Giurisprudenza di legittimità

Autore:Casa Editrice La Tribuna
Pagine:751-794
RIEPILOGO

Omicidio - Preterintenzionale - Attività medico-chirurgica - Trattamento terapeutico - Rifiuto espresso da parte del paziente - Esecuzione del trattamento rifiutatoMorte del paziente - Esclusione - Lesioni personaliAmmissibilità (...)

 
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CORTE DI CASSAZIONE Sez. I, 11 luglio 2002, n. 26446 (ud. 29 maggio 2002). Pres. D'Urso - Est. Rossi - P.M. De Sandro (diff.) - Proc. Gen c. Volterrani. Omicidio - Preterintenzionale - Attività medico-chirurgica - Trattamento terapeutico - Rifiuto espresso da parte del paziente - Esecuzione del trattamento rifiutatoMorte del paziente - Esclusione - Lesioni personaliAmmissibilità. In tema di attività medico-chirurgica, allo stato attuale della legislazione (non avendo ancora trovato attuazione la delega di cui all'art. 3 della legge 28 marzo 2001 n. 145, con la quale è stata ratificata la Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997 sui diritti dell'uomo e sulla biomedica), deve ritenersi che il medico sia sempre legittimato ad effettuare il trattamento terapeutico giudicato necessario per la salvaguardia della salute del paziente affidato alle sue cure, anche in mancanza di esplicito consenso, dovendosi invece ritenere insuperabile l'espresso, libero e consapevole rifiuto eventualmente manifestato dal medesimo paziente. In tale ultima ipotesi, qualora il medico effettui ugualmente il trattamento rifiutato, potrà profilarsi a suo carico il reato di violenza privata ma non mai - ove il trattamento comporti lesioni chirurgiche ed il paziente venga successivamente a morte - il diverso e più grave reato di omicidio preterintenzionale, non potendosi ritenere che le lesioni chirurgiche, strumentali all'intervento terapeutico, possano rientrare nelle previsioni di cui all'art. 582 c.p. (Mass. Redaz.). (C.p., art. 50; c.p., art. 584) (1).
    (1) Non si riscontrano precedenti in specifica fattispecie.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECI-SIONE. 1. - Il 23 ottobre 1995 Annibale Moroni veniva ricoverato nell'Ospedale di Aviglione per ernia ombelicale. Il giorno seguente il dott. Pietro Volterrani lo sottoponeva a intervento chirurgico, ma, pur avendo ottenuto il consenso del paziente solo alla riduzione dell'ernia e all'esplorazione della cavità addominale, avendo da tale ultima operazione ricavato la certezza della presenza, già adombrata dall'esito di un'indagine eseguita alcuni giorni prima in altro nosocomio, ma non comunicata né al Moroni personalmente, né ai suoi familiari, di un tumore maligno, procedeva a «duodenocefalopancreasectomia». Per sopravvenute complicanze di varia natura l'infermo dopo avere subito altri tre interventi chirurgici ad opera dello stesso Volterrani e un quarto in un ospedale parigino, decedeva il 23 novembre 1995. A seguito della denuncia presentata da Elisabetta Moroni, figlia del defunto, il Volterrani era imputato del delitto di cui all'art. 584 c.p., per avere eseguito un «intervento altamente invasivo, demolitivo, mutilante e complesso», senza informare preventivamente il paziente, senza compiere ulteriori accertamenti confermativi del sospetto carcinoma e in assenza «di qualsivoglia stato di necessità ovvero di urgenza di così intervenire». In esito a giudizio abbreviato, con sentenza del 10 ottore 1998 il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Torino riteneva il Volterrani colpevole dei reati di cui agli artt. 610 e 586 c.p., così mutata e sdoppiata l'accusa originaria, e lo condannava alla pena di un anno e otto mesi di reclusione con le statuizioni consequenziali anche in favore delle parti civili, moglie e figli della vittima. Decidendo sulle impugnazioni spiegate dal pubblico ministero e dall'imputato, la Corte d'appello di Torino con sentenza del 10 maggio 2000 ripristinava l'originaria contestazione ed elevava la pena a due anni, undici mesi e venti giorni di reclusione. Il 15 febbraio 2001 la Corte Suprema di Cassazione, investita del ricorso dei difensori del Volterrani, ritenuto che l'appello proposto dal rappresentante della pubblica accusa avverso la pronuncia di primo grado avesse prodotto la reviviscenza dell'imputazione più grave, la cui cognizione spettava, a norma dell'art. 5 lett. B c.p.p., alla corte d'assise d'appello, annullava la decisione del giudice di secondo grado e trasmetteva gli atti all'organo competente. Con sentenza del 3 ottobre 2001 la Corte d'assise d'appello di Torino ha assolto il Volterrani con ampia formula. La corte di merito in base alle risultanze processuali analiticamente illustrate considera accertato: 1) che il Moroni acconsentì agli interventi di riduzione dell'ernia e, sia pure implicitamente, di laparatomia, ma non a quello più invasivo e demolitorio poi di seguito eseguito; 2) che neppure i parenti del Moroni prestarono tale consenso nel corso dell'operazione, dovendosi considerare sicuramente non veritiera la versione difensiva della temporanea sospensione dell'intervento per informare quanto meno la moglie e la figlia del paziente; 3) che la duodenocefalopancreasectomia non era stata preordinata fin