Ordinanza Nº 12903 della Corte Suprema di Cassazione, 15-05-2019

Data di Resoluzione:15 Maggio 2019
 
ESTRATTO GRATUITO
ORDINANZA
sul ricorso 26278-2012 proposto da:
CARNELUTTI SPA, elettivamente domiciliato in ROMA
VIALE ANGELICO 38, presso lo studio dell'avvocato
VINCENZO SINOPOLI, rappresentato e difeso
dall'avvocato MARIO NUSSI;
- ricorrente -
2018
4241
contro
DIREZIONE PROVINCIALE DI UDINE AGENZIA DELLE ENTRATE;
- intimata -
nonchè contro
AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI
PORTOGHESI 12, presso l'AVVOCATURA GENERALE DELLO
STATO, che lo rappresenta e difende;
Civile Ord. Sez. 5 Num. 12903 Anno 2019
Presidente: VIRGILIO BIAGIO
Relatore: SAIJA SALVATORE
Data pubblicazione: 15/05/2019
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
- resistente con atto
di
costituzione -
avverso la sentenza n. 126/2011 della COMM.TRIB.REG.
- I
rzi-
Z;c.
1t
---
TRIESTF4
depositata il
22/12/2011;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 15/11/2018 dal Consigliere Dott.
SALVATORE SAIJA.
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
.N. 26278/12 R.G.
FATTI DI CAUSA
L'genzia delle Entrate di Udine - in forza di un p.v.c. del 23.4.2008 - notificò a
Carnelutti s.p.a. (incorporante Autosofia s.r.I.), concessionaria di autoveicoli,
avviso di accertamento e di irrogazione di sanzioni, per IVA, IRES e IRAP, in
relazione all'anno 2005. Proposto ricorso dalla società, la C.T.P. di Udine lo
accolse pressoché integralmente, fatta eccezione per il motivo inerente i costi
non di competenza dell'esercizio. Con successiva sentenza del 22.12.2011, la
C.T.R. per il Friuli Venezia Giulia accolse l'appello proposto dall'Agenzia delle
Entrate, limitatamente alle questioni dei costi non inerenti e della irregolare
fatturazione di operazioni imponibili, nonché della omessa regolarizzazione delle
fatture di acquisto, riformando
in parte qua
la decisione impugnata e
compensando le spese di entrambi i gradi, così rigettando l'appello incidentale
proposto dalla società proprio in punto spese di lite.
Carnelutti s.p.a. ricorre ora per cassazione, sulla base di quattro motivi;
l'Agenzia delle Entrate ha depositato un "atto di costituzione" al solo fine di
partecipare eventualmente alla udienza di discussione, ed infine ha depositato
memoria.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1.1 -
Con il primo motivo, si denuncia la violazione o falsa applicazione dell'art.
109 TUIR, degli artt. 14 e ss. del d.P.R. n. 600/1973, nonché dell'art. 2697 c.c.,
in relazione all'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. La ricorrente evidenzia che, con
l'avviso impugnato, era stata disconosciuta l'inerenza dei costi di riparazione di
alcune automobili danneggiate dalla grandine in quanto, dagli elenchi interni
3
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
della società, il numero di auto effettivamente riparate risultava inferiore a quello
per il quale erano stati dedotti costi di riparazione, determinato forfetariamente
nel contratto d'appalto con la Ballsystem s.r.I., incaricata delle riparazioni. Essa
lamenta, quindi, l'erroneità della decisione impugnata, laddove s'è ritenuto che
non erano state fornite le prove dell'inerenza dei costi in questione a causa della
genericità delle fatture della Ballsystem s.r.I., al contrario di quanto invece
avvenuto per le 113 autovetture i cui costi non erano stati disconosciuti
dall'Ufficio. Osserva la Carnelutti che, invece, era stata data piena prova
dell'inerenza, producendo le fatture stesse e il contratto di appalto con la ditta
riparatrice. Spettava quindi all'Ufficio dimostrare che si trattava di fatture
riferibili ad operazioni oggettivamente inesistenti.
1.2 —
Con il secondo motivo, si denuncia violazione e/o falsa applicazione degli
artt. 19-bis1, comma 1, lett. c) e 10, comma 1, n. 27
quinquies
del d.P.R. n.
633/1972, art. 30, comma 5, della legge n. 388/2000, art. 36 del d.l. n.
