Le fonti letterarie

Autore:Elvira Quadrato
Pagine:15-35
 
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LE FONTI LETTERARIE 15
CAPITOLO PRIMO
LE FONTI LETTERARIE
SOMMARIO: 1. Cicerone. – 2. Livio. – 3. Plinio. – 4. Legislatori singuli. –
5. Il deus legislator.
1. Cicerone
Nel ricco panorama delle testimonianze letterarie Cicero-
ne offre un materiale cospicuo. A cominciare dalla sua operet-
ta giovanile sulla retorica, il De inventione1, in un luogo in
cui, a proposito del rapporto fra la lettera della legge (lo scrip-
tum) e la sua volontà (sententia) – e in particolare nell’af-
frontare la questione dell’interpretazione della norma nelle
controversie: argomento che occupa una larga parte del discor-
so, dal punto in cui si apre2, per arrivare al tratto di 2.45.134,
dove l’attenzione si concentra sulla possibilità o meno di abro-
gare la legge o modificarne una disposizione – Cicerone avverte
che “sarebbe riprovevole” (indignum) che “nei fatti e con una
sentenza i giudici modificassero profondamente una legge
della quale non possono cambiare neppure una parola o una
lettera”3. E ciò perché, aggiunge, “il cambiamento conviene
farlo davanti al popolo e con il benestare del popolo”4 e “se i
–––––––––
1 2.45.133-134.
2 2.39.115: … nunc de iis controversiis, quae in scripto versantur,
dicendum videtur.
3 2.45.133: … atque hoc esse indignius, quam rem verbo et litteris
mutare non possint, eam re ipsa et iudicio maximo commutare.
4 2.45.134: … apud populum haec et per populum agi convenire. Su
tale aspetto v. SERRAO, La «legge», cit., 102.
LEGISLATOR. DAL LEGEM FERRE AL LEGES CONDERE
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giudici lo facessero ora”, bisognerebbe conoscere “il presen-
tatore della legge” e “chi la approverebbe”5. È un brano dal
quale affiora con chiarezza la distinzione tra il ruolo che svol-
ge il magistrato, di proponente (qui lator sit), e quello svolto
dal populus (qui sint accepturi), che è il titolare del potere di
emanare la legge6. È dunque “sconveniente derogare in qual-
cosa alla legge o abrogarla oppure modificarla in alcune parti,
non avendo il popolo la possibilità di conoscere e di approva-
re o respingere”7. E ancora: pur in presenza di “norme del tut-
to inutili e assolutamente sconvenienti, la legge, di qualsiasi
sorta sia, deve essere per il momento conservata dai giudici e
solo successivamente, se non piace, può essere opportuna-
mente corretta dal popolo”8. È, questa, una testimonianza im-
portante perchè tocca un tema assai sentito dalla cultura giu-
ridica romana, sul quale Cicerone non manca di tornare, e
sempre in un saggio di retorica, nelle Partitiones oratoriae
sintesi scolastica degli elementi di fondo della disciplina –
–––––––––
5 2.45.134: … quodsi nunc id agant, velle se scire, qui lator sit, qui
sint accepturi.
6 È un passo dal quale emerge anche la caratteristica della lex,
l’essere espressione della sovranità del popolo, la cui volontà è centrale in
tutto l’iter legislativo, e anche per eventuali successivi mutamenti. È un
principio che, nella testimonianza di Livio (7.17.12), l’interré Fabio face-
va risalire “ad una legge delle XII Tavole, secondo cui tutto ciò che il po-
polo aveva deliberato da ultimo doveva ritenersi giuridicamente valido”
(interrex Fabius aiebat in duodecim tabulis legem esse ut, quodcumque
postremum populus iussisset, id ius ratumque esset = Tab. 12.5). Una
“formulazione moderna”, quella dello storico romano (ritorna in 9.33.9:
eam legem populus iussisset, quodque postremum iussisset id ius
ratumque esset; e 9.34.6: nemo eorum duodecim tabulas legit? nemo id
ius esse, quod postremo populus iussisset, sciit?), ma della cui “origine”
non c’è ragione di dubitare, come ritiene BRETONE, Storia del diritto
romano, cit., 82.
7 2.45.134: deinde indignum esse de lege aliquid derogari aut legem
abrogari aut aliqua ex parte commutari, cum populo cognoscendi et
probandi aut inprobandi potestas nulla fiat.
8 2.45.134: quodsi haec cum summe inutilia tum multo turpissima
sint, legem, cuicuimodi sit, in praesentia conservari ab iudicibus, post, si
displiceat, a populo corrigi convenire.

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