Premessa

Autore:Antonio Perrone
Pagine:11-14
 
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PREMESSA
C’è una domanda che, frequentemente, in ambito colloquiale,
un “non giurista” pone a colui che studia il diritto. La domanda è
questa: com’è possibile che due giudici che accertano lo stesso fat-
to arrivino a conclusioni diverse?
La domanda ha, ovviamente, un suo fondamento e la risposta
potrebbe essere che, in realtà, se il fatto è uguale, l’accertamento è
invece sempre diverso. Il fatto, certo, non muta, ma ciò che si ac-
certa nel processo, non è il “fatto” in sé, che è già accaduto e dun-
que appartiene al mondo del passato, ma è la “ricostruzione” che
di quel fatto si fa davanti ad un giudice. È quindi la “ricostruzione”
che è diversa e la fedeltà della ricostruzione non dipende solo dal
giudice, ma dipende dalle parti e, soprattutto, dipende dalla struttu-
ra del processo.
Inevitabilmente tale risposta apre uno scenario di complessità
che conduce alla “madre” di tutti i problemi processuali: il proces-
so accerta la verità dei fatti o ricostruisce quel tanto di verità che è
utile e funzionale alla soluzione della controversia?
A questi temi di fondo è dedicato il presente scritto e, segna-
tamente, ai rapporti fra i criteri di accertamento del fatto in ambito
fiscale e (dello stesso fatto) in ambito penale.
È noto infatti che l’odierno quadro normativo, risultante dalla
riforma del 2000, pone in parallelo i processi penale e tributario
attraverso l’istituto del cd. “doppio binario”, per cui – teoricamente
il giudice tributario e quello penale, sebbene siano chiamati a
pronunciarsi sulla medesima violazione “fiscale”, possono seguire
autonomamente la propria strada e, dunque, anche giungere a con-
clusioni diametralmente opposte.
Ma se i due processi procedono in parallelo, accade la stessa
cosa anche ai criteri di accertamento? Cioè: il giudice penale e
quello tributario utilizzano diversi criteri di accertamento per
verificare l’esistenza e per qualificare giuridicamente il med e-
simo fatto?

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