La fisionomia dell'udienza preliminare nell'evoluzione normativa e giurisprudenziale

Autore:Danila Certosino
Pagine:57-66
RIEPILOGO

1. Dalla l. delega 3 aprile 1974, n. 108 al "nuovo" codice di procedura penale. - 2. La c.d. "legge Carotti" e le modifiche alla disciplina dell’udienza preliminare e della sentenza di non luogo a procedere. - 3. Considerazioni conclusive.

 
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La questione concernente la natura dell’udienza preliminare e il corretto inquadramento sistematico della sentenza di non luogo a procedere è stata in più occasioni argomento di dibattito in dottrina e in giurisprudenza.

Al fine di analizzare compiutamente il tema in esame, è opportuno premettere alcune considerazioni in merito all’evoluzione legislativa che ha interessato l’istituto dell’udienza preliminare nel corso degli anni1.

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Il vecchio codice non prevedeva l’udienza preliminare e, di conseguenza, il vaglio delle imputazioni infondate avveniva alla fine dell’istruzione; era il giudice istruttore che, sovrintendendo all’intera fase, conduceva il procedimento probatorio, acquisendo le prove che riteneva pertinenti e necessarie all’istruzione della causa e alla fine decideva se prosciogliere o rinviare a giudizio.

Con l’entrata in vigore del codice del 1988 e la relativa previsione dell’udienza de qua, si attua il superamento del modello istruttorio di ascendenza napoleonica, che assicurava al termine dell’istruttoria solo un contraddittorio cartolare, introducendo per la prima volta nella storia della procedura continentale un momento di controllo finale dell’attività di indagine, svolto mediante un contraddittorio orale nel quale si confrontano accusa e difesa davanti ad un giudice terzo2.

Il primo passo è stato compiuto con la legge delega 3 aprile 1974, n. 1083, nell’ambito della quale, l’istituto in esame veniva disciplinato quale fase autonoma rispetto alle indagini del pubblico ministero, deputata a controllare la scelta del rito e a filtrare la domanda di giudizio immediato formulata dall’accusa.

Alla consapevolezza dell’importanza funzionale dell’udienza preliminare, non corrispondeva, tuttavia, un’adeguata previsione strutturale della stessa, che desse rilievo al principio del contraddittorio fra le parti. Solo con la Relazione al progetto preliminare del 1978, si giunse ad una compiuta disiplina dell’istituto de quo, costruendo una vera e propria udienza con la partecipazione delle parti. L’udienza preliminare venne, così, a distinguersi nettamente dalla fase delle indagini preliminari e dalla fase degli atti di istruzione. Il progetto preliminare del 1978 evidenziava, tuttavia, pesanti incongruenze: nonostante la fase degli atti di istruzione si collocasse al di fuori dell’udienza preliminare, quest’ultima non si rivelava idonea a consentire un effettivo controllo giurisdizionale sulla necessità di instaurazione del dibattimento.

L’incongruenza dipendeva dal fatto che il progetto, vincolato dalle scelte della legge delega, non sembrava voler rinunciare all’istruttoria e “non permetteva di delineare, attraverso le varie fasi, una sequenza di atti procedurali coerentemente ispirati alla logica accusatoria”4.

– V. Perchinunno – P. Corso – O. Dominioni – A. Gaito – G. Spangher, Manuale di procedura penale8, Monduzzi, Bologna, 2008, p. 393 ss.; A. Nappi, Guida al codice di procedura penale10, Giuffrè, Milano, 2007, p. 409 ss.; A. Scalfati, L’udienza preliminare. Profili di una disciplina in trasformazione, Cedam, Padova, 1999; M. Scaparone, Indagini preliminari e udienza preliminare, in AA.VV., Compendio di procedura penale4, (a cura di G. Conso e V. Grevi), Cedam, Padova, 2008, p. 563 ss.; P. Tonini, Manuale di procedura penale11, Giuffrè, Milano, 2010, p. 557 ss..