41/1995, art. 6, comma 8, del d.lgs. n. 471/1997, in relazione all'art. 360,
comma 1, n. 3, c.p.c. Osserva la ricorrente che l'Ufficio aveva contestato
l'indebita applicazione del c.d. regime del margine di cui all'art. 36 del d.l. n.
41/95; essa ricorrente, secondo l'Agenzia, avrebbe dovuto procedere alla
regolarizzazione delle fatture di acquisto delle autovetture da Autogerma s.p.a.,
relative ad operazioni considerate esenti, giacché la cedente non aveva detratto
VIVA all'atto del proprio acquisto delle stesse, benché ne avesse il diritto. Si
censura quindi la decisione impugnata, che ha avallato tale impostazione,
riformando la prima decisione, in quanto è da escludere che l'imprenditore possa
4
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
-N. 26278/12 R.G.
sempre e comunque detrarre VIVA ove i beni rientrino nella tipologia di quelli
"che formano oggetto dell'attività propria dell'impresa":
ciò non vale, secondo la
ricorrente, nel caso in cui detti beni siano beni strumentali, giacché in tal caso è
proprio l'art. 19-bis1, comma 1, lett. c) del d.P.R. n. 633/1972 ad escludere la
detrazione dell'IVA (fatta eccezione per gli agenti e rappresentanti di
commercio). La circostanza che un bene strumentale possa astrattamente
rientrare tra quelli oggetto dell'attività propria non significa che vi rientri in
concreto. Né, del resto, la scelta di Autogerma s.p.a. di considerare le
autovetture in questione come beni strumentali può ritenersi emendabile da
parte della cessionaria, che quindi è pienamente legittimata a considerare
l'acquisto di detti beni sulla base di quanto risultante dalle fatture e,
conseguentemente, a far ricorso al regime del margine.
1.3 —
Con il terzo motivo, si denuncia omessa, insufficiente e/o contraddittoria
motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione
all'art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c. Si censura la decisione impugnata laddove s'è
accolta la doglianza dell'Agenzia delle Entrate riguardo al preteso obbligo di
regolarizzazione delle fatture di acquisto delle autovetture da Autogerma s.p.a.,
affermandosi che esse rientravano nel suo oggetto commerciale, con la
conseguenza che Autosofia s.r.I., ricevendo invece fatture parzialmente esenti
da imposta, avrebbe dovuto regolarizzare le operazioni ai sensi dell'art. 6,
comma 8, del d.lgs. n. 471/97. Osserva la ricorrente, al riguardo, che la C.T.R.
'7
-
non ha assolutamente indicato le ragioni in forza delle quali s'è affermato che le
vetture vendute rientrassero nell'oggetto commerciale di Autogerma s.p.a.
5
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
-N. 26278/12 R.G.
1.4 -
Col quarto motivo, infine, si lamenta la violazione o falsa applicazione degli
artt. 6, comma 2, del d.lgs. n. 472/1997 e 10, comma 3, della legge n.
212/2000, in relazione all'art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. Rileva la ricorrente che
l'applicazione delle sanzioni per l'omessa regolarizzazione delle fatture e per
l'indebito ricorso al regime del margine ruota attorno alla qualificazione come
beni strumentali ovvero rientranti nell'attività di impresa della Autogerma, sicché
risulta evidente la reale difficoltà ed incertezza applicativa, che ha generato il
contenzioso. La C.T.R. ha dunque errato nel non disapplicare le sanzioni, ai sensi
della normativa in rubrica.
2.1 -
Il primo motivo è inammissibile e comunque infondato.
L'art. 109 TUIR, nella parte che qui interessa, stabilisce che
"1. I ricavi, le spese
e gli altri componenti positivi e negativi, per i quali le precedenti norme della
presente Sezione non dispongono diversamente, concorrono a formare il reddito
nell'esercizio di competenza; (...) 5. Le spese e gli altri componenti negativi
diversi dagli interessi passivi, tranne gli oneri fiscali, contributivi e di utilità
sociale, sono deducibili se e nella misura in cui si riferiscono ad attività o beni da
cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito o che non
vi concorrono in quanto esclusi. (...)".
