabilito la liquidazione degli interessi a far
data dalla domanda";
i 2
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
d) in ogni caso non sarebbe dato ravvisare la "colpa grave" in una
valutazione contrastante con pronunce di legittimità di diverso tenore,
emesse nella stessa materia.
7.
- Alessandro Sciglio ha proposto ricorso per cassazione, articolato in un
unico, complesso motivo.
8.
- La Presidenza del Consiglio dei Ministri alla quale il ricorso è stato
ritualmente notificato in forma telematica presso l'Avvocatura Generale
dello Stato il 28.6.2017, ha depositato "memoria difensiva" presso la
Cancelleria della Corte d'appello di Perugia in data 20.7.2017, e quindi con
atto in data 4.9.2017 ha richiesto di essere avvisata per la partecipazione
alla pubblica udienza.
9.
- La causa è stata dapprima assegnata alla terza Sezione civile e ivi
discussa alla udienza pubblica del 9.2.2018, nel corso della quale il Pubblico
Ministero ha concluso per la inammissibilità del ricorso.
10.
- La terza Sezione della Corte ha rimesso con ordinanza interlocutoria n.
12215 del 2018 la causa al Primo Presidente, affinché valutasse
l'opportunità di rimetterne l'esame alle Sezioni unite, evidenziando la
sussistenza di una questione di massima di particolare importanza,
concernente la individuazione del discrimine tra grave violazione di legge
determinata da
negligenza
inescusabile ed attività
interpretativa
insindacabile, sulla base dell'art. 2, comma 3, lett. a) della legge n.
117/1988 (nel testo previgente alla modifica della legge n. 18/2015), con
specifico riferimento alla ipotesi della violazione di norma di diritto in
relazione al significato ad essa attribuito da orientamenti giurisprudenziali
da ritenere consolidati.
La trattazione della causa è stata assegnata alle Sezioni unite, e chiamata
nuovamente per la discussione alla pubblica udienza odierna.
11.
-
Il Procuratore generale ha provveduto a depositare le proprie
osservazioni scritte, in cui conclude per l'inammissibilità o il rigetto del
ricorso.
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RAGIONI DELLA DECISIONE
1.-Preliminarmente, deve rilevarsi che la memoria di costituzione della
Presidenza del Consiglio dei Ministri, depositata presso la cancelleria della
Corte d'Appello di Perugia il 20.7.2017, deve essere dichiarata inammissibile
in quanto tardiva, essendo stata depositata oltre il termine perentorio di
dieci giorni dalla scadenza dell'analogo termine di dieci giorni assegnato al
ricorrente per il deposito del ricorso, previsto dall'art. 5, comma 4, della
legge 117/1988, applicabile "ratione temporis", decorrendo dalla notifica del
ricorso (eseguita in data 28.6.2017) il primo termine per la costituzione del
ricorrente.
Infatti il ricorso per cassazione è stato notificato in data 28.6.2017 ed il
primo termine, previsto per la costituzione del ricorrente, veniva pertanto a
scadere in data 8.7.2017, il secondo termine, stabilito per la costituzione
della parte controricorrente, è spirato il 18.7.2017ed era già scaduto al
momento del deposito in cancelleria, in data 20.7.2017, della memoria della
Presidenza del Consiglio dei Ministri-
Peraltro, l'Avvocatura ha depositato una nota in data 4.9.2017, con la quale
ha chiesto di essere avvisata della data dell'udienza pubblica, per poter
partecipare alla discussione e vi ha effettivamente partecipato. Si potrà
tener conto delle sole argomentazioni spese in sede di partecipazione allea
discussione.
2. -
Il motivo di ricorso.
Il
decreto di inammissibilità dell'azione risarcitoria è stato censurato con un
unico motivo di ricorso, con il quale si denuncia la violazione dell'art. 2
commi 1 e 3 lett. a) della legge n. 117/1988, nonché dell'art. 2 comma 2
della stessa legge.
In particolare, è denunciata la violazione della norma di diritto che regola
la responsabilità civile del magistrato per colpa grave nell'esercizio delle sue
funzioni e della norma che individua le condotte integranti la colpa grave ai
fini della responsabilità per il conseguente danno ingiusto, nonché la falsa
/
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applicazione della norma di salvaguardia che dispone che non dia luogo a
responsabilità l'attività interpretativa di norme di diritto.
Il ricorrente muove dall'assunto che il giudice di legittimità sia incorso in
gravi errori, non ascrivibili ad insindacabile attività di interpretazione di
norme di diritto ma a grave violazione di legge per negligenza inescusabile,
in quanto la Corte di legittimità, modificando le statuizioni della sentenza di
merito in quella sede impugnata:
a)
avrebbe violato il giudicato interno formatosi sulle statuizioni del Giudice
di merito -non impugnate con i motivi di gravame-
concernenti il
riconoscimento della rivalutazione monetaria del capitale e degli interessi al
tasso legale decorrenti dall'illecito;
b)
avrebbe applicato il principio nominalistico che si applica ai debiti
pecuniari, omettendo di riconoscere la rivalutazione in presenza di un fatto
illecito, in violazione degli artt. 2043, 2056, 1223 e 2058 c.c.;
c)
avrebbe liquidato il credito accessorio per interessi al tasso legale con
decorrenza a far data dalla domanda e non dalla data dell'illecito, pur
trattandosi di illecito extracontrattuale, così violando gli artt. 1219, comma
2, n. 1) c.c. e 1223 c.c.;
d)
avrebbe omesso di calcolare gli interessi sulla somma prima devalutata
alla data del fatto illecito (risalente al 1986, ovvero al momento della
definitiva trasformazione del fondo) e poi via via rivalutata, come statuito
dalle sentenze di merito, non impugnate sul punto.
Assume che la grave negligenza inescusabile -intesa come violazione
macroscopica e grossolana della norma di diritto-, eclatante e non
rimediabile - sia rinvenibile nella circostanza che le norme violate fossero di
frequente uso e che le determinazioni adottate dal giudice di legittimità nel
decidere la causa nel merito si pongano in contrasto con le giuste statuizioni
che al riguardo erano state già assunte dalle precedenti sentenze di merito,
avendo altresì omesso la Corte di legittimità di motivare tale eclatante
scostamento.
Sostiene il ricorrente che la decisione sia stata caratterizzata da una totale
mancanza di attenzione nell'uso degli strumenti normativi e da una
trascuratezza marcata ed ingiustificabile essendo stati violati elementari
(_
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principi di diritto che il magistrato non può giustificatamente ignorare, e che
ciò abbia comportato un danno ingiusto, nei confronti dell'istante, non
determinato da scusabili interpretazioni giuridiche ma da negligenza che, in
quanto irreparabile, è inescusabile. Critica quindi la decisione impugnata
laddove ha ritenuto che si trattasse di scelte interpretative, come tali, in
relazione alle disposizioni
pro tempore
applicabili, insindacabili.
3. -
L'ordinanza interlocutoria.
3.1. - Con una articolata ordinanza interlocutoria, n. 12215 del 2018, la
terza Sezione civile della Corte ha rimesso gli atti al Primo Presidente
affinchè valutasse l'opportunità di assegnare la causa alle Sezioni unite in
quanto contenente una questione di massima di particolare importanza.
Ha segnalato che il ricorso ponga la necessità di risolvere la seguente
questione in diritto:
"Se, in presenza di norme di diritto che non presentano
equivoci od incertezze alcuni, in considerazione dei principi di diritto
costantemente ribaditi da oltre sessanta anni dalla Corte di legittimità e
della consolidata ed univoca interpretazione delle norme indicate in materia
di liquidazione del debito risarcitorio derivante da illecito aquiliano, il diverso
trattamento riservato dalla sentenza di legittimità ad un debito risarcitorio,
di natura patrimoniale, derivante da illecito aquiliano (omessa
attualizzazione ed applicazione degli interessi legali dalla data della
domanda), possa ex se ritenersi attratto nell'ambito della "attività
interpretativa delle norme" -intesa come ricerca ed attribuzione di
significato prescrittivo all'enunciato ricavabile dai lemmi e dai sintagmi delle
disposizioni lette singolarmente, in relazione al nesso logico interno alla
struttura dell'atto fonte ed alla relazione sistematica con le altre norme
dell'ordinamento giuridico- e dunque essere considerata "in senso
oggettivo" come attività comunque valutativa la quale -se pure errata od
implausibile- ricade nell'ambito della clausola di salvaguardia di cui all'art.
2, comma 2, legge n. 117/1988, o invece se il raggiunto livello di
consolidamento del significato delle norme applicate in tema di liquidazione
del danno patrimoniale derivante da illecito aquiliano (nella materia del
danno patrimoniale da occupazione espropriativa: cfr. Corte cass. Sez. U,
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sez.
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Sentenza n. 1464 del 26/02/1983; id. Sez. U, Sentenza n. 12546 del
25/11/1992; id. Sez. U, Sentenza n. 494 del 20/01/1998; id. Sez. 1,
Sentenza n. 4070 del 20/03/2003; id. Sez. 1, Sentenza n. 19511 del
06/10/2005; id. Sez. 1, Sentenza n. 22923 del 09/10/2013; id. Sez. 2,
Sentenza n. 11041 del 28/05/2015; id. Sez. 1, Sentenza n. 18243 del
17/09/2015. Quanto alla liquidazione del lucro cessante con la tecnica degli
interessi: Corte cass. Sez.1, Sentenza n. 1814 del 18/02/2000; id. Sez. 1,
Sentenza n. 9410 del 21/04/2006; id. Sez. 1, Sentenza n. 9472 del
21/04/2006; id. Sez. 1, Sentenza n. 13585 del 12/06/2006; id. Sez. 1,
Sentenza n. 15604 del 09/07/2014; id. Sez. 1, Sentenza n. 18243 del
17/09/2015. Unica contraria l'isolata pronuncia Corte cass. Sez. 1, Sentenza
n. 4766 del 03/04/2002 volta ad assimilare nella categoria delle obbligazioni
di valuta la indennità di esproprio ed il risarcimento del danno in base al
criterio di liquidazione, dall'art. 5 bis, comma settimo bis, legge 8.8.1992 n.
