Dell'esercizio dell'azione.

AutoreMassimiliano di Pirro
Pagine172-190
172
97 Libro I - Disposizioni generali
zione dell’art. 88 c.p.c., ha causato all’altra parte
(Cass. S.U. n. 18810/2010).
97.
Responsabilità di più soccom-
benti. – Se le parti soccombenti sono più
(33, 102 ss.), il giudice condanna ciascuna
di esse alle spese (91) e ai danni (96) in pro-
porzione del rispettivo interesse nella causa.
Può anche pronunciare condanna solida-
le (1292 c.c.) di tutte o di alcune tra esse,
quando hanno interesse comune.
Se la sentenza non statuisce sulla ripar-
tizione delle spese e dei danni, questa si fa
per quote uguali.
1) I PRESUPPOSTI PER LA CONDANNA IN SOLIDO.
In generale, può pronunciarsi condanna so-
lidale di più parti soccombenti al pagamento
delle spese giudiziali non solo quando vi sia so-
lidarietà del rapporto sostanziale (ovvero, quando
le parti sono tenute, in base alla legge o ad un
titolo, ad eseguire ciascuna l’intera prestazione
nei confronti del creditore, in modo che la pre-
stazione di un debitore libera tutti gli altri), ma
anche quando vi è una mera comunanza di inte-
ressi, che può desumersi anche dalla semplice
identità delle questioni sollevate e dibattute ov-
vero dalla convergenza di atteggiamenti difensivi
diretti a contrastare la pretesa avversaria (Cass.
n. 5825/1996).
Anche l’identità del titolo contrattuale fatto
valere nei confronti di due convenuti, per otte-
nerne la loro condanna in solido al pagamento
di un debito, implica un loro comune interesse
alla causa, secondo la previsione dell’art. 97, e,
pertanto, in caso di soccombenza, ne giustif‌ica la
condanna solidale alle spese, indipendentemen-
te dal fatto che ciascuno di essi, per contrasta-
re (senza successo) la domanda, abbia assunto
un’autonoma e diversa posizione difensiva (Cass.
n. 4871/1988).
La pronuncia di un’unica condanna alle spe-
se di causa, con liquidazione cumulativa delle
medesime, è consentita soltanto a carico di più
soccombenti e non a favore di più parti vittorio-
se che siano state assistite da difensori diversi
(Cass. n. 2112/1982): infatti, la solidarietà at-
tiva (nella quale ciascun creditore può preten-
dere l’intera prestazione dal debitore, e l’adem-
pimento nei confronti di uno dei creditori libera
il debitore anche nei confronti di tutti gli altri)
non è prevista dalla norma, per cui la responsa-
bilità delle parti soccombenti comporta che cia-
scuna delle parti vittoriose, ove abbia presentato
distinte comparse e memorie, ha diritto al pro-
prio rimborso delle spese, tanto più se la dife-
sa è stata espletata da difensori diversi (Cass. n.
663/1999).
La condanna solidale al pagamento delle spe-
se non richiede un’apposita istanza della parte vin-
citrice (Cass. n. 84/1983).
98.
(1) Cauzione per le spese. – Il
giudice istruttore, il pretore (2) o il giudice
di pace, su istanza del convenuto, può di-
sporre con ordinanza che l’attore non am-
messo al gratuito patrocinio, presti cauzio-
ne per il rimborso delle spese, quando vi
è fondato timore che l’eventuale condanna
possa restare ineseguita.
Se la cauzione non è prestata nel termi-
ne stabilito, il processo si estingue.
(1) La Corte costituzionale, con sentenza n. 67 del 29
novembre 1960, ha dichiarato la illegittimità costituzionale
di quest’articolo, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost.
(2) Ai sensi del D.L.vo 19 febbraio 1998, n. 51, l’uf-
f‌icio del pretore è soppresso a decorrere dal 2 giugno 1999,
fatta salva l’attività necessaria per l’esaurimento degli affari
pendenti. Le relative competenze sono trasferite al tribunale
ordinario, fuori dei casi in cui è diversamente disposto dal
predetto provvedimento.
TITOLO IV
DELL’ESERCIZIO DELL’AZIONE
Il processo civile prende avvio in seguito al-
l’esercizio dell’azione da parte di un soggetto,
consistente appunto nella proposizione, davanti
ad un giudice, di una domanda (atto iniziale del
processo con cui la parte chiede la tutela di un
proprio interesse giuridicamente rilevante). La
domanda deve contenere l’indicazione dei sog-
getti, del provvedimento giurisdizionale richiesto
al giudice (petitum) e delle ragioni poste a fonda-
mento della domanda stessa (causa petendi).
Il giudice, nell’indagine diretta all’individua-
zione del contenuto e della portata della doman-
da, non è tenuto ad uniformarsi a quanto affer-
mato negli atti nei quali la domanda medesima
risulti contenuta, dovendo, per converso, avere
riguardo al contenuto sostanziale della pretesa
fatta valere, come desumibile dalla natura delle
vicende dedotte e rappresentate dall’attore (
163) o dal ricorrente, con l’unico limite rappre-
sentato dal principio di corrispondenza tra chie-
sto e pronunciato ( 112), cioè dall’esigenza di
attenersi a quanto chiesto dall’attore (o dal ricor-
rente) con la domanda.
173
Titolo IV - Dell’esercizio dell’azione 99
99.
Principio della domanda. – Chi
vuole far valere un diritto in giudizio deve
proporre domanda (104, 163; 2907 c.c.) al
giudice competente (7 ss.).
1) GENERALITÀ.
La norma in esame rappresenta una manife-
stazione del principio di imparzialità del giudice,
