Mancato uso delle cinture di sicurezza ed esclusione del risarcimento del danno

Autore:Giampaolo De Piazzi
Carica:Avvocato Vicario dell'Avvocatura civica di Treviso
Pagine:18-20
 
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giur giur
Arch. giur. circ. ass. e resp. 6/2018
LEGITTIMITÀ
6/2018 Arch. giur. circ. ass. e resp.
LEGITTIMITÀ
La statuizione della sentenza impugnata va pertanto
esente da censura in quanto ha applicato correttamente il
principio di causalità materiale come descritto dall’art. 41
c.p.p. e art. 1227 comma 1, c.c., secondo cui in presenza di
fatti imputabili a più persone, coevi o succedutisi nel tem-
po, deve essere riconosciuta a tutti un’efficacia causativa
del danno, ove abbiano determinato una situazione tale
che, senza l’uno o l’altro di essi, l’evento non si sarebbe
verificato, mentre deve attribuirsi il rango di causa effi-
ciente esclusiva ad uno solo dei fatti imputabili quando lo
stesso, inserendosi quale causa sopravvenuta nella serie
causale, interrompa il nesso eziologico tra l’evento danno-
so e gli altri fatti, ovvero quando il medesimo, esaurendo
sin dall’origine e per forza propria la serie causale, riveli
l’inesistenza, negli altri fatti, del valore di concausa e li
releghi al livello di occasioni estranee (cfr. Corte cass. Sez.
III, Sentenza n. 18094 del 12 settembre 2005; id. Sez. I,
Sentenza n. 92 del 4 gennaio 2017).
Trattandosi di statuizione idonea a sorreggere auto-
nomamente il decisum, si rende superfluo l’esame della
censura formulata con il primo motivo che va ad attingere
una diversa ratio decidendi.
In conclusione il ricorso deve essere rigettato (infon-
dato il secondo motivo; assorbito il primo) ed i ricorrenti
debbono essere condannati alla rifusione delle spese del
giudizio di legittimità che si liquidano in dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, D.P.R. 30 maggio
2002, n. 115, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma
17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versa-
mento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a
titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ri-
corso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis. (Omissis)
MANCATO USO DELLE CINTURE
DI SICUREZZA ED ESCLUSIONE
DEL RISARCIMENTO DEL DANNO
di Giampaolo De Piazzi (*)
SOMMARIO
1. Il principio scolpito nell’art. 1227 c.c. 2. La previsione
dell’obbligo di utilizzo delle cinture di sicurezza. 3. L’ordinan-
za della Corte di cassazione n. 3418/2018.
1. Il principio scolpito nell’art. 1227 c.c.
Il presente lavoro si prefigge esclusivamente lo scopo di
annotare l’ordinanza n. 3418/2018 della Corte regolatrice,
senza porsi alcuna pretesa di esaminare in modo compiuto
il complesso aspetto della responsabilità extracontrattua-
le (il che richiederebbe ovviamente un’opera di ben più
ampio respiro). Tuttavia, per una migliore esposizione
delle problematiche affrontate e risolte dall’ordinanza de
qua, sembra utile effettuare un brevissimo accenno ad al-
cuni aspetti fondamentali del torto aquiliano.
Sin dal diritto romano, risulta affermato il principio del
divieto di arrecare, con la propria condotta, un danno a
terzi, principio compendiato nel celebre brocardo nemi-
nem laedit. La violazione di tale principio, e quindi il fatto
di tenere una condotta – commissiva ovvero anche solo
omissiva, nei casi in cui appaia configurabile un dovere di
attivarsi – che risulti idonea ad arrecare una lesione ad
una situazione giuridica soggettiva di terzi (che per l’ordi-
namento sia meritevole di protezione e tutela), costringe-
va l’autore di detta condotta a risarcire la lesione – e cioè
il danno arrecato –, e costituiva perciò fonte dell’obbliga-
zione risarcitoria, secondo le regole poste dalla lex aquilia.
