La carità e la legge. In nota all'enciclica Caritas in Veritate

Autore:Miranda Zerlotin
Pagine:507-512
RIEPILOGO

0. La carità e la legge. - 1. Ur-Recht del patto in Erik Wolf. - 2. Dialettica della carità secondo Sergio Cotta. - 3. Un diritto originario del "prossimo" [Nächster].

 
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  1. “La carità è la sintesi di tutta la Legge”1. Nella citazione di Matteo (22, 36-40) è l’idea profetica dell’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Che cosa significa che la legge è carità? Non è la carità all’opposto della legge? La carità esclude la “pretesa”, mentre la legge si consacra con la “pretesa”; la carità fa dono di ciò che si fa, mentre la legge non dona, ma esige i suoi beni. Com’è possibile ancora parlare della legge, se c’è la carità?

    La filosofia del diritto del Novecento conosce significativamente almeno due argomenti per discutere l’identità e la differenza (Identität und Differenz) tra carità e legge. I due argomenti sono qui presentati nella veste di due frammenti del pensiero contemporaneo. Il primo è in Recht des Nächsten (1958) di Erik Wolf (1902-1977), uno dei maggiori teologi della Chiesa evangelica tedesca [deutsche evangelische Kirche]. La tesi di Wolf è che il “nuovo diritto” non può escludere dalla propria idea [eîdos] il valore dell’altro come “prossimo” [Nächster]2. Il diritto è “diritto fraterno”3. Il secondo dei fram-

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    menti è nella più nota opera del filosofo del diritto Sergio Cotta (1920-2007), Il diritto nell’esistenza (1985). Per Cotta la carità come il diritto è una forma essenziale della coesistenza; essa, tuttavia, è dialetticamente esterna e non interna al rapporto giuridico.

    Secondo Erik Wolf, il rapporto dialogico fra Dio/Persona e uomo/persona si realizza nel “patto” [Bund]. È questo l’UrRecht, il diritto originario, l’arché che fonda ogni altro patto e, quindi, ogni diritto fra gli uomini. Senza il patto fra Dio e l’uomo, non vi è patto degli uomini fra loro. Non solo. Proprio in forza della radice del patto in Dio, gli uomini si riconoscono “prossimi”. La “prossimità” è per il fondamento del diritto che li lega. Il diritto è diritto del prossimo [Recht des Nächsten] perché fra prossimi e per prossimi. Come osserva Sergio Cotta, l’idea del prossimo nella relazione caritativa si nutre di un principio costitutivo che consiste nella partecipazione ad un “Tutto comprendente” che è Dio, da cui trae origine il sentimento di coappartenenza degli uomini. Dio fonda il riconoscimento dell’identità nell’altro.

    È indubbio che per Sergio Cotta, come per Wolf (Cotta espressamente fa riferimento a Karl Barth, del quale Wolf è stato allievo), la relazione caritativa ha una struttura ternaria ed è fondata nell’identità dell’altro come “prossimo”. Cito un passo del Diritto nell’esistenza: “La carità si costituisce in rapporto ternario in quanto presuppone ed esige il ricorso ad un “terzo” – inclinante, mediatore e unificante: Dio (oppure l’Umanità nel caso della filantropia) – soltanto grazie al quale si rende possibile la instaurazione dell’io con tutti.

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    […] Insomma, la carità richiede quella “scoperta dell’Uno nell’altro”, come ha scritto Karl Barth, che è la condizione dell’amore verso chiunque nello spazio e nel tempo indipendentemente dalla simpatia personale”4.

    Che cosa significa, allora, essere “prossimo” [Nächster]?

    Essere prossimo vuol dire essere vicino; in un senso, tuttavia, dinamico e non statico. Non si tratta di vicinanza che si traduce nel trovarsi ed “essere situati” heideggerianamente. Prossimo è, semmai, “Nachsein”, ossia l’esserverso, il protendersi, il rendersi vicini e il farsi vicino: è un’apertura intenzionale che si dispone sui piani ontologico, gnoseologico ed etico. Tale apertura, infatti, dice insieme di una condizione dell’essere, del significato e dell’agire pratico dell’uomo.

    Prossimo è accoglienza dell’essere dell’altro quale immagine e volto di Dio; è accoglienza dell’essere di ogni ente, nel rispetto del suo grado...

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