359), implichi la necessità, affinchè possa operare la clausola di
salvaguardia, che il totale distacco del Giudice dalle opzioni interpretative di
un indirizzo giurisprudenziale che può definirsi univoco e "cristallizzato",
debba essere connotato, quanto meno, da un evidenziato dubbio applicativo
alla fattispecie concreta della norma intesa nel significato ad essa attribuito,
ovvero da una rimeditata -non rileva se fondata o meno- soluzione
interpretativa, tale per cui la statuizione adottata risulti il portato di una
attività valutativa e non di una mera "distrazione" od ignoranza dei principi
giurisprudenziali consolidati".
3.2. -L'ordinanza evidenzia che si ritiene di particolare importanza la
questione se il discrimine tra attività di interpretazione (coperta dalla
clausola di salvaguardia) e inescusabilità della grave violazione di legge
(fonte di responsabilità civile dello Stato) venga in rilievo soltanto nel caso
in cui l'attività del Giudice si rifletta direttamente sull'enunciato della
disposizione normativa, traendone un significato (secondo il differente livello
di chiarezza e precisione che questa esibisca), ovvero anche nel caso in cui
si rifletta solo indirettamente su tale enunciato in quanto il significato risulti
"già" enucleato costituendo il portato di una elaborazione giurisprudenziale,
z
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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volta alla interpretazione della norma di diritto, che assuma consistenza tale
da rendere stabile una determinata applicazione della norma di diritto.
3.3. - Conclusivamente, l'ordinanza di rimessione articola la questione da
sottoporre alle Sezioni Unite, nella
"individuazione del discrimine nella grave
violazione di legge contemplata dalle fattispecie illecite individuate dall'art.
2, comma 3, lett. a) della legge n. 117\1988 (nel testo previgente alla
modifica della legge n. 18\2015) e dall'art. 2, comma 1, lett. g) del d.lgs.
23 febbraio 2006, n.109, tra attività interpretativa insindacabile ed attività
sussumibile nella fattispecie illecita, con specifico riferimento alla violazione
di norma di diritto in relazione al significato ad essa attribuito da
orientamenti giurisprudenziali da ritenersi consolidati".
4.
-
Il quadro normativo di riferimento.
4.1. -
E'
essenziale chiarire che alla controversia in esame si applica,
ratione temporis,
la disciplina dettata dalla legge 13 aprile 1988, n.117,
rubricata
"Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni
giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati",
nel testo precedente alle
integrazioni, abrogazioni e modificazioni derivanti dalla entrata in vigore
della legge 27 febbraio 2015, n. 18 ("Disciplina della responsabilità civile dei
magistrati").
4.2. - Quest'ultima legge, in mancanza di una disciplina transitoria, si
applica infatti ai soli fatti illeciti posti in essere dal magistrato, nei casi
previsti dagli articoli 2 e 3, dalla data della sua entrata in vigore (19 marzo
2015).
4.3. - Il profilo della non retroattività delle norme modificative della
responsabilità civile dei magistrati è stato già chiarito da questa Corte: la
sentenza n. 25216 del 2015 ha affermato che, in tema di responsabilità
civile dei magistrati, la sopravvenuta abrogazione della disposizione di cui
all'art. 5 della I. n. 117 del 1988, per effetto dell'art. 3, comma 2, della I. n.
18 del 2015, non ha efficacia retroattiva, onde l'ammissibilità della
domanda di risarcimento danni cagionati nell'esercizio delle funzioni
giudiziarie deve essere delibata alla stregua delle disposizioni processuali
vigenti al momento della sua proposizione. Ne consegue che il giudizio di
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ammissibilità previsto dall'art. 5 cit. continua ad applicarsi alle domande
avanzate con ricorso depositato prima del 19 marzo 2015, data di entrata in
vigore della legge n. 18 del 2015.
4.4. - La datazione del fatto, che si assume essere illecito e fonte di
responsabilità per lo Stato giudice, della cui esistenza si discute - ai limitati
fini, in questa sede, del vaglio preventivo di ammissibilità dell'azione
risarcitoria nei confronti dello Stato - è quella del deposito della sentenza
asseritamente fonte di responsabilità, 21 ottobre 2011. Essendo una
sentenza della Cassazione che non si limitava ad accogliere il ricorso
cassando la sentenza impugnata, ma decideva nel merito, da quel giorno la
statuizione in essa contenuta è definitiva e si è consumato, nella
ricostruzione del ricorrente, il pregiudizio a suo danno.
4.5. - Il testo dell'art. 2, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (c.d. legge
Vassalli), nella formulazione antecedente alla riforma introdotta dalla legge
27 febbraio 2015 n. 18, è il seguente:
Art. 2. Responsabilità per dolo o colpa grave.
1.
Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di
un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave
nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo
Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non
patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale.
2.
Nell'esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità
l'attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e
delle prove.
3.
Costituiscono colpa grave:
a)
la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile;
b)
l'affermazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui
esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;
c)
la negazione, determinata da negligenza inescusabile, di un fatto la cui esistenza
risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;
d)
l'emissione di provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi
consentiti dalla legge oppure senza motivazione.
4.6. - Inoltre, il testo
pro tempore
vigente, prevede, all'art. 5, che
l'introduzione dell'azione risarcitoria nei confronti dello Stato sia preceduta
da un vaglio preliminare di ammissibilità:
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Art. 5. Ammissibilità della domanda.
1.11 tribunale, sentite le parti, delibera in camera di consiglio sull'ammissibilità della
domanda di cui all'articolo 2.
2.
A tale fine il giudice istruttore, alla prima udienza, rimette le parti dinanzi al
collegio che è tenuto a provvedere entro quaranta giorni dal provvedimento di
rimessione del giudice istruttore.
3.
La domanda è inammissibile quando non sono rispettati i termini o i presupposti
di cui agli articoli 2, 3 e 4 ovvero quando è manifestamente infondata.
4.
L'inammissibilità è dichiarata con decreto motivato, impugnabile con i modi e le
forme di cui all'articolo 739 del codice di procedura civile, innanzi alla corte
d'appello che pronuncia anch'essa in camera di consiglio con decreto motivato entro
quaranta giorni dalla proposizione del reclamo. Contro il decreto di inammissibilità
della corte d'appello può essere proposto ricorso per cassazione, che deve essere
notificato all'altra parte entro trenta giorni dalla notificazione del decreto da
effettuarsi senza indugio a cura della cancelleria e comunque non oltre dieci giorni.
Il ricorso è depositato nella cancelleria della stessa corte d'appello nei successivi
dieci giorni e l'altra parte deve costituirsi nei dieci giorni successivi depositando
memoria e fascicolo presso la cancelleria. La corte, dopo la costituzione delle parti o
dopo la scadenza dei termini per il deposito, trasmette gli atti senza indugio e
comunque non oltre dieci giorni alla Corte di cassazione che decide entro sessanta
giorni dal ricevimento degli atti stessi. La Corte di cassazione, ove annulli il
provvedimento di inammissibilità della corte d'appello, dichiara ammissibile la
domanda. Scaduto il quarantesimo giorno la parte può presentare, rispettivamente
al tribunale o alla corte d'appello o, scaduto il sessantesimo giorno, alla Corte di
cassazione, secondo le rispettive competenze, l'istanza di cui all'articolo 3.
5.
Il tribunale che dichiara ammissibile la domanda dispone la prosecuzione del
processo. La corte d'appello o la Corte di cassazione che in sede di impugnazione
dichiarano ammissibile la domanda rimettono per la prosecuzione del processo gli
atti ad altra sezione del tribunale e, ove questa non sia costituita, al tribunale che
decide in composizione intieramente diversa. Nell'eventuale giudizio di appello non
possono far parte della corte i magistrati che abbiano fatto parte del collegio che ha
pronunziato l'inammissibilità. Se la domanda è dichiarata ammissibile, il tribunale
ordina la trasmissione di copia degli atti ai titolari dell'azione disciplinare; per gli
estranei che partecipano all'esercizio di funzioni giudiziarie la copia degli atti è
trasmessa agli organi ai quali compete l'eventuale sospensione o revoca della loro
nomina.
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
-13-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
4.7. — Oggetto del presente giudizio è precisamente il vaglio di
ammissibilità, ovvero la verifica, da farsi d'ufficio, del rispetto dei termini di
decadenza, la ricorrenza dei presupposti previsti dalla legge, nonché la non
manifesta infondatezza della domanda proposta. Ove la Corte dovesse
accogliere il ricorso, occorrerebbe rimettere la causa al primo giudice perché
si celebri il giudizio di responsabilità e, altra importante conseguenza
collegata al vaglio positivo di ammissibilità- occorrerebbe trasmettere copia
degli atti ai titolari dell'azione disciplinare (comma 5, ultimo capoverso).
5. -
Le questioni all'esame della Corte.