Ovviamente, la condotta lesiva doveva risultare contra
ius, e cioè essere contraria al diritto, posto che l’esercizio
legittimo di una propria facoltà – ovviamente al di fuori
dei casi in cui ciò trasmodi in atti emulativi, o comunque
in un abuso del diritto – non appariva costituire atto ille-
cito (secondo un altro principio romanistico, espresso dal
parimenti celebre brocardo qui iure suo utitur, neminem
laedit). Inoltre, la condotta de qua doveva determinare la
produzione di un danno ingiusto, nel senso di lesione ar-
recata in assenza di una norma giuridica che consenta di
tenere la condotta produttiva di danno (il c.d. elemento di
antigiuridicità della condotta illecita).
Attualmente, tale regola – transitata nel corso dei se-
coli attraverso il diritto comune – trova cittadinanza nel
vigente sistema giuridico nell’art. 2043 c.c., espressione
del predetto divieto. In base a detta norma, chiunque ab-
bia arrecato ad altri un danno ingiusto (da intendersi nel-
la suindicata accezione), agendo con un comportamento
connotato da un determinato stato psicologico (dolo ov-
vero colpa), è tenuto a risarcire il danno causato con la
propria condotta.
Per una parte della dottrina (1), gli elementi costitu-
tivi del fatto (illecito) produttivo del danno da cui sorge
l’obbligazione risarcitoria, secondo quanto appare indicato
nella citata norma codicistica, risultano essere tre: il fatto
materiale, che può essere scomposto nella duplice acce-
zione della condotta lesiva e dell’evento di danno arrecato,
elementi che devono essere collegati fra loro dal c.d. nes-
so eziologico, dovendo il secondo elemento essere conse-
guenza del primo; l’antigiuridicità della condotta, che non
deve trovare giustificazione in una norma che consenta
quel dato comportamento, commissivo ovvero omissivo; la
colpevolezza, aspetto in cui rientra anche l’imputabilità al
soggetto della condotta da questi posta in essere, e che
risulta rappresentata dallo stato psicologico in cui versa
l’autore della condotta illecita, dovendo questi avere cau-
sato il pregiudizio agendo con dolo (e cioè con l’intento di
provocare l’evento lesivo) ovvero con colpa (per condotta
che risulta non specificamente preordinata alla produzio-
ne di un evento di danno, ma connotata da imprudenza,
imperizia, violazione di regole giuridiche, ecc.).
Secondo altra parte della dottrina (2), invece, gli ele-
menti costitutivi dell’atto illecito extracontrattuale risul-
tano essere più numerosi, distinguendosi analiticamente il
fatto (e cioè il comportamento, ovvero la condotta lesiva,
che come detto può essere commissiva ovvero omissiva),
l’illiceità del fatto (aspetto in cui rientra la cd. antigiuridi-
cità), l’imputabilità del fatto al danneggiante, lo stato psico-
logico in cui questi versa (dolo ovvero colpa), il nesso cau-
sale fra il fatto, l’evento dannoso (il c.d. danno evento), ed
il danno propriamente detto (il c.d. danno conseguenza).
Per quanto attiene, in particolare, l’elemento del nesso
causale (o nesso eziologico), che come detto deve collega-
re fra loro la condotta del soggetto agente, il danno evento
ed il danno conseguenza, lo stesso sembra trovare un’e-
spressa previsione normativa nell’art. 1223 c.c., a mente
del quale il pregiudizio subìto dal soggetto leso, per essere
risarcibile (rectius: per obbligare l’autore del fatto a risar-
cire detto pregiudizio), deve rappresentare conseguen-
za immediata e diretta del danno. La norma de qua, pur
essendo topograficamente collocata nell’ambito della re-
sponsabilità contrattuale, risulta applicabile anche al tor-
to aquiliano, per effetto del richiamo contenuto nell’art.
2056, primo comma, c.c., dettato in tema di valutazione
del danno extracontrattuale.
Secondo la dottrina e la giurisprudenza, il danno è da
ritenersi conseguenza immediata e diretta della condotta
quando esso costituisca il normale esito di quest’ultima,
in base al c.d. principio della causalità adeguata, ovvero
della regolarità causale (3). Pertanto, qualora – sulla
base del principio de quo – il danno subìto da un soggetto
non appaia costituire conseguenza normale, immediata e
diretta della condotta illecita tenuta da altro soggetto, il
pregiudizio non potrà ritenersi risarcibile.
