I paradigmi superorganici

AutoreSergio Ortino
Occupazione dell'autoreProfessore ordinario di diritto dell’economia, Università di Firenze
Pagine332-414

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@1. Il ramo d'oro

1.1. Uno dei problemi concreti che il tema di questo capitolo ci pone di fronte, è stabilire quando nella nostra evoluzione è nato il vero e proprio connubio tra biologia e tecnologia; ovvero se ci sono stati vari tentativi prima di arrivare a un livello soddisfacente e consolidato di tale connubio; ovvero, nell'immagine della nostra metafora, dove si colloca il ramo d'oro sulla ramificazione ominide. Poiché i reperti archeologici, relativi a strumenti riconducibili ad attività umane (utensili, suppellettili, figurine, ornamenti, strumenti musicali, pitture rupestri, etc.), sono sparsi per tutto il Paleolitico, cioè in un intervallo che va da circa 2,5 milioni fino a 10.000 anni fa e che ha visto la nascita e la scomparsa di varie specie di ominidi, è necessario sapere quando il connubio prende forma per la prima volta al fine di stabilire la natura originaria di tale connubio e le modalità con cui opererà da quella prima era tecnologica in poi.

Le questioni preliminari sopra indicate potrebbero sembrare abbastanza semplici da risolvere. In teoria, studiando i reperti archeologici rinvenuti ac- canto, o comunque ricollegabili in ordine di tempo, ai resti fossili delle varie specie della nostra famiglia e confrontando il grado di evoluzione anatomica delle seconde con il grado di sviluppo manuale e creativo dei primi, si dovrebbe infatti stabilire abbastanza agevolmente quando la tecnologia fa il suo ingresso nella nostra evoluzione, quando in particolare ne diventa un fattore essenziale. Questa impostazione del problema potrebbe essere corretta, se la nostra evoluzione fosse interpretabile attraverso lo studio e la comparazione di due fenomeni lineari indipendenti, connessi soltanto quando uno dei due produce i suoi effetti sull'altro e viceversa. Poiché, come sappiamo, l'evoluzione ominide è un sistema complesso che differisce dagli altri organismi biologici complessi per la presenza, in misura quantitativamente e qualitativamente eccezionale, della tecnologia, di un fattore cioè non particolarmente diffuso tra gli altri esseri viventi, le questioni preliminari sopra sollevate si presentano di non facile soluzione, dovendosi ricostruire quella catena di azioni e reazioni che ha potenziato questa terza componente del nostro sistema evolutivo.

La metafora del ramo d'oro che per magia compare sulla diramazione ominide di quell'albero della vita immaginato per rappresentare una stessa classe di esseri viventi, potrebbe forse spiegare più facilmente la difficoltà del compito che ci attende. A prima vista la credibilità della metafora, potrebbe risultare compromessa, se vi inseriamo un elemento disomogeneo come la tecnologia, soprattutto quando la consolidata abitudine di distinguere e contrapporre materia e spirito, fisiologia e psicologia, non ci aiuta a concepire queste realtà connesse funzionalmente in una unica indissolubile entità. Mentre l'interazione tra biologia e geologia è accolta senza riserve come necessaria per spiegare l'evoluzione naturale nelle sue linee essenziali, la tecnologia sviluppata dall'uomo è a volte erroneamente collocata su un piano del tutto diverso e completamente isolata dalle altre due componenti.

Come ho rilevato più volte in questa ricerca anche l'evoluzione del genere umano è un prodotto delle interrelazioni tra organismi viventi, ambiente, Page 333 innovazioni tecnologiche, al pari di altri organismi viventi che fanno ricorso a strumenti esosomatici per la loro sopravvivenza (il nido degli uccelli, la rete del ragno, il bastoncino selezionato e ben sfrondato dello scimpanzé, etc.). Erroneamente siamo spesso portati a credere che la componente tecnologica presente nella nostra evoluzione sia qualcosa di natura del tutto differente dalla tecnologia utilizzata da altri esseri viventi, in conseguenza della incommensurabile incidenza quantitativa e qualitativa che ha la prima sull'uomo, rispetto alla seconda sugli altri animali.

