Dottrina, giurisprudenza e c.m.s. negli ultimi decenni

Autore:Fabrizio Maimeri
Pagine:63-166
RIEPILOGO

2.1. C.m.s. e chiusura del conto - 2.2. C.m.s. e interessi - 2.3. C.m.s. indeterminatezza dell’oggetto del contratto - 2.4. C.m.s. e capitalizzazione - 2.5. Nullità della c.m.s. per mancanza di causa - 2.6. C.m.s. e usura - 2.7. Sintesi delle criticità della c.m.s. - 2.8. L’orientamento delle Autorità

 
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Dottrina, giurisprudenza e c.m.s. negli ultimi decenni
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Capitolo Secondo
Dottrina, giurisprudenza e c.m.s.
negli ultimi decenni
SIMMARIO: 2.1. C.m.s. e chiusura del conto. - 2.2. C.m.s. e interessi. - 2.3. C.m.s. e
indeterminatezza dell’oggetto del contratto. - 2.4. C.m.s. e capitalizzazione. -
2.5. Nullità della c.m.s. per mancanza di causa. - 2.6. C.m.s. e usura. - 2.7.
Sintesi delle criticità della c.m.s. - 2.8. L’orientamento delle Autorità.
2.1. C.m.s. e chiusura del conto
Riprendendo il metodo cronologico fin qui seguito, occorre far
capo alle prime decisioni in argomento, che risalgono agli anni Ottan-
ta e che hanno posto in evidenza taluni aspetti che poi hanno avuto, in
tempi più recenti, riprese e approfondimenti. Le criticità segnalate hanno
sovente condotto alla dichiarazione di illegittimità della clausola.
Un paio di decisioni affrontano il tema della applicabilità della
commissione de qua una volta che sia stato chiuso il conto, rilevando,
almeno secondo un primo orientamento, che, essendo «dovuta dal-
l’accreditato come corrispettivo dell’obbligo della banca di tenere a
sua disposizione una determinata somma», essa è indipendente dal-
l’utilizzazione del credito, «onde l’avvenuta chiusura del conto non ne
fa venir meno il fondamento giuridico»1. La motivazione per la verità
1 App. Catania, 30 maggio 1985, in Banca, borsa, tit. cred., 1987, II, 20.
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non appare particolarmente perspicua né convincente; la nota redazio-
nale tenta di chiarirla affermando che la decisione «pone in evidenza
le differenze che intercorrono [tra la provvigione di conto], che è
compenso dovuto alla banca (normalmente all’atto della chiusura del
conto) per l’aver messo a disposizione dell’affidato una somma per un
determinato periodo di tempo e i diritti di commissione previsti
dall’art. 1826 c.c. (e richiamati dall’art. 1857 c.c.) che sono invece
correlativi a ciascuna operazione che la banca compie in esecuzione
del rapporto (incasso effetti, domiciliazione tratte, ecc.)». Né appare
utile distinguere fra chiusura del conto e revoca del fido, poiché la
prima genera inevitabilmente la seconda, cosa che può non avvenire
(almeno in teoria) nel caso inverso, nel quale però viene comunque
meno l’impegno della banca a fornire quella disponibilità che la c.m.s.
(pur con la segnalata applicazione “inquinante”) dovrebbe remunerare.
Di segno contrario – e più corretta – è una decisione della stessa
Corte di un paio d’anni successiva2, secondo la quale «la cessazione
del rapporto di apertura di credito, per recesso della banca o del-
l’accreditato o per l’eventuale scadenza del termine finale (se il con-
tratto è a scadenza fissa), determina il venir meno della disponibilità,
della facoltà cioè del cliente di utilizzare ulteriormente l’accredi-
tamento. Se così è, viene meno con la cessazione della disponibilità
anche l’obbligo di corrispondere, per il periodo successivo all’estin-
zione del rapporto, la commissione di conto, non essendovi più ragio-
ne di ritenere dovuto un corrispettivo per una prestazione (il tenere a
disposizione una determinata somma) che ormai è venuta meno. La
commissione è, cioè, dovuta e va conteggiata per tutto il periodo in cui