Il principio dell’obbligo di risarcire il danno arrecato a
terzi presenta anche un’altra importante limitazione, scol-
pita nell’art. 1227 c.c., norma anche essa topograficamen-
te collocata nell’ambito della responsabilità contrattuale,
ed applicabile a quella aquiliana in virtù dell’espresso
richiamo contenuto sempre nell’art. 2056 c.c., come ri-
conosciuto dalla giurisprudenza (4). La disposizione de
qua, rubricata «Concorso del fatto colposo del creditore»,
prevede al primo comma una diminuzione dell’importo del
risarcimento spettante al soggetto danneggiato quando la
condotta di quest’ultimo – che deve essere colposamente
qualificata – abbia concorso a produrre il danno. La nor-
ma, inoltre, al secondo comma si spinge sino a disporre
l’esclusione del risarcimento per tutti i danni che il sog-
getto leso avrebbe potuto evitare conformando la propria
condotta a regole di ordinaria diligenza.
Già dalla rubrica dell’art. 1227 c.c. si ricava che esso
incide sul nesso causale, giungendo sino a recidere lo
stesso nell’ipotesi delineata al secondo comma. Nell’inten-
to del legislatore, secondo quanto sembra trasparire dal
tenore letterale della norma, il soggetto danneggiato dal
fatto illecito di terzi non può restare inerte qualora abbia
– secondo un criterio di normalità e di ragionevolezza – la
possibilità di intervenire al fine di impedire che le conse-
guenze lesive dell’altrui condotta illecita giungano a con-
seguenze ancora maggiori. Si tratta di un principio che,
all’evidenza, impinge nella stessa ratio che informa le va-
rie disposizioni civilistiche dettate in tema di correttezza
e buona fede (quali gli artt. 1337 e 1375 c.c.), e che risulta
corroborato a seguito dell’introduzione, nell’ordinamento
giuridico, del principio solidaristico scolpito nell’art. 2
della Costituzione repubblicana.
La ratio della norma de qua, e la portata del suo in-
tervento sul nesso causale, appaiono ancora più nette
ed evidenti nel secondo comma della stessa, che esclu-
de radicalmente l’obbligo di risarcire il danno arrecato
qualora il soggetto leso avrebbe potuto evitarlo adottando
una condotta improntata a regole di ordinaria diligenza, e
compiendo uno sforzo non eccessivo, e pertanto ritenuto
esigibile. In una tale ipotesi, il pregiudizio subito appare
collegarsi sul piano eziologico non tanto alla condotta del
terzo, benché autore di un fatto illecito produttivo di dan-
no, quanto all’omissione da parte del soggetto danneggiato
delle cautele che avrebbero impedito – pur in presenza
di un illecito commesso da altri – il prodursi di un danno
(nell’accezione di danno conseguenza).
Anche in tale seconda previsione, appare intenso il
rapporto che lega la disposizione de qua ai princìpi di
correttezza e buona fede, che impongono, nei limiti della
ragionevole esigibilità della condotta, di agire in modo tale
da tutelare e preservare l’altrui sfera giuridica, nonché al
principio solidaristico di cui alla richiamata norma co-
stituzionale.
La giurisprudenza ha spesso applicato il principio
scolpito nell’art. 1227 c.c., limitando ovvero escludendo
il risarcimento del danno in presenza di un contributo
causale ascrivibile al comportamento del soggetto leso
nella produzione dell’evento dannoso. A tale riguardo, la
giurisprudenza ha affrontato il problema del fondamento
della previsione normativa de qua, ed aderendo ad un più
moderno orientamento dottrinario ha osservato che l’art.
1227 c.c., più che costituire espressione del principio di
autoresponsabilità (come già affermato in passato dalla
dottrina meno recente), rappresenta invece «un corolla-
rio del principio della causalità, per cui al danneggiante
non può far carico quella parte di danno che non è a lui
causalmente imputabile» (5).
Ricondotto il fondamento della disposizione de qua
nell’ambito del principio della causalità, la giurisprudenza
si è fatta altresì carico del compito di appurare quando il
comportamento omissivo del danneggiato possa ritenersi
causa concorrente (rilevante ai sensi del primo comma
dell’art. 1227 c.c.) ovvero esclusiva (rilevante ai sensi del
secondo comma) dell’evento lesivo, al fine di individuare

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