Secondo la consolidata lettura giurisprudenziale del c.d. principio di inerenza,
espresso da tali norme, e del relativo onere probatorio, affinché i costi sostenuti
nell'attività d'impresa possano essere dedotti dai componenti positivi di reddito
occorre che il contribuente dimostri di averli sostenuti (che siano, cioè, certi, e
ciò anche mediante idoneo supporto documentale - v. da ultimo, Cass. n.
6
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
13300/2017), in cosa consistano (onde suffragarne l'inerenza,
"vale a dire che
si tratti di spesa che si riferisce ad attività da cui derivano ricavi o proventi che
concorrono a formare il reddito di impresa"-
così, Cass. n. 11241/2017) nonché,
in caso di contestazione dell'Amministrazione, anche la loro congruità (Cass. n.
10269/2017).
In proposito, la società afferma di aver interamente adempiuto il proprio onere,
in relazione a tutte le 200 autovetture danneggiate dalla grandine e riparate
dalla Ballsysietm s.r.l. (e non soltanto per le 113 vetture i cui costi sono stati
invece riconosciuti dall'Agenzia), producendo le relative fatture e il contratto di
appalto, e affermando che l'Agenzia stessa, al fine di escludere la deducibilità
dei costi in discorso (questione limitata, appunto, ad una novantina di veicoli),
avrebbe dovuto contestare la falsità delle fatture in questione, il che non è mai
avvenuto.
2.2
-
Al riguardo, va rilevato che la C.T.R., preso atto che l'Ufficio aveva
riconosciuto la deducibilità dei costi di riparazione per 113 autoveicoli, in
relazione ai restanti autoveicoli per cui è processo ha dapprima riscontrato la
genericità della descrizione delle relative fatture - giacché esse non
consentivano di individuare a quali vetture si riferissero in concreto - ed ha
pertanto valutato che, nel complesso, la mancanza di documentazione
giustificativa analoga a quella invece esibita dalla società per le predette 113
autovetture (ossia, le schede di lavorazione di ciascun mezzo) non consente di
ritenere assolto l'onere probatorio sulla stessa gravante, all'evidenza insufficienti
essendo sia le dette fatture che anche il contratto di appalto versato in atti, e
7
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
ciò richiamando l'insegnamento di Cass. n. 10802/2002, secondo cui
"Se è vero
che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, spetta
all'amministrazione finanziaria - nel quadro dei generali principi che governano
l'onere della prova - dimostrare l'esistenza dei fatti costitutivi della (maggiore)
pretesa tributaria azionata, fornendo quindi la prova di elementi e circostanze a
suo avviso rivelatori dell'esistenza di un maggiore imponibile, è altrettanto vero
- però - che il contribuente, il quale intenda contestare la capacità dimostrativa
di quei fatti, oppure sostenere l'esistenza di circostanze modificative o estintive
dei medesimi, deve a sua volta dimostrare gli elementi sui quali le sue eccezioni
si fondano. Così - a proposito del reddito d'impresa - spetta all'ufficio finanziario
provare le componenti attive del maggior imponibile determinato, ma spetta al
contribuente - il quale intenda contestare tale determinazione sostenendo, ad
esempio, l'esistenza di costi maggiori di quelli considerati - documentare che
essi esistono e sono inerenti all'esercizio cui l'accertamento si riferisce".
La censura della ricorrente, quindi, si risolve anzitutto in una inammissibile
critica al libero convincimento del giudice, fondato sugli artt. 115 e 116 c.p.c.,
che opera interamente sul piano dell'apprezzamento di merito, ed è insindacabile
in sede di legittimità - trattandosi, in tesi, di un errore di valutazione delle prove
- se non nei limiti consentiti dalla previsione del previgente art. 360, comma 1,
n. 5, c.p.c. (Cass. n. 24434/2016), vizio qui invece non denunciato.
In ogni caso, il motivo in esame è infondato, perché la C.T.R. non è incorsa né
nella violazione dell'art. 109 TUIR, trattandosi di giudizio - quello sulla certezza
dei costi - del tutto necessario e coerente con la previsione normativa, né
8
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
dell'art. 2697 c.c., non avendo gravato dell'onere della prova una parte diversa
rispetto a quella prevista per legge (v. da ultimo, Cass. n. 26769/2018), né
tantomeno degli artt. 14 e ss. del d.P.R. n. 600/1973, profilo peraltro neppure
specificamente sviluppato in ricorso e quindi di per sé inammissibile (v. Cass. n.
24298/2016).
