Il rapporto di lavoro degli atleti professionisti

AutoreLuigi Nannipieri
Pagine217-224

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Lo sport è normalmente considerato in posizione sostanzialmente antitetica rispetto al lavoro. L’atleta, nell’immaginario collettivo, è qualcosa di molto lontano dall’impiegato; tuttavia la distanza, quando la prestazione sportiva è resa dietro pagamento di un corrispettivo, tende ad attenuarsi: l’inquadramento sistematico, dal punto di vista del diritto, può essere il medesimo (ovvero: “lavoratore subordinato”), anche se poi le differenze (in fatto, ma anche in diritto) restano notevoli.

Nel corso del mio breve intervento mi occuperò del rapporto di lavoro degli atleti professionisti e, in particolare, dei profili di “specialità” rispetto al diritto del lavoro “comune” (quello, per intenderci, che si applica alla generalità dei lavoratori).

@1. La genesi della legge 23 marzo 1981 n. 91

Sino alla fine degli anni ’70 il legislatore era rimasto sostanzialmente indifferente nei confronti del lavoro sportivo: in mancanza di qualsiasi disciplina positiva la dottrina era incerta sulla qualificazione stessa della prestazione resa a titolo oneroso dallo sportivo “professionista”: la maggioranza degli autori sosteneva l’inquadramento come rapporto subordinato (sia pure con caratteristiche di specialità); altri propendevano per una assimilazione al lavoro autonomo; altri ancora preferivano parlare di contratto atipico ovvero di un rapporto di natura associativa, nell’ambito della comunità sportiva1.

Nell’estate del 1978 un decreto del pretore del lavoro di Milano, muovendo dalla qualificazione come lavoro dipendente, inibì lo svolgimento del tradizionale “calciomercato”, ritenuto in contrasto con l’allora vigente legge sul collocamento e, in particolare, con il divieto di intermediazione privata nei rapporti di lavoro2.

Fu immediatamente emanato un decreto legge (nessuno dubitando che la garanzia del regolare avvio del campionato di calcio costituisca uno dei “casi straordinari di necessità e d’urgenza” ex art. 77 della nostra Carta fondamentale), che si limitò a stabili-Page 218re: “gli atti relativi all’acquisto ed al trasferimento del titolo sportivo dei giocatori di calcio o degli atleti praticanti altri sports, nonché le assunzioni dei tecnici da parte di società od associazioni sportive, devono intendersi non assoggettati alla disciplina in materia di collocamento prevista dalla legge 29 aprile 1949, n. 264, e successive modificazioni”3.

Furono quindi presentate varie proposte di disciplina organica del lavoro sportivo.

Il Senato approvò in prima lettura un disegno di legge che muoveva dalla qualificazione dell’attività come lavoro autonomo4; nel passaggio alla Camera vi fu una integrale ristesura5, confermata nel testo definitivamente approvato: la legge 23 marzo 1981 n. 91 (“Norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”).

@2. Gli atleti professionisti come lavoratori dipendenti od autonomi; il potere di “qualificazione” attribuito alle federazioni ed il problema del “professionismo di fatto”

L’art. 3 della legge 91/1981 stabilisce che la “prestazione a titolo oneroso dell’atleta costituisce oggetto di contratto di lavoro subordinato”, salvo che, eccezionalmente, ricorra almeno uno di tre requisiti (aventi, quindi, carattere alternativo ai fini della di- versa qualificazione come lavoro autonomo): a) attività svolta nell’ambito di una singola manifestazione sportiva o di più manifestazioni tra loro collegate in un breve periodo di tempo; b) assenza di un vincolo per ciò che riguarda la frequenza a sedute di preparazione od allenamento; c) prestazione che non supera otto ore settimanali op- pure cinque giorni ogni mese ovvero trenta giorni ogni anno6.

Tale presunzione legale di sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato (ovvero, nella ricorrenza di almeno uno dei tre “requisiti”, di lavoro autonomo)7 si pone in contrasto con il criterio generale, più volte enunciato dai giudici di legittimità, secondoPage 219il quale “ogni attività umana economicamente rilevante può essere oggetto sia di rap- porto di lavoro subordinato che di rapporto di lavoro autonomo, a seconda delle modalità del suo svolgimento; l’elemento tipico che contraddistingue il primo dei suddetti tipi di rapporto è costituito dalla subordinazione, intesa quale disponibilità del presta- tore nei confronti del datore di lavoro con assoggettamento al potere direttivo di questo ed alle relative esigenze aziendali, mentre altri elementi – come l’osservanza di un orario, la continuità della prestazione e l’erogazione di un compenso continuativo – possono avere, invece, valore indicativo, ma mai determinante; l’esistenza del suddetto vincolo va concretamente apprezzata dal giudice di merito con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione”8. La Corte Costituzionale, peraltro, in recenti pronunzie ha anche affermato il principio della cosiddetta “indisponibilità del tipo contrattuale”, secondo il quale “non sarebbe comunque consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica di rapporti di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiano tale natura, ove da ciò derivi l’inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall’ordinamento per dare attuazione ai principi, alle garanzie ed ai diritti dettati dalla Costituzione a tutela del lavoro subordinato”9.

Alla anomala qualificazione ex lege del rapporto come dipendente ovvero autonomo si aggiunge una ulteriore (e più marcata) anomalia: la necessità, per il conseguimento dello status di “sportivo professionista”, del formale “riconoscimento” ad opera delle federazioni.

L’art. 2 prescrive infatti: “ai fini dell’applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi ed i preparatori atletici, che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica”10.

Di fatto, quindi, l’applicazione della disciplina legale è correlata non solo o non tanto alle concrete modalità di svolgimento dell’attività ed all’effettivo atteggiarsi del rapporto (continuità nelle prestazioni sportive, remunerazione), ma ad un elemento estrinseco e formale, ovvero la “qualificazione” ed il “riconoscimento” da parte delle federazioni, cioè di soggetti che hanno la natura giuridica di associazioni di diritto privato.

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Si tratta certamente di una forte deviazione rispetto ai principi generali del diritto del lavoro (che tendono invece ad attribuire la prevalenza alla “sostanza” del rapporto rispetto alla “forma” ed alla stessa volontà delle parti), deviazione di dubbia compatibilità con i principi costituzionali di ragionevolezza, parità di trattamento e tutela del lavoro in tutte le sue forme11.

Il fenomeno del “dilettantismo retribuito” è peraltro indirettamente “riconosciuto” dal legislatore statale sotto altri profili: dal punto di vista tributario “le indennità di trasferta, i rimborsi forfetari di spesa, i premi e i compensi erogati … nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalle Federazioni sportive nazionali … e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e...

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