Cittadinanza nello Stato e cittadinanza nell'impresa

Autore:Loffredo, Antonio
Pagine:13-54
RIEPILOGO

1. Attualità del dibattito sui diritti sociali - 2. Sulla presunta differenza strutturale dei diritti civili rispetto ai diritti sociali - 2.1 La tesi dei diritti sociali come norme costituzionali programmatiche: critica - 2.2 Chi deve pagare il costo dei diritti sociali? - 3. Ruolo del giudice e azionabilità dei diritti sociali - 3.1 La tecnica del contenuto minimo del diritto - 3.2 Una... (visualizza il riepilogo completo)

 
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Capitolo primo
Cittadinanza nello Stato e cittadinanza nellimpresa
SOMMARIO: 1. Attua lità del dibattito sui diritti socia li. - 2. Sulla presunta d ifferenza
strutturale dei diritti civili rispetto ai diritti sociali. - 2.1 La tesi dei diritti sociali
come norme costituzionali programmatiche: critica. - 2.2 Chi deve pagare il costo
dei diritti sociali? - 3. Ruolo del giudice e azionabilità dei d iritti sociali. - 3.1 La
tecnica del contenuto mini mo del diritto. - 3.2 Una tradizione giuridica di scarsa at-
tenzione per i diritti sociali. - 4 . Diritti sociali fondamentali e Unione Europea. - 5 .
Evoluzione e strumenti della coesione economica e sociale. - 5.1 I fondi s trutturali:
welfare without State?
1. Attualità del dibattito sui diritti sociali
Nel dibattito giuslavoristico italiano degli ultimi anni la prima parte
della Costituzione ha fatto solo da sfondo, messa in secondo piano dalla
necessità di affrontare i temi imposti dal mercato, che sta provando a tra-
sformare il diritto del lavoro in diritto delloccupazione, caricando la di-
sciplina di responsabilità forse superiori a quelle che può riuscire ad af-
frontare con le sue sole forze. La richiesta pressante e costante di norma-
tive che rendano le imprese più competitive nel mercato globale è il ri-
svolto nazionale di un fenomeno molto sviluppato a livello mondiale che
ha preso il nome di darwinismo normativo1 e che indica lo sforzo ri-
chiesto ai legislatori di tutti i paesi nel competere tra di loro per rafforzare
il potenziale delle imprese residenti nel proprio territorio ed attirarne di
nuove. In questa sorta di gara riservata ai legislatori, le graduatorie ven-
gono stilate da importanti istituzioni2, che dovrebbero svolgere la funzio-
ne di regolare i mercati mondiali, assegnando i primi posti a quei paesi
che operano la riduzione più incisiva dei diritti dei lavoratori, come se
fosse questa lunica strada percorribile per gli Stati-Nazione che desideri-
no assicurare il successo alle attività imprenditoriali intraprese sul proprio
territorio. Gli effetti di questa liberalizzazione dei mercati sulla sicurezza
e, conseguentemente, sulla libertà delle persone stanno diventando so-
cialmente sempre meno accettate, al punto che la vera alternativa della
1 SUPIOT A., “Per una critic a del darwin ismo normat ivo”, in Riv. Pol. Soc., 2006,
p. 183.
2 V. il Rapporto annuale Doing Business della Banca Mondiale che classifica le per-
formances dei diritti del lavoro dei singoli paesi in base alle regole più o meno liberiste
in essi contenuti, citato ancora da SUPIOT A., “Per una critica del darwinismo normati-
vo”, cit., pp. 188 e ss.
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società moderna non sembra riguardare più, come in un recente passato,
la conciliabilità tra eguaglianza e libertà bensì tra questultima ed il capi-
talismo moderno3; infatti, il compito di garantire unequa ripartizione del-
le risorse tra i cittadini è stato trasferito pian piano dallo Stato al mercato,
istituzione che è passata dallessere un mezzo per raggiungere il benessere
della società ad un fine in stesso, al quale gli uomini devono essere
adattati, e non viceversa.
In questa situazione di estrema complessità e mutevolezza del conte-
sto globale, quella parte della Costituzione che si occupa delle libertà e
dei diritti inviolabili dei cittadini difficilmente poteva giungere, o anche
solo aspirare, ad acquisire quel ruolo da protagonista che le sarebbe spet-
tato gerarchicamente allinterno del sistema delle fonti dellordinamento.
Gli articoli della Costituzione riguardanti i diritti dei lavoratori sono stati
ridotti molto spesso al ruolo di spettatori passivi di un processo contrad-
dittorio che ne sta sempre più svuotando i contenuti a livello statale e, al
contempo, li sta formalmente estendendo in quello sopranazionale, ri-
schiando di cristallizzarli quali principi privi di effetti concreti sul patri-
monio giuridico individuale dei cittadini. Oltre mezzo secolo dopo la sua
entrata in vigore, proprio la prima parte della Costituzione risulta essere
quella meno attuata nel nostro ordinamento se è vero, ad esempio, che la
