Corte Di Cassazione Penale Sez. Iv, 1 Luglio 2016, N. 27120 (C.C. 15 Giugno 2016)

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giur
Arch. nuova proc. pen. 6/2016
LEGITTIMITÀ
verbali di prove assunte in un giudizio civile, sia all’art.
238 bis c.p.p., che disciplina l’acquisizione e la valenza
probatoria delle sentenze irrevocabili, atteso che quella
fallimentare è una procedura f‌inalizzata alla liquidazione
dell’attivo fallimentare, all’accertamento del passivo ed
alla soddisfazione della massa dei creditori del fallito e
non è certo destinata a sfociare in una sentenza suscetti-
bile di passare in giudicato.
Peraltro, le deposizioni rese al giudice delegato non
hanno la natura di verbali di prova, non essendo destinate
in quel contesto a provare alcunché ma solo a fornire agli
organi della procedura notizie utili per una più corretta
gestione della stessa. Correttamente quindi, nel caso in
esame, i verbali di deposizioni davanti al G.D. sono stati
dai giudici di merito ammessi nel fascicolo del dibattimen-
to come documenti ai sensi dell’art. 234 c.p.p..
Né può ritenersi applicabile al caso di specie il disposto
dell’art. 63 c.p.p.
Come osservato dalla Corte costituzionale nella sen-
tenza n. 136/95, nella questione di legittimità costituzio-
nale dell’art. 63 c.p.p., per la mancata estensione delle ga-
ranzie ivi previste riguardo alle “dichiarazioni indizianti”
rese da persone non imputate o non sottoposte a indagini,
alle ipotesi di dichiarazioni rese davanti al curatore, ai
sensi dell’art. 49 L.F., dal fallito non ancora sottoposto a
procedimento penale per reati connessi al fallimento non
è pertinente il richiamo al divieto di testimonianza sulle
dichiarazioni dell’imputato, stabilito dall’art. 62 c.p.p., di-
vieto operante solo con riferimento alle dichiarazioni rese
nel corso del procedimento penale.
Né peraltro il giudice delegato rientra nella nozione di
autorità giudiziaria di cui all’art. 63 c.p.p.: come evidenziato
dalla stessa Consulta nella citata sentenza, “Il riferimento,
infatti, all’autorità giudiziaria, contenuto nell’art. 63 del
codice di procedura penale, è preordinato al solo f‌ine di ri-
comprendere nella nozione di genere non soltanto il giudice
penale, ma anche il pubblico ministero. Mentre non può in
essa essere ricondotto il giudice civile, il quale, pure ove
in sede di interrogatorio formale vengano ammessi dalla
parte fatti costituenti reato, non può certo fare ricorso al
regime previsto dalla norma ora denunciata, essendo, sem-
mai, tenuto, ai sensi dell’art. 331, quarto comma, del codice
di procedura penale – come, del resto, in ogni altra ipotesi
in cui risulti un fatto nel quale si può conf‌igurare un reato
perseguibile di uff‌icio – a redigere ed a trasmettere senza
ritardo la denuncia al pubblico ministero; diviene infatti del
tutto impercorribile l’estensibilità del regime dettato dal
più volte ricordato art. 63 del codice di procedura penale,
nei confronti di un atto perseguente f‌inalità probatorie del
tutto diverse da quelle proprie del processo penale, non es-
sendo ricavabile da alcuna norma del rito civile un principio
che imponga al giudice civile di sospendere l’acquisizione
di un atto dell’istruzione probatoria in funzione di esigenze
teleologiche esclusive del processo penale”.
Nel caso di specie, le dichiarazioni rese dagli imputati
sono state inviate dagli organi della procedura fallimenta-
re al Pubblico Ministero che ha successivamente esercita-
to l’azione penale. (Omissis)
CORTE DI CASSAZIONE PENALE
SEZ. IV, 1 LUGLIO 2016, N. 27120
(C.C. 15 GIUGNO 2016)
PRES. BLAIOTTA – EST. CENCI – P.M. SALZANO (CONF.) – RIC. SCAFIDI
Misure cautelari personali y Riparazione per
l’ingiusta detenzione y Presupposti y Frequenta-
zione del richiedente di soggetti condannati y Per
associazione di tipo maf‌ioso y “Colpa grave” y In-
sussistenza y Quando il richiedente abbia risposto
all’interrogatorio di garanzia y Suff‌icienza y Esclu-
sione.
. In tema di riparazione per ingiusta detenzione, in pre-
senza di elementi quali la dimostrata frequentazione,
da parte del richiedente, a suo tempo accusato di par-
tecipazione ad associazione di tipo maf‌ioso, di soggetti
poi condannati per il medesimo reato, nella consapevo-
lezza dell’attività criminale di costoro, non può valere
ad escludere la “colpa grave”, ostativa all’accoglimento
della richiesta, il solo fatto che il richiedente abbia ri-
sposto all’interrogatorio di garanzia, quando non risulti
la dimostrata persuasività delle giustif‌icazioni che, in
tale sede, siano state da lui fornite. (Mass. Redaz.)
(c.p.p., art. 314; c.p.p., art. 315) (1)
(1) Sul tema della riparazione per ingiusta detenzione inquadrano
gli elementi che devono essere valutati dal giudice: Cass. pen., sez.
IV, 25 febbraio 2014, n. 9212, in Ius&Lex dvd n. 2/2016, ed. La Tribuna
e Cass. pen., sez. IV, 8 aprile 2003, n. 16370, in questa Rivista 2004,
240. Sul tema specif‌ico delle frequentazioni ambigue dell’imputato
si veda Cass. pen., sez. IV, 27 febbraio 2015, n. 8914, ivi 2016, 534.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. La Corte di Appello di Catania ha rigettato la richie-
sta di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da
Carmelo Scaf‌idi, che era stato sottoposto, in esecuzione
di ordinanza del G.i.p. del Tribunale di Catania emessa in
relazione all’accusa di partecipazione ad associazione per
delinquere di tipo maf‌ioso, alla custodia in carcere dal 30
aprile 2009 al 27 settembre 2012, data in cui era stato ri-
messo in libertà dalla Corte di appello contestualmente
all’adozione di sentenza assolutoria, in riforma della con-
danna che era stata inf‌litta in primo grado.
2. Ricorre avverso il provvedimento reiettivo l’interes-
sato, secondo il quale l’ordinanza, di cui si invoca l’annul-
lamento, sarebbe affetta da violazione di legge e da illogi-
cità ex art. 606, comma 1, lett. c) ed e), c.p.p.
2.1. Segnala, in particolare, che la Corte di appello
avrebbe errato nel ritenere sussistente adeguata prova
nella condotta di Carmelo Scaf‌idi della colpa grave, ostati-
va al riconoscimento del diritto alla riparazione, prova che
sarebbe fondata su comportamenti gravemente negligenti
consistiti in contatti con altro individuo, poi condannato
per violazione dell’art. 416-bis c.p.
2.2. Richiamata una sentenza di legittimità dell’anno
2009 a proposito dell’autonomia del giudizio per la ripa-
razione rispetto alla cognizione penale, assume che, sin
dall’interrogatorio di garanzia, Carmelo Scaf‌idi, anziché

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