5.1. - Le questioni poste dal ricorso sono:
1)
sulla base della disciplina sulla responsabilità civile del magistrato
precedente alle modifiche introdotte dalla riforma del 2015,
pro tempore
applicabile, e ai fini di valutare se sia corretta la valutazione di
inammissibilità dell'azione risarcitoria proposta nei confronti dello Stato
italiano per responsabilità civile dei magistrati (nel caso di specie, magistrati
della Corte di cassazione) contenuta nel provvedimento impugnato, qual sia
il discrimine tra attività interpretativa insindacabile del giudice e grave
violazione di legge, determinata da negligenza inescusabile;
2)
se possa ritenersi che integri il parametro della grave violazione di legge
determinata da negligenza inescusabile, il non aver tenuto in conto,
all'interno
della
decisione,
di
un
orientamento
giurisprudenziale
assolutamente consolidato. Questo secondo profilo costituisce un corollario
della questione principale precedente, ed è posto in particolare rilievo dalla
ordinanza di rimessione.
6. -
La questione preliminare di tempestività della domanda.
6.1. - Prima di esaminare nel merito le questioni poste dal ricorso, occorre
preliminarmente verificare la tempestività della proposizione della domanda
risarcitoria nei confronti dello Stato italiano, che è proponibile, secondo
quanto previsto dall'art. 4, secondo comma,
"soltanto quando siano stati
esperiti i mezzi ordinari di impugnazione o gli altri rimedi previsti avverso i
provvedimenti cautelari e sommari, e comunque quando non siano più possibili la
modifica o la revoca del provvedimento ovvero, se tali rimedi non sono previsti,
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
quando sia esaurito il grado del procedimento nell'ambito del quale si è verificato il
fatto che ha cagionato il danno. La domanda deve essere proposta a pena di
decadenza entro due anni (termine elevato a tre della legge del 2015) che
decorrono dal momento in cui l'azione è esperibile".
6.2. - In riferimento alla tempestiva proposizione della domanda, è bene
puntualizzare che il
dies a quo
decorre dal deposito della sentenza che
decide sul ricorso ordinario per cassazione, a prescindere dal fatto che sia
stata o meno proposta, come nel nostro caso, l'azione di revocazione.
6.3. - La proposizione dell'azione di revocazione non è idonea ad impedire la
decadenza, atteso che la proponibilità dell'azione risarcitoria decorre dal
consumarsi del pregiudizio, che coincide con il passaggio in giudicato della
sentenza che rigetta la domanda o il ricorso di chi assume essere stato
danneggiato. In tal senso si è già pronunciata questa Corte, affermando che
"In tema di responsabilità civile dei magistrati, ai sensi dell'art. 4, comma 2,
della legge 13 aprile 1988, n. 117 (nella versione applicabile a tutte le
fattispecie anteriori al 19 marzo 2015 e, cioè, all'entrata in vigore della
legge 27 febbraio 2015, n. 18), l'azione di risarcimento dei danni cagionati
nell'esercizio delle funzioni giudiziarie è tardiva se proposta decorsi i due
anni dalla data della sentenza di cassazione, nonostante la proposizione di
revocazione ex art. 391 bis cod. proc. civ., che non impedisce il passaggio
in giudicato della sentenza impugnata con ricorso per cassazione respinto"
(Cass. n. 9916 del 2015).
6.4. - Poiché la sentenza di cassazione, dalla quale sarebbe derivato il
danno al privato, è stata depositata il 21 ottobre 2011, e il ricorso
ex
art. 4
della legge n. 117 del 1988, volto a far dichiarare ammissibile l'azione
risarcitoria, datato 1 ottobre 2013, privo di timbro di deposito, è stato
iscritto a ruolo in data 8 ottobre 2013, l'azione è tempestiva, essendo stata
proposta nel termine di due anni dal deposito della sentenza di legittimità.
7. -
L'equilibrio tra attività interpretativa insindacabile del giudice e
responsabilità per violazione di legge nella originaria formulazione
delle norme e nell'attuale.
7.1. - Nella originaria formulazione della legge n. 117, alla affermazione di
principio, contenuta nel primo comma dell'art. 2, secondo la quale chi ha
( 12
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
-15-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un
provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa
grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può
agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e
anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà
personale, fa seguito, al secondo comma, l'affermazione della area di
salvaguardia, ovvero della sfera sottratta alla responsabilità civile, nel cui
ambito l'attività giurisdizionale non è sindacabile, estesa a tutta l'attività di
interpretazione di norme di diritto, ed anche alla attività di valutazione del
fatto e delle prove.
7.2. - Il successivo terzo comma individua poi quattro ipotesi di colpa grave
rilevanti ai fini della affermazione della responsabilità civile del magistrato,
delle quali quella direttamente rilevante nel caso di specie è la lettera a),
ovvero la grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile.
7.3. - L'equilibrio tra i due giustapposti valori, il principio della
responsabilità e quello della libertà di interpretazione della disposizione di
legge, è stato individuato, nel testo originario, privilegiando una ampia
affermazione di operatività della clausola di salvaguardia, a fronte della
quale le ipotesi di responsabilità per colpa grave espressamente previste
operano soltanto in relazione all'area sottratta alla operatività di essa: può
configurarsi una responsabilità civile del magistrato per colpa grave soltanto
se, in negativo, non si tratti di una attività sottratta alla responsabilità, in
quanto riconducibile alla interpretazione di norme di diritto (nonché alla
valutazione dei fatti e delle prove) e purchè, in positivo, sia stata accertata
l'esistenza di una grave violazione di legge determinata da negligenza
inescusabile.
7.4. - Nel nuovo testo della legge, successivo alle modifiche introdotte con
legge n. 18 del 2015, sia detto per completezza, si è mantenuta la struttura
formale dell'art. 2, dedicato alla responsabilità per dolo e colpa grave, ma il
suo contenuto è mutato.
7.5. - In particolare, il secondo comma, contenente la c.d. clausola di
salvaguardia, mantiene il testo precedente, al quale è stato però preposto
un significativo
incipit,
che dà il senso del mutamento degli equilibri e dei
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
limiti introdotti alla salvaguardia: esso inizia ora con la previsione limitativa
"Fatti salvi i commi 3 e 3 bis ed i casi di dolo..."
cui segue l'affermazione
preesistente per cui
"nell'esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar
luogo a responsabilità l'attività di interpretazione di norme di diritto nè
quella di valutazione del fatto e delle prove".
8. -
La responsabilità civile del magistrato negli orientamenti della
giurisprudenza di legittimità.
8.1. - Nel vigore della legge n. 117 del 1988 nel testo precedente alla
riforma del 2015 (applicabile, come si è detto,
ratione temporis
nel caso in
esame), la giurisprudenza di legittimità si è orientata costantemente nel
circoscrivere l'area della responsabilità, attraverso una ampia ricognizione
della nozione di attività interpretativa, rientrante nell'ambito della clausola
di salvaguardia.
8.2. - Giova richiamare il principio di diritto affermato da Cass. n. 12357 del
1999, ripreso, condiviso e arricchito dalla successiva giurisprudenza di
legittimità:
"Il sistema normativo della responsabilità civile dei magistrati,
quale risultante dalla coordinazione fra le ipotesi di colpa grave tipizzate
dall'art. 2 terzo comma della legge n. 117 del 1988 e la previsione del
secondo comma della stessa norma, secondo la quale nell'esercizio di
funzioni giudiziarie non può dare luogo a responsabilità l'attività di
interpretazione di norme di diritto e quella di valutazione del fatto e delle
prove, non si sostanzia in un mero rinvio alla nozione generale della colpa
grave, come dispone l'art. 2236 cod. civ. a proposito della prestazione del
libero professionista intellettuale implicante la soluzione di problemi tecnici
di speciale difficoltà, ma si caratterizza in modo peculiare, sia per la
presenza della clausola limitativa di cui al suddetto secondo comma dell'art.
2, che si spiega col carattere fortemente valutativo dell'attività giudiziaria,
connotata da scelte sovente basate su diversità di interpretazioni, sia per la
previsione, con riferimento alle ipotesi di cui alle lettere a, b e c del
suddetto terzo comma, dell'esigenza che la colpa grave sia inescusabile.
Con riferimento a tali ipotesi la qualificazione di inescusabilità della
negligenza, in quanto aggiunta dalla norma a fini delimitativi
7-- /2
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
della responsabilità, mediante un'esplicazione del concetto di gravità della
colpa, integra un "quid pluris" rispetto alla negligenza, nel senso che essa si
deve caratterizzare come "non spiegabile", cioè senza agganci con la
particolarità della vicenda, idonei a rendere comprensibile - anche se non
giustificato - l'errore del giudice." (conformi,
Cass. n. 13339 del 2000; Cass.
n. 16935 del 2002; Cass. n. 16696 del 2003; Cass. n. 25133 del 2006;
Cass. n. 15227 del 2007; Cass. n. 11593 del 2011, fino a Cass. n. 6791 del
2016).
8.3. - I successivi arresti sul tema, sopra citati, contengono un cospicuo
utilizzo di termini non consueti nell'ambito della tecnica definitoria delle
ipotesi di responsabilità civile, per rappresentare, con immagini suggestive
oltre che per concetti- che il magistrato può essere chiamato a rispondere
non quando, semplicemente, ha commesso un grave errore nell'esercizio
delle sue funzioni provocando ad altri un pregiudizio non riparabile con gli
ordinari mezzi di tutela processuale, ma quando la sua decisione è non
soltanto errata ma si colloca al di fuori della consapevole scelta
interpretativa, risultando assurda, illogica, inesplicabile, abnorme, ai limiti
del diritto libero, quindi disancorata non dal rispetto della legge, ma
dall'ancoraggio ad un qualsiasi ordine di categorie, logiche e linguistiche
prima ancora che giuridiche, predicabili alla fattispecie in esame.
8.4. - Si è precisato, altresì, che ricorre tale situazione
"quando vengano
disattese soluzioni normative chiare, certe e indiscutibili, o siano violati
principi elementari di diritto, che il magistrato non può giustificatamente
ignorare"
(Cass. n. 2107 del 2012 e Cass. n. 2637 del 2013).
