Corte di cassazione penale sez. II, 10 ottobre 2013, n. 41820 (ud. 27 settembre 2013)

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giur
12/2013 Rivista penale
LEGITTIMITÀ
Non risulta, d’altra parte, dall’andamento dei lavori
preparatori, che il legislatore avesse manifestato in modo
chiaro una volontà diversa da quella risultante dalla lette-
ra della legge così come promulgata.
Né può ritenersi che il citato inciso, formulato testual-
mente con riferimento alla posizione del contraffattore
materiale del marchio, non estendesse la propria efficacia,
limitatrice dell’operatività del precetto, alla posizione,
menzionata nello stesso comma della norma e rilevante per
il caso di specie, dell’utilizzatore del marchio contraffatto.
Lo stesso ragionamento può essere riprodotto, però,
anche per la fattispecie di cui all’articolo 474 c.p. in cui la
citata novella della legge 99/2009 ha inciso il terzo comma,
secondo il quale “i delitti previsti dai commi primo e se-
condo sono punibili a condizione che siano state osservate
le norme delle leggi interne, dei regolamenti comunitari
e delle convenzioni internazionali sulla tutela della pro-
prietà intellettuale o industriale”.
Appare anche in tal caso necessario, per assicurare la
prevista tutela penale dei marchi o degli altri segni distin-
tivi, “il rispetto” della normativa, interna o internazionale,
in tema di proprietà intellettuale o industriale che altro
non vuoi dire l’avvenuta registrazione del marchio o del
segno distintivo.
Quanto dianzi espresso vale, quindi, a ritenere sicura-
mente insussistente, nella fattispecie sottoposta all’esame
di questa Corte, il fumus dell’ascritto reato di cui all’arti-
colo 474 c.p.p., in quanto oggetto dell’impugnato sequestro
erano oggetti di bigiotteria sui quali era impressa la cifra
“925”, che non costituisce un marchio d’impresa registrato
bensì l’indicazione del titolo del metallo utilizzato per la
realizzazione dell’oggetto.
Invero, ai sensi dell’articolo 2, comma 1 del Decreto Le-
gislativo 22 maggio 1999 n. 251 “i metalli preziosi e le loro
leghe devono portare impresso il titolo in millesimi del fino
contenuto ed il marchio di identificazione, secondo quanto
prescritto dalle norme contenute nei successivi articoli”.
Il successivo articolo 8 comma 4 del citato D. Lvo 251/99
prevede, poi, che la cifra indicante il titolo dei metalli pre-
ziosi, espressa in millesimi, deve essere racchiusa in figure
geometriche, le cui forme e dimensioni sono indicate nel
regolamento.
Infine, l’articolo 25 del medesimo atto normativo pre-
vede le sanzioni amministrative applicabili sia nell’ipotesi
di utilizzazione di marchi d’identificazione dei metalli pre-
ziosi non corrispondenti al vero (comma 1 lettera a) che
nell’ipotesi di impressione di un titolo non corrispondente
al vero (comma 1 lettera d).
Il suddetto articolo, in ogni caso, prevede la clausola di
salvezza penale “salva l’applicazione delle maggiori pene
stabilite dalle leggi vigenti qualora il fatto costituisca rea-
to” per cui non esclude affatto la possibilità di ascrivere
all’indagata ulteriori ipotesi delittuose.
L’impugnata ordinanza avendo ritenuto sussistente, nei
fatti ascritti all’odierna indagata, il fumus dell’articolo 474
c.p. ha fatto cattivo uso delle norme dianzi indicate e va, di
conseguenza, annullata con rinvio al medesimo Tribunale
per nuovo esame all’esito del quale valuterà, alla luce di
quanto dianzi esposto, la sussumibilità o meno dei fatti
ascritti alla ricorrente piuttosto nella dianzi indicata di-
sposizione di cui all’articolo 470 c.p., confermando quindi,
in caso positivo, il sequestro.
Si osserva, infatti, come in relazione al delitto di cui al-
l’articolo 470 c.p., per impronta di pubblica autenticazione
o certificazione si intenda non solo quella proveniente da
un ente pubblico, ma anche quella la cui presenza su de-
terminate cose sia imposta dalla legge al fine di garantire
al fruitore delle stesse la autenticità della provenienza e
della correlata certificazione.
In particolare, con riguardo ai metalli preziosi, il decre-
to legislativo 22 maggio 1999 n. 251 ha stabilito l’obbliga-
toria apposizione sugli stessi di marchi di identificazione
rispondenti ai requisiti specifici individuati nello stesso
provvedimento legislativo, i quali possono essere richiesti
anche da soggetti privati (v. Cass. sez. V 30 marzo 2000 n.
5607 e sez. I 18 novembre 2003 n. 8414). (Omissis)
CORTE DI CASSAZIONE PENALE
SEZ. II, 10 OTTOBRE 2013, N. 41820
(UD. 27 SETTEMBRE 2013)
PRES. CASUCCI – EST. PALOMBI – P.M. SCARDACCIONE (DIFF.) – RIC. CUPI
Carta di credito y Possesso di provenienza furtiva
y Mancata utilizzazione da parte del possessore y
Ricettazione y Sussistenza.
. Il semplice, accertato possesso di carte di credito
di provenienza furtiva, non accompagnato dalla loro
utilizzazione, può dar luogo soltanto al reato di ricet-
tazione e non anche a quello di cui all’art. 12 del D.L.
3 maggio 1991 n. 143, conv. con modif. in legge 5 lu-
glio 1991 n. 197, oggi trasfuso nell’art, 55, comma 9, del
D.L.vo 21 novembre 2007 n. 231. (Mass. Redaz.) (d.l.vo
21 novembre 2007, n. 231; c.p., art. 648) (1)
(1) In senso conforme si esprime Cass. pen., sez. VI, 16 settembre
2009, Iaria ed altri, in Ius&Lex dvd n. 6/2013, ed. La Tribuna. Deli-
neano gli elementi integrativi del reato di cui all’art. 12 del D.L. 3
maggio 1991, n. 143, Cass. pen., sez. V, 16 maggio 2006, Sabau, in que-
sta Rivista 2007, 183 e Cass. pen., sez. I, 3 novembre 2004, Forgione,
ivi 2005, 1224.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. Con sentenza in data 3 aprile 2012, la Corte di appello
di Roma confermava la sentenza del Tribunale di Roma del
12 dicembre 2007, che aveva condannato Cupi Petrit alla
pena di anni uno di reclusione ed €. 400,00 di multa per il
reato di cui agli artt. 110 c.p. 12 d.1. n. 143 del 1991.
1.1. La Corte territoriale respingeva le censure mosse
con l’atto d’appello in punto di insussistenza della re-
sponsabilità dell’imputato in ordine al fatto ascrittogli ed
in subordine in punto di riduzione della pena inflitta nei
limiti edittali.
2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato,
per mezzo del suo difensore, sollevando il seguente motivo
di gravame: erronea applicazione della legge penale con

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