Massimario di legittimità

Autore:Casa Editrice La Tribuna
Pagine:269-289
RIEPILOGO

Abuso d'ufficio - Estremi - Medico di una struttura pubblica che indirizza un paziente verso una struttura privata di cui è socio - Dovere di astensione - Acque pubbliche e private - Inquinamento - Scarichi - Acque reflue (...)

 
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    I testi dei documenti qui riprodotti sono desunti dagli Archivi del Centro elettronico di documentazione della Corte di cassazione. I titoli sono stati elaborati dalla redazione.


Abuso d'ufficio - Estremi - Medico di una struttura pubblica che indirizza un paziente verso una struttura privata di cui è socio - Dovere di astensione

Integra il delitto di abuso di ufficio per conseguire un vantaggio patrimoniale, la condotta del medico specialista di una struttura pubblica il quale, in violazione del dovere di astensione di cui all'art. 6 del D.M. 31 marzo 1994, indirizzi un paziente verso il laboratorio non convenzionato di cui egli sia socio, per l'espletamento di un esame che avrebbe potuto essere eseguito anche presso una struttura pubblica della stessa città.

    Cass. pen., sez. VI, 13 giugno 2001, n. 24066 (ud. 9 aprile 2001), Caminati M. (D.M. 31 marzo 1994, art. 6). [RV219578]


Acque pubbliche e private - Inquinamento - Scarichi - Acque reflue

In tema di scarichi non autorizzati di acque reflue industriali ovvero da una immissione occasionale, l'art. 59, comma 5, del decreto legislativo 11 maggio 1999 n. 152, abrogativo della legge 10 maggio 1976 n. 319, richiede, ai fini della configurabilità del reato, non il semplice superamento dei limiti di accettabilità delle tabelle allegate a detta legge, come previsto dall'art. 21 di essa, bensì la simultanea ricorrenza di due condizioni, e cioè che siano superati i valori fissati nella tabella 3 dell'allegato 5 e che si tratti di sostanze indicate nella tabella 5. Ne consegue che, in mancanza anche di una soltanto delle predette condizioni, il fatto di immissione abusiva, commesso prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 152 del 1999, non costituisce più reato dopo quella data, a nulla rilevando che la disposizione del citato art. 59, comma 5, sia stata successivamente modificata in pejus dall'art. 23, lett. c, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 258, non potendosi attribuire efficacia retroattiva a una norma penale sanzionatoria, dopo che la condotta originariamente prevista come reato sia stata depenalizzata. (Fattispecie concernente l'effettuazione di scarico proveniente da attività di macellazione contenente BOD5-COD-ammoniaca in quantità superiore a quella massima indicata nella tabella A allegata alla legge n. 319 del 1976).

    Cass. pen., sez. I, 17 settembre 2001, n. 33761 (ud. 22 agosto 2001), Pirotta. (L. 10 maggio 1976, n. 319, art. 21; D.L.vo 11 maggio 1999, n. 152, art. 54; D.L.vo 11 maggio 1999, n. 152, art. 59; D.L.vo 18 agosto 2000, n. 258, art. 23). [RV219894]


Antichità e belle arti - Cose di interesse artistico e storico - Rinvenimento fortuito - Denuncia

A seguito dell'entrata in vigore del T.U. delle disposizioni in materia di beni culturali ed ambientali approvato con D.L.vo 29 ottobre 1999, n. 490, non sussiste più l'obbligo di denuncia penalmente sanzionato a carico del mero detentore di un bene culturale protetto, già oggetto di scoperta fortuita, in quanto l'art. 87 del D.L.vo 490/1990 circoscrive l'ambito soggettivo del reato di omessa denuncia allo scopritore.

    Cass. pen., sez. III, 10 luglio 2001, n. 27677 (ud. 11 giugno 2001), Fusaro V. (D.L.vo 29 ottobre 1999, n. 490, art. 87). [RV219628]


Appello penale - Cognizione del giudice di appello - Reformatio in peius - Attenuante non riconosciuta

Il divieto di reformatio in pejus non viene violato nel caso in cui il giudice di secondo grado non abbia ridotto nella massima estensione la pena (a differenza del giudice di primo grado), per effetto della concessione di un'attenuante, quando, concessane una seconda, abbia irrogato una pena comunque inferiore a quella applicata nel precedente grado di giudizio.

    Cass. pen., sez. V, 9 agosto 2001, n. 31099 (ud. 3 maggio 2001), Devalle GP. (C.p.p., art. 597). [RV219710]


Appello penale - Cognizione del giudice di appello - Reformatio in peius - Mancata impugnazione del P.M

In tema di impugnazioni, costituisce violazione del generale divieto di reformatio in peius (art. 597, comma 3 del c.p.p.), in assenza di impugnazione del pubblico ministero, il provvedimento di confisca disposto per la prima volta dalla corte di appello a seguito di procedimento di applicazione pena in sede d'impugnazione promossa dal solo ricorrente. (In applicazione di tale principio la Corte ha annullato in parte qua la sentenza impugnata, rilevando, tuttavia, l'impossibilità di far luogo alla restituzione della somma di denaro, in quanto pertinente al reato di detenzione illegale di sostanza stupefacente).

