Legittimità

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RIEPILOGO

In tema di ricorso per cassazione avverso provvedimento di sequestro preventivo di beni in vista della confisca prevista dall’art. 12 sexies del D.L. n. 306/1992, conv. con modif. in legge n. 356/1992, è deducibile come violazione di legge la ritenuta sussistenza della sproporzione tra i beni sequestrati ed i redditi dell’interessato... (visualizza il riepilogo completo)

 
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corte di cassazione penaLe sez. ii, 4 gennaio 2012, n. 63 (c.c. 7 dicembre 2011)

pres. cosentino – est. di marzio – p.m. mura (diff.) – ric. isgrò

misure cautelari reali y Sequestro preventivo y In funzione della confisca obbligatoria ex art. 12 sexies, D.L. n. 306/1992 y Impugnazione y Ricorso per cassazione y Sulla base della sproporzione tra i beni sequestrati ed i redditi dell’interessato y Condizioni.

. In tema di ricorso per cassazione avverso provvedimento di sequestro preventivo di beni in vista della confisca prevista dall’art. 12 sexies del D.L. n. 306/1992, conv. con modif. in legge n. 356/1992, è deducibile come violazione di legge la ritenuta sussistenza della sproporzione tra i beni sequestrati ed i redditi dell’interessato, gli uni e gli altri complessivamente valutati, senza che risultino individuati, come invece sarebbe stato necessario, il tempo delle singole acquisizioni, il preciso valore delle stesse e i redditi disponibili in quei momenti. (Mass. Redaz.) (c.p.p., art. 321; c.p.p., art. 325; d.l. 8 giugno 1992, n. 306, art. 12 sexies) (1)

(1) Per Cass. pen., sez. III, 15 maggio 2009, Puppa, in CED - Archivio Penale Rv. 244074, non sono deducibili in cassazione i vizi attinenti alla verifica in concreto dei presupposti di fatto del sequestro preventivo finalizzato alla confisca di cui all’art. 12 sexies D.L. n. 306 del 1992, conv. in L. n. 356 del 1992, con conseguente inammissibilità del ricorso. Nella specie, le doglianze concernevano la mancata giustificazione del possesso di beni da parte dell’indagato per reati connessi al traffico di stupefacenti e la sproporzione rispetto al reddito dichiarato ai fini Irpef ed all’attività economica svolta dall’indagato.

motivi deLLa decisione
1. - Con la ordinanza in epigrafe la sezione del riesame del Tribunale di Messina, decidendo sulla impugnazione avverso la ordinanza emessa dal G.i.p. del Tribunale di Messina in data 16 giugno 2011, ha confermato la decisione sul sequestro preventivo ex art. 12 sexies del D.L. n. 306/1992 su beni appartenenti a Isgrò Giuseppe.

Avverso detta pronunzia ricorre l’Isgrò lamentando:
1. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacché, in relazione ai beni personali dell’Isgrò, il Tribunale ha semplicemente affermato la sussistenza di una sproporzione tra beni sottoposti a misura e redditi dell’imputato senza procedere, previamente, all’accertamento del valore dei primi;


2. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacché, in relazione ai beni personali dell’Isgrò, il Tribunale ha semplicemente affermato la sussistenza di una sproporzione tra beni sottoposti a misura e redditi dell’imputato senza procedere, previamente, all’accertamento dei questi ultimi;
3. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacché, in relazione ai beni personali dell’ Isgrò, il Tribunale ha ritenuto insussistenti redditi da lavoro dipendente dell’Isgrò e della di lui moglie, mentre in realtà tali redditi sussistono;
4. violazione di legge (nel citato art. 12 sexies) giacché, in relazione ai beni personali dell’Isgrò, il Tribunale ha omesso il giudizio sulla sproporzione tra il valore dell’autovettura sottoposta a sequestro e i redditi dell’imputato e della di lui moglie.
2. - Il ricorso è fondato.

Osserva innanzi tutto il Collegio che in tema di riesame delle misure cautelari reali, nella nozione di “violazione di legge” per cui soltanto può essere proposto ricorso per cassazione a norma dell’art. 325 c.p.p., comma 1, rientrano la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali; ne consegue che non possono essere dedotti con il predetto mezzo di impugnazione vizi della motivazione, atteso che nel predetto concetto di “violazione di legge”, come indicato nell’art. 111Cost. e art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) e c), non rientrano anche la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione, che sono invece separatamente previsti come motivo di ricorso (peraltro non applicabile al ricorso ex art. 325 c.p.p.) dall’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), (Cass. pen., sez. un., 28 gennaio 2004, n. 5876).

E pertanto il sindacato demandato alla Corte di Cassazione in subiecta materia ha un orizzonte circoscritto, dovendo essere limitato, per espresso disposto norma-tivo, alla assoluta mancanza di motivazione ovvero alla presenza di motivazione meramente apparente. E la giurisprudenza di questa Corte ha avuto modo altresì di evidenziare (Cass. pen., sez. II, 22 maggio 1997, n. 3513), con riferimento alla problematica del riesame delle mi-sure cautelari, che il legislatore ha in tal modo inteso sanzionare l’elusione da parte del giudice del riesame del suo compito istituzionale di controllo “in concreto” del provvedimento impugnato, riconducibile alla prescrizione dell’obbligo di motivazione di cui all’art. 125 c.p.p., comma 3, sanzionato a pena di nullità, e dunque

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deducibile con ricorso per cassazione ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma l, lett. c).

