n. 164 SENTENZA 3 aprile - 12 luglio 2017 -

 
ESTRATTO GRATUITO

ha pronunciato la seguente SENTENZA nei giudizi di legittimita' costituzionale degli artt. 2, comma 1, lettere a), b) e c), 3, comma 2, e 4 della legge 27 febbraio 2015, n. 18 (Disciplina della responsabilita' civile dei magistrati), e degli artt. 2, commi 2 e 3, 4, 7, 8, comma 3, e 9, comma 1, della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilita' civile dei magistrati), come modificati dalla legge n. 18 del 2015, promossi dal Tribunale ordinario di Verona con ordinanza del 12 maggio 2015, dal Tribunale ordinario di Treviso con ordinanza dell'8 maggio 2015, dal Tribunale ordinario di Catania con ordinanza del 6 febbraio 2016, dal Tribunale ordinario di Enna con ordinanza del 25 febbraio 2016 e dal Tribunale ordinario di Genova con ordinanza del 10 maggio 2016, rispettivamente iscritte ai nn. 198 e 218 del registro ordinanze 2015, e ai nn. 113, 126 e 130 del registro ordinanze 2016 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 40 e 43, prima serie speciale, dell'anno 2015 e nn. 23 e 27, prima serie speciale, dell'anno 2016. Visti gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 9 novembre 2016 il Giudice relatore Franco Modugno. Ritenuto in fatto 1.- Con ordinanza del 12 maggio 2015 (r.o. n. 198 del 2015), il Tribunale ordinario di Verona ha sollevato questioni di legittimita' costituzionale: a) degli artt. 2, comma 1, lettera c), e 4, comma 1, della legge 27 febbraio 2015, n. 18 (Disciplina della responsabilita' civile dei magistrati), nella parte in cui - sostituendo, rispettivamente, l'art. 2, comma 3, e l'art. 7 della legge 13 aprile 1988, n. 117 (Risarcimento dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilita' civile dei magistrati) - includono il «travisamento del fatto o delle prove» tra le ipotesi di colpa grave che possono dar luogo a responsabilita' civile dello Stato e del magistrato, per contrasto con gli artt. 101, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione;

  1. dell'art. 2, comma 1, lettera b), della legge n. 18 del 2015, per contrasto con l'art. 3 Cost.;

  2. dell'art. 3, comma 2, della legge n. 18 del 2015, per contrasto con gli artt. 3, 25, primo comma, 101, secondo comma, e 111, secondo comma, Cost.;

  3. dell'art. 9, comma 1, della legge n. 117 del 1988, come modificato dall'art. 6 della legge n. 18 del 2015, per contrasto con gli artt. 25, primo comma, 101, secondo comma, e 111, secondo comma, Cost.;

  4. dell'art. 4 della legge n. 18 del 2015, nella parte in cui, sostituendo l'art. 7, comma 1, della legge n. 117 del 1998, prevede che il Presidente del Consiglio dei Ministri ha l'obbligo di esercitare l'azione di rivalsa verso il magistrato, per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost.;

