Il lungo percorso ad ostacoli dell'Ici sui fabbricati rurali

Autore:Luca Lazzaro
Pagine:123-138
RIEPILOGO

1. Considerazioni introduttive. - 2. Il Catasto ai comuni. - 3. I fabbricati rurali. - 4. L’evoluzione giuridica dell’articolo 9, Decreto Legge 30 dicembre 1993, n. 557. - 5. Il tortuoso percorso giurisprudenziale. - 6. Il decreto mille proroghe. - 7. L’ultima querelle.

 
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Il D.L. 207/08, convertito in Legge n. 14 del 27 febbraio 2009, rubricato “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgenti”, ha previsto, tra le altre, un serie di misure destinate al comparto agricolo; in particolare quella riguardante il riconoscimento della ruralità dei fabbricati, ai fini dell’imposizione diretta e dei tributi locali (Ici).

In base a tale disposizione, i fabbricati rurali a destinazione abitativa e/o strumentali, se rispetteranno i requisiti di ruralità, continueranno a godere dell’esenzione dall’imposizione diretta e dall’assoggettamento ai tributi locali, indipendentemente dall’iscrizione in catasto.

Interessante appare, in proposito, ripercorrere le tappe fondamentali che hanno condotto a tale esenzione.

Come è noto, con il D.Lgs. 112/98, ai Comuni viene attribuita la gestione del catasto.

È anzitutto importante sottolineare che la Legge 13.4.1939 n. 652, sanciva la costituzione del catasto urbano, riorganizzando gli estimi, senza, tuttavia, prevedere condizioni territoriali omogenee1.

Bisogna attendere la Legge 427/89 perché le operazioni di qualificazione e classificazione si compiano per Zone Territoriali Omogenee (Z.T.O.), sia

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dal punto di vista sociale che economico, tale per cui possano essere ricompresi gruppi di comuni singoli, comuni o porzioni di comuni2.

In seguito, il D.M. Finanze n. 710 del 19.4.1994 istituisce un programma software3 per la gestione dei documenti tecnici catastali il quale consente la trasmissione telematica di accatastamento di nuove costruzioni, denunce di variazioni e dichiarazioni di unità riguardanti edifici già accatastati.

Una profonda innovazione del sistema tecnico estimale, improntato su criteri di uniformità e trasparenza, si ha con la Legge 662/94.

Con il D.P.R. n. 138 del 23.3.1998, perché un fabbricato iscritto al Catasto urbano, possa ottenere il riconoscimento della ruralità, il proprietario deve presentare istanza4 all’ufficio distrettuale delle imposte dirette, allegando le certificazioni del Catasto urbano per l’edificio e quello dei terreni per la dimostrazione del possesso del fondo agricolo, a cui il fabbricato dovrà essere asservito, copia della denuncia annuale dell’Iva, copia delle tre ultime dichiarazioni dei redditi, indicando anche l’iscrizione agli elenchi provinciali degli imprenditori agricoli e comunali dei coltivatori diretti. Il suddetto decreto prevede altresì che, al termine dell’istruttoria, l’ufficio imposte, sentito l’ufficio del territorio (ex U.T.E.), notifichi al proprietario il decreto di esenzione per ruralità del fabbricato o il rifiuto a concederla. Il rifiuto ovviamente può essere impugnato presso la Commissione tributaria provinciale5.

Appare importante ricordare che la tassazione dei fabbricati rurali ha sino ad oggi riservato rilevantissimi problemi in sede applicativa ed ha dato luogo ad un copioso contenzioso.

Il D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, introduttivo dell’Ici, non dettava alcuna specifica disposizione in punto di fabbricati rurali; poiché in tale disposizione veniva precisato il solo concetto di fabbricato (l’unità immobiliare iscritta o che deve essere iscritta nel Catasto edilizio urbano), era opinione

Nello specifico, i documenti da presentare per l’accatastamento sono: la domanda; la denuncia di cambiamento nello stato dei terreni a seguito di edificazione; il tipo mappale; l’estratto di mappa; l’accertamento della proprietà immobiliare urbana; la planimetria dell’immobile; la domanda di volture nel catasto edilizio urbano (Mod. 98 TP – CEU); la domanda di volture nel catasto terreni (Mod. 13 TP/A).

Per quanto riguarda, invece, la variazione catastale, ad esempio a seguito di compravendita, successione, ecc., deve essere presentata all’Ufficio Tecnico Erariale apposita domanda di volturazione.

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prevalente che i fabbricati rurali non rientrassero nel campo di applicazione del tributo.

Per tali fabbricati rurali non era prevista l’iscrizione presso il Catasto edilizio urbano bensì presso il Catasto terreni dove il reddito dominicale dei terreni risultava comprensivo anche della redditività delle costruzioni rurali asservite6.

Il problema che, successivamente si è posto è quello relativo al fatto che la disciplina dell’imposta non è stata più aggiornata alla trasformazione del Catasto edilizio urbano nel Catasto dei fabbricati.

Per far fronte a tale problema, l’art. 9, comma 1, del Decreto Legge 30 dicembre 1993 n. 557, ha disposto la realizzazione di un inventario completo ed uniforme del patrimonio edilizio.

Si è previsto, infatti, che il Ministero delle finanze provvedesse al censimento di tutti i fabbricati o porzioni di fabbricati rurali ed alla loro iscrizione, mantenendo tale qualificazione, nel Catasto edilizio urbano che andava ad assumere la denominazione di Catasto dei fabbricati.