3.1 —
Il secondo e il terzo motivo possono esaminarsi congiuntamente,
involgendo la medesima questione giuridica. Essi sono infondati.
In proposito, occorre ribadire in fatto che, come accertato nei gradi di merito, la
Autogerma s.p.a. non ha detratto VIVA relativa all'acquisto di uno stock di
autoveicoli, poi rivenduti ad Autosofia s.r.l. In tale occasione, poi, la stessa
Autogerma ha ceduto tali beni avvalendosi del disposto dell'art. 30, comma 5,
della legge n. 388/2000 (nel testo vigente
ratione temporis),
e quindi
assumendo come base imponibile soggetta ad IVA il solo 10% del valore di
ciascun autoveicolo, considerando il restante 90% come esente. La Autosofia
s.r.I., infine, all'atto della successiva rivendita ai propri clienti, assumendo la
natura di operazione esente ai sensi dell'art. 10, comma 1, n.
27-quinquies,
d.P.R. n. 633/1972, in conformità alle relative fatture di acquisto, ha fatto ricorso
al c.d. regime del margine, ossia ha applicato VIVA solo sul c.d. differenziale,
anziché sul valore effettivo dell'autoveicolo, ai sensi dell'art. 36 d.l. n. 41/1995,
conv. in legge n. 85/1995.
Nell'escludere la regolarità di tale
modus operandi,
e nel sanzionare la Carnelutti
sia per l'indebita applicazione del c.d. regime del margine, che per l'omessa
regolarizzazione delle fatture di acquisto ai sensi dell'art. 6, comma 8, del d.lgs.
9
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
n. 471/1997, l'Agenzia delle Entrate ha dapprima rilevato che malamente la
Autogerma non aveva detratto VIVA sull'acquisto delle autovetture (avendo,
invece, il diritto di detrarla e l'obbligo di esercitare la rivalsa sul cessionario),
erroneamente considerandola indetraibile ex art. 19-bis1, comma 1, lett. c) del
d.P.R. n. 633/1972; altrettanto malamente, la Autogerma aveva applicato, al
momento della cessione, l'art. 30, comma 5, della legge n. 388/2000,
assoggettando ad imposta il solo 10% del valore di ciascun autoveicolo,
trattandosi invece di beni rientranti nell'ambito del proprio oggetto commerciale,
e quindi interamente imponibili; indebitamente, infine, la Autosofia aveva fatto
ricorso al c.d. regime del margine, ex art. 36 d.l. n. 41/1995, conv. in legge n.
85/1995, proprio perché Autogerma non poteva effettuare detta cessione in
regime di parziale esenzione.
3.2
-
In proposito, la tesi di fondo dell'odierna ricorrente è quella secondo cui
dall'art. 19-bis1, comma 1, lett. c), del d.P.R. n. 633/1972 (che, nel testo vigente
ratione temporis,
stabilisce che
"In deroga alle disposizioni di cui all'articolo 19:
c) l'imposta relativa all'acquisto o alla importazione di ciclomotori, di motocicli
e di autovetture ed autoveicoli indicati nell'articolo 54, lettere a) e c), del decreto
legislativo 30 aprile 1992, n. 285, non compresi nell'allegata tabella 8 e non
adibiti ad uso pubblico, che non formano oggetto dell'attività propria
dell'impresa, ... non è ammessa in detrazione salvo che per gli agenti o
rappresentanti di commercio")
deriverebbe il principio per cui VIVA sull'acquisto
degli autoveicoli destinati a beni strumentali è indetraibile, mentre essa invece
lo è qualora si tratti a) di beni-merce (rientranti, cioè, nell'attività propria
10
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
dell'impresa), ovvero b) di acquisto da parte di agenti e rappresentanti di
commercio: solo in tali casi, quindi, l'imposta sarebbe totalmente detraibile.
Pertanto - prosegue la Carnelutti - poiché l'acquisto delle autovetture in
questione da parte di Autogerma è stato effettuato a monte non già come beni-
merce (ossia, destinati al commercio), ma come beni strumentali (ossia, per
l'uso di dipendenti, amministratori, o anche per esposizione o uso dimostrativo),
ne deriva anzitutto che alcunché può contestarsi ad essa ricorrente, tenuta a
prendere atto di tale scelta, e ad operare di conseguenza.