8.5. - A questo consolidato orientamento interpretativo le Sezioni Unite
intendono in questa sede dare continuità, pur con le precisazioni che
seguiranno.
9. -
Individuazione dell'area di responsabilità del giudice ai sensi del
testo originario della legge n. 117 del 1988.
9.1. - Ricostruiti il quadro normativo di riferimento e l'orientamento
giurisprudenziale in materia, occorre prendere posizione sulla prima delle
questioni sottoposte all'attenzione della Corte.
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
-18-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
9.2. - In tema di risarcimento dei danni cagionati dall'esercizio della
funzione giudiziaria rientra nella delibazione sull'ammissibilità della relativa
domanda, ex
art. 5 della legge n. 117 del 1988, innanzitutto l'indagine sul
carattere interpretativo o meno della lamentata violazione di legge da parte
del magistrato del quale si richiede l'affermazione di responsabilità,
rientrante tra i presupposti di cui all'art. 2 della legge.
9.3. - L'orientamento della giurisprudenza di legittimità nell'individuazione
di un punto di equilibrio che salvaguardi il ruolo propulsivo delle decisioni
giudiziarie senza sacrificare il diritto del cittadino a non essere danneggiato
dallo Stato giudice- ritenuto sovente eccessivamente prudente, se non
difensivo, da parte della dottrina ed anche dalla Corte di Giustizia - trae il
suo fondamento dalla consapevolezza che una interpretazione volta ad
ampliare le ipotesi in cui è configurabile una responsabilità civile del giudice
rischia di depauperare del suo significato più proprio l'esercizio della attività
giurisdizionale, che si estrinseca nella interpretazione delle norme, ed a
paralizzare o comunque a limitare la funzione dinamico-evolutiva della
giurisprudenza, la sua idoneità a cogliere i mutamenti in corso nella società,
a riempire di contenuto le norme adeguandole e allargandole alla tutela dei
nuovi diritti, in altre parole di isterilire l'interpretazione stessa e con essa il
proprium
dell'attività giurisdizionale.
9.4. - Sotto altro profilo, non va sottaciuto il timore che la affermazione
della responsabilità civile del magistrato, in relazione ad un giudizio ormai
definito con il giudicato, in cui non sia più possibile esperire mezzi di
impugnazione, apra quell'irriducibile contraddizione logica individuata dalla
dottrina tra il permanere della definitività di una decisione e l'accertamento
della ingiustizia di essa, in altro giudizio.
9.5. - Deve in ogni caso evitarsi che l'affermazione della responsabilità civile
del magistrato possa essere intesa come idonea a minare, indirettamente
ma fin dalle radici, l'intangibilità del giudicato (in questo senso deve leggersi
il monito espresso da Cass. n. 2637 del 2013, laddove afferma che
"L'azione di responsabilità del magistrato per grave violazione di legge, ai
sensi dell'art. 2, terzo comma, lettera a), della legge 13 aprile 1988, n. 117,
non può costituire strumento per riaprire il dibattito sulla correttezza o
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
meno dell'interpretazione adottata nel provvedimento posto a base della
domanda respinta dal magistrato della cui responsabilità si discorre, in
particolar modo quando il giudicante sia la Corte di cassazione, giudice di
ultima istanza").
9.6. - Ciò premesso, alla luce della disciplina pro-tempore applicabile, deve
essere confermata la correttezza dogmatica della ripartizione tra area
dell'attività del magistrato assoggettabile, ove mal esercitata, a
responsabilità civile, ed area esente: nella formulazione della legge, deve
ritenersi sottratta a responsabilità civile tutta l'attività prettamente
interpretativa di norme di diritto e valutativa dei fatti e della prove svolta
dal magistrato. Solo l'attività che non può essere considerata prodotto del
percorso intellettivo di interpretazione (e di valutazione) è assoggettabile a
responsabilità, e purchè il giudice si renda responsabile di una grave
violazione di legge, dovuta ad inescusabile negligenza.
9.7. - Nel riconfermare l'orientamento consolidato occorre puntualizzare che
non ne discende la conclusione che, di fatto, tutta l'attività svolta dal giudice
sia sottratta alla responsabilità, in quanto esiste un'area residua di
assoggettabilità a responsabilità civile che va meglio delineata.
Non va obliterato, infatti, che l'ordinamento non può ammettere che
l'esercizio gravemente carente della funzione giurisdizionale possa tradursi
senza le necessarie contromisure in un ingiusto pregiudizio per chi al potere
giurisdizionale si rivolge avendo ragione.
10. -
I rimedi del sistema contro l'errore del giudice.
10.1. - Deve premettersi che l'errore del giudice è in certo qual modo
fisiologico allo stesso svolgimento dell'attività giurisdizionale in quanto
anche il giudicare è attività umana, come tale fallibile e limitata. Il margine
di errore deve però essere ridotto al minimo, a salvaguardia dell'interesse
pubblico sotteso allo svolgimento della funzione, e a questo fine operano
già, a monte, i meccanismi selettivi, la formazione permanente, le verifiche
periodiche di professionalità.
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
-20-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
10.2. - All'interno della dinamica processuale, l'errore, o la decisione
ritenuta ingiusta sono rimediabili prioritariamente con lo strumento delle
impugnazioni.
L'errore materiale o di calcolo, evincibile dalla lettura del provvedimento,
dal contrasto tra dispositivo e motivazione, può essere rimosso
agevolmente, con una procedura non contenziosa, senza oneri verso lo
Stato, ed ora attivabile anche d'ufficio e in ogni tempo da parte della Corte
di cassazione, che consente la rimozione di ulteriori ipotesi di errore, diverse
da quelle suscettibili di essere rimosse con l'impugnazione, attraverso la
quale l'ingiustificato pregiudizio a carico della parte che ha ragione viene
ancora circoscritto e l'errore eliminato.
Inoltre, è utilizzabile lo strumento della revocazione, a fronte del solo errore
di fatto, nella accezione presa in considerazione dall'art. 395 n. 4 c.p.c.
10.3. - Nelle ipotesi residue, in cui la decisione definitiva sia ancora reputata
ingiusta, essa è ormai intangibile (salvo le ipotesi straordinarie di
revocazione di cui all'art. 396 c.p.c.) in quanto il giudicato non può più
essere intaccato.
A questo punto, la parte che ritenga di essere stata pregiudicata dall'errore
del giudice potrà agire contro lo Stato facendo valere la responsabilità civile
del magistrato, purchè si rientri nelle ipotesi consentite dalla legge, ferma
restando la rivalsa verso il magistrato in presenza dei presupposti di legge.
11. Le ipotesi di errore fonte di responsabilità civile del giudice nel
testo originario della legge n. 117.
11.1. - Così delimitato l'ambito di operatività della responsabilità civile del
giudice alla luce del testo originario della legge n. 117, applicabile al caso
concreto, bisogna identificare l'area residua, in cui la responsabilità operi.
11.2. - L'area di responsabilità non meramente virtuale alla luce della
originaria disciplina dettata dalla legge n. 117 del 1988 è quella, già
individuata dalla giurisprudenza della Corte, in cui la decisione appaia non
essere frutto di un processo interpretativo ma contenga affermazioni ad
esso non riconducibili, perché sconfinanti nel provvedimento abnorme, o nel
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
diritto libero, e quindi, in quanto tali, caratterizzate da una negligenza
ritenuta, prima ancora che inescusabile, come previsto dalla norma,
inesplicabile, come ritenuto da Cass. n. 6791 del 2016, per la quale la
responsabilità civile dei magistrati è incentrata sulla colpa grave, qui
tipizzata secondo le ipotesi specifiche delineate dall'originario art. 2 della I.
n. 117 del 1988, tutte accomunate dalla ricorrenza di una negligenza
inescusabile, "non spiegabile", tale da determinare una violazione evidente,
grossolana e macroscopica della norma applicata, ovvero una lettura di essa
in contrasto con ogni criterio logico, oppure l'adozione di scelte aberranti
nella ricostruzione della volontà del legislatore, o, ancora, la manipolazione
assolutamente arbitraria del testo normativo o, infine, lo sconfinamento
dell'interpretazione nel diritto libero (nella specie, la S.C. ha cassato la
declaratoria di inammissibilità dell'iniziativa volta a far valere la
responsabilità di un magistrato, il quale - con un'interpretazione che
destituiva di ogni funzionalità l'istituto di cui all'art. 2943 c.c. in relazione
alla fattispecie di cui all'art. 1669, comma 2, c.c. - aveva escluso la
possibilità per il committente di interrompere, con successive contestazioni,
il decorso del termine annuale di prescrizione, argomentando che, in tal
modo, il termine non sarebbe mai venuto a maturare).
11.3. - Quest'area di responsabilità può essere meglio individuata
specificando che esiste una attività giurisdizionale che si colloca a monte del
vero e proprio processo interpretativo, attraverso una segmentazione del
processo di analisi rispondente alla realtà, perché il processo di analisi della
fattispecie che porta alla interpretazione, e poi alla decisione, si può
scindere in diverse fasi logiche.
11.4. - Il giudice può incorrere in grave violazione di legge, rilevante come
fonte dell'obbligo risarcitorio (laddove sia dovuta a negligenza inescusabile)
in vari momenti della attività prodromica alla decisione di una causa, in cui
la violazione non si sostanzia negli esiti del processo interpretativo, ma ne
rimane concettualmente e logicamente distinta; l'errore cade sulla
disposizione, che qui rileva come fatto, come elaborato linguistico preso in
considerazione dal giudice che non ne comprende la portata semantica.