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All’interno del progetto preliminare l’istituto dell’udienza preliminare si delineava con connotati differenti rispetto a quelli che oggi assume nel testo definitivo del codice. Il giudice dell’udienza preliminare era, da un lato, vincolato al materiale probatorio pregresso presentato dalle parti senza che vi fosse alcuna possibilità di escutere prove nell’udienza stessa, essendo solo previsto che le parti fossero sentite, dall’altro lato lo stesso giudice godeva di ampi poteri di iniziativa e di decisione, non essendo vincolato alle richieste delle parti. L’udienza preliminare si configurava, così, come una sorta di breve preludio rispetto all’ampia fase istruttoria: ciò che caratterizzava davvero l’istituto in esame era solo la discovery degli atti di indagine in favore della difesa (art. 400 prog. prel. c.p.p. 1978).

Quanto enunciato comportò una significativa proposta di modifica, contenuta nell’ambito del d.d.l. n. 895 del 1979, secondo cui “l’udienza preliminare doveva essere la sede per l’escussione delle prove, ai fini di decidere per l’archiviazione o per il rinvio a giudizio, oltre che la sede per l’assunzione degli atti non rinviabili al dibattimento”5. Tale volontà venne ribadita anche all’interno della relazione al d.d.l. 21 ottobre 1983, n. 691 ove si affermava che “l’udienza preliminare davanti al giudice, al termine delle indagini del pubblico ministero, viene ad assumere una rilevanza particolare, una volta che sia stata abolita la fase istruttoria”6.

Con l’entrata in vigore del codice del 1988, è stata, così, attribuita una maggiore rilevanza all’istituto dell’udienza preliminare, conferendole quella tipica funzione di filtro alla richiesta di dibattimento avanzata dal p.m.

Inizialmente, l’udienza preliminare perseguiva i due obiettivi fondamentali di controllo della legittimità e del merito della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal p.m. Funzione essenziale dell’istituto era quella di esercitare un filtro di garanzia contro le “imputazioni azzardate” formulate dal p.m.8, garantire l’attuazione del diritto alla conoscenza sulle indagini espletate, consentire la possibilità di optare per un rito alternativo. Essa serviva, quindi, per esercitare un primo serio controllo di matrice giurisdizionale sul corretto esercizio dell’azione penale, controllo avente per oggetto la fondatezza giuridica dell’accusa e preordinato, essenzialmente, in funzione di garanzia dell’imputato.

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Parte della dottrina ritiene che l’introduzione dell’udienza preliminare costituisca il risultato di una precisa scelta di politica legislativa, non essendo imposta dalla Carta fondamentale9.

Altra corrente di pensiero rinviene il fondamento costituzionale dell’udienza preliminare negli artt. 24, comma 2 Cost.: l’udienza preliminare, infatti, precludendo l’instaurazione del dibattimento quando non vi siano elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio, costituirebbe la prima sede per un’effettiva tutela del diritto di difesa in sede processuale, rendendo così attuale la tutela della presunzione di innocenza10; tutela che viene garantita con la pronuncia della sentenza di non luogo a procedere, in quanto la delibazione circa l’insufficienza e la contriddittorietà degli elementi raccolti concerne la sostenibilità dell’accusa in giudizio e non la responsabilità dell’imputato.

Con la legge delega del 1987 (l. 16 febbraio 1987, n. 81), il legislatore ha conferito all’udienza preliminare un ruolo autonomo, introducendo un modello forte di contraddittorio in seno all’udienza stessa11.

L’originaria fisionomia dell’udienza preliminare era stata concepita in funzione di filtro per evitare i dibattimenti inutili, ma nella prima versione del nuovo codice di rito questa funzione non poteva essere convenientemente svolta, essendo previsto che la sentenza di non luogo a procedere doveva essere pronunziata quando risultava “evidente” la non colpevolezza dell’imputato. Quanto enunciato comportava che la sentenza di non luogo a procedere potesse essere emessa soltanto nel caso in cui venisse fornita la prova piena della non responsabilità penale dell’imputato o, dimostrata la mancanza assoluta di prove a carico, mentre l’insufficienza o la contraddittorietà delle medesime imponeva la fissazione del dibattimento. La limitazione originaria della...

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