vi è stata la disponibilità, ma non compete più dopo l’estinzione del
rapporto di apertura di credito e la correlativa cessazione della dispo-
nibilità» (il corsivo è aggiunto).
Quest’ultima tesi è stata ripresa dalla giurisprudenza successiva e,
in particolare, la corte leccese, richiamando proprio il dictum della de-
cisione ora riportata, ne ha ribadito l’orientamento, precisando inoltre
che, «una volta intervenuta la cessazione dell’efficacia del contratto in
conseguenza del recesso della banca, mentre è ben possibile – ed è
contrattualmente previsto dall’art. 7 n.b.u. – che il tasso di interesse
continui ad essere calcolato con le stesse modalità, in ossequio al prin-
2 App. Catania, 15 settembre 1987, in Banca, borsa, tit. cred., 1989, II, 169.
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cipio di cui all’art. 1224 c.c., tale perpetuatio risulta invece integral-
mente priva di causa per la commissione di massimo scoperto, che con
la chiusura del rapporti di apertura di credito, ha assolto definitiva-
mente al suo compito»3.
2.2. C.m.s. e interessi
La medesima decisione della Corte leccese ha posto in evidenza
come la c.m.s. non possa «in alcun modo essere considerata una com-
ponente del tasso di interesse o una modalità del calcolo dello stesso»,
richiamando a conferma di questa affermazione la circostanza che la
Banca d’Italia, nel dettare le istruzioni per la rilevazione del tasso me-
dio ai fini del calcolo del tasso usurario all’indomani della emanazione
della legge n. 108 del 1996 (circolare del 1° ottobre 1996), ha escluso
dal calcolo questa commissione: «essa dunque è destinata ad operare
3 App. Lecce, 27 giugno 2000, in Contratti, 2001, 374, con Commento di A.A.
DOLMETTA E G. MUCCIARONE, cit. In senso analogo: Trib. Milano, 4 luglio 2002, in
Banca, borsa, tit. cred., 2003, II, 452, con nota di B. INZITARI, Diversa funzione del-
la chiusura nel conto ordinario e in quello bancario. Anatocismo e commissione di
massimo scoperto; Trib. Nocera Inferiore, 9 gennaio 2009, ined. ma disponibile in
De Jure: «è opportuno evidenziare che la c.d. commissione di massimo scoperto co-
stituisce un’autonoma prestazione pecuniaria (diversa dagli interessi) che parte attri-
ce avrebbe dovuto specificamente impugnare e contestare».
Per la verità, anche App. Catania, 15 settembre 1987, cit., aveva distinto c.m.s.
e interessi, affermando: «è ovvio che, con l’estinzione del rapporto, non si esauri-
scono tutti gli effetti che da esso derivano, sorgendo anzi l’obbligo di restituzione
delle somme utilizzate durante il periodo di vigenza del contratto, nonché quello di
corrispondere gli interessi sulle somme utilizzate e di regolare il pagamento sia dei
diritti di commissione previsti dall’art. 1826 c.c. (per ciascuna operazione posta in
essere in esecuzione del rapporto) sia delle commissioni o provvigioni di conto, es-
sendo il compenso per la messa a disposizione della somma conteggiato per
l’appunto ad ogni chiusura di conto (provvisoria o definitiva). È evidente però che le
commissioni di conto dovute sono solo quelle relative al periodo in cui il rapporto di
apertura di credito ha avuto attuazione, giacché solo per tale periodo vi è stato da
parte della banca l’obbligo (del quale la commissione di conto costituisce il corri-
spettivo) di tener a disposizione una determinata somma».
In senso conforme cfr. G. MANTOVANO, Rinvio agli usi di piazza, commissione
di massimo scoperto, giorni valute, in Contratti, 2003, p. 195; C. SCRIBANO, La
commissione di massimo scoperto tra libertà contrattuale e duplicazione dell’inte-
resse, in S. AMBROSINI, P.G. DEMARCHI (a cura di), Banche, consumatori e tutela
del risparmio, Milano, 2009, p.495.

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