Questa diversa prospettiva è confermata adesso da vari studi di etologia comparata, ecologia comportamentale, antropologia evoluzionista, volti a confutare la visione prevalente del XX secolo secondo cui il mondo animale sarebbe stato composto soltanto di "macchine" azionate automaticamente da istinti, e a evidenziare invece forme di intelligenza anche in animali non umani, secondo quanto già Charles Darwin aveva intuito1. Credo che una delle ragioni che possa spiegare la tradizionale impostazione meccanicistica degli esseri viventi non umani, sia da ricondurre all'equivoco che si è creato pensando che le tecnologie siano soltanto un fenomeno di alcune specie di ominidi e che quindi tecnologia e umanità siano alla fine diventati sinonimi. La realtà che emerge dai nuovi studi ci insegna invece che in via di principio ogni specie può avere le sue tecnologie, e che ognuna di queste tecnologie ci aiuta a capire meglio il relativo processo evolutivo complessivo, e quindi a classifi- care in modo più corretto ogni specie. Il bastoncino del corvo della Nuova Caledonia, appositamente piegato in cima a forma di amo per estrarre succosi lombrichi da alberi cavi, la sonda dello scimpanzé, opportunamente scelto e ripulito da foglie e rametti per pescare nutrienti termiti dal terreno, il punteruolo di selce dei nostri antenati per estrarre tuberi e radici ricchi di sostanze dal terreno, sono tutti espressione indistinta di tecnologia. Dal punto di vista evolutivo la differenza principale non riguarda le singole tecnologie in sé, ma il fatto che ognuna di queste tecnologie ha contribuito in una misura o in un'altra alla sopravvivenza delle specie naturali che ne hanno fatto uso, inserendosi come ulteriore elemento nei loro rispetti sistemi di vita. Secondo la metafora del ramo d'oro si può rilevare che la differenza principale sta nel fatto che, mentre la tecnologia umana è finita per diventare un vero e proprio nuovo ramo della nostra vita, nelle altre specie che hanno usufruito di questa componente evolutiva sul ramo biologico sono spuntati soltanto piccoli germogli dorati, il più delle volte non facilmente individuabili, o piccoli rametti di un color giallo pallido.

Gli aspetti fondamentali che queste due diverse esperienze di tecnologia (umana e non umana) hanno in comune è, in primo luogo, il fatto che tutte e due interagiscono nel processo di selezione naturale con la componente biologica e la componente geologica; in secondo luogo, l'intensità e il numero del loro impiego sono in prevalenza determinati dalla necessità che le singole Page 334 specie viventi avvertono di ricorrere in misura maggiore o minore, o in nessun modo, a strumenti esosomatici per poter sfruttare la loro nicchia ecologica. Portando alle conseguenze estreme questa affermazione, si potrebbe ad esempio concludere che molti uccelli per allevare la prole hanno dovuto ingegnarsi a costruire dei nidi, ma non hanno dovuto ricorrere agli aeroplani per compiere le loro migrazioni stagionali avendo preferito utilizzare il volo naturale.

In sostanza non rileva come questa escrescenza tecnologica nell'evoluzione della nostra famigia ominide possa essere intesa: un ramo di natura organica capace per la sua particolare composizione di riflettere raggi dorati; ovvero come uno speciale ramo d'oro in senso strettamente letterale; o come un attributo organico ancor più complesso capace di condividere molte delle caratteristiche di un elemento inorganico, come ad esempio la "secrezione" del corpo e del cervello di cui parla Leroi-Gourham2.

A proposito di questa ultima espressione del linguista, archeologo e pale- ontologo della Sorbonne, non posso fare a meno di richiamare l'attenzione su come essa rinvii anche etimologicamente alla secrezione compiuta dal ragno per stendere la sua rete: un'opera che condivide i caratteri dell'organo naturale e dell'organo artificiale. Le spiegazioni possono essere di varia natura. Ciò che è sicuro è che l'escrescenza tecnologica si fonda sempre su una struttura organica, così come quella biologica su una struttura inorganica. Pur essendo per così dire innervata su un organismo vitale, il suo tratto peculiare è di essere o di apparire di natura inanimata, "metallica" nel caso della metafora. Per avvicinarci a una maggiore comprensione del fenomeno, si deve forse ipotizzare una zona intermedia tra il ramo principale e il ramo d'oro, in cui gli elementi organici e gli elementi inorganici si confondono e poi si fondono in una intricata combinazioni di parti organiche e parti inorganiche. Il risultato di questa ricostruzione è quindi concepire il ramo d'oro come un organismo complesso in cui opera come parte integrante un fattore supplementare, la tecnologia3.

La peculiarità del ramo d'oro, ossia la mescolanza di elementi organici ed elementi inorganici, è un fenomeno peraltro non nuovo. Sia che si segua il racconto biblico o le risultanze della scienza, la vita sul nostro Pianeta è nata da pochi elementi inorganici da cui è scaturita in un certo momento la sostanza organica. Ciò fa pensare che all'inizio la mescolanza vedeva ancora la predominanza delle parti inorganiche su una vita organica che cominciava a prendere forma. Tra le varie differenze rilevabili tra le mescolanze inorganico-organico e organico-inorganico, resta il fatto che nel secondo caso il processo tecnologico si inserisce con una forte carica volontaristica, mentre il processo biologico continua a essere determinato abitualmente dalla casualità. Se tuttavia si accettano le risultanze in precedenza avanzate, la metafora del ramo Page 335 d'oro resta più comprensibile anche sotto questo aspetto. La mescolanza è stata possibile infatti proprio per la predisposizione del ramo biologico ominide a evolvere al suo interno elementi di natura tendenzialmente decisionale, come il paradigma organico dell'esplorazione, tali da rendere possibile in un secondo momento la nascita dell'ibrido ramo d'oro, in cui gli elementi decisionali prendono il sopravvento.

Inoltre non si deve...

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