Costituisce corollario di tale impostazione, infine, che VIVA sull'acquisto di
autovetture nuove da parte di imprenditore che, professionalmente, si occupa
della compravendita di tali beni è detraibile, o meno, a seconda della
destinazione concretamente impressa dall'imprenditore stesso: nel caso di beni-
merce, ovvero destinati ad essere immediatamente commercializzati, VIVA
sarebbe totalmente detraibile; al contrario, nel caso di beni strumentali, non
potrebbe esserlo.
3.3
-
L'assunto è nel complesso infondato.
La tesi della ricorrente, infatti, muove da una non corretta, nonché asistematica
lettura del citato art. 19-bis1, comma 1, lett. c), del d.P.R. n. 633/1972, nel
testo applicabile
ratione temporis.
La norma ivi dettata, infatti, non sancisce
affatto l'indetraibilità dell'IVA per l'autoveicolo destinato a bene strumentale, ma
soltanto il principio della indetraibilità dell'imposta qualora lo stesso autoveicolo
non rientri nell'oggetto commerciale dell'impresa, e ciò in deroga alle regole
dettate dal precedente art. 19 (che sancisce, al comma 1, quella generale della
11
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
totale detraibilità, nonché, al comma 2, quella della indetraibilità per operazioni
esenti, con le relative eccezioni).
La regola della totale indetraibilità dell'IVA assolta sull'acquisto di autoveicoli,
per espressa previsione dell'art. 19-bis1, comma 1, lett. c), cit., non opera
tuttavia (come già detto) nel caso si tratti di acquisto da parte di agenti e
rappresentanti di commercio; ma essa non opera neanche, in forza dello stesso
art. 19-bis1, comma 1, lett. a) (nel testo applicabile
ratione temporis), "se i beni
formano oggetto dell'attività propria dell'impresa o sono destinati ad essere
esclusivamente utilizzati come strumentali nell'attività propria dell'impresa ...".
In sostanza, per espressa previsione normativa, VIVA assolta o dovuta dal
soggetto passivo o a lui addebitata a titolo di rivalsa, per l'acquisto di autoveicoli,
sia che si tratti di beni-merce, che di beni destinati esclusivamente come
strumentali, è totalmente detraibile, contrariamente all'infondato assunto della
società ricorrente.
Pertanto, la circostanza che Autogerma non abbia fruito - per propria scelta -
del diritto alla detrazione, non incide minimamente sulla piena imponibilità ai fini
IVA dell'acquisto effettuato da Autosofia s.r.I., giacché il regime di cui all'art. 10,
comma 1, n.
27-quinquies,
d.P.R. n. 633/1972 - a mente del quale
"Sono esenti
dall'imposta: ... le cessioni che hanno per oggetto beni acquistati o importati
senza il diritto alla detrazione totale della relativa imposta ai sensi degli articoli
19, 19-bisl e 19-bis2" -
presuppone, con ogni evidenza, che VIVA relativa alla
precedente transazione non sia stata detratta perché non poteva esserlo, non //
già per volontà del cessionario. A riprova della correttezza di tale conclusione,
12
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
.N. 26278/12 R.G.
basta qui richiamare la previsione testuale dell'art. 36, comma 1, del d.l. n.
41/1995, conv. in legge n. 85/1995, concernente il c.d. regime del margine,
norma secondo cui, ai fini dell'applicazione del regime IVA agevolato,
"Si
considerano acquistati da privati anche i beni per i quali il cedente non ha potuto
detrarre l'imposta afferente l'acquisto o l'importazione",
con ciò dovendo quindi
escludersi che la determinazione (qualitativa e quantitativa) dell'imponibilità,
almeno ai fini che qui interessano, possa dipendere dalla mera volontà del
cessionario, poi cedente.
Quanto infine al regime del margine, questa Corte di legittimità, a Sezioni Unite
(sentenza n. 21105/2017), risolvendo questione di massima di particolare
importanza, ha recentemente affermato che
"In tema di IVA, il regime del
margine - previsto dall'art. 36 del d.l. n. 41 del 1995, conv. con modif. in I. n.