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
11.5. - L'errore può cadere, innanzi tutto, sulla errata individuazione della
disposizione da applicare alla fattispecie concreta, ed in questo caso è un
errore percettivo sul significante della disposizione, ovvero è un errore che
cade sulla identificazione stessa della disposizione da applicare al caso
concreto (sulla disposizione e non sulla norma, secondo ricostruzione cara a
parte della dottrina, ma non unanimemente condivisa).
11.6. - L'errore del giudice può essere fonte di responsabilità nell'accezione
prevista dalla legge anche se interviene nella fase successiva: esaminata la
fattispecie concreta, e ricondotta la stessa correttamente nell'ambito di un
istituto o di una disciplina, dall'inquadramento giuridico, frutto del processo
interpretativo, eseguito, può verificarsi un errore se non si associano alla
fattispecie, correttamente inquadrata, gli effetti giuridici propri di quella
disciplina (non le si associa nessuna disciplina, o le si associa una disciplina
diversa, come nei casi in cui si applichi una pena detentiva per una ipotesi
di reato che non la prevede, o che si applichi una pena superiore al
massimo edittale). In questo caso, l'errore cade sulla applicazione della
disposizione (come nella ipotesi contemplata da Cass. n. 6791 del 2016, in
cui individuato l'istituto di riferimento, la prescrizione, il giudice non aveva
associato ad esso la sua disciplina)
11.7. - Infine, vi è una terza, possibile categoria di errore che anch'essa si
sottrae alla operatività della clausola di salvaguardia: l'errore che consiste
nella attribuzione di un significante impossibile, un non-significato, ovvero
un significante che va oltre ogni possibile significato testuale traibile dalla
disposizione. In questo caso si ha una scelta solo formalmente
interpretativa, ma talmente svincolata dai parametri normativi da non
essere ad essi riconducibile, ovvero da non essere frutto di un processo
interpretativo consapevole - come tale sottratto al campo della
responsabilità civile - ma addirittura una scelta aberrante.
11.8. - Nella prima tipologia di errore (errore nella individuazione della
disposizione) esso non deriva dall'interpretazione perché si colloca a monte
del lavorio interpretativo, nella fase di analisi della fattispecie e di
individuazione della disposizione ad essa applicabile. Può derivare da un
difetto di conoscenza, che può mancare o essere troppo superficiale
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
(qualora non si individui la disposizione da applicare alla fattispecie, in caso
di successione delle leggi nel tempo o di altre variazioni, o si individui una
disposizione in luogo di un'altra), e comunque cade sulla identificazione
della disposizione da applicare alla fattispecie, che sarà poi oggetto di
interpretazione, divenendo norma, ovvero assumendo, tramite
l'interpretazione, il suo significato. L'errore sulla individuazione della norma
è una ricaduta applicativa dell'antico brocardo
in claris non fit interpretatio.
11.9. - Nel secondo caso (errore sulla applicazione), individuata
correttamente la disposizione, non si applica alla fattispecie, correttamente
inquadrata nelle disposizioni che la delimitano, la disciplina appropriata, non
se ne fanno discendere gli effetti dovuti.
11.10. - La terza tipologia di errore (attribuzione al significante di un
contenuto che non è nei suoi possibili significati) può aversi solo quando si
attribuisce alla disposizione un significato che essa non può avere, che non
è contenuto nel dato testuale, che si pone oltre e contro il suo significante.
Vale precisare, come verrà meglio analizzato nel punto successivo, che se
una disposizione può avere vari possibili significati, nessun significato,
neanche quello più desueto e meno utilizzato, può esser fonte di
responsabilità, purché si rimanga nell'ambito del possibile, ovvero della
possibile scelta interpretativa. Per questo una decisione frutto di una
interpretazione di minoranza non può, di per sé, essere reputata fonte di
responsabilità.
Può essere fonte di responsabilità invece predicare ad una disposizione un
non-significato,
un significato che essa, né linguisticamente né
giuridicamente può avere o che non è il suo perché è proprio di un'altra
norma, di un altro istituto, un significato che va oltre il significante.
L'errore sul significato della disposizione si sostanzia nel predicare alla
norma un significato impossibile, che va contro la stessa espressione
semantica: l'espressione infatti è suscettibile di assumere una molteplicità
di contenuti, in relazione ed entro il limite dei significati resi possibili dalla
plurivocità del significante testuale, ma non contro di esso.
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
11.11. - Conclusivamente, sono tre le categorie di ipotesi in cui l'errore del
giudice può essere assoggettato a responsabilità civile perché sottratto alla
clausola di salvaguardia:
-
l'errore sulla individuazione della disposizione, ovvero sulla individuazione
del significante;
-
l'errore sulla applicazione della disposizione;
-
l'errore sul significato della disposizione, ovvero l'attribuzione alla
disposizione di un significante non compatibile con il significato, un non-
significato.
In tutti e tre i casi, non si tratta di scelte frutto di un consapevole processo
interpretativo, ma di attività che non sono frutto del processo interpretativo
stesso.
Esse rilevano come fonte di responsabilità civile qualora integrino una
grave violazione di legge che supera la soglia della negligenza inescusabile.
12. -
Negligenza inescusabile e negligenza inesplicabile.
12.1. - La giurisprudenza di legittimità ha evidenziato che i casi sanzionabili
non sono riconducibili al lavoro interpretativo consapevole, giustificato,
diligente, professionale, ma si collocano in un terreno in cui l'attività svolta
dal giudice, per la sua arbitrarietà e per il suo scollamento dalle categorie
giuridiche, non può neppure più essere qualificata come frutto di
interpretazione, come tale insindacabile, ma sconfina nell'invenzione,
nell'abnormità, nel diritto libero (tra le altre,Cass. n. 6791 del 2016, Cass.
n. 11593 del 2011, Cass. n. 7272 del 2008, Cass. n. 11859 del 2001).
12.2. - Nelle ipotesi in cui si è ritenuto l'operato del giudice sottratto
all'area della salvaguardia, la valutazione sulla gravità della negligenza si è
fusa con quella della attribuzione all'attività del giudice di una valenza non
interpretativa perché del tutto estranea, per la mancanza di rigore, di
rispetto dei parametri minimi della attività interpretativa stessa. Ovvero, la
prevalente interpretazione giurisprudenziale ha traslato sulla peculiarità
dell'elemento soggettivo colposo cui fa riferimento la norma la non
riconducibilità dell'attività svolta al razionale processo interpretativo,
riqualificando la negligenza inescusabile prevista dalla legge in termini di
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
negligenza
inesplicabile.
Si
sottolinea,
infatti,
che
le
ipotesi
in
considerazione sono soltanto quelle limite, in cui si è fuori dalla attività di
interpretazione del giudice perché si sconfina nel provvedimento abnorme, o
nel diritto libero, dando delle norme una interpretazione o facendone una
applicazione, che prima ancora che inescusabile è del tutto inesplicabile
ovvero priva di razionalità (numerose sono le sentenze che definiscono la
negligenza inescusabile, come "non spiegabile", tale da determinare una
violazione evidente, grossolana e macroscopica della norma applicata,
ovvero una lettura di essa in contrasto con ogni criterio logico, oppure
l'adozione di scelte aberranti nella ricostruzione della volontà del legislatore,
o, ancora, la manipolazione assolutamente arbitraria del testo normativo o,
infine, lo sconfinamento dell'interpretazione nel diritto libero: tra le altre,
Cass. n. 6791 del 2016, Cass. n. 7272 del 2008; Cass. n. 2107 del 2012 ha
precisato che la violazione ascrivibile a negligenza "inescusabile" esige un
"quid pluris" rispetto alla negligenza, richiedendo che essa si presenti come
non spiegabile, senza agganci con le particolarità della vicenda atti a
rendere comprensibile, anche se non giustificato, l'errore del giudice).
13. - Responsabilità civile del giudice e mancato rispetto del
precedente.
13.1. - La seconda questione posta dall'ordinanza interlocutoria è se possa
integrare grave violazione di legge, determinata da negligenza inescusabile
e possa essere fonte di responsabilità per lo Stato (e poi, in sede di rivalsa,
per lo stesso magistrato), anche il discostarsi del giudice dal tracciato della
precedente giurisprudenza di legittimità ed in caso affermativo, in quali casi.
In particolare, l'ordinanza di rimessione affida alle Sezioni unite il compito di
tracciare il discrimine tra attività interpretativa insindacabile e attività
sussumibile nella fattispecie illecita, con specifico riferimento alla violazione
di norma di diritto in relazione al significato ad essa attribuito da
orientamenti giurisprudenziali da ritenere consolidati.
13.2. - La soluzione è negativa.
Deve in questa sede ribadirsi che il precedente giurisprudenziale, pur
autorevole, pur se proveniente dalla Corte di legittimità e finanche dalle
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Sezioni unite, e quindi anche se è diretta espressione di nomofilachia, non
rientra tra le fonti del diritto, e come tale non è direttamente vincolante per
il giudice (salvo che, naturalmente, per il giudice di rinvio).
Ne consegue che il discostarsi dal precedente, anche se di legittimità, anche
a Sezioni unite, non può essere di per sé fonte di responsabilità civile per il
giudice, pur con le precisazioni che seguono. Diversamente opinando, si
negherebbe la legittimità della stessa forza propulsiva della interpretazione
giurisprudenziale, che vive nella sua evoluzione e nel superamento critico
delle passate posizioni.
13.3 - Questa soluzione si colloca in linea di continuità con i principi
affermati da Cass. S.U. n. 15144 del 2011 (adottata in tema di c.d.
overrulling
processuale, ovvero di mutamento della propria precedente
interpretazione di una norma processuale da parte del giudice della
nomofilachia). Le Sezioni unite hanno in quella sede affermato che
"il
precetto fondamentale della soggezione del giudice soltanto alla legge (art.
