Il conflitto come risorsa nelle relazioni

Autore:Daniele Novara
Pagine:89-98
RIEPILOGO

Una distinzione legittima fra conflitto e violenza - Ostacoli a una lettura del conflitto come risorsa - Come leggere un conflitto - Gestire il conflitto - La consulenza maieutica nella gestione dei conflitti

 
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@Una distinzione legittima fra conflitto e violenza

Quando1 si parla di conflitti non si parla di violenza, né tantomeno di guerra. Questa indebita sovrapposizione semantica crea una confusione enorme nella percezione di questi due diversi fenomeni e nasce da un uso molto eccentrico e azzardato dei termini. Ad esempio. Il telegiornale apre con la notizia «il conflitto in Iraq anche oggi presenta il suo debito di sangue! 40 morti al mercato della città di Bagdad». L'utilizzo del termine conflitto per presentare una strage pare non solo sbagliato, ma legato alla necessità di edulcorare la tragica realtà della guerra, basata sul distruggere e sull'eliminare il nemico. Nel conflitto viceversa permane la relazione, l'incontro, anche se difficile, dove gli eventuali danni sono comunque reversibili.


Violenza Conflitto
Danneggiamento intenzionale dell’avversario per creare un danno irreversibile.

Volontà di risolvere il problema (conflitto) eliminando chi porta il problema stesso.

Eliminazione relazionale come forma di «soluzione» semplificatoria.
Contrasto, divergenza, opposizione, resistenza critica senza componenti di dannosità irreversibile.

Intenzione di mantenere il rapporto.

Sviluppo della relazione possibile, anche se faticosa e problematica.

La violenza quindi è segnata dall'irreversibilità del danno, nella logica perversa che prevede di risolvere i problemi eliminando chi li porta. Soltanto attraverso questa preliminare distinzione è possibile costruire un discorso suiPage 90conflitti come strumento di trasformazione e di riconoscimento reciproco. Lasciare in sospeso questa distinzione può creare una confusione, non solo semantica, ma anche comportamentale. Capita spesso di avere più paura dei comportamenti conflittuali che di quelli veramente violenti.

Si tratta di stabilire una distinzione che consenta di fare chiarezza. In caso di violenza gli strumenti che abbiamo a disposizione sono ben diversi, e devono essere diversi, rispetto alla dimensione del conflitto.

Se risulta fisiologico che siano le forze dell'ordine a occuparsi di violenza, la gestione dei conflitti appartiene alla necessità più generale, di alfabetizzazione personale e relazionale.

In realtà è proprio la disseminazione di una competenza pratica alla gestione dei conflitti che può prevenire la violenza. Il so-stare nel conflitto risulta, in una società sempre più complessa, un vero e proprio antidoto alla banalità semplifi-catoria della violenza, a quel tragico movimento che non accetta le complicazioni relazionali e con atto unilaterale distrugge ed eventualmente uccide.

Un automobilista, deve saper leggere la segnaletica stradale e decodificarla. Lo stesso per i conflitti. Leggerli e capirli non solo è possibile, ma rappresenta una competenza fondamentale nelle relazioni.

@Ostacoli a una lettura del conflitto come risorsa

Di recente l'Associazione Nazionale Europea Amministratori di Immobili, basandosi sulle segnalazioni dei suoi 13 mila associati, ha scoperto che il 50% delle procedure civili nei tribunali riguarda le liti condominiali. Finire in tribunale contro i vicini di casa piuttosto che cercare la spontanea composizione del litigio rappresenta uno dei tanti esempi delle difficoltà delle persone a vivere la conflittualità come momento naturale della convivenza sociale. Questo bisogno, spesso compulsivo, di ricorrere alla giustizia nasce nell'infanzia, quando il sentirsi in colpa per aver creato un litigio o viceversa, attribuire la colpa al nostro avversario, era esattamente quello che si aspettavano gli adulti da noi. Il bambino che contrasta i genitori, che litiga coi suoi compagni, che disobbedisce, viene sistematicamente stigmatizzato. I suoi comportamenti sono sottoposti a dure reprimende o punizioni, a volte anche piuttosto pesanti (l'esempio più inquietante è senz'altro quello del genitore che molla un ceffone al figliolo, intimandogli: «Lo sai che non devi picchiare i tuoi amici!»).

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Il marchio della colpevolezza diventa quindi l'imprinting per leggere il conflitto come dimensione di ingiustizia da evitare, espressione di prepotenza o addirittura di violenza. Faccio un esempio: qualche anno fa, durante un corso di formazione per educatrici di Scuole dell'Infanzia, chiesi loro di scrivere su un quadernetto i litigi fra bambini. Al momento della discussione di queste registrazioni scritte, venne fuori che tutti i litigi erano stati risolti dai bambini da soli. La cosa sorprese parecchio le educatrici che a più riprese denunciavano il clima irrespirabile di litigiosità della Scuola dell'Infanzia stessa. In realtà, nell'operazione c'era un trucco che proveniva dagli studi di psicologia dell'età evolutiva: il compito di scrivere il litigio aveva di fatto inibita la possibilità e l'ansia di intervenire, consentendo così ai bambini di accordarsi autonomamente tra di loro. I bambini sotto il sesto anno di vita, in effetti, hanno difficoltà a mantenere strutture relazionali basate sulla persistenza del rancore e sulla necessità della vendetta. Pertanto, sono più degli adulti facilmente in grado di riconciliarsi e di gestire le controversie nella rappacificazione2.

In realtà, i bambini piccoli traggono...

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