Sentenza nº 49 da Corte Costituzionale, 11 Luglio 1961

Data di Resoluzione:11 Luglio 1961
Emittente:Corte Costituzionale
 
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SENTENZA N. 49

ANNO 1961

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori giudici:

Avv. Giuseppe CAPPI, Presidente

Prof. Gaspare AMBROSINI

Dott. Mario COSATTI

Prof. Francesco Pantaleo GABRIELI

Prof. Giuseppe CASTELLI AVOLIO

Prof. Antonino PAPALDO

Prof. Nicola JAEGER

Prof. Giovanni CASSANDRO

Prof. Biagio PETROCELLI

Dott. Antonio MANCA

Prof. Aldo SANDULLI

Prof. Giuseppe BRANCA

Prof. Michele FRAGALI

Prof. Costantino MORTATI

Prof. Giuseppe CHIARELLI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale della legge regionale siciliana 13 settembre 1956, n. 46, promosso con ordinanza emessa il 22 giugno 1960 dal Tribunale di Catania nel procedimento civile vertente tra l'Ospizio per ciechi "Ardizzone - Gioeni" e Romeo Giovanni, iscritta al n. 84 del Registro ordinanze 1960 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 254 del 15 ottobre 1960 e nella Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana n. 49 del 22 ottobre 1960.

Vista la dichiarazione di intervento del Presidente della Regione siciliana;

udita nell'udienza pubblica del 7 giugno 1961 la relazione del Giudice Francesco Pantaleo Gabrieli;

uditi gli avvocati Arturo Carlo Jemolo e Paolo Torrisi, per l'Ospizio "Ardizzone - Gioeni", e l'avv. Salvatore Orlando Cascio, per il Presidente della Regione siciliana.

Ritenuto in fatto

Con ricorso del 20 aprile 1960 al Tribunale di Catania - Sezione specializzata agraria - l'Ospizio per ciechi "Ardizzone Gioeni" di Catania ha esposto che Romeo Giovanni affittuario della quota n. 10 della tenuta in contrada S. Vito di Paternò, di proprietà dell'Ospizio, si era reso inadempiente del pagamento del canone locatizio 1959-60 per l'importo di lire 35. 000 e dei vantaggi valutati in lire 2. 000. Per tali inadempienze ha chiesto che il Romeo venga dichiarato decaduto dalla proroga ex lege e, in conseguenza, condannato al rilascio del fondo e al pagamento del canone insoluto, dei carnaggi non corrisposti e delle spese di lite.

Il convenuto, costituitosi in giudizio, ha resistito alla domanda adducendo che, in virtù della legge regionale siciliana 13 settembre 1956, n. 46, il contratto di locazione si é automaticamente trasformato in enfiteusi e si é, pertanto, dichiarato disposto a versare il fitto dovuto in conto del canone enfiteutico.

Il ricorrente all'udienza del 1 giugno 1960 ha eccepito la illegittimità costituzionale della citata legge regionale per i seguenti motivi: a) perché in contrasto con l'art. 44 della Costituzione, che consente la imposizione di vincoli alla proprietà privata e non anche a quella pubblica (art. 42 Cost.), b) perché esorbita dai poteri attribuiti all'Assemblea regionale dall'art. 14 dello Statuto speciale per la Sicilia; c) perché, lungi dal costituire un particolare adattamento della legislazione statale, é in contrasto con la stessa. Del pari é in contrasto: d) con la legge fondamentale dello Stato, che non prevede un tipo di enfiteusi perpetua non affrancabile; e) con la legge di riforma agraria siciliana del 27 dicembre 1950, n. 104, che non pone limiti assoluti alla disponibilità dei beni, sebbene relativi, limitati alla quota di conferimento; f) con l'art. 38 della Costituzione, in quanto disciplinando una materia, tra l'altro non ancora passata alla competenza regionale (mancanza di decreto presidenziale di passaggio dallo Stato alla Regione dei poteri relativi alle Opere pie), agevola una determinata categoria di lavoratori a scapito degli indigenti; g) con l'art. 3 della Costituzione sulla parità dei cittadini, perché riserva il vantaggio ai soli lavoratori dei fondi, oggetto della enfiteusi; h) con la legge 17 luglio 1890, n. 6972, secondo la quale i beni delle Opere pie debbono, di regola, essere concessi in affitto (art. 27).