101 Cost.) impedisce di attribuire all'interpretazione della giurisprudenza il
valore di fonte del diritto, sicché essa, nella sua dimensione dichiarativa,
non può rappresentare la "lex temporis acti", ossia il parametro normativo
immanente per la verifica di validità dell'atto compiuto in correlazione
temporale con l'affermarsi dell'esegesi del giudice".
13.4. - Trattasi di un principio più volte ribadito dalla Corte costituzionale e
espresso già in precedenza dalla giurisprudenza di legittimità, la quale ha
più volte affermato la non riconducibilità delle pronunce giurisprudenziali,
neppure di legittimità, nell'ambito delle fonti di legge, traendone la
conclusione che il giudice non è obbligato a decidere conformemente
all'interpretazione già effettuata precedentemente dallo stesso o da altro
giudice in relazione ad un'altra controversia (in questo senso, tra le altre,
Cass., n.13000 del 2006).
In particolare, si è affermato che non può essere fonte di responsabilità,
per violazione di legge, neppure il dissenso dall'indirizzo espresso dalle
Sezioni Unite della Cassazione, ove motivato in diritto, anche in assenza del
pur opportuno richiamo alle pronunzie disattese, in quanto esso è
comunque espressione dell'attività di interpretazione delle norme riservata
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
al magistrato. A più forte ragione è stata esclusa tale responsabilità quando
dal predetto indirizzo si fossero altresì discostate pronunce di sezioni
semplici della stessa Corte (Cass. S.U. n. 8260 del 1999).
13.5. - Peraltro, tali ripetute affermazioni nel senso della non vincolatività
del precedente vanno armonizzate con l'esigenza di garantire l'uniformità
dell'interpretazione giurisprudenziale attraverso il ruolo svolto dalla Corte di
Cassazione, nonché con l'evoluzione normativa del giudizio di cassazione e
con la successiva affermazione delle stesse Sezioni Unite secondo la quale
"l'interpretazione della legge fornita dalla Corte di cassazione (e
massimamente dalle sezioni unite di essa) va tendenzialmente intesa come
una sorta di oggettivazione convenzionale di significato"
(Cass. S.U. ord. n.
23675 del 2014).
L'arresto da ultimo citato è espressione di una linea evolutiva della
giurisprudenza di legittimità sempre più teso a preservare
"la salvaguardia
dell'unità e della stabilità dell'interpretazione giurisprudenziale
(massimamente di quella del giudice di legittimità e, in essa, di quella delle
sezioni unite)",
valori che vengono assunti come
"ormai da considerare -
specie dopo l'intervento del d.lgs. n. 40 del 2006 e della I. n. 69 del 2009, in
particolare con riguardo alla modifica dell'art. 374 c.p.c. ed all'introduzione
dell'art. 360 bis - alla stregua di un criterio legale di interpretazione delle
norme giuridiche. Non l'unico certo e neppure quello su ogni altro
prevalente, ma di sicuro un criterio di assoluto rilievo"
(dalla ordinanza
citata).
Il richiamo al valore del precedente di legittimità, peraltro, è stato affermato
nella predetta ordinanza non solo con riferimento alla interpretazione
giurisprudenziale di norme processuali (sulle quali verteva la fattispecie
esaminata), che la ordinanza in discorso ritiene derogabile solo per
"ottime
ragioni",
ma anche in relazione alla interpretazione di norme di altra natura,
comunque derogabile in presenza di, almeno,
"buone ragioni".
Inoltre, la medesima ordinanza delle S.U. pone in luce la funzionalità della
previsione di cui all'art. 65 dell'Ordinamento giudiziario, sulle attribuzioni
della Corte di cassazione, che fornisce
"l'unico criterio ... di valutazione della
"esattezza" di una interpretazione",
in quanto presuppone che
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
"l'interpretazione della legge espressa dall'organo al quale è attribuito il
controllo di legittimità sulle sentenze di altri giudici sia da ritenersi
convenzionalmente, se non quella "esatta", almeno la più "esatta"
(possibile) o, se si vuole, la più "giusta" e/o la più "corretta", e da tale
interpretazione non possa perciò prescindersi tutte le volte che venga in
discussione il contenuto di una norma nel suo significato "oggettivo".
13.6. - Il sistema può essere così ricomposto. La norma giuridica trova
propriamente la sua fonte di produzione nella legge (e negli atti equiparati),
negli atti, cioè, di competenza esclusiva degli organi del potere legislativo.
Nel quadro degli equilibri costituzionali (ispirati al principio della divisione
dei poteri) i giudici (estranei al circuito di produzione delle norme giuridiche)
sono appunto (per disposto dell'art. 101 Cost., comma 2), "soggetti soltanto
alla legge", il che, a sua volta, realizza la garanzia della indipendenza
funzionale del giudice, nel senso che, nel momento dell'applicazione, e della
previa interpretazione, a lui demandata, della legge, è fatto divieto a
qualsiasi altro soggetto od autorità di interferire, in alcun modo, nella
decisione del caso concreto.
Questo precetto fondamentale della soggezione impedisce di attribuire
all'interpretazione della giurisprudenza il valore di fonte del diritto, la quale
ultima, nella sua dimensione dichiarativa, non può rappresentare la "lex
temporis acti", ossia il parametro normativo immanente per la verifica di
validità dell'atto compiuto in correlazione temporale con l'affermarsi
dell'esegesi del giudice.
13.7. - E' ben vero che, alla luce sia delle modifiche normative intervenute
negli ultimi anni, sia dell'affermarsi del valore condiviso della prevedibilità
delle decisioni, è cresciuta la considerazione da attribuire al precedente, nel
nostro ordinamento come nei principali ordinamenti di
civil law,
in
particolare quando sia un precedente autorevole, ancor più quando esso sia
pronunciato a Sezioni unite.
13.8. - Ciò ha portato parte della dottrina ad una revisione della tradizionale
teoria delle fonti,
"per riconoscere realisticamente che la giurisprudenza
viene spesso usata come fonte di diritto"
o assegnare al precedente il valore
di meta-fonte, per cui
"l'efficacia normativa del precedente si identifica in
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
quella delle norme interpretate alle quali viene imputato il principio di diritto
che costituisce il contenuto del precedente".
I principali orientamenti dottrinari sul problema in esame possono
schematizzarsi nella contrapposizione tra chi attribuisce al precedente una
autorità semplicemente morale o di fatto, a fronte della quale non sussiste
alcuna vincolatività per il giudice e chi assegna, nel tempo, una autorità
anche "giuridica" al precedente: entrambi gli orientamenti, peraltro,
concordano sull'esigenza dell'osservanza dei precedenti e nell'ammettere
mutamenti giurisprudenziali di orientamenti consolidati solo se giustificati da
gravi ragioni.
13.9. - Tuttavia, occorre non confondere l'autorevolezza del precedente,
che ne segna la persuasività, influendo positivamente sulla prevedibilità
delle successive decisioni e sulla riduzione del contenzioso che ne deriva,
con la vincolatività del precedente.
13.10. - La motivazione di Cass. S.U. n. 23675 del 2014 (richiamata al capo
13.5.) contiene un severo richiamo al rispetto dei precedenti, fondato sul
convincimento che l'affidabilità, prevedibilità e uniformità
dell'interpretazione delle norme processuali in particolare costituisca
imprescindibile presupposto di uguaglianza tra i cittadini e di "giustizia" del
processo. Quel richiamo, dettato allo scopo di circoscrivere le possibilità di
continuo ripensamento degli orientamenti giurisprudenziali, specie
processuali, tuttavia, non deve essere enfatizzato a livello di portata
generale, quale esaltazione della vincolatività del precedente di legittimità, o
del precedente di legittimità a Sezioni unite, che esso non ha inteso
effettuare.
13.12. - Non essendo quello italiano un ordinamento di
common law,
va
ribadito che il discostarsi dal precedente, anche se di legittimità, anche se
dotato dell'autorevolezza di una pronuncia a Sezioni unite, non può
costituire - di per sé - fonte di responsabilità civile, perché il precedente,
pur autorevole, non va ad integrare il precetto normativo e quindi perché il
mancato rispetto del precedente non può costituire, di per sé, grave
violazione di legge.
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-30-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
13.13. - Negare la diretta vincolatività del precedente - al di là dei confini
della causa, e dei vincoli per il giudice di rinvio - ne rafforza la forza
persuasiva in relazione alla regola giuridica applicata che si fonda sulla
autorevolezza del giudice che l'ha pronunciata e sulla solidità della linea
argomentativa contenuta nella motivazione. La sua efficacia al di là del caso
deciso, quindi, opera sul piano della persuasività della
ratio decidendi
e si
identifica nel principio di diritto cui il giudice si è uniformato per decidere il
caso sottoposto al suo esame. Come ha evidenziato la Corte costituzionale,
nella ipotesi di "orientamento stabilmente consolidato della giurisprudenza",
la norma, come interpretata dalla Corte di legittimità e dai giudici di merito,
"vive ormai nell'ordinamento in modo così radicato che difficilmente è
ipotizzabile una modifica del sistema senza l'intervento del legislatore o del
giudice delle Leggi" (Corte Cost. n. 350 del 1997).
13.14. - Naturalmente, la superabilità del precedente non può prescindere
dall'obbligo di conoscerne l'esistenza. In un sistema che valorizza
l'affidabilità e la prevedibilità delle decisioni, l'adozione di una soluzione non
in linea con i precedenti non può essere di per sé né gratuita, né
immotivata, né immeditata: in una parola, deve essere comunque frutto di
scelta (interpretativa) consapevole e riconoscibile come tale, e a questo
scopo deve essere comprensibile, e tale diviene più facilmente se esplicitata
all'esterno a mezzo della motivazione.
