Giurisprudenza di legittimitá

Autore:Casa Editrice La Tribuna

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@CORTE DI CASSAZIONE Sez. III, 18 novembre 2008, n. 42888 (ud. 15 ottobre 2008). Pres. Altieri - Est. Cordova - P.M. Izzo (diff.) - Ric. Zecchin

Caccia - Divieti - Divieto di sparare da autoveicoli, natanti e aeromobili - Necessità di esplosione di colpi di arma da fuoco - Esclusione.

Ai fini della configurabilità del reato di esercizio della caccia sparando da autoveicoli, natanti o aeromobili (art. 30, comma primo, lett. i, L. n. 157 del 1992), non occorre l'esplosione di colpi di arma da fuoco, ma è sufficiente il solo appostamento in attesa di sparare allorché la selvaggina sia stata avvistata e sia venuta a tiro. (Mass. Redaz.). (L. 11 febbraio 1992, n. 157, art. 30) (1).

    (1) Per un approfondimento sull'argomento, si vedano: Cass pen., sez. III, 14 maggio 2004, Bordiga, in questa Rivista 2005, 613 e Cass. pen., sez. III, 23 gennaio 1996, Piras, ivi 1996, 1127.


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO. - Con sentenza dell'11 dicembre 2007 il Tribunale di Pordenone condannava Zecchin Ferruccio alla pena di 1.200 euro di ammenda in ordine al reato di cui agli art. 21, lett. i) e 30 lett. i), L. 157/92 per avere esercitato la cacciagione sparando con un fucile dalla propria autovettura.

La condanna si basava sul fatto che gli agenti di vigilanza Dreon e Pavanello avevano visto la vettura ferma su una strada, con all'interno lo Zecchin che teneva un fucile cal. 12 con la canna sporgente verso l'esterno in posizione di puntamento, e che, alla vista dei due traeva indietro il fucile, che veniva riscontrato caricato con due cartucce.

La tesi difensiva era per l'insussistenza del reato, il cui presupposto era che l'imputato avesse sparato prima dell'intervento degli agenti, ma su cui non vi era alcuna prova.

Riteneva invece il Tribunale che per esercizio della caccia dovesse intendersi non solo l'abbattimento concreto della selvaggina, ma anche qualsiasi attività volta a tale scopo, come, nella specie, l'appostamento per abbatterla: altrimenti, chi, fuori dell'autovettura o da altro mezzo, si apposta per abbattere dei volatili, ma viene sorpreso prima che essi siano passati e venuti a tiro, non eserciterebbe la cacciagione.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso, deducendo quanto segue:

a) l'imputazione contestava allo Zecchin di avere sparato («sparando») da un veicolo a motore: ma egli non aveva sparato, per cui il reato non si era perfezionato;

b) tale reato richiede lo sparo effettivo, tanto è vero che anche la norma usa il termine «sparando»; c) in tal senso si è già pronunziata questa Sezione con sentenza n. 697 del 21 novembre 2005.

Chiedeva pertanto l'assoluzione dell'imputato, o, in subordine, il rinvio al Tribunale perché si adeguasse al principio di diritto.

MOTIVI DELLA DECISIONE. - Osserva questa Corte che in effetti la contestazione riporta il termine «sparando», laddove l'imputato era in appostamento di caccia nell'interno della propria autovettura, con la canna del fucile (carico) sporgente verso l'esterno in posizione di puntamento, ma non aveva ancora sparato.

La questione quindi verte sull'interpretazione dell'art. 20 comma 1, lett. i) della L. 11 febbraio 1992, n. 157, che vieta di «cacciare sparando da veicoli a motore o da natanti o da aeromobili»: e, cioè, se per la configurazione del reato occorra l'esplosione di colpi dell'arma da fuoco, o sia sufficiente il solo appostamento in attesa di sparare allorché a selvaggina sia avvistata e sia venuta a tiro.

In realtà, il termine «cacciare» indica l'esercizio venatorio comunque effettuato: il vagare alla ricerca della selvaggina, l'attirarla mediante richiami, l'appostarsi attendendone il passaggio, e tutto ciò indipendentemente dall'avere ancora sparato.

Vero è che il citato art. 20 usa dizioni diverse nei vari casi da esso disciplinati: esercizio venatorio, sparare, cacciare; e che, nel caso in esame, abbina il termine «cacciare» con quello di sparare («sparando»), per cui potrebbe ritenersi che nella specie il reato si configuri solo qualora si sia sparato dall'autovettura.

Ma tale interpretazione contrasterebbe con il concetto generale e concreto della norma che vieta l'esercizio venatorio in assoluto in determinate zone e prescindendo dall'esplosione di colpi, o con particolari modalità e per specifici motivi in quelle in cui non sia vietato, come lo sparare a meno di 150 metri in direzione di immobili adibiti ad abitazioni o a posti di lavoro, ecc., all'evidente fine di evitare danni alle persone o cose (lett. f), o cacciare a rastrello in più di tre persone, all'altrettanto evidente fine di evitare il setacciamento (quasi militare) della zona, a protezione anche della distruzione della fauna (lett. h): tuttavia sarebbe irreale assimilare a tali ipotesi il caos di specie nell'insussistenza di una finalità limitativa, altrimenti il ritenere vietato «cacciare» solo se si spari comporterebbe l'irragionevole deduzione che sarebbe lecito cacciare da un'autovettura, ma senza sparare, cioè, in-Page 60vertendo l'apparente collegamento dei due termini, «cacciare non sparando».