questione riguardante il riconoscimento dei diritti di cittadinanza allin-
terno dei luoghi di lavoro è recentemente ritornata al centro del dibattito
giuslavoristico a seguito delloccasione offerta dal processo di costruzio-
ne della Costituzione europea.
Queste osservazioni non sono certamente nuove né particolarmente
originali visto che già le prime letture sistematiche dellordinamento giu-
slavoristico che hanno seguito lapprovazione della Carta fondamentale
sottolineavano come un corretto sviluppo del diritto del lavoro dovesse
passare necessariamente anche attraverso una più concreta attuazione del-
la prima parte della Costituzione4. Avallare una sostanziale inattuazione
della Costituzione italiana al solo fine di evitare i contagi del diritto
pubblico poteva, però, costituire un male minore ed essere un atteggia-
mento politicamente accettabile, e giuridicamente comprensibile, negli
anni ’505; la prossimità ad un periodo storico-politico in cui, nel nome
3 BECK U., Libertà o capitalismo? Varca re le soglie della modernità, Carocci, Ro-
ma, 2001.
4 MORTATI C., “Il lavoro nella Costituzione, in Dir. Lav., 1954, I, pp. 149-212.
5 A titolo di esempio si può segnalare il Convegno di Taormina del 1954 a cui par-
teciparono in qualità di relatori Costantino Mortati e Francesco Santoro Passarelli, il cui
svolgimento e la cui importanza per il futuro sviluppo d el diritto del lavoro italiano ven-
gono efficacemente riportati da ROMAGNOLI U., “Costantino Mo rtati”, in GAETA L. (a
cura di), Costantino Mortati e “Il lavoro nella Costituzione”: una rilettura , Giuffrè, Mi-
lano, 2005, pp. 105 e ss.
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dellinteresse superiore della nazione, si operò una pubblicizzazione del
diritto del lavoro, che privò di libertà i soggetti che avrebbero dovuto es-
serne protagonisti, spiegava ampiamente i timori di parte della dottrina
nellaccettazione dellintervento dello Stato a regolamentare la materia.
Le vicende politiche e istituzionali attuali rendono qualsiasi paura di que-
sto genere assolutamente anacronistica; basti pensare che qualsiasi tenta-
zione pubblicistica verrebbe frustrata dalle regole sulla libertà di concor-
renza che il diritto dellUnione Europea ha introdotto nel nostro ordina-
mento e che incidono in maniera molto rilevante addirittura sulle politiche
pubbliche di incentivi alle imprese residenti sul territorio degli Stati
membri e sui diritti fondamentali riconosciuti nella Costituzione. Per un
esempio del primo tipo basta ricordare la nota sentenza della Corte di
Giustizia6, con la quale ha stabilito che le agevolazioni contributive con-
cesse alle imprese dallo stato italiano attraverso i contratti di formazione e
lavoro, se non in linea con i criteri di compatibilità fissati dalla Commis-
sione, sono da considerarsi aiuti di stato incompatibili col diritto comuni-
tario ex art. 107 del Trattato sul funzionamento dellUnione Europea.
Pronunce della CGE riguardanti, invece, diritti fondamentali dei lavorato-
ri negati, perché ritenuti in contrasto con la libera prestazione di servizi o
con la libertà di stabilimento contenuta nellart. 49 del Trattato, sono le,
ancor più famose, sentenze Laval e Viking, e quelle che le hanno seguite,
che hanno di fatto condannato lesercizio del diritto di sciopero quando
esso possa incidere sulle regole del mercato, cioè quando svolga la fun-
zione di contrastare il potere imprenditoriale per la quale è nato.
Per questo motivo, non solo la mancata attuazione ma anche delle at-
tuazioni scialbe o formali della Costituzione, oltre a risultare politicamen-
te e giuridicamente meno comprensibile di allora, costituisce un costo
troppo alto da pagare per i cittadini, in nome di un mercato che continua a
non beneficiare nella stessa maniera tutti gli strati della società, creando
squilibri evidenti e nuove fratture sociali di difficile ricomposizione. Cio-
nonostante il dibattito sullefficacia e sullattuazione dei diritti sociali, che
nel diritto del lavoro di qualche decennio fa veniva anche definito sulla
cittadinanza nellimpresa, cioè sulla possibilità di ogni cittadino di
mantenere i diritti di cui gode anche nel momento in cui varca la soglia
dellazienda, è stato in buona parte soppiantato dai temi del mercato. Nel
periodo a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, quando tali tematiche stimolarono
linteresse di molti studiosi, il dibattito era strettamente collegato, fino
quasi a confondersi, con quello riguardante il riconoscimento dei diritti
sindacali in azienda, anche perché in Italia, quale effetto della direzione
privatistica impressa alla disciplina giuslavoristica, era stato implicita-
6 Si tratta della sentenza del 7 marzo 2002, causa C-310/99.

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