13.15. - L'ipotesi di lavoro nella quale il discostarsi dalla precedente,
consolidata giurisprudenza può essere fonte di responsabilità patrimoniale
è quindi molto circoscritta, ed esula dal semplice discostarsi dalli
orientamento giurisprudenziale prevalente o consolidato.
Si fa riferimento ai casi in cui il precedente o l'orientamento
giurisprudenziale siano talmente consolidati che una determinata
disposizione vive, nella sua realtà applicativa, con un significante che
comprende, al di là del suo stretto tenore letterale, il contenuto che le è
costantemente attribuito nella vita della giurisprudenza, ovvero in cui il
precedente giurisprudenziale è entrato a far parte del diritto vivente.
Ma, anche in questo caso, non può trarsi la conseguenza che il formante
giurisprudenziale consolidato non possa essere contraddetto, se non
/-
j2_
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-31-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
andando incontro al rischio di una responsabilità civile. Una tale
conseguenza non è ipotizzabile, perché il diritto vivente è esso stesso
norma, frutto dell'interpretazione, vive nell'interpretazione e con essa può
cambiare, sebbene abbia raggiunto un grado di stabilità che con maggiore
difficoltà, e maggiore impegno demolitorio può essere scalfito. La stessa
Corte costituzionale, infatti, ha affermato che la "vivenza" di una norma è
vicenda per definizione aperta (Corte cost. n.122 del 2017, punto 3).
14.
-
Il ruolo della motivazione.
14.1. - A conclusione delle considerazioni che precedono, occorre
puntualizzare quale sia il ruolo della motivazione e la rilevanza della sua
qualità in relazione ad una eventuale azione di responsabilità civile, in
generale, ed in particolar modo quando venga addebitato al provvedimento
fonte di responsabilità di essersi distaccato dalla interpretazione
giurisprudenziale consolidata.
Il discostarsi dal precedente, come si è affermato nel paragrafo che
precede, non può essere mai di per sé fonte di responsabilità civile.
Tuttavia, proprio perché essa possa aprire costruttivamente la strada ad
una svolta interpretativa differente dal passato, la decisione non può
limitarsi ad una mera affermazione di dissenso, in quanto per poter essere
persuasiva la decisione deve anche essere esplicativa, ovvero deve rendere
riconoscibile all'esterno il ragionamento decisorio, da cui discendono
conseguenze sul piano dell'applicazione. In tal modo, oltre a rendere più
persuasiva la decisione, la motivazione rende anche palese che la decisione
è frutto di una scelta (interpretativa) consapevole, e in quanto totale
sottratta all'area della responsabilità civile.
Quando poi la diversità di scelta interpretativa è anche diversa rispetto a
quanto sostenuto dalle parti, c'è l'obbligo di suscitare il contraddittorio.
L'esistenza di una motivazione non meramente formale o assertiva, in
presenza di una soluzione divergente rispetto ai precedenti, è lo strumento
attraverso il quale un percorso mai seguito in precedenza, o minoritario,
trova la sua logica, esce da quello che la giurisprudenza precedente ha
definito l'inesplicabile, e quindi garantisce che la soluzione adottata, in
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-32-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
quanto frutto di una consapevole scelta interpretativa, si sottragga alla
sindacabilità.
Giova richiamare Cass. n. 8260 del 1999, già citata, ove si è detto che
"In
tema di risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio della funzione
giudiziaria, posto che rientra nella fase di delibazione sull'ammissibilità della
relativa domanda, ex art. 5 della legge n. 117 del 1988, anche l'indagine sul
carattere non interpretativo della lamentata violazione di legge da parte del
magistrato del quale si richiede l'affermazione di responsabilità, tale non
può considerarsi il dissenso dello stesso dall'indirizzo espresso dalle Sezioni
Unite della Cassazione, ove motivato in diritto, pur in assenza
dell'opportuno richiamo alle pronunzie disattese, in quanto esso è
comunque espressione dell'attività di interpretazione delle norme riservata
al magistrato. A più forte ragione è da escludere tale responsabilità quando
dal predetto indirizzo si siano altresì discostate pronunce di sezioni semplici
della stessa Corte".
Si è poi chiarito che
"resta nell'area di esenzione da responsabilità la lettura
della legge secondo uno dei significati possibili, sia pure il meno probabile e
convincente, quando dell'opzione interpretativa seguita si dia conto e
ragione nella motivazione (v. in tal senso anche i lavori preparatori)",
sicchè
"può parlarsi di negligenza inescusabile non sulla base della mera non
conformità della decisione a diritto, ma in quanto, tenuto conto delle ragioni
con le quali il giudice abbia motivato detta decisione, essa non trovi alcun
aggancio nell'elaborazione giurisprudenziale e dottrinale nè abbia, in
mancanza di detti referenti, una qualsiasi plausibile giustificazione sul piano
logico"
(Cass. n. 11859 del 2001, in motivazione).
14.2. - Occorre però puntualizzare che non tutti i casi di mancanza della
motivazione nei quali la pronunzia si ponga in contrasto con l'orientamento
maggioritario, sono fonte di responsabilità civile dato che la giurisprudenza
di legittimità ha in più casi ritenuto sottratta alla responsabilità anche una
motivazione meramente assertiva, quando la scelta interpretativa fosse
ugualmente riconoscibile, pur mancando il richiamo - preferibile - ai
precedenti di riferimento.
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
-33-
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
14.3. - Per contro, la presenza di una motivazione di per sé non è
sufficiente ad assicurare nè la resistenza della decisione né, nei casi
estremi, la sottrazione ad una eventuale azione di responsabilità qualora
essa, benchè materialmente inserita nel testo ed articolata, si riveli
meramente apparente e appaia frutto di una scelta solo apparentemente
interpretativa, in realtà aberrante, in quanto va, senza alcuna razionale
spiegazione che sottragga la decisione all'area della sindacabilità, oltre e
contro il significante delle disposizioni richiamate (v. Cass. n. 6791 del
2016).
Non a caso, parte della dottrina afferma che il tema della motivazione non
rileva, ai fini della esclusione della responsabilità civile del giudice.
14.4. - Conclusivamente, la presenza di una motivazione non è condizione
necessaria e sufficiente ad escludere sempre la ammissibilità di un'azione di
responsabilità, ma è di certo un ausilio alla comprensibilità della decisione e
quindi di regola è un elemento per escludere, alla luce del testo originario
della legge n. 117 del 1988, la stessa sindacabilità della scelta decisionale,
in quanto consapevole frutto del processo interpretativo.
15. -
La fattispecie in esame.
15.1. - Fatte queste precisazioni, occorre ora verificare se i rilievi mossi
dallo Sciglio avverso il decreto che, in sede di reclamo, ha dichiarato
inammissibile la sua azione risarcitoria, siano o meno fondati.
15.2. - La prima censura contenuta nel motivo di ricorso è manifestamente
infondata.
Essa infatti ascrive alla contestata sentenza di legittimità del 2011 di aver
ripreso in considerazione le questioni relative alla debenza e alla decorrenza
di rivalutazione ed interessi pur in difetto di alcuna impugnazione,
esaminando in tal modo questioni ormai coperte dal giudicato, con l'effetto
di modificare tali statuizioni
in peius
rispetto a quanto in precedenza deciso
(contrariamente a quanto fatto dal giudice d'appello, che non era
intervenuto sulle statuizioni accessorie dando atto della mancanza di un
capo di impugnazione sul punto).
/ .., 72
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
Al riguardo deve rilevarsi che le statuizioni relative ad interessi e
rivalutazione monetaria sono statuizioni accessorie, e come tali seguono la
sorte del credito cui ineriscono. Avendo nel caso di specie l'appello (come
poi anche il ricorso per cassazione) coinvolto il criterio di determinazione
della sorte capitale, la statuizione relativa agli accessori non poteva essere
passata in cosa giudicata laddove era ancora oggetto di discussione
l'ammontare del credito capitale, non costituendo la relativa statuizione
capo autonomo della sentenza suscettibile di formare giudicato parziale per
intervenuta acquiescenza
ex
art. 329 cpv. c.p.c.
Infatti, come tale deve intendersi soltanto quella statuizione idonea a
conservare la propria efficacia precettiva anche ove vengano meno le altre
(cfr.,
ex
aliis, Cass. n. 19312/16; Cass. n. 10043/06; Cass. n. 20143/05;
Cass. n. 14634/01; Cass. n. 6655/2000; Cass. n. 431/99; Cass. n.
3271/96; Cass. n. 12062/92; Cass. n. 2399/88), mentre è indubbio che la
statuizione sugli accessori (interessi e rivalutazione monetaria) non può
sopravvivere senza quella avente ad oggetto il credito principale.
Diversamente opinando, si dovrebbe affermare che la riforma o la
cassazione del capo di sentenza relativo alla sorte capitale non si estende,
malgrado il tenore dell'art. 336 c.p.c., a quello concernente rivalutazione e
interessi, che resterebbero dovuti pur non essendo più dovuta la sorte
capitale, conclusione - questa - all'evidenza inaccettabile.
Pertanto, l'impugnazione sulla quantificazione del credito principale proposta
dallo Sciglio ha impedito il formarsi del giudicato sui relativi accessori.
A questi principi si ispirano le considerazioni contenute nella ordinanza
n.10293 del 2013, dichiarativa della inammissibilità della revocazione:
"L'annullamento della sentenza in punto
quantum debeatur
rimetteva,
infatti, in discussione l'intero risarcimento liquidato; incluse le voci
accessorie (interessi e rivalutazione monetaria): con l'unico limite del
divieto di una
reformatio in peius.