In realtà, sia pure con una lieve improprietà linguistica, la norma intendeva vietare l'esercizio venatorio consistente nell'appostarsi in un'autovettura o altro veicolo a motore al fine di sparare dall'interno, cioè predisponendosi allo sparo una volta avvistata la selvaggina, e prescindendo poi dall'effettivo uso dell'arma, essendo sufficiente la sola evetualità di esso: né potrebbe sostenersi la possibilità che, avvistata questa, il cacciatore potrebbe uscire dalla vettura e quindi sparare, in quanto l'ipotesi è l'esercizio della caccia nel modo anzidetto. E nella maggioranza dei casi la preda sarebbe andata nel frattempo fuori tiro. A parte che, nella fattispecie in esame, l'imputato teneva la canna del fucile spianata all'esterno della vettura.

Ne consegue il rigetto del ricorso, come da dispositivo. (Omissis).

@CORTE DI CASSAZIONE Sez. I, 5 novembre 2008, n. 41219 (c.c. 2 ottobre 2008). Pres. Silvestri - Est. Cassano - P.G. Monetti (diff.)Ric. Oseiwe.

Sicurezza pubblica - Stranieri - Espulsione - Inottemperanza dell'ordine del Questore - Nuova intimazione di allontanamento dal territorio dello Stato - Divieto - Limiti.

In tema di immigrazione clandestina, il divieto, per il questore, di emettere una nuova intimazione di allontanamento dal territorio dello Stato nei confronti dello straniero che si sia già reso inottemperante ad un'analoga, precedente intimazione (dovendosi in tal caso disporre, ai sensi dell'art. 14, comma 5 ter, ultima parte, del D.L.vo n. 286/1998, l'accompagnamento alla frontiera), presuppone che la prima inottemperanza sia stata oggetto di verifica giudiziale che abbia dato luogo a pronuncia di condanna. (Mass. Redaz.). (D.L.vo 28 luglio 1998, n. 286, art. 14) (1).

    (1) In argomento si vedano, entrambe pubblicate per esteso, Cass. pen., sez. I, 15 febbraio 2006, Secara, in questa Ri- vista 2006, 651 e Cass. pen., sez. I, 25 ottobre 2005, Bouchachia, ivi 2006, 201.


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO. - Il 29 aprile 2008 il Tribunale di Torino, costituito ai sensi dell'art. 309 c.p.p., respingeva la richiesta di riesame formulata da Oseiwe Favour, indagato in ordine al delitto di cui all'art. 14, comma 5 ter, D.L.vo n. 286 del 1998 per essersi reso inottemperante, senza giustificato motivo, all'ordine di allontamamento emesso dal Questore della provincia di Verbano, Cusio, Ossola il 19 aprile 2008 e, per l'effetto confermava l'ordinanza di custodia cautelare in carcere del Tribunale di Torino, terza sezione penale, datata 21 aprile 2008.

Avverso il citato provvedimento ha proposto ricorso per cassazione, tramite il difensore di fiducia, Oseiwe Favour, il quale lamenta violazione di legge e manifesta illogicità della motivazione, atteso che nei confronti del ricorrente era stato emesso in precedenza, il 7 luglio 2007, dal Questore di Torino un altro ordine di allontanamento e che, quindi, una volta verificata l'inosservanza del predetto provvedimento, si sarebbe dovuto procedere all'immediato accompagnamento alla frontiera.

MOTIVI DELLA DECISIONE. - Il ricorso non è fondato.

L'art. 14 comma 5 ter, ultima parte, D.L.vo 286/98, che prevede, dopo la prima violazione dell'intimazione a lasciare il territorio nazionale in ogni caso l'accompagnamento coattivo alla frontiera dello straniero esclude che il Questore abbia il potere di emettere una ulteriore intimazione ai sensi del comma 5 bis, finalizzata all'abbandono volontario del territorio nazionale; consente, invece, in presenza di difficoltà dovute alla identificazione dello straniero o alla mancanza di documenti per il viaggio, il trattenimento presso di centri di accoglienza (Cass., sez. I, 14 dicembre 2005, n. 1052, ric. P.G. in proc. Shumska, rv. 232382). Il divieto di reiterazione dell'ordine di allontanamento ai sensi dell'art. 14, comma 5 ter, D.L.vo n. 286 del 1998 e l'adozione di un nuovo provvedimento di espulsione da eseguire con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica presuppongono, peraltro, che la prima inosservanza sia stata oggetto di verifica giudiziale in ordine alla sussistenza degli elementi costitutivi del reato, compresa la legittimità dell'atto presupposto e l'assenza di esimenti, e che, all'esito della stessa, abbia dato luogo ad una pronuncia di condanna.

Tale risultato interpretativo, oltre ad essere confortato dall'interpretazione letterale e logico-sistematica dell'art. 14 del D.L.vo n. 286 del 1998, è avvalorato da probanti argomenti logici, che fanno apparire indubbiamente incoerente e irragionevole il divieto di un nuovo ordine del Questore in assenza di una condanna per un'analoga inosservanza e, quindi, di un parametro oggettivo cui correlare la manifestazione della volontà del soggetto di non volere abbandonare, senza giustificato motivo, il territorio italiano.

Nel caso in esame il provvedimento impugnato ha correttamente evidenziato la circostanza che Oseiwe Favour, pur essendo stato destinatario, il 7 luglio 2007, di un ordine...

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