I diritti fondamentali delle persone detenute fra giurisprudenza costituzionale e disciplina europea

Autore:Fabio Fiorentin; Lorenzo Delli Priscoli
Pagine:231-240
RIEPILOGO

1. Il difficile equilibrio tra tutela della collettività e garanzia dei diritti fondamentali del detenuto. 2. Il problema dell’individuazione delle situazioni giuridiche soggettive tutelabili. 3. La sentenza costituzionale n. 26/99 e gli sviluppi successivi. 4. La sentenza della Corte Costituzionale n. 266 del 2009. 5. Il ruolo del P.M. nel contraddittorio delle parti. 6. Gli... (visualizza il riepilogo completo)

 
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@1. Il difficile equilibrio tra tutela della collettività e garanzia dei diritti fondamentali del detenuto

L’espressione “diritti fondamentali” non trova una sua precisa collocazione nella Costituzione. I giuristi usano in modo promiscuo le espressioni “diritti fondamentali”, “diritti inviolabili”, “valori supremi dell’ordinamento”, “diritti inalienabili”, “diritti di particolare rilevanza costituzionale”, “diritti umani”, per indicare diritti che dovrebbero essere riconosciuti ad ogni individuo in quanto tale. Per poter però attribuire un preciso valore giuridico a questa espressione occorre rifarsi a quanto statuito a tale proposito dalla Corte costituzionale, la quale ha definito i diritti fondamentali come quei diritti che si pongono nella gerarchia delle fonti in posizione preminente rispetto al diritto comunitario e alle altre norme della Costituzione1. La Corte costituzionale ha inoltre affermato che la tutela costituzionale dei diritti fondamentali dell’uomo, e in particolare la garanzia dell’inviolabilità della libertà personale sancita dall’art. 13 Cost., opera anche nei confronti di chi è stato sottoposto a legittime restrizioni della libertà personale durante la fase esecutiva della pena, sia pure con le limitazioni che, come è ovvio, lo stato di detenzione necessariamente comporta (sentenza n. 349 del 1993).

Non può tuttavia negarsi che, a fronte di questa affermazione di principio della Corte costituzionale, la tutela delle posizioni soggettive dei detenuti incise da atti o provvedimenti dell’amministrazione penitenziaria costituisce una sorta di prima linea sul fronte della civiltà giuridica del Paese, alla luce dell’attuale, drammatica, situazione del sistema penitenziario, connotata dal continuo aumento della popolazione carceraria e da crescenti difficoltà ad assicurare standard minimi di vivibilità nelle carceri. È proprio tale percepita inadeguatezza degli attuali strumenti di salvaguardia dei diritti all’interno degli istituti di pena a fare da sfondo alla questione di costituzionalità degli artt. 35, 14 ter e 71 della l. 26 luglio 1975, n. 354 (ordinamento penitenziario), decisa dalla Corte costituzionale con la sentenza 8 ottobre 2009, n. 266. I punti nodali della questione sottoposta alla Corte si articolano su una molteplicità di profili, se pure - con una certa dose di semplificazione - si possono complessivamente ricondurre: alla tematica della configurazione dei poteri del giudice; all’adeguatezza del modello procedimentale utilizzabile dal magistrato di sorveglianza in sede di giurisdizione esclusiva sull’accertamento della lesione dei diritti nell’ambito del trattamento penitenziario; ai rimedi esperibili nel caso di inottemperanza al dictum giudiziale.

La Corte, pur dichiarando inammissibile la questione, ha mostrato una particolare sensibilità sulla delicata materia oggetto della disamina, e non ha rinunciato a fornire un importante contribuito a precisare l’ambito di tutela assicurato dall’ordinamento penitenziario, dettando alcune coordinate interpretative su cui dovrebbe esercitarsi l’attività di adattamento che le corti di merito sono chiamate a svolgere, facendo corretto uso del potere interpretativo della normativa esistente, così da adeguarla ai principi costituzionali in tema di giusto processo e di rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo sanciti a livello europeo. Le suggestioni offerte all’interprete dalla pronuncia costituzionale sono, invero, numerose e tali da imporre una riflessione sui possibili sviluppi di una materia che presenta rilevanti profili di incertezza e sconta la perdurante inerzia del legislatore, che non ha ancora risposto alla sollecitazione rivoltagli dalla pronuncia costituzionale n. 26 del 19992, riguardo all’introduzione di una organica disciplina dei c.d. “reclami atipici” al magistrato di sorveglianza, lasciando in definitiva alla giurisprudenza la delicata opera nomopoietica di ricostruzionePage 232 degli istituti sostanziali e processuali esistenti. La posizione della persona che affronta un’esperienza di detenzione è caratterizzata dalla soggezione ad un sistema che - per sua stessa natura - impone limiti e stretti controlli sulla sfera personale del soggetto, comprimendo in varia misura alcune delle principali facoltà soggettive (auto-organizzazione della propria esistenza, libertà di comunicazione, di movimento, etc.), in funzione delle esigenze organizzative connesse all’esecuzione penale. Tale situazione, non scevra, evidentemente, di concreti pericoli per la sopravvivenza dei diritti fondamentali della persona, ha indotto sia l’ordinamento interno (la citata legge sull’ordinamento penitenziario n. 354/75), che quello europeo (Convenzione europea dei diritti dell’uomo; Trattato di Lisbona, in vigore dal 1° dicembre 2009) a riconoscere nel detenuto un “soggetto debole”, destinatario di norme di specifica tutela della sfera di facoltà personali e di salvaguardia delle stesse nei confronti di eventuali incisioni che non trovino valida giustificazione in motivi di ordine e sicurezza pubblica e, in generale, nell’esigenza di assicurare la regolare esecuzione della pena; ovvero derivino da modalità di esecuzione non conformi agli standard minimi che assicurano il rispetto della dignità della persona e dell’umanità nel momento della detenzione3.