Trattandosi infatti di pregiudizio
economico derivato da ritardo nell'adempimento, esso non sopravviveva alla
cassazione, con riforma, della sorte-capitale liquidata, necessitando di una
nuova pronunzia ex novo".
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
15.3.
-
Con le successive censure, il ricorrente deduce che i giudici di
merito sarebbero incorsi in violazione di legge laddove non hanno ritenuto
che il collegio del 2011 abbia commesso alcune gravi violazioni di legge,
determinate da negligenza inescusabile e come tali sottratte all'ambito di
operatività della clausola di salvaguardia in quanto non derivanti da una
attività interpretativa, ma da inescusabile distrazione nella stesura
materiale del provvedimento.
Egli sostiene che integrerebbero ipotesi di colpa grave:
-il non aver riconosciuto la rivalutazione monetaria sull'importo dovuto a
titolo di risarcimento del danno, riliquidato nella decisione sul merito
adottata dalla Corte di cassazione nel 2011 in base al valore venale
accertato dal CTU nel giudizio di primo grado con stima risalente all'anno
1991, venendo in tal modo inescusabilmente, in assenza di qualsiasi
giustificazione motivazionale, a trattare il debito di valore come debito di
valuta, in violazione degli artt. 2043, 2056, 1223 e 2058 c.c.;
- l'aver liquidato il credito accessorio per interessi al tasso legale con
decorrenza
"a far data dalla domanda",
non considerando che in materia di
illecito extracontrattuale si applicava la "mora ex re" e che gli interessi da
ritardo dovevano applicarsi dalla data dell'illecito, così violando gli artt.
1219, comma 2, n. 1) c.c. e 1223 c.c.;
- l'aver omesso di calcolare gli interessi sulla somma prima devalutata alla
data del fatto illecito (risalente al 1986, ovvero al momento della definitiva
trasformazione del fondo) e poi via via rivalutata, come statuito dalle
sentenze di merito non impugnate sul punto.
15.4. - Le violazioni di legge lamentate sono in effetti afferenti alla attività
di ricostruzione ed interpretazione giuridica operata dalla Corte, nel
determinare l'importo da liquidare complessivamente, per capitale ed
accessori, a ristoro del pregiudizio patrimoniale subito dagli Sciglio per
l'occupazione illegittima del loro terreno da parte della pubblica
amministrazione.
Tali valutazioni si collocano pertanto all'interno della attività interpretativa
dei giudici di legittimità e come tali rimangono sottratte all'accertamento
della configurabilità o meno di una grave violazione di legge, determinata da
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
negligenza inescusabile, nella quantificazione dell'importo spettante, per
l'operatività della clausola di salvaguardia.
Le violazioni di legge lamentate, ove eventualmente esistenti, non possono
essere ritenute estranee al processo interpretativo perché afferenti alla fase
pre-interpretativa, in quanto non possono essere ricondotte né alla
categoria dell'errore percettivo di individuazione della disposizione da
applicare alla fattispecie, né alla categoria dell'errore sulla individuazione
degli effetti necessariamente scaturenti da una determinata disposizione, e
neppure a quella dell'errore, sempre pre-interpretativo, consistente nella
attribuzione di un significato oltre ogni possibile significante semantico.
15.5. - La decisione ha ad oggetto la liquidazione dell'importo
complessivamente dovuto per l'occupazione illegittima di un terreno da
parte della pubblica amministrazione, completa di accessori e non,
puramente e semplicemente, la liquidazione di interessi e rivalutazione per
un credito di valore. Essa va quindi contestualizzata nell'ambito della
magmaticità della materia della occupazione illegittima proprio degli anni in
cui la pronuncia incriminata è stata emessa, ove la disciplina legislativa è
stata oggetto sia di numerose pronunce di legittimità costituzionale, sia
dell'attenzione continua della Corte Edu che proprio in quegli anni
contestava la figura, di creazione giurisprudenziale, della occupazione
acquisitiva o accessione invertita (per tutte, Scordino c. Italia,
Grande
Chambre,
6 marzo 2007), sia della revisione di contrastanti orientamenti
interni della stessa Corte di cassazione. Quest'opera di revisione dei propri
orientamenti è stata portata a termine solo con la decisione a Sezioni unite
n. 735 del 2015, che, ben dopo la pronuncia contestata, avrebbe sancito la
fine dell'orientamento giurisprudenziale conservativo della figura della c.d.
occupazione espropriativa, o accessione invertita, prendendo atto di quanto
più volte affermato dalla Corte Edu, ovvero che la stessa realizzava una
forma di espropriazione indiretta, non consentita perché in contrasto con
l'art. 1 del protocollo addizionale della Convenzione europea dei diritti
dell'uomo (ed anche con l'istituto della acquisizione sanante, introdotto
dall'art. 42
bis
del t.u. n. 327 del 2001). Solo in tempi molto recenti,
peraltro, e preso atto del superamento della precedente dicotomia tra
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
occupazione acquisitiva e usurpativa operato da Cass. S.U. n. 735 del 2015,
questa Corte ha affermato e ricostruito compiutamente in maniera paritaria
i criteri risarcitori da seguire nelle due ipotesi (Cass. n. 12961 del 2018).
15.6. - La decisione impugnata richiama pertinentemente Corte cost. n. 349
del 2007, e l'obbligo da essa affermato di liquidare ogni ipotesi di
occupazione illegittima rapportandosi al valore venale del bene, e richiama il
corretto parametro normativo, costituito in quel momento dall'art. 55 del
d.P.R. n. 327 del 2001, che impone, per l'utilizzazione di un suolo edificabile
per scopi di pubblica utilità, in assenza di un valido ed efficace
provvedimento di esproprio, che il risarcimento del danno sia parametrato
al valore venale del bene.
15.7. - I rilievi del ricorrente si appuntano, non pretestuosamente, ma non
risolutivamente, alla luce dell'applicabilità al caso di specie del vecchio testo
dell'art. 2 I. n. 117 del 1988, sull'omesso riconoscimento di una integrale
rivalutazione monetaria, e sul mancato riconoscimento degli interessi legali
dal dì del fatto, e non dalla domanda, come discenderebbe dall'aver il
debito, nella quasi unanime considerazione della giurisprudenza di
legittimità dell'epoca, natura di obbligazione di valore e non di valuta.
15.8. - Per quanto concerne dunque la fattispecie in esame, alla quale si
applica, si ripete, il vecchio testo dell'art. 2 della I. 117, alla stregua delle
precedenti osservazioni di carattere generale, la soluzione data dal collegio
che ha pronunciato la sentenza n. 21881\2011 appare sottratta alla sfera
della assoggettabilità all'azione di responsabilità civile, perché afferente
all'esercizio dell'attività interpretativa della Corte, e quindi coperta dalla
operatività della clausola di salvaguardia.
In essa infatti la Corte ha compiuto delle scelte decisionali, all'esito del
processo interpretativo di individuazione e determinazione del contenuto
delle norme e dei suoi stessi precedenti, per individuare a quali criteri
ancorare il risarcimento del danno conseguente alla perdita della
disponibilità del bene e quindi per determinare l'ammontare del dovuto agli
Sciglio.
In relazione ad esse non è ravvisabile l'errore che cade nella fase pre-
interpretativa della individuazione della disposizione sopra categorizzato, in
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sez.
SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
quanto le disposizioni da applicare al caso di specie sono correttamente
individuate, e non si è attribuito ad esse un significato che vada contro ogni
possibile significante di esse.
La decisione oggetto di azione risarcitoria nella sua sinteticità non è slegata
dai parametri normativi di riferimento (che, al contrario, come si è detto,
sono correttamente individuati) né arriva a risultati inidonei a riparare in
concreto il pregiudizio subito avendo tenuto in conto l'esigenza di integrale
riparazione del pregiudizio subito e avendola rapportata al valore venale del
bene. Si aggiunga che la legge non impone criteri legali per la
determinazione del quantum, potendo esso liquidarsi anche
equitativamente, purchè la misura della liquidazione del danno non
prescinda dalla adeguatezza della tutela risarcitoria di cui all'indicato
parametro di riferimento.
Trattasi nel caso di specie di una valutazione frutto dell'utilizzazione di
criteri non accuratamente esplicitati, ma comunque tali da rendere il
risultato concreto per il danneggiato ben superiore all'importo liquidato dalla
Corte d'appello e rapportabile al parametro legale del valore venale del
bene.
Pertanto, la scelta decisionale compiuta in primo luogo è frutto di una scelta
interpretativa, e come tale non sindacabile in sede di promovibilità
dell'azione di responsabilità, e d'altro canto non è svincolata dal rispetto dei
parametri valutativi di legge da divenire inesplicabile né tanto meno può
ritenersi una decisione abnorme, che sconfina nel diritto libero.
Il ricorso va pertanto rigettato.
Trattandosi di questione sottoposta per la prima volta all'attenzione delle
Sezioni Unite, si dispone la compensazione delle spese di lite tra le parti.
Il ricorso per cassazione è stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio
2013, e il ricorrente risulta soccombente, pertanto egli è gravato
dall'obbligo di versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato
pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1
bis
dell'art. 13, comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002.
Ric. 2017 n. 19409 sez. SU - ud. 15-01-2019
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Corte di Cassazione - copia non ufficiale
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso. Compensa le spese di giudizio tra le parti. Dà atto
della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di
un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il
ricorso principale.
Così deciso nella camera di consiglio della Corte di cassazione il 15 gennaio
2019
Il Consigliere estensore
Il Presidente
Li Rubino/
Giovanni Mammone
i
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-
1-"L
c-t-A
Corte di Cassazione - copia non ufficiale

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