il quale non sarebbe terzo e neutrale qualora des-
se impulso al processo che poi deve concludere.
Ciò comporta che il giudice può decidere soltan-
to su iniziativa (domanda) del soggetto il cui di-
ritto è minacciato o violato, e nei limiti segnati
da tale iniziativa ( 112), salvo talune eccezioni
limitate e circoscritte (ad esempio, in materia di
volontaria giurisdizione).
Ai f‌ini della proposizione della domanda (os-
sia, dell’atto con il quale la parte, affermando
l’esistenza di una situazione di fatto e di una nor-
ma che la tutela, chiede che tale norma venga
attuata attraverso l’intervento del giudice), non
occorrono forme particolari, essendo suff‌iciente
che il giudice ricavi, dalle deduzioni e dagli ar-
gomenti svolti dalla parte, la chiara intenzione di
far valere una determinata pretesa.
Nell’esercizio del potere di interpretazione
e qualif‌icazione della domanda, il giudice, che
non è condizionato dalle affermazioni delle parti,
deve valutare il contenuto sostanziale della doman-
da, desumibile non solo dal contenuto degli atti,
ma anche dalla natura delle vicende dedotte e
rappresentate dalle parti e dalle eventuali pre-
cisazioni formulate nel corso del giudizio (Cass.
n. 8879/2000), e deve tenere conto del provve-
dimento richiesto, con il solo limite impostogli
dal rispetto del principio della corrispondenza tra
chiesto e pronunciato ( 112) e dall’esigenza di
non sostituire d’uff‌icio alla domanda proposta una
diversa domanda (Cass. n. 2908/2001), fondata
su fatti diversi o su una diversa causa petendi
(Cass. n. 10922/2005).
2) RINUNCIA ALLA DOMANDA.
La domanda può intendersi tacitamente ri-
nunciata a seguito della sua mancata riproposizio-
ne in sede di precisazione delle conclusioni (atti-
vità con la quale le parti, in un’apposita udienza,
precisano def‌initivamente le proprie richieste al-
la luce di quanto emerso nel corso del processo),
ovvero di altro comportamento processuale o extra-
processuale della parte indicativo della volontà di
porre f‌ine al giudizio (Cass. n. 5264/1979 e n.
4072/1975). Pertanto, la mancata riproposizio-
ne, in sede di precisazione delle conclusioni (
189), di domande o eccezioni precedentemente
formulate, implica normalmente una presunzione
di abbandono o di rinuncia alle stesse. Tuttavia, ta-
le presunzione, fondandosi su un’interpretazione
della volontà della parte, deve escludersi qualora
il giudice, cui spetta il compito di interpretare le
conclusioni, le richieste e le deduzioni delle par-
ti, ravvisi dalla complessiva condotta processuale
della parte o dalla stretta connessione della do-
manda non riproposta con quelle specif‌icamente
formulate elementi suff‌icienti per ritenere che,
nonostante la materiale omissione, la parte abbia
inteso insistere nelle istanze già avanzate (Cass.
n. 12814/1997).
3) ULTRAPETIZIONE, EXTRAPETIZIONE E OMESSA PRO-
NUNCIA.
Il principio della domanda risulta violato qua-
lora il giudice si pronunci su un oggetto per il
quale non vi è stata richiesta o ometta di pro-
nunciarsi in ordine ad una richiesta delle parti.
In tali ipotesi, ricorrono i vizi di ultrapetizione,
extrapetizione e di omessa pronuncia.
Si ha vizio di ultrapetizione quando il giudice
decide la controversia integrando la domanda,
specif‌icando o ampliando l’oggetto del giudizio,
o aggiungendo all’effetto richiesto un effetto di-
verso e ulteriore (Vaccarella-Verde). Ad esempio,
è viziata da ultrapetizione la sentenza con la qua-
le il giudice condanna il debitore al pagamento
di una somma maggiore di quella risultante dalla
quantif‌icazione fatta dall’attore.
Invece, il vizio di ultrapetizione non sussiste
quando viene accolta una domanda la quale, an-
che se non espressamente formulata, deve ritener-
si implicitamente contenuta nella domanda de-
dotta in giudizio (Cons. Stato, IV, n. 3158/2000).
Il vizio di extrapetizione ricorre quando il giu-
dice sostituisce all’effetto richiesto dalla parte
un altro effetto giuridico. Ad esempio, se il la-
voratore ha agito per ottenere l’annullamento del
licenziamento per mancanza di giusta causa o di
giustif‌icato motivo, incorre nel vizio di extrapeti-
zione il giudice che accolga la domanda rilevan-
do d’uff‌icio il mancato rispetto della procedura di
licenziamento, non invocato dal ricorrente (Cass.
n. 13781/2001).
Inf‌ine, si ha il vizio di omessa pronuncia quan-
do il giudice omette di provvedere sulle richie-
ste avanzate da talune parti (se il giudice omette
di pronunciarsi sulle richieste di tutte le parti si
ha un’ipotesi di “rif‌iuto di provvedere”, che può
comportare la responsabilità del giudice ex art.
55).
Mentre i vizi di ultra ed extrapetizione rappre-
sentano motivi di impugnazione della sentenza,
sanabili con il suo passaggio in giudicato, il vizio
di omessa pronuncia comporta la nullità della
sentenza che, se non tempestivamente impugna-
ta, consente comunque la riproposizione della ri-

Per continuare a leggere

RICHIEDI UNA PROVA

VLEX uses login cookies to provide you with a better browsing experience. If you click on 'Accept' or continue browsing this site we consider that you accept our cookie policy. ACCEPT