85 del 1995, per le cessioni da parte di rivenditori di beni d'occasione, di oggetti
d'arte, da collezione o di antiquariato - costituisce un regime speciale in favore
del contribuente, facoltativo e derogatorio rispetto al sistema normale
dell'imposta, la cui disciplina deve essere interpretata restrittivamente e
applicata in termini rigorosi. Pertanto, qualora l'amministrazione contesti, in
base ad elementi oggettivi e specifici, che il cessionario abbia indebitamente
fruito di tale regime, spetta a quest'ultimo dimostrare la sua buona fede, e cioè
non solo di aver agito in assenza della consapevolezza di partecipare ad
un'evasione fiscale, ma anche di aver usato la diligenza massima esigibile da un
operatore accorto (secondo criteri di ragionevolezza e di proporzionalità
rapportati al caso concreto), al fine di evitare di essere coinvolto in tali situazioni,
13
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
•N. 26278/12 R.G.
in presenza di indizi idonei a farne insorgere il sospetto. Con particolare
riferimento alla compravendita di veicoli usati, dunque, rientra nella detta
condotta diligente l'individuazione dei precedenti intestatari dei veicoli, nei limiti
dei dati risultanti dalla carta di circolazione, eventualmente integrati da altri
elementi di agevole e rapida reperibilità, al fine di accertare, sia pure solo in via
presuntiva, se l'IVA sia già stata assolta a monte da altri senza possibilità di
detrazione. Nel caso di esito positivo della verifica, il diritto di applicare il regime
del margine deve essere riconosciuto, anche quando l'amministrazione dimostri
che, in realtà, l'imposta è stata detratta. Nell'ipotesi, invece, in cui emerga che
i precedenti proprietari svolgano tutti attività di rivendita, noleggio o leasing nel
settore del mercato dei veicoli, opera la presunzione (contraria) de/l'avvenuto
esercizio del diritto alla detrazione dell'IVA, assolta a monte per l'acquisto dei
veicoli, in quanto beni destinati ad essere impiegati nell'esercizio dell'attività
propria dell'impresa, con conseguente negazione del trattamento fiscale più
favorevole".
La decisione qui impugnata è del tutto coerente con detto insegnamento, dal
quale non v'è motivo di discostarsi. Nella specie, è incontestato che le transazioni
commerciali per cui è processo siano avvenute tra professionisti del settore del
commercio di autoveicoli, sicché non può revocarsi in dubbio che la soglia di
esigibilità della diligenza da parte del cessionario, che intenda avvalersi del
regime agevolato in discorso, sia quella massima, come nella sostanza
correttamente ritenuto dalla C.T.R., laddove ha affermato che
"grava sul
14
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
cessionario che usufruisce di tale regime speciale verificare la presenza dei
presupposti legittimanti il suo utilizzo".
Né, del resto, può assumere alcuna rilevanza la circostanza che, nella specie,
sussista la prova
-
idonea a superare
"la presunzione (contraria) dell'avvenuto
esercizio del diritto alla detrazione dell'IVA" (v.
massima prima riportata)
-
circa
il mancato esercizio del diritto alla detrazione dell'IVA da parte di Autogerma. Al
riguardo, è assolutamente dirimente la considerazione che, come ampiamente
chiarito in motivazione dalla stessa Cass., Sez. Un., n. 21105/2017, la fruizione
del regime del margine presuppone che
"il bene sia stato acquistato da un
soggetto il quale ... non ha potuto detrarre l'imposta pagata a monte all'atto
dell'acquisto del bene e, pertanto, ha sopportato integralmente l'imposta stessa,
laddove l'esistenza del diritto alla detrazione esclude il rischio della doppia
imposizione e la conseguente possibilità di sottrarre l'operazione al regime
normale dell'IVA".
Non rileva, in altre parole, il mero dato della mancata
detrazione dell'IVA da parte del cedente, all'atto del proprio acquisto, ma che ciò
sia derivato dall'inesistenza del diritto di questi di detrarre l'imposta, con
conseguente definitiva sopportazione della stessa da parte sua (il che giustifica,
appunto, il regime IVA più favorevole ex art. 36 cit., applicabile dall'ulteriore
cessionario e finalizzato ad evitare la doppia imposizione).
Ciò, del resto, è pienamente conforme alla stessa previsione testuale dell'art.
36, comma 1, del d.l. n. 41/1995, conv. in legge n. 85/1995 - già
supra
riportata
e richiamata
-
laddove si prevede che
"Si considerano acquistati da privati anche
i beni per i quali il cedente non ha potuto detrarre l'imposta afferente l'acquisto
15
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
o l'importazione",
sicché è irrilevante nella specie che Autogerma non abbia,
semplicemente, esercitato il diritto alla detrazione stessa, invece spettantele,
come anche accertato dal giudice del merito.