    Cass. pen., sez. IV, 11 luglio 2001, n. 27998 (c.c. 25 giugno 2001), Lagoteta A. (C.p.p., art. 597). [RV219687]


Appello penale - Decisioni in camera di consiglio - Richieste concordemente formulate dalle parti - Inserimento nel patto di attenuanti

Analogamente a quanto accade per la definizione di procedimento mediante sentenza di patteggiamento ai sensi dell'art. 444 c.p.p., anche nel giudizio d'appello definito ai sensi dell'art. 599, comma 4, c.p.p., nel quale le parti abbiano dichiarato di concordare sulla determinazione della pena, il giudice, richiesto di definizione del procedimento mediante sentenza che accolga la proposta concordata, dopo aver escluso sulla base degli atti che debba essere pronunciato proscioglimento ai sensi dell'art. 129 c.p.p., in relazione alla fattispecie sottoposta al suo esame, non può nella fase in cui valuta, nelle sue componenti, l'accordo raggiunto dalle parti per l'applicazione della pena, essere restituito nell'esercizio di un potere che ha già consumato; ne consegue che anche l'indicazione nel patto di circostanze attenuanti generiche, vale solo per la determinazione della pena da infliggere in concreto e non già per farne conseguire anche la dichiarazione di estinzione del reato per prescrizione, non essendo consentita l'utilizzazione dell'accordo medesimo per finalità incompatibili con il suo contenuto e con gli scopi alla cui realizzazione era preordinato.

    Cass. pen., sez. VI, 23 marzo 2001, n. 20944 (ud. 18 settembre 2000), Santi e altro. (C.p.p., art. 444; c.p.p., art. 599; c.p.p., art. 129). [RV219829]


Appello penale - Dibattimento - Rinnovazione dell'istruzione - Ordinanza di revoca di prove già ammesse

Non è abnorme, né nullo il provvedimento con il quale il giudice di appello revochi precedente ordinanza ammissiva della rinnovazione parziale del dibattimento, in quanto abbia poi ritenuto sufficienti le prove acquisite.

    Cass. pen., sez. V, 27 aprile 2001, n. 17048 (ud. 21 febbraio 2001), Gabrielli G. ed altri. (C.p.p., art. 586; c.p.p., art. 495; c.p.p., art. 606). [RV219666]


Appello penale - Sentenza - Predibattimentale - Inammissibilità

La sentenza predibattimentale di proscioglimento non può essere pronunciata dal giudice di appello, atteso che l'art. 601 c.p.p. disciplina autonomamente la fase degli atti preliminari a tale giudizio rispetto a quella del giudizio di primo grado e non richiama la facoltà prevista dall'art. 469 c.p.p. secondo cui il giudice, in camera di consiglio e su accordo delle parti, può pronunciare sentenza di proscioglimento prima del dibattimento di primo grado. (La Corte di cassazione in applicazione di tale principio, ha annullato con rinvio la sentenza della corte di appello che, pronunciata de plano in camera di consiglio, in riforma della sentenza di primo grado di assoluzione perché il fatto non sussiste, dichiarava non doversi procedere perché i reati erano estinti per prescrizione).

    Cass. pen., sez. III, 11 luglio 2001, n. 27821 (ud. 29 maggio 2001), Pennacchiole ed altri. (C.p.p., art. 469; c.p.p., art. 601). [RV219595]


Applicazione della pena su richiesta delle parti - Presupposti - Accordo con il P.M. - Contenuto

In tema di applicazione della pena su richiesta, i termini dell'accordo tra imputato e pubblico ministero (il quale è pertinente esclusivamente agli aspetti penalistico-sanzionatori) non si estendono agli aspetti liquidatori delle spese sostenute dalla parte civile; ne consegue che, non essendo ricompresa l'entità della somma da liquidare nel negozio processuale intercorso tra le parti patteggianti, non può considerarsi preclusa alla parte interessata (l'imputato o la stessa parte civile) la possibilità di dedurre le normali censure attinenti alla valutazione giudiziale circa la pertinenza delle voci di spesa, la loro documentazione e la loro congruità.

    Cass. pen., sez. VI, 11 gennaio 2001, n. 3057 (c.c. 20 dicembre 2000), Fanano M. (C.p.p., art. 444; c.p.p., art. 445). [RV219707]


Applicazione della pena su richiesta delle parti - Sentenza - Estinzione del reato - Annullamento parziale con rinvio

L'estinzione del reato prevista dall'art. 445, comma 2, c.p.p. presuppone il passaggio in giudicato della sentenza e pertanto il relativo termine non inizia a decorrere nel caso di annullamento parziale con rinvio, da parte della Corte di cassazione, di sentenza di applicazione della pena limitatamente alla omessa applicazione della sanzione amministrativa accessoria.

    Cass. pen., sez. IV, 9 aprile 2001, n. 14640 (ud. 9 marzo 2001), P.G. in proc. Sbuelz A. (C.p.p., art. 445). [RV219577]


Applicazione della pena su richiesta delle parti - Sentenza - Impugnazioni - Ricorso per cassazione

Nel ricorso per cassazione, avverso sentenza che applichi la pena nella misura patteggiata tra le parti, non è ammissibile proporre motivi concernenti la misura della pena, a meno che si versi in ipotesi di pena illegale. La richiesta di applicazione della pena e l'adesione alla pena proposta dall'altra parte integrano, infatti, un negozio di natura processuale che, una volta perfezionato con la ratifica del giudice che ne ha accertato la correttezza, non è revocabile unilateralmente, sicché la...

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