La governance degli atenei
| Autore | Paola Potestio |
| Pagine | 29-40 |
@1.Introduzione
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Un progressivo declino delle strutture universitarie si è affermato nell’ultimo decennio. Non sorprendentemente, i tradizionali problemi della nostra università – una selezione della docenza molto faticosa, sostituita talora da sanatorie o immissioni ope legis nei ruoli, un basso numero di laureati, gli abbandoni e i lunghi tempi di permanenza degli studenti in università – non hanno tratto alcun sollievo dalle riforme della fine degli anni ’90: la riforma dei concorsi universitari e la riforma degli ordinamenti didattici, il cosiddetto 3+2. La realizzazione dell’autonomia universitaria, introdotta da una legge del 1989 e di fatto avviata solo nel 1993, a cui le due riforme miravano, si è dimostrata dunque fino ad oggi una occasione persa per l’ammodernamento dell’assetto universitario. Nulla di sorprendente in tutto ciò: una autonomia senza controlli, senza valutazioni, senza incentivi e senza penalizzazioni, non è stata naturalmente in grado di mettere in piedi applicazioni virtuose di riforme mal concepite.
Quale ruolo ha avuto la governance, a tutti i livelli, incluso il ruolo di interlocutore privilegiato del ministero, nei processi e nella involuzione dell’ultimo decennio; quale ruolo si apre alla governance nella riforma Gelmini, appena approvata dal senato; quale contributo alla svolta necessaria, pena la irreversibilità del declino, il nuovo disegno del governo degli atenei sarà presumibilmente in grado di dare, costituiscono i temi di questo capitolo. I problemi dell’ammodernamento delle strutture universitarie – si sosterrà in questo intervento – sono più profondi e complessi della riforma della governance. una tale riforma è indubbiamente necessaria, ma va sostenuta da interventi radicali in grado di tutelare più direttamente qualità e merito delle singole
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strutture. Purtroppo, si argomenterà, la riforma Gelmini punta troppo sulla prima e investe poco sui secondi.
@2. Uno sguardo al recente passato
L’autonomia universitaria, sancita nel 1989, si afferma inizialmente come autonomia finanziaria. Questo primo passo è compiuto nel 1993, con una legge collegata alla Finanziaria per il 1994. La discrezionalità, il potere, i margini di manovra caratterizzano da allora in modo ben diverso la governance degli atenei rispetto al precedente accentramento di tutte le decisioni sul ministero/ministro. L’accresciuto potere degli organi di governo, in misura peraltro proporzionale ai rispettivi livelli, non ha tuttavia migliorato l’efficienza del sistema. Il mancato approntamento di un operativo sistema di controlli, incentivi, penalizzazioni, ha favorito la deresponsabilizzazione, gli interessi più o meno circoscritti e le decisioni miopi. I modelli teorici per una ripartizione tra gli atenei del Fondo di Finanziamento ordinario (FFo), legata ai risultati conseguiti da ciascuno, sono rimasti a tutt’oggi in larghissima misura solo teorici. mentre il controllo dell’autonomia, attraverso valutazioni dei risultati e finanziamenti in misura significativa ad esse rapportati, non è mai veramente decollato, le possibili, destabilizzanti conseguenze finanziarie dell’autonomia – connesse a una gestione del personale affidata, a seguito dei concorsi locali della riforma Berlinguer, completamente alle sedi – hanno condotto rapidamente all’applicazione di un vincolo sulle assunzioni a tempo indeterminato (nel limite del 35% del risparmio dovuto alle cessazioni dell’anno precedente) per quegli atenei le cui spese per il personale di ruolo avessero assorbito risorse superiori al 90% del FFo. Il vincolo, come opportunamente ha sottolineato la Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica nel luglio 2007 (nel documento Misure per il risanamento finanziario e l’incentivazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema universitario) non è stato però sorretto da precise sanzioni per il suo mancato rispetto. Ben 19 atenei, il documento appena citato indicava, non rispettavano il vincolo posto nel 1997. dunque in molti casi l’autonomia non ha preservato nemmeno la stabilità finanziaria. un decennio di risultati preoccupanti – la debolissima selezione nei nuovi concorsi locali della riforma Berlinguer e la sostanziale ope legis con cui si è caratterizzata la quantità di promozioni a ruoli più
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elevati di carriera, la esplosione della numerosità dei corsi di laurea e la frammentazione degli insegnamenti in una infinità di più o meno piccoli moduli, la instabilità finanziaria, anche di prestigiosi atenei – si è così paradossalmente unito a uno straordinario rafforzamento della governance, in particolare del suo livello più elevato, la carica rettorale.1 Tuttavia, sarebbe un errore imputare esclusivamente agli organi di governo degli atenei gli esiti deludenti del decennio. molto si è dibattuto in questo periodo sulle responsabilità di tali esiti. In realtà, le responsabilità sono complesse e non andrebbero attribuite sulla base di banali semplificazioni. riforme sbagliate, finanziamenti senza valutazioni dei risultati, problemi strutturali del nostro assetto universitario, la demagogia che sottende molte regole, e certamente anche scelte e comportamenti discutibili dei singoli attori della scena universitaria, sono le componenti principali della terribile miscela che ha alimentato il declino. ma, se il maggior potere degli organi di governo non rende opportune attribuzioni di generali ed esclusive responsabilità alla governance, questo maggior potere costituisce un imprescindibile punto di riferimento per meglio valutare l’indirizzo della riforma Gelmini di puntare proprio sul rafforzamento della governance centrale di ateneo per recuperare efficienza al sistema.
Con l’obiettivo di una tale valutazione, cerchiamo di cogliere alcuni aspetti problematici della attuale governance e di ricondurli almeno in parte a caratteristiche e...
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