Corte di cassazione penale sez. II, 11 novembre 2014, n. 46401 (ud. 9 ottobre 2014)

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giur
Rivista penale 1/2015
LEGITTIMITÀ
Non sussiste, pertanto, alcuna contraddizione tra la
nullità delle clausole contrarie alla regola del “pagamento
a vista” e la tutela civile e penale che può ottenere l’emit-
tente dell’assegno per la violazione di quelle clausole: una
cosa essendo il regime di circolazione del titolo, altra cosa
essendo le obbligazioni contratte dalle parti nell’ambito
della loro autonomia negoziale.
Nel caso di specie, secondo la ricostruzione dei fatti
compiuta dai giudici di merito, l’assegno fu consegnato
dal Carloni al Rocco (odierno imputato) come garanzia
del pagamento dell’importo corrispondente alla cessione,
da parte dello stesso Rocco, delle quote (5% del pacchetto
azionario) della società “Golden House” ai rimanenti soci
della stessa; con l’accordo tuttavia che l’assegno, non sa-
rebbe stato incassato. L’incasso dell’assegno, in violazione
degli accordi convenuti, configura pertanto l’appropriazio-
ne indebita delle somme portate dal titolo.
2.3. Col terzo motivo di ricorso, deduce l’inosservanza
e l’erronea applicazione dell’art. 5 c.p., come interpretato
dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 364 del 1988,
che ha dichiarato la parziale incostituzionalità dello stes-
so articolo nella parte in cui non esclude l’ignoranza inevi-
tabile dalla regola dell’inescusabilità della ignoranza della
legge penale. Deduce che il pacifico principio della giuri-
sprudenza civilistica secondo cui il detto patto di garanzia
tra emittente e prenditore è nullo avrebbe determinato
l’errore dell’imputato, che avrebbe agito senza sapere e
senza poter sapere di porre in essere una condotta co-
stituente reato.
Anche questa censura è infondata.
Com’è noto, la Corte costituzionale, con sentenza 23
marzo 1988 n. 364 ha dichiarato l’art. 5 c.p. costituzional-
mente illegittimo nella parte in cui non esclude dall’ine-
scusabilità dell’ignoranza della legge penale l’ignoranza
inevitabile; con la conseguenza che oggi deve ritenersi
che l’ignoranza della legge penale scusa quando sia stata
inevitabile.
Ritiene tuttavia la Corte che, alla stregua di quanto
esposto nel paragrafo precedente circa la piena validità
ed efficacia (con relativa tutela civilistica) del rapporto
sottostante tra emittente e prenditore dell’assegno e dei
patti da essi convenuti, e considerata altresì la notoria giu-
risprudenza penale di questa Corte, non possa ritenersi la
sussistenza della dedotta ignoranza della legge e, men che
mai, della sua scusabilità.
2.4. Col quarto motivo di ricorso, deduce poi la man-
canza, contraddittorietà e manifesta illogicità della moti-
vazione della sentenza impugnata con riferimento alla ri-
costruzione del contenuto dell’accordo posto a base della
consegna dell’assegno e alla conseguente illegittimità del-
l’incasso. Deduce l’erronea valutazione delle prove acqui-
site e la mancata pronuncia sulla richiesta di acquisizione
di due verbali datati aprile 2066 della Golden House s.r.l.
Con riferimento a tale motivo di ricorso, premesso sono
sottoposte all’esame della Corte questioni che non appa-
iono manifestamente infondate, va osservato come debba
prevalere il rilievo della sopravvenuta estinzione del reato
per prescrizione.
Infatti, dopo la pronuncia della sentenza di appello, il
24 febbraio 2014 è maturato il termine di prescrizione del
reato (fatto commesso il 5 maggio 2006; termine di pre-
scrizione pari ad anni 7 mesi 6, maggiorato di mesi 3 gg. 19
per sospensioni).
Non può farsi applicazione, d’altra parte, dell’art. 129
comma 2 c.p.p., non risultando “evidente” la sussistenza
delle condizioni per l’assoluzione nel merito dell’imputato.
In proposito va ricordato che, secondo le Sezioni Unite
di questa Corte suprema, «In presenza di una causa di
estinzione del reato il giudice è legittimato a pronunciare
sentenza di assoluzione a norma dell’art. 129 comma se-
condo, c.p.p. soltanto nei casi in cui le circostanze idonee
ad escludere l’esistenza del fatto, la commissione del me-
desimo da parte dell’imputato e la sua rilevanza penale
emergano dagli atti in modo assolutamente non contesta-
bile, così che la valutazione che il giudice deve compiere
al riguardo appartenga più al concetto di “constatazione”,
ossia di percezione “ictu oculi”, che a quello di “apprez-
zamento” e sia quindi incompatibile con qualsiasi neces-
sità di accertamento o di approfondimento» (Cass., Sez.
un., n. 35490 del 28 maggio 2009 Rv. 244274); ciò che, nel
caso di specie, non ricorre, anche alla stregua delle ragioni
giustificative della decisione emergenti dalla motivazione
della sentenza impugnata.
3. Non rimane, pertanto, che dichiarare la causa di
estinzione dei reati.
Peraltro, ai fini della statuizione sull’azione civile, va
riconosciuta la sussistenza del fatto contestato, alla luce
della ricostruzione di esso da parte dei giudici di merito.
(Omissis)
coRTE dI cASSAzIoNE PENALE
SEz. II, 11 NoVEmbRE 2014, N. 46401
(ud. 9 oTTobRE 2014)
PRES. ESPoSITo – EST. LombARdo – P.m. VIoLA (dIff.) – RIc. dESTRI Ed ALTRI
Sentenza penale y Relazione tra la sentenza e l’ac-
cusa contestata y Giudizio di appello y Attribuzione
al fatto contestato di una diversa qualificazione
giuridica in sentenza y Violazione del principio di
correlazione tra contestazione e decisione y Esclu-
sione y Fattispecie in tema di concussione.
Concussione y Induzione indebita a dare o promet-
tere utilità y Distinzione y Fattispecie in tema di
concussione per costrizione realizzata dal pubblico
ufficiale e costituita dal rigetto di una domanda
di sanatoria edilizia con conseguente minaccia di
demolizione di un fabbricato abusivo.
. Qualora, contestata la concussione per induzione,
secondo la formulazione dell’art. 317 c.p. all’epoca
vigente, ed assolto l’imputato da tale addebito con sen-
tenza che poi, su ricorso del pubblico ministero, venga
annullata con rinvio dalla Corte di cassazione, sia nel
frattempo intervenuta la modifica normativa che, la-
sciando come ipotesi di concussione solo quella per

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