Natura e principi giuridici dell’azione penale

Autore:Ignazio Augusto Santangelo
Pagine:1201-1207
 
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1. Nei vari sistemi ordinamentali (e già a decorrere dalla rivoluzione francese) si andava affermando il concetto che, accanto a quella dei magistrati, si avesse l’istituzione statuale “inquisitoria” di un’ulteriore categoria di soggetti pubblici cui attribuire il compito di scoprire i reati, i loro autori e le prove a carico, finalizzandolo alla presentazione davanti ai primi cui restava l’attribuzione del dovere giudicare. E, nondimeno, non restava esclusa nei suddetti organi pubblici una possibilità comportamentale disomogenea a fronte del fatto-reato; essa rinveniva la sua esplicazione da molteplici motivi, tra cui quello dell’organizzazione gerarchica, della carente specializzazione nel perseguire nuove forme penalmente prospettate oltre che significative verso gli interessi collettivi che emergevano nella società, della dipendenza in senso sostanziale dal potere esecutivo, fattori su cui possono richiamarsi le posizioni critiche avversate alla tendenza pseudo liberale imperniata sulla prevalenza in quest’ultimo collegamento1.

Nell’idea dominante di procedimento penale come meccanismo complesso (di cui il processo è una species), la strumentalità dell’accertamento lo connota in chiave di mera consequenzialità rispetto ad un fatto realizzatosi nel mondo degli avvenimenti esteriori, ma la sua importanza teleologica - individuata nella punizione del colpevole - costituisce la premessa vincolante di ritenere una trasgressione a regole di diritto; si assegna, pertanto, ad esso una funzione esecutiva, intesa all’applicazione delle conseguenze che in astratto prevede la legge alla forza del provvedimento giudiziario, ed un effetto indotto nell’enunciazione di una scala valoriale che in apicibus vede la necessità del ripristino dell’ordine giuridico violato nell’ottica di difesa sociale.

A fronte di ciò, anche la prospettiva di conferire i poteri di coazione necessari per l’indagine penale anche al privato2 recedeva per l’incoerenza degli interessi, rilevando che la conduzione dell’indagine risentirebbe di proposizioni soggettivistiche3 o sinanco superficiali4 nella colletta probatoria, con l’effettuale loro caducazione che impingerebbe nel divieto di riproposizione (il principio del ne bis in idem) cui si ispirano gli ordinamenti moderni.

L’architettura codicistica del 1930 era attrezzata sullo schema risalente alla tradizione francese (code d’instruction criminelle) che riconduceva l’intera procedura penale alla normativa, da cui muoveva, sull’azione penale; tale disciplina ha avuto, nel sistema di connotazione “accusatoria” del 1988, la riallocazione nella parte dedicata alla chiusura delle indagini preliminari e lascia desumere - attraverso la suddivisione tra parte statica (delineante i soggetti, gli atti, le prove e le misure cautelari) e quella dinamica che si conclude nel giudizio - l’esistenza di un’attività meramente procedimentale non appartenente alla sfera dell’azione penale e, quindi, una procedura che si realizza anteriormente all’esercizio del potere di accusa.

In alternativa all’azione penale è, quindi, posta l’archiviazione5 - successiva alla fase procedimentale e senza ricaduta sull’altra processuale - qualora il P.M. la richiederà per essere inidonei gli elementi acquisiti a sostenere l’accusa in giudizio (art. 125 disp. att. c.p.p.)6, sottoposto al riscontro del giudice per le indagini preliminari (individuato dall’art. 34, comma 2 bis, c.p.p.). È nel consentire al giudice per l’udienza preliminare di pronunciare sentenza di non luogo a procedere quando quegli elementi siano di analoga valutazione (art. 425, comma 3, c.p.p. novellato dalla L. n. 479/99), che si è ristabilita la simmetria sistemica tra la verifica dei presupposti dell’azione ed il controllo sulle condizioni per procedere in precedenza disattesa in sede di costituzionalità7 ritenendo trattarsi di situazioni diverse e che l’accertamento dei fatti interveniva in dibattimento; l’ipotesi, tuttavia, non ricorre se possa derivarne l’applicazione di una misura di sicurezza personale (nella rimodellazione con L. n. 144/2000)8.

La concettualizzazione dell’azione penale - che rimane scissa da ogni riferimento al diritto sostanziale - lascia sorgere l’esigenza di monopolizzare nel P.M. il prodromico vaglio di giustizia e di opportunità, decidendo l’inizio dell’azione penale da cui in concreto discenderà la sanzione9. In ordine all’attribuzione di ufficialità, il problematizzare che da essa potrebbe non conseguire la flessibilità dell’ordinamento giuridico nell’adattarsi alla casistica della realtà sociale, non conclude nel senso che l’ipotesi di astensione del P.M. dall’esercizio dell’azione penale costituirebbe una contraddizione legislativa qualora essa si reifichi nell’alternativa di optare per la persecuzione di un reato più grave; va, piuttosto, registrata l’opinione10 secondo cui il riconoscere una discrezionalità politica sull’esercizio dell’azione penale - con l’adottare il principio di opportunità invece di quello di legalità - sia imposto dallaPage 1202 necessità di armonizzare la reazione penale alla fenomenologia dell’illecito, collegando l’attività giudiziaria alla politica di pianificazione verso finalità che consentano soluzioni più semplici ed efficaci per l’eliminazione del carico esistente sul sistema.