dall'inizio come erroneamente sostenuto dal primo giudice, essendo la concomitanza di un tumore al pancreas solo ipotetica, una mera eventualità incompatibile «con una determinazione già raggiunta»; 4) che il Moroni era affetto, come confermato dai successivi esami, non già da «un carcinoide e da tessuti metastatizzati», bensì da un vero e proprio tumore maligno endocrino angioinvasivo, più esattamente da «un grastinoma», che imponeva un intervento ablativo immediato e radicale al fine di evitare all'infermo una sopravvivenza assai breve e dolorosa; 5) che il Volterrani non si era posto per suo fatto doloso o colposo in una situazione di «non ritorno», tale da costringerlo a proseguire l'intervento con le modalità più gravose, non essendo tale evenienza in alcun modo causalmente collegabile alla mancanza del consenso del paziente, né ad errori diagnostici o operativi, anche perché la grave emorragia seguita allo «scollamento del blocco duodenopancreatico» costituiva un evento raro, non rientrante «nell'ambito degli eventi normalmente prevedibili», e tale per sua natura da rendere inevitabile il passaggio dalla laparatomia alla duodenocefalopancreasectomia; 6) che conseguentemente non poteva porsi in dubbio, nella specie, la sussistenza di «tutti gli estremi della causa di giustificazione del soccorso in stato di necessità», secondo la previsione dell'art. 54 c.p., essendo «in gioco la vita del paziente» e l'intervento eseguito proprorzionato a tale estrema eventualità; 7) che, in ogni caso, doveva escludersi che l'imputato avesse agito con il dolo richiesto dall'art. 584 c.p., incompatibile con una «condotta in cui siasi estrinsecato un trattamento medico-chirurgico rivolto intenzionalmente al miglioramento delle condizioni di salute del paziente, compiuto «secondo le regole dell'arte e di sperimentata validità terapeutica»; 8) che, infine, la tesi sposata dal giudice di primo grado urtava sia contro l'obiezione, mossa anche dalla corte di legittimità (sez. IV, 9 marzo 2001, n. 585, Barese) all'opinione della compressione della libertà di autodeterminazione del malato non consenziente (art. 610 c.p.), dell'impossibilità di considerare come violento o minaccioso il comportamento del medico che compie il proprio dovere, fuori di un espresso divieto oppostogli dall'interessato, sia contro la dimostrata presenza di una causa di giustificazione, «la cui stessa supposizione erronea escluderebbe il dolo (ai sensi dell'art. 59 comma quarto c.p.) di qualsiasi reato configurabile per il quale sia richiesto tale elemento soggettivo». 2. - Ricorre per cassazione il procuratore generale della Repubblica di Torino. Con il primo motivo il ricorrente deduce «erronea applicazione della legge penale» per avere il giudice di merito erroneamente escluso la configurabilità del delitto di cui all'art. 584 c.p. senza considerare «che l'atto medico arbitrario che abbia cagionato aggressione all'integrità fisica, indipendentemente dalla motivazione dell'agire (che sarà sempre il bene del paziente) [è] connotato da quanto penalmente parlando si definisce dolo» e ciò perché «dal punto di vista dell'elemento fisico» l'intervento terapeutico determina una lesione, intesa come «alterazione cruenta dello stato anteriore», da cui può derivare una malattia, che secondo l'art. 582 c.p., non significa «peggioramento della salute», ma offesa all'integrità fisica, corporea o psichica, del soggetto passivo. Il ricorrente fa precedere queste considerazioni da alcune riflessioni sul significato e la funzione del consenso informato del paziente, senza ulteriori chiarimenti sull'incidenza che, nella fattispecie, avrebbe avuto l'eventuale benestare del Moroni all'asportazione del cancro. Con il secondo motivo, articolato in tre punti, il pubblico ministero denuncia la violazione dell'art. 54 c.p. e, in ogni caso, vizio di motivazione circa la sussistenza della scriminante. Partendo dalla premessa per cui dalla stessa esposizione in fatto della sentenza impugnata emergerebbero con chiarezza la negligenza, l'imprudenza e l'imperizia del Volterrani, che non si rese conto dell'assoluta inutilità dell'intervento, resa evidente dalla particolare natura del carcinoma, e che compiendolo ugualmente accorciò quantomeno di sette anni la vita del paziente, il ricorrente conclude nel senso che «la pretesa situazione di pericolo (fu conseguenza) della volontà colpevole dell'imputato ed era assolutamente evitabile». Critica, inoltre, la motivazione della sentenza impugnata laddove riteine proporzionata l'«asportazione di mezzo apparato digerente» alla risoluzione dell'emorragia provocata dalla «manovra di Coker», anch'essa arbitraria perché estranea alla consentita laparatomia, fronteggiabile con ordinari interventi trasfusionali. Il ricorrente, infine, riprendendo le osservazioni svolte sui profili di colpa ravvisabili nella condotta dell'imputato, che compì un evidente errore nella scelta dello strumento terapeutico adeguato al caso concreto, limitandosi, per giunta, ad asportare una massa metastatica e trascurando il tumore primitivo non reperito, censura la sentenza impugnata allorché esclude ogni
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