Questa problematica società in accomandita semplice

Autore:Giovanna Petrangelo
Pagine:481-502
RIEPILOGO

1. Premessa. - 2. La vicenda. - 3. Il quadro normativo: a) l’esclusione facoltativa (in particolare, il concetto di "gravi inadempienze" agli obblighi stabiliti dalla legge e dal contratto sociale) e il relativo procedimento. - 4. Segue: b) In particolare il divieto di immistione dell’accomandante. - 5. L’azione di responsabilità verso gli amministratori ad opera dei singoli soci. - 6. L’azione... (visualizza il riepilogo completo)

 
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GIOVANNA PETRANGELO
QUESTA PROBLEMATICA SOCIETÀ
IN ACCOMANDITA SEMPLICE
S: 1. Premessa. – 2. La vicenda. – 3. Il quadro normativo: a) l’esclusione
facoltativa (in particolare, il concetto di “gravi inadempienze” agli obblighi sta-
biliti dalla legge e dal contratto sociale) e il relativo procedimento. – 4. Segue:
b) In particolare il divieto di immistione dell’accomandante. – 5. L’azione di
responsabilità verso gli amministratori ad opera dei singoli soci. – 6. L’azione di
risarcimento del danno da illegittima esclusione.
1. Dal 1806, anno di entrata in vigore del Code de comm. francese, ad
oggi, la società in accomandita semplice continua inarrestabile a creare
scompigli tra gli interpreti, impegnati nella ricerca di quel bandolo in grado
di sbrogliare una matassa sempre più annodata.
Tra i tipi personalistici di società, quello della società in accomandita
semplice appare come il primo esempio in cui il principio di responsabilità
limitata si innesta in una società.
La sua origine dibattuta è stata ricondotta da taluni nell’ambito della
stessa collettiva quando, in età intermedia, si è fatto strada il concetto di
“accomandita”, fondamento dell’antico contratto di commenda che ha reso
possibile, per la prima volta, la partecipazione di meri detentori di capitali,
spinti esclusivamente da un movente di investimento lucrativo, ai risultati di
un’attività economica già intrapresa.
Non è mancato peraltro chi ha ricondotto tale nuovo tipo societario nel
simulacro dell’associazione in partecipazione, dopo che nel Tardo Medioevo
si impose l’obbligo di pubblicazione del patto tra gli associati, o chi, ancora,
ha individuato la società in accomandita semplice quale naturale sviluppo
della società semplice, nonostante però l’assenza di elementi di comunanza
in punto di attività esercitabile, e l’equipollenza, in punto di disciplina, ai soli
aspetti statici del fenomeno.
Si ritiene però che, poiché all’interno della compagine sociale essa è ca-
ratterizzata dal dualismo soggettivo che vede la distinzione dei soci in due
categorie, quella degli accomandatari, illimitatamente e solidalmente re-
sponsabili e a cui spetta il compito esclusivo di gestire l’attività, a cui si
482 Annali della Facoltà di Giurisprudenza di Taranto — Anno V
afancano gli accomandanti, responsabili solo per la parte di capitale con-
ferita in società, esclusi dall’amministrazione, la ragione della sua nascita è
da individuare nella ricerca di un utile strumento di raccolta del capitale di
rischio, utilizzabile da piccole e medie imprese.
E intanto si è resa possibile e lecita una siffatta composizione differenzia-
ta della compagine societaria, in quanto, nei confronti di quei soci a cui viene
riconosciuta una limitazione della loro responsabilità nei confronti delle ob-
bligazioni contratte dalla società, sugli stessi è incombente la minaccia della
sanzione predisposta in ipotesi di violazione del divieto di immistione: quel
divieto cioè di non immischiarsi nella gestione della società, di non compiere
quelle operazioni che spettano esclusivamente, a rigor di legge, agli acco-
mandatari, pena la perdita del benecio della limitazione di responsabilità a
loro dedicato.
Ma – e qui è il punto – tanti anni sono passati e forse ancora tanti ne pas-
seranno, anche per la continua evoluzione delle realtà economiche collettive
e il carattere dinamico della disciplina societaria, per individuare compiuta-
mente il raggio d’azione entro il quale si può muovere lecitamente il socio
accomandante, e per inquadrare la corretta estensione del divieto in parola,
cioè la ricerca di quel conne che lo stesso non può oltrepassare senza incor-
rere in punitive conseguenze.
Ancora oggi i giudici, chiamati a pronunciarsi sulla portata da attribuire
ad un divieto siffatto, si trovano a fare i conti con la ricerca della vera ragione
giusticatrice del divieto di cui all’art. 2320 c.c., ratio che, andando a ritroso,
e ripercorrendone le sue origini, si presenta tutt’ora di difcile individuazio-
ne.Il divieto di un comportamento ingerente nella gestione, da parte di un
soggetto solo limitatamente responsabile, in un tipo societario personalisti-
co, si rinviene per la prima volta, nel nostro ordinamento, nel codice di com-
mercio del 1882, laddove nell’art. 188 si leggeva che:
“1. L’accomandante non può fare verun atto di amministrazione che pro-
duca diritti od obbligazioni alla società, nemmeno per procura generale o
speciale per una serie o classi di affari. Ogni atto contrario a questo divieto
lo rende responsabile senza limitazioni e solidalmente responsabile verso i
terzi per tutte le obbligazioni della società.
2. Se la procura è speciale per un determinato affare, egli assume per-
sonalmente e solidarmente colla società le obbligazioni derivanti da esso. I
pareri e i consigli, gli atti di ispezione e di sorveglianza, la nomina o la rivo-
cazione degli amministratori nei casi preveduti dalla legge, e le abilitazioni
date dall’amministratore nei limiti del contratto sociale per gli atti eccedenti
la sua facoltà, non obbligano il socio accomandante”.
Il disposto, severamente drastico, facendo esplicito riferimento però a di-
ritti e obbligazioni della società, consigliava di cercare la sua ragione giusti-
catrice su un piano esclusivamente di amministrazione esterna: poiché gli
atti vietati era tutti quelli non endosocietari, l’essenza di un divieto colpiva

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