n. 193 ORDINANZA (Atto di promovimento) 12 febbraio 2014 -

 
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TRIBUNALE DI LECCE Sezione commerciale Il Giudice sciogliendo la riserva che precede;

letti ed esaminati gli atti della procedura esecutiva n. 3696/2013 promossa da Giorgio Maghenzani e Salvatore Maghenzani, rappresentati c difesi dall'Avv. Daniele Galluccio Mezio, ed elettivamente domiciliati nello studio di questi in Galatina, alla via Martines n. 29;

Contro Alfred Tota, rappresentato e difeso dall'Avv. Antonio Tanza, ed elettivamente domiciliato nello studio di questi in Lecce, alla via Martiri d'Otranto n. 6;

Fatto Con atto di pignoramento presso terzi depositato in data 5 agosto 2013, i signori Maghenzani esponevano di essere creditori del signor Alfred Tota, in virtu' di sentenza n. 133/2012 del Tribunale di Lecce, sez. distaccata di Galatina, del 1° giugno 2012, nonche' del successivo atto di precetto notificato il 10/11 maggio 2013, della somma complessiva di €

3.475,34, oltre interessi e spese legali successive. Citava pertanto il sig. Tota e una serie di banche con sede in Galatina, a comparire dinanzi al Tribunale di Lecce, sez. distaccata di Galatina, all'udienza dell'8 ottobre 2013. Si procedeva al pignoramento, ai sensi dell'art. 546 comma 1 cpc, sino alla concorrenza dell'imporlo €

5.213,00 delle somme depositate a qualsiasi titolo su conti, certificati di deposito, libretti di risparmio o equipollenti intestati al sig. Tota. Il sig. Tota si costituiva in data 10 gennaio 2014, opponendosi all'esecuzione mobiliare ex art. 615, comma 2, cpc. Si evidenziavano profili di incostituzionalita', che inducevano questa Autorita' giudicante a riservarsi in merito. Cio' posto, essendo evidente la rilevanza della questione di costituzionalita' ai fini della adozione dei provvedimenti istruttorie decisori della causa civile in esame, appare opportuno svolgere brevemente i motivi di diritto in base ai quali questo organo giudicante ritiene costituzionalmente illegittima l'impugnata norma. Diritto Dagli atti di causa, nonche' dai documenti allegati, si evince che il pignoramento che ha coinvolto il sig. Tota Alfred abbia interessato la totalita' del patrimonio mobiliare, costituito solo dall'indennita' mensile di disoccupazione. Recenti sentenze di merito e interventi legislativi hanno posto all'attenzione degli operatori del diritto il tema della pignorabilita' di stipendi, pensioni e altri trattamenti economici, nelle ipotesi in cui detti emolumenti confluiscano in un conto corrente, perdendo cosi' la loro originaria natura. La materia e' stata ed e' disciplinata nel rispetto di un principio consolidato. Data la funzione alimentare riconosciuta in tutto o parte a detti emolumenti, essi sono cedibili e pignorabili entro un certo limite, classicamente identificato nel «quinto» della somma. Questa salvaguardia, peraltro, e' stata messa in discussione da tempo, sull'assunto che, con l'accredito in conto corrente bancario o postale, la somma perda l'originaria qualificazione, confondendosi nella «massa» di liquidita' che costituisce il credito del correntista nei confronti della banca, come tale aggredibile da parte di un creditore terzo. La questione, gia' presente con il diffondersi dell'accredito volontario, e' diventata di particolare attualita' con l'introduzione dell'obbligatorieta' di detto accredito, prevista dal decreto n. 201/2011 (integrato dal successivo decreto n. 16/2012). Sul punto, allo stato attuale, la giurisprudenza maggioritaria ha ritenuto che la confluenza nel conto corrente faccia perdere alla somma in questione l'identita' originaria, sicche' il meccanismo del «quinto» opererebbe solo qualora il terzo creditore agisca nei confronti del soggetto debitore della pensione o stipendio. Cosi' di recente, in sede di merito, il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 28 maggio 2013, ha ribadito tale tesi secondo la quale «la natura previdenziale della somma viene meno con il suo versamento in un conto corrente bancario dando luogo a un nuovo e diverso rapporto». Anche il Tribunale di Sulmona, nella sua ordinanza del marzo 2013, riprende l'indirizzo prevalente, in tema di perdita della specificita' delle somme riscosse in pensione, con la loro confluenza nel restante patrimonio dell'interessato. Queste pronunce dei giudici di merito hanno preso le mosse dall'impostazione, palesemente iniqua e discutibile sotto il profilo della costituzionalita', che ha trovato compiuta declinazione nella sentenza della Corte di cassazione n. 17178 del 9 ottobre 2012, e riguardante crediti da lavoro: «qualora le somme dovute per crediti di lavoro siano gia' affluite sul conto corrente o sul deposito bancario del debitore esecutato, non si applicano le limitazioni al pignoramento previste dall'articolo 545 cod. proc. civ.» Corollario di tale differente ed iniqua impostazione sarebbe, come apertamente dichiarato dai giudici di legittimita', che il creditore possa arrivare a «prosciugare» il conto corrente del suo debitore, lasciandolo dunque privo di qualsivoglia tutela. Solo nel caso di pignoramento presso il datore di lavoro varrebbero dunque le garanzie previste, appunto, per i crediti da lavoro, venendo meno qualora le somme corrispondenti alla retribuzione siano confluite in un conto corrente bancario. A parziale correzione di questa argomentazione lo stesso Tribunale di Sulmona, nella summenzionata sentenza, ha ritenuto, pero', che la natura privilegiata del rateo pensionistico permane anche se esso e' accreditato su di un conto corrente o un libretto di deposito purche': «la natura del credito sia immediatamente riconoscibile per denominazione ed importo e purche' non vi siano, all'attivo, voci diverse dall'accredito della pensione ovvero prelievi subito dopo il deposito della somma a titolo di pensione». Tale ultima e peculiare ipotesi, certamente presente, allo stato degli atti, nella fattispecie oggetto di giudizio, e' stata dunque appena delineata da...

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