n. 17 ORDINANZA (Atto di promovimento) 29 novembre 2012 -

 
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IL MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA Letti gli atti;

Nel procedimento di sicurezza per la decisione sulla eventuale dichiarazione di abitualita' nel reato, aperto ex officio e fissato all'udienza odierna, 21 novembre 2012, nei confronti di Z. U. n. 24.12.2970, la difesa chiedeva che la procedura venisse trattata in forma pubblica. L'istanza non puo' trovare accoglimento alla luce della normativa vigente. Sul punto, ritiene questo giudice, eccepire la illegittimita' costituzionale degli articoli che regolamentano il procedimento di sicurezza. Ed invero, l'art. 679, punto 1, c.p.p. attribuisce al magistrato di sorveglianza la competenza ad intervenire in materia di misure di sicurezza, «su richiesta del pubblico ministero o di ufficio, accerta se l'interessato e persona soxialmente pericolosa e adotta i provvediemtni conseguenti, premessa, ove occorra, la dichiarazione di abitualita' o professionalita' nel reato». Quanto al rito adottato, l'art. 678, punto 1, c.p.p. dispone che «Il tribunale di sorveglianza nelle materie di competenza e il magistrato di sorveglianza nelle materie attinenti ... alle misure di sicurezza ... e alla dichiarazione di abitualita' o professionalita' nel reato ..., procedono, a richiesta del pubblico ministero, dell'interessato, del difensore o di ufficio, a norma dell'art. 666». A sua volta, l'art. 666, punto 3, c.p.p. sul punto sancisce espressamente che ... «il giudice o il presidente del collegio, designato il difensore fissa la data della camera di consiglio e ne fa dare avviso alle parti e al difensore». Il dettato normativo risulta, pertanto, inequivoco nello stabilire che il procedimento per l'applicazione delle misure di sicurezza, detentive quanto non detentive, abbia luogo «in camera di consiglio»: formula che - alla luce di un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimita', nonche' di espresso dettato normativo - implica attualmente un rinvio alla disciplina generale dettata dall'art. 127 c.p.p., il quale prevede espressamente, al punto 6, che l'udienza in camera di consiglio - e, dunque, anche quella del procedimento che interessa - si svolge «senza la presenza del pubblico». La previsione per cui la procedura si svolge «in camera consiglio» comporta, infatti, - in conformita' ad un indirizzo interpretativo avallato anche dalle sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza 28 maggio 2003-18 giugno 2003, n. 26156) per cui, il descritto dall'art. 127 c.p.p., deve «applicarsi anche nei casi in cui il legislatore, nel prescrivere che il procedimento si svolga in "camera di consiglio", senza regolamentarne particolari diversita' di struttura, ometta di fare espresso riferimento alle forme dell'art. 127 del codice di rito» - l'operativita', ove non diversamente disposto, della disciplina generale in materia di «procedimento in camera di consiglio» dettata dall'art. 127 c.p.p.: e, dunque - in mancanza di previsioni derogatorie sul punto - anche della disposizione del punto 6 di tale articolo, in forzi della quale «l'udienza si svolge senza la presenza del pubblico». Va doverosamente segnalato, altresi', che la pubblicita' dell'udienza non puo' essere consentita neppure nell'appello innanzi il tribunale di sorveglianza avverso la decisione del magistrato di sorveglianza, ex art. 680, punto 1, c.p.p. o nelle impugnazioni contro sentenze di condanna o di proscioglimento, avverso «le disposizioni che riguardano le misure di sicurezza» di cui all'art. 680, punto 2, c.p.p. Infatti, la competenza a decidere sull'eventuale impugnazione spetta al tribunale di sorveglianza, ai sensi dell'art. 680 c.p.p., tribunale che procede nelle medesime forme processuali riservate al magistrato di sorveglianza, a mente dell'art. 678, punto 1, c.p.p., sopra gia' richiamato: «Il tribunale di sorveglianza nelle materie di sua competenza ... (procede) a norma dell'art. 666». Motivo per il quale va respinta anche la eventualita' del ricorso alla regola della «pubblicita' differita», che evidentemente nel caso di specie e' normativamente espunta. Pertanto, non puo' ragionevolmente escludersi che le norme censurate - prevedendo che le procedure per l'applicazione di misure di sicurezza si svolgano, senza alcuna eccezione, in camera di consiglio e, dunque, senza la partecipazione del pubblico - violino l'art. 117, primo comma, della Costituzione, ponendosi in contrasto con il principio di pubblicita' dei procedimenti giudiziari, sancito dall'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali (CEDU), cosi' come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Secondo la Corte di Strasburgo, invero, alla luce di una ormai consolidata giurisprudenza, - pur a fronte dell'elevato grado di tecnicismo proprio di taluni procedimenti e delle esigenze, in essi sovente presenti, di protezione della vita privata di terzi indirettamente interessati - l'entita' della «posta in gioco» e gli effetti che le procedure stesse possono produrre impongono di ritenere che il controllo del pubblico sull'esercizio della giurisdizione rappresenti una condizione necessaria ai fini del rispetto dei diritti dei soggetti coinvolti, onde dovrebbe essere offerta ai medesimi «almeno la possibilita' di sollecitare una pubblica udienza davanti alle sezioni specializzate dei tribunali e delle corti d'appello» competenti. Cio' premesso, occorre rilevare che, con recenti pronunce - la sentenza 13 novembre 2007, Bocellari e Rizza contro Italia, sentenza 8 luglio 2008, Pierre ed altri contro Italia, nonche', sentenza 14 aprile 2012, Lorenzetti contro Italia - la Corte europea dei diritti dell'uomo, decidendo per altre materie, ha affermato che la procedura «in camera di consiglio», ovvero senza pubblicita', si pone in contrasto, sotto il profilo considerato, con l'art. 6, paragrafo 1, della...

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