Il Tribunale ha ritenuto che la legge n. 46, non suggerita dalla necessità di regolamentare situazioni eccezionali, appare in contrasto, oltre che con le norme sopra indicate, con la legislazione statale in materia di riforma agraria e con la legge regionale del 27 dicembre 1950, n. 104, che dalla riforma e dal conferimento esclude i terreni migliorati ed in particolare gli agrumeti, mentre, per effetto della legge impugnata, anche gli agrumeti sono soggetti al piano generale di miglioramento agrario; che la proposta eccezione di incostituzionalità é rilevante per la decisione del giudizio; che la stessa non appare manifestamente infondata con particolare riferimento ai motivi di cui alle lettere a), b), d), e). E, pertanto, con ordinanza del 22 giugno 1960, ha sospeso il giudizio e ha disposto la trasmissione degli atti a questa Corte per decidere se la legge regionale siciliana 13 settembre 1956, n. 46, sia stata emanata oltre i limiti della potestà legislativa esclusiva in materia di agricoltura conferita all'Assemblea dall'art. 14 dello Statuto siciliano e, comunque, sia in contrasto con le norme costituzionali e con la legislazione statale e regionale sopra indicata, e se, quindi, sia costituzionalmente illegittima.

L'ordinanza, ritualmente notificata al Presidente della Giunta regionale (4 agosto 1960), é stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Regione siciliana n. 49 del 22 ottobre 1960, supplemento ordinario, e comunicata al Presidente dell'Assemblea regionale con raccomandata n. 1320 del 19 luglio 1960.

L'Ospizio "Ardizzone - Gioeni", nella persona del Presidente del Consiglio di amministrazione dell'Ente, avvocato Domingo Finocchiaro, autorizzato con deliberazione del 22 luglio 1960 (depositata il 23 novembre 1960), rappresentato e difeso (mandato depositato nella cancelleria della Corte costituzionale il 30 luglio 1960) dagli avvocati Paolo Torrisi e Carlo Arturo Jemolo, presso il quale il Finocchiaro ha eletto domicilio in Roma, ha depositato deduzioni, in termini, presso la cancelleria della Corte costituzionale (30 luglio 1960).

Nelle deduzioni la difesa dell'Ospizio Ardizzone premette che erroneamente l'Assemblea regionale avrebbe ritenuto con la legge impugnata di legiferare in materia di agricoltura (art. 14, lett. a, Statuto siciliano); che, secondo gli insegnamenti di questa Corte, il limite alla competenza della Regione non é segnato dal fatto che una data materia sia compresa nell'ambito di diritto privato, ma dalla rilevanza che i rapporti intersubiettivi da regolare presentano rispetto alle specifiche finalità che la Regione deve perseguire (sent. n. 35 del 26 gennaio 1957); che, peraltro, non é da escludere che vi siano tipi di rapporti per cui occorra una particolare regolamentazione per attuare finalità di giustizia sì da legittimare l'intervento della stessa Regione anche nella sfera di rapporti privatistici col concorso di determinate condizioni. Tra queste condizioni é da annoverare la eccezionalità di situazioni locali, il soddisfacimento di interessi pubblici, la non contrarietà delle leggi regionali ai criteri informatori della legislazione statale, della quale debbono, anzi, rappresentare un adattamento alle particolari situazioni ambientali (sent. n. 6 del 27 gennaio 1958). La disposizione dell'art. 14, lett. a, dello Statuto speciale per la Sicilia non può, soggiunge la difesa, interpretarsi in senso finalistico (sent. n. 60 del 5 novembre 1957), né la Regione può stabilire una misura del capitale di affranco diversa da quella fissata dalla legge dello Stato (sentenza n. 123 dell'8 luglio 1957: in materia di proprietà contadina).

La legge n. 46, prosegue la difesa, non risponde alla necessità di regolare esigenze che si riferiscono soltanto all'Isola; si inserisce in un programma di alta politica agraria, che non può non essere unitaria per tutta la Repubblica e, quindi, da effettuarsi sul piano nazionale. Si tratta non già di ridimensionare la proprietà fondiaria, ma di dare ai coltivatori - coloni o braccianti - la terra che hanno coltivato e continuano a coltivare: riforme del genere non possono rientrare nel quadro dell'autonomia regionale.

Inoltre, la legge regionale n. 46, considerata nel suo insieme, sarebbe in contrasto con l'art. 44 della Costituzione, secondo il quale la legge fissa limiti alla estensione della proprietà terriera secondo le regioni e le culture; principio...

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