Pertanto, risulta del tutto corretta l'affermazione della C.T.R. secondo cui
Autosofia non poteva avvalersi del c.d. regime del margine.
3.4 -
In definitiva, deriva da quanto precede che - trattandosi nella specie di
operazioni imponibili (giacché Autogerma non poteva far ricorso al criterio di cui
all'art. 30, comma 5, della legge n. 388/2000 nell'emissione delle fatture di
vendita degli autoveicoli in discorso) - Autosofia: 1) avrebbe dovuto
regolarizzare le fatture stesse, entro i successivi trenta giorni, trasmettendo
all'Ufficio i relativi documenti integrativi recanti le indicazioni occorrenti, previo
versamento della maggior imposta; ed inoltre 2) non avrebbe potuto applicare
il regime del margine, nelle successive rivendite.
La decisione adottata dalla C.T.R. sul punto, quindi, va esente da censure, non
sussistendo né il vizio motivazionale, né la lamentata violazione di legge.
4.1 -
Venendo infine al quarto motivo, esso è inammissibile e comunque
infondato.
La ricorrente, infatti, invoca l'applicazione alla fattispecie, quantomeno, degli
artt. 6, comma 2, del d.lgs. n. 472/1997 e 10, comma 3, della legge n.
212/2000, invece preternnessi dalla C.T.R., giacché l'obiettiva incertezza della
normativa di riferimento avrebbe dovuto indurre il giudice d'appello - pur a
ritenere irrilevante, come avvenuto, la destinazione delle autovetture da parte
16
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
di Autogerma, sia che fossero beni-merce o, invece, beni strumentali - ad
escludere la sanzionabilità della propria condotta.
Tuttavia, la società non ha indicato nell'esposizione dei fatti processuali che il
ricorso avverso l'avviso di accertamento era stato specificamente rivolto anche
su tale questione, avendo soltanto precisato sul punto, assai laconicamente, che
con l'atto introduttivo era stato proposto "un motivo specifico (subordinato) in
relazione alle sanzioni IVA (5. Sulle sanzioni e gli interessi)". Così facendo, la
ricorrente è incorsa nella violazione del disposto dell'art. 366, comma 1, n. 3,
c.p.c., che è soddisfatto solo qualora il ricorso per cassazione contenga "la chiara
esposizione dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le posizioni processuali
delle parti con l'indicazione degli atti con cui sono stati formulati 'causa petendi'
e 'petitum', nonché degli argomenti dei giudici dei singoli gradi"
(così, da ultimo,
Cass. n. 13312/2018).
Quanto precede, apre ad un ulteriore profilo di inammissibilità del motivo in
esame (che si aggiunge a quello derivante dalla riscontrata violazione dell'art.
366, comma 1, n. 3, c.p.c.), noto essendo che qualora con il ricorso per
cassazione
"siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza
impugnata, il ricorrente deve, a pena di inammissibilità della censura, non solo
allegarne l'avvenuta loro deduzione dinanzi al giudice di merito ma, in virtù del
principio di autosufficienza, anche indicare in quale specifico atto del giudizio
precedente ciò sia avvenuto, giacché i motivi di ricorso devono investire
questioni già comprese nel 'thema decidendum' del giudizio di appello, essendo ,
preclusa alle parti, in sede di legittimità, la prospettazione di questioni o temi di
17
Corte di Cassazione - copia non ufficiale
N. 26278/12 R.G.
contestazione nuovi, non trattati nella fase di merito né rilevabili di ufficio"
(così,
da ultimo, Cass. n. 20694/2018).
In ogni caso, come s'è ampiamente già detto, la scelta operata a monte da
Autogerma circa la strumentalità delle vetture in questione è del tutto irrilevante
ai fini che qui interessano, sicché non può configurarsi sul punto alcuna
incertezza interpretativa, idonea ad escludere l'assoggettabilità a sanzioni.
5.1 —
Il ricorso è quindi rigettato. Le spese del giudizio di legittimità, liquidate
come in dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di
legittimità, che liquida in C 5.600,00 per compensi, oltre spese prenotate a
debito.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Corte di cassazione, il giorno
15.11.2018.
Corte di Cassazione - copia non ufficiale

Per continuare a leggere

RICHIEDI UNA PROVA