A seguito di tale importante modifica, gli uffici territoriali hanno iniziato a censire i fabbricati rurali unitamente a quelli urbani; in particolare, per quanto concerne l’imposizione Ici, si è dubitato sulla possibilità di continuare a sostenere la totale esenzione per i fabbricati con requisito di ruralità.

Inoltre, sempre secondo quanto disposto dall’art. 9 del D.L. 30 dicembre 1993 n. 557, veniva sancito, per i possessori degli edifici che avevano perso il carattere della ruralità, l’obbligo di iscrizione al Catasto dei fabbricati.

Sempre secondo tale normativa, perché un fabbricato fosse valutato rurale, bisognava rispettare alcune condizioni soggettive ed oggettive; il possesso e l’utilizzo dell’immobile come dimora: a. da parte del soggetto titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale, dall’affittuario o da chi ad altro titolo conduceva il terreno;

  1. dai familiari conviventi a carico dei soggetti innanzi citati, risultanti dalle

    certificazioni anagrafiche;

  2. da lavoratori subordinati dell’azienda attività agricole a tempo indeterminato o determinato (non meno di 101 giornate lavorative annue);

  3. da soggetti addetti all’attività di alpeggio in zone di montagna; e. da coadiuvanti familiari regolarmente iscritti come tali ai fini previdenziali.

    In seguito, a dettare le regole per i fabbricati rurali era intervenuto il Decreto Ministeriale n. 28 del 2 Gennaio 1998, il quale aveva introdotto l’obbligo d’iscrizione al neo Catasto dei fabbricati da parte dei possessori di fabbricati regolarmente censiti o comunque denunciati al Catasto terreni, al fine di istituire una banca dati compiuta delle costruzioni presenti nel territorio dello stato attraverso l’inventariazione nello stesso anche dei fabbricati rurali. Il tutto con l’obiettivo di evitare un pronto onere a carico dei proprietari dei

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    fabbricati aventi le caratteristiche della ruralità, i quali avevano già adempiuto a tutti i doveri previsti dalla previgente normativa catastale; quindi, secondo l’art. 26, comma 2, del citato D.M., l’iscrizione nel Catasto dei fabbricati diventava obbligatorio nel momento in cui si verificavano trasferimenti di diritto reale (es. compravendite, successioni o costituzioni di diritti reali sul fabbricato).

    Successivamente, una Circolare dell’Agenzia delle Entrate del 21 marzo 2000 – la n. 50/E – aveva esplicitamente affermato la non debenza del tributo per i fabbricati rurali. In maniera più specifica, in essa si precisava che “la rendita attribuita ai fabbricati in argomento assumeva un’autonoma rilevanza fiscale unicamente nel caso in cui venissero a mancare i requisiti per il riconoscimento della ruralità di cui al D.P.R. n. 139 del 1998”. In sostanza, si precisava che l’imponibile de quo risultava essere ricompreso nel reddito dominicale del terreno di riferimento, costituendo con lo stesso un imponibile unico ed inscindibile.

    La Corte di Cassazione, dal suo canto, ha, per lungo tempo, tenuto salda l’interpretazione favorevole nei confronti degli immobili rurali. Secondo la sentenza n. 6884 del 1.4.2005 il legislatore ha voluto escludere l’assoggettamento all’imposta di quelle costruzioni rurali che venivano iscritte nel catasto terreni in quanto non produttive di reddito autonomo distinto da quello del fondo cui inerivano.

    La Suprema Corte non si è, peraltro, posta il problema del trattamento di quei fabbricati che, pur rurali, sono censiti con attribuzione di rendita, nel Catasto fabbricati in seguito alla riorganizzazione dell’istituzione catastale7.

    In altri termini, se il fabbricato presentava i requisiti di ruralità, si prescindeva completamente dalla considerazione catastale ai fini fiscali per applicare il trattamento tributario relativo a tale tipologia di immobili.

    Pregiudizievole appariva, quindi, l’individuazione di una corretta definizione di ruralità. La qual cosa ha presentato notevoli difficoltà perché, in proposito, diversi sono stati gli interventi da parte del legislatore, il quale man mano ne ha ampliato il contenuto.

    Il già menzionato art. 9 del D.L. 30 dicembre 1993 n. 557, ha subito diverse modifiche, dapprima per l’introduzione della Legge 26 febbraio 1994 n. 133, successivamente, dell’art. 2 DPR 23 marzo 1998 n. 139, e, da ultimo dell’art. 42 bis della L. 29 novembre 2007 n. 222, di conversione del D.L. 1 ottobre 2007 n. 159.

    La norma, così come formulata distingue tra fabbricati rurali di abitazione e fabbricati strumentali all’attività agricola (vale a dire serre, cantine, locali per il ricovero degli attrezzi, stalle, ecc.).

    Perché gli immobili siano qualificati come rurali ai fini fiscali, sono necessari alcuni requisiti: utilizzo dell’immobile; iscrizione presso il registro

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    delle imprese; volume d’affari di chi esercita attività agricola; superficie del terreno; classificazione catastale; ubicazione.

    È necessario, altresì, che l’immobile sia utilizzato come abitazione dal soggetto: titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale sul terreno (enfiteusi, superficie, ecc.); per esigenze connesse all’attività agricola svolta; dall’affittuario del terreno o...

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