Il soggetto detenuto ha diritto non soltanto a vedere apprestati dall’ordinamento strumenti adeguati di tutela “negativa” (ossia volta alla conservazione delle facoltà inerenti a una posizione soggettiva pre-esistente alla restrizione carceraria); ma ha, altresì il diritto di usufruire della tutela “positiva”, costituita da quelle proposte trattamentali finalizzate alla rieducazione, che può conseguirsi modificando la personalità del reo in senso socialmente adeguato4. La prima forma di salvaguardia trova origine in fonti sopranazionali e nei principi costituzionali che proteggono il nucleo di incomprimibili diritti fondamentali della persona umana, tali che nemmeno l’esecuzione della sanzione penale può annichilire del tutto, a pena d’illiceità per contrasto con il senso di umanità cui deve essere informata l’esecuzione della pena; il secondo profilo è, invece, previsto dalla legislazione sull’ordinamento penitenziario, informata al principio secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato (art. 27, co. 3, Cost.).

La comparazione tra l’interesse pubblico alla limitazione della libertà personale del soggetto detenuto e l’interesse di quest’ultimo alla conservazione ed allo sviluppo della propria sfera soggettiva è realizzata dal legislatore col ritenere suscettibili di tutela quelle (e soltanto quelle) posizioni soggettive che non comportino un pregiudizio degli interessi pubblici connessi all’esecuzione penale e, in primo luogo, alla salvaguardia dell’ordine e della sicurezza, quali condizioni imprescindibili della stessa finalizzazione rieducativa dell’ esecuzione della pena o della misura di sicurezza: art. 1, co. 3, l. n. 354/75; art. 2, d.p.r. 30 giugno 2000, n. 230)5.

@2. Il problema dell’individuazione delle situazioni giuridiche soggettive tutelabili

Il rapporto esecutivo penale è caratterizzato dall’esistenza di un potere pubblico che, con i propri atti e provvedimenti, interagisce con i sottoposti a esecuzione penale. L’ordinamento riconosce, accanto al potere organizzativo dell’amministrazione penitenziaria, la sussistenza (recte: permanenza), in capo al soggetto privato su cui si esercita detto potere, di un fascio di diritti e posizioni soggettive non sacrificabili di fronte alle scelte discrezionali dell’organo amministrativo, poiché il detenuto “pur trovandosi in situazione di privazione della libertà personale in forza della sentenza di condanna, è pur sempre titolare di diritti incomprimibili, il cui esercizio non è rimesso alla semplice discrezionalità dell’autorità amministrativa preposta all’esecuzione della pena detentiva, e la cui tutela pertanto non sfugge al giudice dei diritti”6. L’ordinamento ha, coerentemente a tale impostazione, riconosciuto, alla persona detenuta o internata, la facoltà di agire personalmente apud iudicem a tutela delle proprie posizioni giuridiche soggettive (artt. 4 e 69, ord. pen.). L’ordinamento democratico deve, infatti, assicurare un controllo giurisdizionale completo ed effettivo sulle modalità con cui lo Stato esercita il potere organizzativo e coercitivo in ambito penitenziario, così che non residuino vuoti di tutela nei confronti di eventuali distorsioni nell’uso della potestà amministrativa rispetto alle finalità legislativamente prefissate. È, peraltro, questione di non agevole soluzione stabilire quali siano - concretamente - le posizioni soggettive dei detenuti oggetto della tutela ope iudicis affermata dal Giudice delle leggi; quali gli strumenti giurisdizionali di tutela concretamente attivabili; quale, infine, l’ampiezza del controllo del magistrato di sorveglianza sull’atto amministrativo che si assume lesivo.

Con la sentenza n. 26/1999 la giurisprudenza costituzionale ha stabilito che il precetto contenuto negli artt. 24 e 113, Cost. impone che venga assicurata tutela giurisdizionale sia ai diritti aventi rango costituzionale che alle posizioni soggettive che trovano fondamento in fonti normative di rango sottordinato. Si tratta della tutela dei diritti che possono subire pregiudizio per effetto del potere dell’Amministrazione di disporre, in presenza di particolari presupposti indicati dalla legge, misure speciali che modificano le modalità concrete del “trattamento” di ciascun detenuto; ovvero in ragione di determinazioni amministrative prese nell’ambito della gestione ordinaria della vita del carcere7. Per effetto della ricordata pronuncia, l’ordinamento prevede ora un articolato sistema di tutela giurisdizionalizzata delle posizioni soggettive dei detenuti che siano lese dall’Amministrazione nell’ambito del trattamento penitenziario. La giurisprudenza ha, tuttavia, dato una lettura...

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