Si è assegnato al P.M. il ruolo di organo dell’accusa, definito nella prevalente dottrina un organo di giustizia; sebbene la tesi sia stata criticata11 ritenendo l’erroneità di non qualificare come accusatorio quello che deduceva la pretesa punitiva dello Stato, va, al riguardo, osservato che le attività compiute a favore dell’imputato non contraddicono il suo ruolo accusatorio, ma si riconducono al rilievo che una parte pubblica ha con le esigenze di giustizia, pur restando figuralmente ibrida in quanto aderente al dovere dell’imparzialità, segnato alla luce della L. n. 35/2000. L’equivocità della figura, che aveva prospettato vizi di legittimità costituzionale, è stata evitata delineando in maniera più netta la veste accusatoria, in quanto è esclusa la fase dell’istruzione sommaria (presente, invece, nel codice del 1930), mentre non è imposta la ricerca della verità storica in ordine all’assunzione degli elementi probatori effettuata nelle indagini preliminari, né in ordine all’elencazione delle prove di cui si chiede l’assunzione in dibattimento (come nel codice del 1988). La giurisprudenza12 mantiene, infatti, la partizione secondo la quale il P.M. rimane organo di giustizia nella fase investigativa, ma, instaurata l’azione penale ed iniziata la fase processuale, egli si riappropria della veste esclusiva in senso tecnico, spinta dall’unico interesse di vedere comprovata l’impostazione accusatoria.

2. L’azione penale va ad insediarsi perimetrata nell’iniziativa di individuare coloro che abbiano violato la norma penale, delimitandosi al giudizio di attendibilità degli elementi di accusa raccolti per volgersi all’applicazione della pena. Superando ogni dogmatismo definitorio, può dirsene la consistenza nell’esercitare un potere che, pur ritenutosi13 privo di automatismo, è finalizzato ad una decisione giurisdizionale in cui esso viene ad esaurirsi; promana da ciò il fondamento logico-giuridico sia del principio dell’obbligatorietà, sia di quello ne procedat iudex ex officio, canoni entrambi riconducibili all’art. 111, comma 2, Cost. in proposizione condizionante, seppure rimanga assente un’esplicita enunciazione normativa ordinaria. Non trova, quindi, ingresso la problematica - a lungo attenzionata dalla dottrina processualcivilistica14 - rivolta a cogliere un carattere astratto o concreto dell’azione penale (e sulla cui alternativa è stato tentato15 il superamento) in quanto essa prescinde da una domanda, né è riconducibile alla sussistenza della ragione o del torto di chi agisce; anzi, nella introspezione contenutistica, essa appare specifica, nel senso che vi è l’indicazione di un fatto sussumibile nella figura di un reato (che diventa l’imputazione) e rivolta all’esame del giudice che è tenuto all’osservanza della sua configurazione e senza dilatazione dell’ambito assorbendo fatti ab origine non dedotti.

Riveste peculiarità nella vigente codificazione di rito penale (che supera l’incertezza ricostruttiva di quello del 1930, sub art. 74) la designazione in chiave normativa della tipologia dei singoli atti che vi afferiscono; tuttavia, presentandosi l’azione penale come l’atto del P.M. instaurante il processo ed, insieme, costitutivo in capo al giudice del dovere d’esercizio giurisdizionale, la duplice formulazione codicistica (di contenuto precettivo sub artt. 50 e 405 c.p.p., seppure in una assai stretta omologia), esprime delle situazioni processuali dissomiglianti, poiché nell’esame comparativo si salda, nella prima, il vincolo con il P.M., mentre si attrezza, nella seconda, la relazione con il soggetto che svolge l’azione16 attraverso la netta cesura che separa le indagini preliminari dal processo in senso proprio.

L’affermare17, poi, che nell’azione penale debba essere sempre rinvenuta una componente di concretezza - id est, l’esistenza di un rapporto dai contenuti specifici che orienta alla decisone sulla pretesa accusatoria e s’innerva sull’addebito (preciso e, per la gran parte dei casi, immodificabile) mosso dal P.M. in forza della valutazione esitata dallo svolgimento delle indagini - va condiviso alla luce della L. n. 479/99 in cui, omologando i criteri per la pronuncia di non luogo a procedere all’esito dell’udienza preliminare (art. 415 c.p.p.) a quelli previsti nella fase anteriore per la richiesta di archiviazione (art. 125 disp. att.) e nella fase processuale per la pronuncia della decisione dibattimentale (art. 530 e segg.), abbandona l’originaria struttura del favor actionis, né rimette in discussione il pacifico assunto dottrinale18, secondo cui l’azione penale non vada strutturata (in analogia sistemica processualcivilistica) come un’azione di condanna.

Ciò incide sulla...

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