Un siffatto sostanziale rifiuto di provvedere si traduce in una peculiare mancanza assoluta di motivazione, riconducibile alla violazione tipica di una norma processuale prevista a pena di nullità (art. 125, comma 3, c.p.p.) e pertanto deducibile con il ricorso per cassazione anche nella limitata estensione consentita dall’art. 325 c.p.p.; per contro esulano dalla previsione del predetto art. 325 c.p.p., quei vizi della motivazione consistenti nell’omesso esame, nel contesto dell’iter argomentativo svolto dal Tribunale del riesame per dare contezza delle proprie determinazioni, di specifici fatti ovvero nella illogica o contraddittoria valutazione degli stessi, essendo tali vizi rilevanti ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. e), ma non dell’art. 325 c.p.p.

Su questa premessa deve osservarsi che i giudici di merito non si sono attenuti al precetto legale secondo cui al fine di disporre il sequestro finalizzato alla confisca conseguente a condanna per uno dei reati indicati nell’art. 12 sexies, commi 1 e 2, d.l. 8 giugno 1992 n. 306, conv. con modificazioni nella 1. 7 agosto 1992 n. 356 (modifiche urgenti al nuovo c.p.p. e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa) deve provarsi l’esistenza di una sproporzione tra il reddito dichiarato dal condannato o i proventi della sua attività economica e il valore economico dei beni da confiscare (senza che non risulti una giustificazione credibile circa la provenienza di essi).

Ai fini della “sproporzione”, i termini di raffronto dello squilibrio, oggetto di rigoroso accertamento nella stima dei valori economici in gioco, devono essere fissati nel reddito dichiarato o nelle attività economiche non al momento della misura rispetto a tutti i beni presenti, ma nel momento dei singoli acquisti rispetto al valore dei beni di volta in volta acquisiti.

Anche sulla scorta di queste considerazioni - stabilmente recepite in giurisprudenza (cfr., tra le molte, Cass. pen., sez. I, 25 maggio 2011, n. 25894) - il requisito della sproporzione postula l’esatta individuazione dei beni da sottoporre a sequestro, l’attribuzione agli stessi di un preciso valore, e il raffronto tra tali valori e le capacità economiche del soggetto destinatario della misura cautelare reale.

Il Tribunale di Messina ha ritenuto sussistente la sproporzione in parola valutando complessivamente i beni assoggettati a sequestro da un lato e i redditi complessivamente maturati dall’indagato e dal coniuge dall’altro, senza individuare il tempo delle singole acquisizioni, il preciso valore delle stesse e i redditi in essere in quei momenti.
3. - Deve pertanto disporsi l’annullamento del provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale di Messina per nuovo esame secondo gli esposti parametri valutativi. (Omissis)

corte di cassazione penaLe
sez. vi, 14 dicembre 2011, n. 46537 (ud. 8 novembre 2011)

pres. miLo – est. citterio – p.m. (conf.) – ric. X.

Difesa e difensori y Patrocinio dei non abbienti y Parte civile ammessa al patrocinio a spese pubbliche y Condanna dell’imputato alla rifusione delle spese da questa sostenute y Modalità y Individuazione.

. Nel caso in cui il giudice condanni con sentenza, ex art. 110, comma terzo, del d.p.r. n. 115 del 2002, l’imputato alla rifusione integrale, in favore dello Stato, delle spese legali sostenute dalla parte civile ammessa al patrocinio dei non abbienti, la somma oggetto di detta condanna deve coincidere con quella che lo Stato liquida al difensore di parte civile ex art. 82, comma primo, d.p.r. cit., dovendo tale specifica liquidazione essere contenuta nel dispositivo della stessa sentenza. (Mass. Redaz.) (d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, art. 82; d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, art. 83; d.p.r. 30 maggio 2002, n. 115, art. 110; c.p.p., art. 541) (1)

(1) Per Trib. pen. Camerino, 27 febbraio 2007, in questa Rivista 2007, 788, nel caso previsto dal comma 3 dell’art. 110, T.U. delle spese di giustizia (secondo il quale con la sentenza che accoglie la domanda di restituzione o di risarcimento del danno il magistrato, se condanna l’imputato non ammesso al beneficio al pagamento delle spese in favore della parte civile ammessa al beneficio, ne dispone il pagamento in favore dello Stato), ciascuna delle due liquidazioni (quella contenuta nel dispositivo della sentenza penale di condanna e quella di cui all’art. 83 del T.U. cit.) segue le regole che le sono proprie. Detta soluzione comporta che il giudice procede nella sentenza ad una liquidazione conforme alla tariffa forense e ai relativi limiti, disponendo il relativo pagamento a favore dello Stato, mentre successivamente il giudice, su richiesta del difensore e procedendo ex art. 83 del T.U., disporrà una liquidazione conforme alle regole ordinarie di quella diversa sede, e quindi...

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