  5. dell'art. 2, comma 1, lettere a), b) e c), e dell'art. 4 della legge n. 18 del 2015, quest'ultimo nella parte in cui prevede che il Presidente del Consiglio dei Ministri ha l'obbligo di esercitare l'azione di rivalsa verso il magistrato, per contrasto con l'art. 81, terzo comma, Cost. 1.1.- Il giudice a quo premette di essere investito dell'opposizione proposta da una societa' cooperativa avverso il decreto con il quale le era stato ingiunto il pagamento della somma di euro 142.292,53, oltre interessi, in favore di una impresa agricola, quale corrispettivo di forniture di prodotti documentate da fatture. A sostegno dell'opposizione, la cooperativa ingiunta aveva dedotto una serie di motivi, tutti contestati dall'impresa ingiungente, la quale - rilevato che l'opposizione non era fondata su prova scritta, ne' di pronta soluzione - aveva chiesto, ai sensi dell'art. 648, primo comma, del codice di procedura civile, che il decreto ingiuntivo opposto fosse dichiarato provvisoriamente esecutivo. Secondo il rimettente, ai fini della decisione su tale istanza assumerebbero rilievo alcune delle disposizioni in materia di responsabilita' civile dei magistrati introdotte dalla legge n. 18 del 2015, in quanto «concretamente e immediatamente produttiv[e] di una responsabilita' potenziale» di esso giudice a quo. Al riguardo, il rimettente ricorda come la Corte costituzionale, con la sentenza n. 18 del 1989, decidendo su una serie di questioni relative alla pregressa disciplina della responsabilita' civile dei magistrati di cui alla legge n. 117 del 1988, abbia rilevato che l'art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale) esige, ai fini della proposizione dell'incidente di costituzionalita', che il giudizio principale non possa essere definito indipendentemente dalla risoluzione della questione di legittimita' costituzionale: sicche', di regola, la rilevanza della questione resta strettamente correlata all'applicabilita' della norma impugnata nel giudizio a quo. Tuttavia - come gia' ritenuto implicitamente dalla stessa Corte costituzionale in precedenti occasioni (sentenze n. 196 del 1982, n. 125 del 1977 e n. 128 del 1974) e, secondo il rimettente, anche nella piu' recente sentenza n. 237 del 2013 - «debbono ritenersi influenti sul giudizio anche le norme che, pur non essendo direttamente applicabili nel giudizio a quo, attengono allo status del giudice, alla sua composizione nonche', in generale, alle garanzie e ai doveri che riguardano il suo operare. L'eventuale incostituzionalita' di tali norme e' destinata ad influire su ciascun processo pendente davanti al giudice del quale regolano lo status, la composizione, le garanzie e i doveri: in sintesi, la "protezione" dell'esercizio della funzione, nella quale i doveri si accompagnano ai diritti». Occorrerebbe inoltre considerare - secondo il giudice a quo - che la nuova legge ha ampliato le ipotesi che possono dar luogo a responsabilita' civile dello Stato e del magistrato, includendovi, in particolare, le fattispecie del travisamento del fatto o delle prove (artt. 2, comma 3, e 7 della legge n. 117 del 1988, come novellati dagli artt. 2, comma 1, lettera c, e 4, comma 1, della legge n. 18 del 2015). Almeno le citate disposizioni troverebbero immediata applicazione in tutti i giudizi in corso potenzialmente causativi di danno, giacche' i giudici che li trattano, per non incorrere in responsabilita' (anche disciplinare), dovrebbero attenersi ai criteri di valutazione da esse stabiliti. 1.2.- Cio' premesso, il giudice a quo dubita della legittimita' costituzionale dei citati artt. 2, comma 1, lettera c), e 4, comma 1, della legge n. 18 del 2015, osservando come, nell'originario assetto della legge n. 117 del 1988, la valutazione dei fatti e delle prove - costituente, assieme all'interpretazione delle norme di diritto, l'essenza stessa della funzione giurisdizionale - non potesse mai dar luogo a responsabilita', in virtu' della cosiddetta clausola di salvaguardia enunciata dall'art. 2, comma 2, della stessa legge. Come rilevato tanto dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 18 del 1989, quanto dalla giurisprudenza di legittimita', detta clausola era funzionale alla tutela dell'indipendenza del giudice, che, a propria volta, costituisce garanzia di apprezzamento imparziale delle risultanze istruttorie. La legge n. 18 del 2015 - pur riproponendo, nel suo art. 2, comma 1, lettera b), la clausola di salvaguardia - ne avrebbe, di fatto, sensibilmente ridotto l'ambito di operativita'. La lettera c) del medesimo art. 2, comma 1, ha infatti ampliato i casi di colpa grave generativi di responsabilita' risarcitoria tanto sul piano numerico, con l'aggiunta dell'ipotesi del travisamento del fatto o delle prove, quanto sotto il profilo soggettivo, con l'eliminazione del riferimento alla negligenza inescusabile (la quale, ai sensi dell'art. 7, comma 1, della legge n. 117 del 1988, come sostituito dall'art. 4 della legge n. 18 del 2015, costituisce ora condizione solo per l'esercizio dell'azione di rivalsa nei confronti del magistrato). Ad avviso del giudice a quo, il nuovo regime si porrebbe in contrasto con gli artt. 101, secondo comma, e 111, secondo comma, Cost., apparendo le nozioni di travisamento del fatto o delle prove equivoche ed indefinibili. Esse non coinciderebbero con le ipotesi - gia' contemplate dall'art. 2, comma 3, della legge n. 117 del 1988 - dell'affermazione di un fatto la cui esistenza e' incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento, o della negazione di un fatto la cui esistenza risulti incontrastabilmente dagli atti del procedimento, per la semplice ragione che sono state aggiunte, e non gia' sostituite, a queste ultime. Nessuna indicazione utile fornirebbero, peraltro, i lavori parlamentari, dai quali emergerebbe, anzi, l'estrema difficolta' di definire gli esatti confini della nuova fattispecie di illecito. La formula in esame si rivelerebbe, quindi, del tutto inidonea a delimitare l'ambito della responsabilita' del magistrato, come invece esigerebbero i parametri costituzionali evocati. In effetti, erano state proprio la limitatezza e la tassativita' delle ipotesi di colpa grave, originariamente prefigurate dalla legge n. 117 del 1988, ad indurre la Corte costituzionale ad escludere, con la sentenza n. 18 del 1989, che la loro previsione potesse compromettere la serenita' e l'imparzialita' di giudizio del giudice. In difetto di una sufficiente tipizzazione, la nuova fattispecie offrirebbe, di contro, ampie possibilita' di condizionare l'esercizio della funzione giurisdizionale: qualsiasi valutazione dei fatti o del materiale probatorio potrebbe essere, infatti, censurata semplicemente qualificandola come travisamento, con ulteriori ricadute negative in termini di ampliamento indefinito della possibilita' di sindacato disciplinare sui provvedimenti giudiziari e di estrema incertezza sull'ambito applicativo dell'azione obbligatoria di rivalsa. Peraltro, nemmeno la sfera applicativa della clausola di salvaguardia -formalmente ribadita dall'art. 2, comma 1, lettera b), della legge n. 18 del 2015 -...

Per continuare a leggere

RICHIEDI UNA PROVA